sabato 13 marzo 2010

Donato Salzarulo: La boccetta di Baudelaire (Marzo 2009)

Questo testo nasce da un’intensa corrispondenza intrattenuta con l’amico Adelelmo Ruggieri nella primavera del 2005. Da qui alcuni passaggi colloquiali e allusioni a precedenti comunicazioni. La comprensione, però, è assolutamente possibile e non compromessa. Vista la lunghezza devo soltanto fare appello alla pazienza di chi legge. Del resto, i temi in discussione hanno a che vedere col senso della morte, della vita, della poesia, dell’arte, ecc. Insomma, questioni tutt’altro che secondarie. La poesia di Sylvia Plath. Appena finisco di leggerla, me ne fa venire in mente un’altra. E’ “Le flacon” di Baudelaire, la boccetta di profumo. Non capisco il perché dell’associazione e vado a controllare. E’ la situazione forse che le accomuna. Sono due poesie che in parte parlano dal dopomorte.
Quella di Plath è una specie di testamento, sono «ultime parole». Chi le scrive, comunque,
immagina cosa accadrà o non accadrà al proprio corpo-anima dopo il suo morire.
Quando apriranno il sarcofago (lei non vuole una comune cassa), Plath già li vede: avranno facce
pallide: «Adesso non sono nulla…Si domanderanno se io sia stata importante.»
La poetessa evidentemente immagina di appartenere alla corte di un faraone e che provvedano, se
non ad esumarla, a visitarla degli archeologi-disseppellitori. O qualcosa di simile. Quelli che lei
vorrebbe poter guardare, mentre si avvicinano al sarcofago, sono «dei primigeni», privi di padre e di
madre e non infanti.«Now they are nothing», adesso non sono niente. E, tuttavia costoro, proprio
come archeologi, si chiederanno e valuteranno lo status della defunta sulla base (anche) degli
oggetti ritrovati accanto ai resti. E non troveranno i suoi respiri o il suo spirito; rimarrà, invece, «il
fulgore di questi piccoli oggetti»: l’opaco scintillio di una pietra preziosa turchina, le casseruole di
rame, i vasi di coccio che, durante il periodo del seppellimento, l’avranno consolata o fatto
compagnia e di cui potrà sentire il «buon profumo» come di fiori notturni, che si augura le
fioriscano intorno.
Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
Nei sogni, per le fessure della bocca e degli occhi. Non posso
Fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose
Non so se noi lettori di questa composizione siamo dei primigeni o se abbiamo qualcosa in comune
col dolce viso di Ishtar2. Il fatto reale, concreto è che, in questo preciso momento, sotto i nostri
occhi-mente non brilla lo scintillio della pietra preziosa turchina, delle casseruole o dei vasi di
coccio appartenuti o meno alla Plath. Ci sono queste “ultime parole”, questi oggetti reali sonori
attraverso cui si consuma «l’agonia del romanticismo».
Conserviamo, quindi, bene in mente questi versi, questa scena egiziana e questi pensieri, tornando
con la nostra macchina del tempo dalla metà degli anni Sessanta del Novecento all’Ottocento. Per la
precisione al 1857, data di pubblicazione di Les fleurs du mal.
Rileggo Le flacon. E’ un oggetto il protagonista di queste sette strofe, una boccetta di profumo.
Cosa che immagino avrebbe attratto anche Plath.
Ecco il testo, nella traduzione di Luciana Frezza. E’ il XLVIII dell’opera:
Ci sono profumi forti per i quali diventa
porosa la materia. Sembra che penetrino il vetro.
Aprendo un cofanetto venuto dall’Oriente
1 La poesia è Last Words. Il testo completo si può leggere in appendice.
2 Dea mesopotamica corrispondente ad Astante dea fenicio-cananea dell’amore, della fecondità e della guerra. In Egitto
era identificata con Iside e Hathor, in Gracia con Afrodite.
2
la cui serratura stride e resiste gemendo,
o, in una casa deserta, qualche armadio pervaso
dall’acre odore degli anni, nero e polveroso,
puoi trovare una vecchia bottiglia impregnata
da cui se ne esce viva un’anima reincarnata.
Mille pensieri dormivano, crisalidi funebri,
fremendo inavvertiti nelle pesanti tenebre,
che spiegano l’ali e si librano multicolori,
azzurri, iridati di rosa, laminati d’oro.
Ecco l’inebriante ricordo nell’aria turbata
volteggia: gli occhi si chiudono, l’anima vinta è afferrata
dalla Vertigine che le spinge a due mani
verso un abisso oscurato da miasmi umani,
l’abbatte sul ciglio di un abisso secolare,
in cui, profumato Lazzaro che lacera il sudario,
s’agita risvegliandosi il cadavere spettrale
d’un vecchio amore stantio, allettante e sepolcrale.
Così, quando sarò perso nella memoria degli uomini,
quando m’avranno in un angolo di un sinistro armadio
gettato via, vecchio flacone scordato, decrepito,
polveroso, sporco, abbietto, vischioso, incrinato,
io sarò la tua bara, leggiadra pestilenza!
il testimone della tua forza e virulenza,
caro veleno filtrato dagli angeli! liquore
che mi corrode, o vita e morte del mio cuore!
Testo stupendo. Da godere nella sua lingua originaria, per poter apprezzare materialità sonore,
ritmiche, sintattiche che nessuna traduzione potrà mai restituire. Ma non è questo che, al momento,
mi interessa.
Il movimento complessivo della composizione si può cogliere facilmente: le prime cinque strofe
sceneggiano la scoperta di una vecchia boccetta di profumo; le ultime due rappresentano il secondo
termine di un paragone, introdotto da «Così, quando…». Come dire? Baudelaire per cinque strofe ci
tiene all’oscuro di dove vuole portarci, con la sesta e la settima ci chiarisce le idee. Almeno, così
sembra.
I primi due versi enunciano una tesi fondamentale:
Il est de forts parfums pour qui toute matière
Est poreuse. On dirait qu’ils pénètrent le verre.
Parafrasando e traducendo in prosa : vi sono dei profumi forti che impregnano e attraversano le
materie più impermeabili. Si direbbe, addirittura, che penetrano il vetro. E allora?
Baudelaire è poeta e, quindi, parla per figure. Un profumo forte (contenuto) può attraversare una
boccetta di vetro (contenente). Detto in altri termini, si è immersi in una dialettica del tipo: spiritomateria,
anima-corpo, contenuto-forma, significato-significante. Baudelaire era un tenace
oppositore delle culture dualistiche che scindono lo spirito dal corpo, l’intelletto dai sensi e così via.
3
Da questo punto di vista, la scelta del profumo non è casuale. L’odorato non è la vista. E’ un senso
difficile da concettualizzare; difficile da tradurre in immagini o note musicali. Sull’importanza del
profumo tornerà, tra gli altri, Proust. Del resto, anche Plath non sfugge al fascino del buon profumo
dei fiori notturni.
Andando avanti, Baudelaire ci dice che la boccetta può essere rinvenuta in un “cofanetto” o in un
“armadio”. Due luoghi oscuri e chiusi da molto tempo, tant’è che la serratura del cofanetto «stride
e resiste gemendo», mentre l’armadio, «nero e polveroso» è pervaso «dall’acre odore degli anni».
A provocare queste aperture e ritrovamenti altro non può essere che un vivente, uomo o donna che
sia. Ed ecco la sorpresa: la vecchia bottiglia, impregnata, manda il profumo senza essere aperta e
«se n’esce viva un’anima reincarnata». Slittamento semantico: il contenuto della boccetta è
un’anima-profumo, un’anima viva che si “reincarna” e passa attraverso un corpo rimasto intatto.
Meraviglia sì, stupore; ma poi non tanto se persino la Plath che non si fida dello “spirituale” dice
che «sguscia via come vapore». Una lunga tradizione ritiene che l’anima abbia uno stato gassoso:
profumo, vapore, respiro, fiato, alito…Ebbene, quest’anima che ha ripreso carni cosa porta con sé?
Mille pensieri, sostiene il poeta; mille pensieri che dormivano simili a «crisalidi funebri». Crisalide
o larva o ninfa o pupa. Stadio dei Lepidotteri e di molti Coleotteri e Ditteri.
I mille pensieri, dunque, dormivano il sonno delle larve, un sonno dolce, fremente: «Frémissant
doucement dans les lourdes ténèbres». « Fremendo inavvertiti nelle pesanti tenebre», traduce
Luciana Frezza. Il “dolcemente” diventa così quasi “inavvertitamente” e le tenebre nerissime
diventano pesanti come quelle di una tomba
Non appena l’anima si ravviva con la luce, i pensieri-crisalidi escono dal loro stato larvale e/o
tombale e si trasformano in insetti (mosche? Farfalle? Mosche-farfalle?) che aprono le loro ali e si
librano in aria, colorati e pieni di vita: «Teintés d’azur, glacés de rose, lamés d’or.» Tre sintagmi
con participio passato: tinti d’azzurro, iridati di rosa, laminati d’oro. Nel campo semantico il
significato oscilla: dalla leggerezza del volo alla rigidità del laminato. Non è detto che qui
Baudelaire pensi soltanto al colore degli insetti. Tinti d’azzurro possono essere quadri, gioielli i
laminati d’oro.
Ma ricapitoliamo la serie d’identità-metamorfosi: profumo forte-anima viva- mille pensieri-crisalidi
mute in fermento-insetti artistici volteggianti…manca qualcosa? Sì, il ricordo inebriante, «le
souvenir enivrant». Quante volte un profumo porta con sé un preciso ricordo? Chi non ne ha fatto
l’esperienza? Alla morte di mio padre ereditai, fra l’altro, i suoi fazzoletti. Per un lungo periodo
ogni volta che l’aprivo risentivo il sudore della sua pelle. Era lo stesso che da bambino ricevevo dal
suo collo quando mi prendeva sulle spalle per portarmi al di là dell’Ofanto. E il profumo delle
robinie? E il sambuco? E l’humus del bosco?…
Gli occhi si chiudono, «les yeux se ferment». Quali occhi? Di chi? Del profumo-anima viva o di chi
lo ritrova nel cofanetto o nell’armadio? Per Baudelaire la risposta è la Vertigine. Proprio la
Vertigine, quella con la maiuscola, quella che personifica e dà il proprio nome all’incontro fra un
essere vivente e un profumo-anima-pensieri-crisalidi-insetti-ricordo. Incontro vertiginoso che
avviene o si dà in «un luogo sconosciuto compreso tra la morte e la vita, tra l’inanimato e
l’animato, tra l’odorato, il pensiero e la vista, tra la forma e il contenuto, tra il soggetto e l’oggetto,
tra l’anima del flacone e l’anima di colui che la trova.»
3
Traduco parole di Mario Richter tratte
dalla sua “lettura integrale” dell’opera baudelairiana, al quale, in questa mia rilettura, sono
particolarmente debitore.
Quindi non la sostituzione del tradizionale dualismo (cristiano-borghese) “spirito-corpo”, con un
altro dualismo “corpo-cose”, stando alla lettura che il mio amico4 fa della poesia di Plath. Ma lotta
antidualistica, battaglia per aprirsi la strada su un territorio ignoto, verso un luogo sconosciuto, che
sta “tra”, nella relazione.
Ma torniamo al ricordo inebriante che volteggia nell’aria turbata della quarta strofa. Cosa ricorda
questa anima vinta dalla Vertigine, mentre viene spinta da questa allegorica persona «verso un
3 Mario Richter, «Baudelaire. Les Fleurs du Mal. Lecture intégrale», Édition Slatkine, Genève, 2001, pag. 461
4 L’amico è Adelelmo Ruggieri
4
abisso oscurato da miasmi umani»? Esattamente questo ricorda: l’abisso rappresentato dall’apertura
di una tomba, l’abisso secolare sul cui bordo si ferma. Nel sepolcro s’agita un corpo morto, un
«profumato Lazzaro che lacera il sudario» e si risveglia, risvegliando, al tempo stesso, il «cadavere
spettrale / d’un vecchio amore stantio, allettante e sepolcrale.»
Chi sia Lazzaro lo sappiamo tutti. La sua resurrezione è raccontata nel Vangelo di Giovanni. Essa
prefigura la resurrezione di Cristo. Resurrezione integrale, di corpo ed anima. E perché mai
Baudelaire la tira in ballo? E’ forse un cristiano? Neanche per sogno.
L’amore che fa risorgere Lazzaro è spettrale, è un amore stantio, anche se consolante e allettante. E’
un amore fondato sul culto del cadavere e risponde ad un bisogno di conservazione e immortalità
individuale.
Chi ama in questo modo ha un cuore tenero, è incapace di accettare la legge della “grande Natura”,
il Niente vasto e nero che ci attende. Soprattutto non ama «il ricordo di quelle epoche nude»
immaginate da Baudelaire nei due testi di Corrispondenze. Penso, in particolare, al V:
Amo il ricordo di quelle epoche nude
quando piaceva a Febo indorare le statue.
Allora l’uomo e la donna nella loro agilità
godevano senza menzogna e senza ansietà,
e, il cielo affettuoso carezzando loro la schiena,
provavano la salute della loro nobile macchina.
Cibele allora, fertile in prodotti generosi,
non trovava i suoi figli un peso troppo gravoso,
ma, lupa dal cuore turgido di tenerezze comuni,
abbeverava il mondo con le mammelle brune.
L’uomo, armonioso e forte, poteva ben essere
fiero delle bellezze che lo nominavano re;
frutti puri da oltraggi, vergini d’ogni guasto,
che attiravano i morsi con la carne liscia e compatta!
Insomma, altre epoche. Epoche nude e pagane, con uomini incorrotti, armoniosi e forti, capaci di
godere senza menzogna e ansietà. Età dell’oro o mito. Siamo ancora a M.me De Stael, al
paganesimo e cristianesimo che si sono divisi il dominio della letteratura.
Ma torniamo al nostro flacon. Nelle prime cinque strofe, riassumendo, il poeta racconta una vicenda
che può capitare ad ognuno di noi: partiti dal ritrovamento di una boccetta di forte profumo ci
ritroviamo sul ciglio di un abisso sepolcrale in cui dovremmo credere all’amore stantio della
resurrezione del corpo-anima. Un’ipocrisia vertiginosa.
Ma non dimentichiamo che questo è il primo termine di paragone. Il secondo è aperto dal verso:
«Così, quando sarò perso nella memoria degli uomini» e si sviluppa fino all’ultima strofa. La
proposizione principale s’incontra all’inizio della settima strofa: «io sarò la tua bara…»
Io, chi? Io, «vecchio flacone». Il poeta parla in prima persona e si riferisce, allo stesso tempo, all’Io
dell’uomo destinato a morire e all’Io della sua opera poetica, di cui questo flacon, per caso ritrovato
e letto, è un esemplare. Unità indubbia di una situazione costituzionalmente doppia: un corpo-mente
finito in una tomba e destinato per legge di Natura a non risorgere e un’opera, un contenuto-forma,
una boccetta di profumo abbandonata, dimenticata e forse ritrovata in qualche luogo oscuro
(cofanetto, armadio, biblioteca – ricordi Borges?: «una biblioteca è una specie di grotta magica
piena di uomini morti»). La prospettiva è tutt’altro che allettante. E, infatti, nelle ultime due strofe
si avverte una pronuncia concitata, un tono di voce nervoso, rabbioso, irato, ribelle. Esplodono gli
aggettivi (ben sette!: scordato, decrepito, polveroso, sporco, abbietto, vischioso, incrinato) e si
ripetono le esclamazioni:
«Je serai ton cercueil, aimable pestilence!
5
Le témoin de ta force et de ta virulence,
Cher poison préparé par les anges ! Liqueur
Qui me ronge, o la vie et la mort de mon coeur !»
Io sarò la tua bara…Il testimone della tua forza e virulenza. Tua, di chi? Ha tratti femminili questo
Tu. E’ il profumo-anima contenuto nel poeta-vecchio flacone, l’amabile pestilenza, il caro veleno, il
liquore che corrode. E’ ciò che resta di chi muore. Nello stesso tempo, vita e morte del cuore del
poeta.
Il problema che pone Baudelaire in questo testo appare chiaro: è quello della memoria, del ricordo;
la corrispondenza d’amorosi sensi, la foscoliana religione delle illusioni.
Il poeta francese cerca di capire ciò che può essere conservato in questi particolari oggetti chiamati
poesie (e, in generale, opere d’arte). Molto. Però, potrebbe essere conservato poco o nulla se i
contenuti-profumi (anima-mille pensieri, ecc.) che esse emanano non siano particolarmente forti,
pregnanti, capaci di andare oltre la boccetta-forma. E, comunque, la scoperta di questi profumianime
avviene per caso, non sempre frequentando le necropoli ufficiali dei canoni scolastici o
proposti dai codici culturali prevalenti. Può capitare di ravvivare mille pensieri dormienti, aprendo
un cofanetto venuto da Oriente o un sinistro armadio di una casa deserta. La vertigine dell’incontro,
il luogo e il tempo non sono definiti dai calendari ufficiali.
Quel che è certo è che nelle opere non vivono uomini o donne, ma cadaveri. La realtà culturale e
storica è tragica, atroce, orribile; è un abisso secolare di miasmi umani, di cari veleni, di leggiadre
pestilenze, di liquori corrosivi. E’ drammatico, ma è così. Le opere insincere, le poesie che negano
questa realtà e sono concepite soltanto per piacere all’ipocrita lettore (mio fratello, mio simile) o,
peggio, al successo e al denaro hanno apparentemente vita facile, ma non sfuggiranno al destino
cadaverico. Il loro profumo è più propriamente un fetore della cultura dualistica e cristianoborghese.
Sono sottomesse, penserebbe Baudelaire, al dio dell’Utile. Non è il caso, naturalmente di
Sylvia Plath.
«Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo
da conoscere le vere componenti di queste capsule.»
Mi pare che fosse Anne Sexton a dirlo. Ed io sono d’accordo con lei.
APPENDICE
LAST WORDS
«I do not want a plain box, I want a sarcophagus
With tigery stripes, and a face on it
Round as the moon, to stare up.
I want to be looking at them when they come
Picking among the dumb minerals, the roots.
I see them already-the pale, star-distance faces.
Now they are nothing, they are not even babies.
I imagine them without fathers or mothers, like the first gods.
They will wonder if I was important.
I should sugar and preserve my days like fruit!
My mirror is clouding over –
A few more breaths, and it will reflect nothing at all.
The flowers and faces whiten to a sheet.
I do not trust the spirit. It escapes like steam
In dreams, trough mouth-hole or eye-hole. I can’t stop it.
One day it won’t come back. Things aren’t like that.
They stay, their little particular lusters
Warmed by much handling. They almost purr.
When the soles of my feet grow cold.
6
The blue eye of my turquoise will comfort me.
Let me have my copper cooking pots, let my rouge pots
Bloom about me like night flowers, with a good smell.
They will roll me up in bandages, they will store my heart
Under my feet in a neat parcel.
ULTIME PAROLE
Non voglio una semplice casa, voglio un sarcofago
con strisce di tigre, e una faccia rivolta in su,
tonda come la luna, con gli occhi spalancati.
Voglio poterli guardare quando arriveranno
a frugare tra minerali muti, le radici.
Già li vedo, pallidi visi siderali.
Adesso non sono niente, non sono nemmeno neonati.
Li immagino senza padre né madre, come i primi dèi.
Si chiederanno se fui importante.
Dovrei zuccherare e conservare i miei giorni come frutta!
Il mio specchio si appanna –
pochi altri respiri, e non rifletterà più nulla.
I fiori e i visi sbiancano in un lenzuolo.
Non mi fido dello spirito. Sfugge come vapore
Nei sogni, attraverso il pertugio della bocca o degli occhi.
Non riesco a trattenerlo.
Un giorno non tornerà. Gli oggetti sono diversi.
Rimangono, hanno un piccolo lustro tutto loro
riscaldato dal lungo uso e strofinio. Quasi fanno le fusa.
Quando le piante dei miei piedi saranno fredde
mi conforterà l’occhio azzurro della mia turchese.
Lasciatemi i miei rami di cucina, lasciate che i vasi di belletto
mi sboccino intorno come fiori notturni, odorosi.
Mi avvolgeranno nelle bende, riporranno il mio cuore
ai miei piedi dentro un pacchettino.
(trad. di Anna Ravano in «I capolavori di Sylvia Plath», Mondadori, 2004, pag. 211)

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