venerdì 12 marzo 2010

Paolo Pagani: Su moltitudine e poesia

1. Io riconosco, e rivendico, il diritto per tutti di scrivere. Ed anche quello di “diventare pubblici”, nel senso di far circolare il proprio lavoro e di provare ad essere letti/ascoltati, attraverso i molteplici canali - non necessariamente la stampa - per mezzo dei quali fare uscire il proprio lavoro dalla chiusura della propria intimità.

2. Beninteso, nel momento in cui esce e gira per il mondo, la propria “creatura” poetica smette appunto di essere propria, e si deve accettare che abbia il destino - e l’uso - che gli vorrà dare chi l’avrà incontrata.
3. Quello che non penso esista, invece, è il diritto, per principio, ad essere letti. Non solo nel senso che non tutto ciò che viene scritto vale la pena della lettura, ma nel senso - già illustrato dal discorso di Majorino, la fatica - che, non avendone il tempo, non si può materialmente leggere tutto. Ed allora è necessario rinunciare (magari erroneamente), d’istinto o a prima vista, o perché un autore già lo conosco e non voglio leggerlo ulteriormente, o viceversa lo leggo perché lo conosco di persona, mi sta simpatico, mi incuriosisce uno spunto, etc. Il succo è la solita domanda: posto che si scriva e si faccia circolare, chi e quanti leggono? E c’è un modo di farsi ascoltare che sfugga al circuito delle lobby che leggono e discutono(o magari demoliscono) solo ciò che è prodotto dall’interno della lobby stessa? E’ un limite difficile da superare, con cui tutti devono fare i conti, tranne i pochi poeti laureati: prima ancora di parlare della qualità di quello che posso fare, c’è il fatto che mi legge chi mi è amico, e se non mi “riconosce” non giungo a lui neppure se ho scritto la divina commedia.
4. Ciò detto, mi sento estraneo - se non ostile - ad ogni discorso su canoni e, peggio ancora, su correnti. Ma non condivido qui neppure l’affermazione di Majorino contro i “moduli poetici consumati”: la scrittura non deve essere, per definizione, né tradizionale né d’avanguardia, ma trovare l’adeguatezza e la necessità che le corrisponde, in una data situazione. Non si è obbligati ad essere originali. Per cui, se viene bene oggi un sonetto petrarchesco, vada pure...purchè serva non ad imitare Petrarca (se no si fa la fine dell’imitatore di Cervantes nel racconto di Borges) ma a corrispondere nel modo migliore ad un momento ben determinato di ricerca di linguaggio.
5. Una cosa da cui dovrebbe invece guardarsi rigorosamente la moltitudine di scriventi, è l’eccesso di teorizzazione ed autoteorizzazione. Una poesia, magari anche di scarsa qualità, ha tutto il diritto di esistere e, se trova un interstizio, di essere ascoltata. Ma che ci si costruisca sopra una “poeticistica”, no, questo è insopportabile. E devo dire che a volte, da Roberto Caracci[il suo salottoopera a Milano], ho provato fastidio per quegli scriventi, anche affermati, che hanno fatto autoesegesi lunghe il triplo del tempo dedicato alla lettura.
6. Alla luce di tutto questo, il dilemma elitario-non elitario, come posto dal contraddittorio fra Abate e Ferrieri [Cfr. in questa rubrica Una difesa della moltitudine poetante del primo e Meriti e demeriti della mooltitudine poetante del secondo], mi sembra una “contraddizione secondaria”, anche perché a volte si è elitari o di nicchia non per scelta ma per forza...
7. Unica citazione, ed è sulla via degli spunti che mi piacerebbe sviluppare: nessuno l’ha citato, ma perché non ricordarsi di Roland Barthes? Ci sono i linguaggi del potere, e c’è anche un potere proprio del linguaggio: “ogni gruppo di opposizione...faceva suo il discorso stesso del potere” “ si è visto così la maggior parte delle liberazioni postulate...esprimersi nella forma di un discorso di potere”. Per sottrarsi al potere inscritto nel linguaggio, si tratta dunque di “far giocare i segni, non di distruggerli”. Ed è su questa strada del gioco, forse, che nomi, personalità, caste di cultura possono trovare il loro superamento.

26 maggio 2006

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