giovedì 7 ottobre 2010

Rita Simonitto POESIE


Sera

Lievità di sera il cavallo piange.
Nebbia d’unghia bruciata
rende lattescente la contrada
e offusca i contorni delle cose.
La soffusa dolcezza illanguidisce
i sensi ma non paga
la perduta ebbrezza della corsa
miraggio ormai vetusto
seppur ancora valido
a contrastare il tiro quotidiano.
E il morso.

(30.03.1982)

 Pallide ninfee
           
Pallide ninfee, làmine d’acqua,
sguardi vi muoiono bambini.
Un fiato di penombra oscilla
sullo stagno dei sogni e murmure
incatena la sera ai confini del prato
o imprigiona l’alba nei contorni azzurrini.

Nel cintato giardino
tradito dalle more del tempo,
già scartate le spine sulle rive di maggio,
tu hai confuso possibili speranze
nelle smarrite ingenuità di un mondo improponibile.
Così ceruleo cuore perdesti la battaglia.

Oggi strascicano polvere i tuoi passi di canizie
e le stoppose frange della solitudine
uggiolano come cani dall’inquieto andare,
complice vento che pantomima richiami
di passati echi di musica e di incanti
e la nebbia che oblìa sventolanti bandiere
il cui solo bastone ora ti serve.

Venissero a cercarti, così ti troveranno.
Nello stagno, ora non vibrano che canne
deserte di speranza, rigide e abbrutite
dall’ “ormai è tardi” che non si attenua.

Nel tuo liquido sguardo non più azzurro
si perde un al di là smorto
ma che fu vivo anche se d’inganni
e che la saggezza dell’oggi rende  più opaco.
 
(26.02.1984)
 
 
Senza grido

Dimmi, che hai pensato quando venne a prenderti,
segni premonitori nessuno?
Qualcosa forse di tangibile?
Aspro di limoni,
odore amaro di ferita,
stridìo lugubre del chiù
o code di lucertole guizzanti nei tentativi
ultimi?
O, invece, indietreggiando,
aggrappato alle fruste tende di ragione,
gli occhi già inscuriti
e il cuore dissanguato
hai travolto tutto nell’ampiezza
di una caduta senza fine,
dando un calcio ai sassi dei tuoi padri
e alle illusioni di nuove identità future?.

No. Nulla di tutto questo.
Il tuo grido da fermo
girerà invano di coltello, muto fendendo
le ombre di scherani ottusi
che bovinamente
han spiato la resa.

(24.05.1985)




Ricordi


C’erano ventri di cokai a lame
in un giorno di pioggia
nel cielo rovesciato a bianche raffiche.
Un settembre esausto, già sconfitto
di promesse, rendeva la laguna
ancor più ostile, cinerina dagli abissi
al nostro volto ancor sorpreso ma
non del tutto convinto dell’inganno.

Così ricordai i morti che avemmo
nelle ululate notti di novembre,
noi assurdi nel chiederci perché,
vento scivoloso sulle porte per non lasciare
impronte su di noi
seta pura
e cuori di tabacco.

Qualcuno disse
“da ricordare, ricorderò un comizio del PSIUP…”,
e rivedemmo gli uccelli attenti ai cornicioni,
la piazza gremita
e ancora noi col volto di chi ha davanti l’atto compiuto,
le grandi ipocrisie e donne al grido USA assassini.

E un altro, “da ricordare, ricorderò passati giorni
su strade strette a muri alti,
concetti esautorati dall’essenza
piste false segnate buone da chissà chi”.
E un cielo futile dall’alto che continuava a guardare giù
allineate file di misere esistenze.

Sul sudicioso molo, ora eravamo lì invecchiati nell’attesa
perchè avevamo sfidato il nulla.
Non cantavamo Golondrine, non c’erano eroi.
Nemmeno l’idea di un transito accettabile.
Anche l’aria di quel meriggio
sembrava vergognarsi di se stessa.

(10.10.1993)




Orologi


Orologio di Sinah, orologio di Kilis, orologio di Mohacks,
quante mai volte avete battuto l’ora
senza ch’io fossi ad ascoltarvi?
Eppure solo voi sapete che il mio cuore
nella splendida certezza di un domani diverso
era stato lì con voi, aperto ad ogni battito.
Non ci furono spini a trattenermi
né a farmi sentire il fiato oneroso del distacco.
Solo ore diverse che con sapienti dita
mi chiamavano a sé nella ferocia dell’inganno.

Ora qui sono
dove la vita sugge gli irradiati suoni
nei brevi tempi dell’ascolto
e l’irrefrenabile città continua a masticare
con gengive sempre più logore,
usura che si annida ad ogni fiato,
la sua legittima espansione uno-due, uno-due.

Né ora torno più da voi e non do voce.
Tremo al palazzo dei sogni
dalle pareti iridate e alte,
alle porte di brina
la scorciatoia a sud
e tele di memoria ad ogni curva.
Temo la luce che sempre meno preme alle fessure
inavvertito segno della fuga del giorno.
Temo la notte che regala mantelli sempre più ampi
e cuccume di muffa.

Da quali torri lancerò le mie inutili grida?

(11.09.200




Luna

Ahi, luna! Oh, luna!

No. Non c’è luna qui che brami di vederti
né mandi ambasciatori a sciogliere
gli incanti,
ma usignoli di gesso
gocce di rosmarino e mirra
dalla lingua rattrappita.

I tetti immoti non  mandano l’assenzio
di tegole che adombrino quiete
ma gli elettrici brusii delle alte antenne.

Né ti soccorre il destriero del sogno.
Preso ormai dal sopore della biada
ha già disperso le irregolari chiome
che galleggiano adesso
nelle ghiacciate acque del falso lago.

Così nel tuo dolore giaci
e la nera serpe ti avviluppa.
Né ti porta sollievo la fila di risposte
che con sequenze note cerca di animarti.
La spina è antica e come lancia
ti penetra la carne e con la doppia punta
entra più a fondo.

Lei sola, e solo lei ha umorose dita.
Lei sola trattiene il senno coi suoi fili
stimola e domina i cavalli
dall’impetuoso andare.
Ma è proprio lei a non volerti e ti abbandona
inerme a una ragione che più non tiene.

(22.05.2004)




Dolore  
(Infandùm regìna iubès renovàre dolòrem…)

C’è un dolore che non trova approdi
o echi ondosi di memorie;
e nemmeno scale da salire
seppur pesanti di lentezza
perché il cuore allenti quella stretta
che morte non separa dalla Morte.

Fermo lo tengono vischiose ragne
perfette nella loro geometria,
iridescenti.
Necessarie.

Così si crea un altro mondo
docile e obbediente
senza fremiti o sussulti:
non c’è un giorno che muore,
non piangono bambini
perché anche la Morte ha cambiato nome.

(15.08.2007)



La morte e l’usignolo

Difficile è morire quando l’usignolo canta
e a nota fa seguire nota con selvaggia
maestria strenuamente imbricando
il passato al futuro.

E la notturna selva risponde a quella sfida
offrendo il ventre ombroso a inarcata schiena:
così note diverse intrecceranno altre
analoghe illusioni di continuità del tempo.

Come è difficile sciogliere gli amplessi
che la speranza adombra di continuità:
ed è solo un inchiostro di china
che scarabocchio/segno spazi differenti unisce.

(18.12.2009)



Peonia  
Dal tuo stretto bocciòlo, peonia, non mi dici
quando ti aprirai, né il giro di volute
nè l’ampiezza che andrà a gonfiare
strato su strato il portamento altèro.

Nè mi dici, peonia,  i tempi
che gelosamente stringi
sulla ricchezza
che solo tu conosci.

L’astuta formica solo,
entrando tra le pieghe,
via dopo via sugge la linfa
e ti giunge al cuore.

Che quando si aprirà
è già mangiato.

(15.05.2007)
  
 


Risvegli

Poesie bambine giacciono in cassetti
d’oscurità preziosi.
Rime per cui la fronte
del tempo fattasi più alta
non trova che maldestri baci,
parole che non s’usano più,
ingiallite veline che si sfanno
alla severa aria del presente.
Endecasillabi costretti a viva forza
a reggere temi d’amore
che da ogni dove chiedono venia
per la propria pochezza!

Eppure,
solo con voi senza ritegno piansi.
E per voi soltanto, scellerata,
schiusi l’uscio al duende
che ti seduce, ti prende e ti abbandona.

Un mare amaro fu il risveglio
e una conchiglia senza più timpano
oggi mi presenta ciò che forse volevo:
solo l’inerme nudità di scrivere un verso.
Irresoluto vizio.

E la parodia che spesso s’accompagna
ai  volubili passi della vita,
ora so che in quella danza
fece lei da cavaliere.


(18.01.1990)




* Avevamo bisogno di parlare per persuaderci che i nostri pensieri, realizzandosi in suoni, potessero significare qualcosa. Stupiti di avere voce e senso, eravamo corsi a parlare agli alberi e alle immagini di pietra. Così, poco per volta, ce ne andammo fino agli uomini pensando di essere preparati. Ma davanti a loro rimanemmo muti: perché essi avevano i volti obliqui e dondolanti e avevano vescicolose gobbe sulla schiena.

* Loro ci chiesero dolcemente: “da dove siete venuti?”. E noi rispondemmo sinceri, parlando dei nostri paesi. Ma d’improvviso ci presero in giro e ci sputarono parole amare sulla faccia. Poi ci tormentarono fino a quando non credemmo più a niente. Né a uomini né a Dio.
E adesso vaghiamo spauriti come cerbiatti e ci rovesciamo sui prati a battere con lacrime miserie che non appartengono a noi.

* Ci diedero un volto non nostro, una voce stridula e falsa che non conoscevamo. Poi, ridendo, spinsero noi inebetiti tra la gente. E i nostri fanciulli piangevano ‘dentro’ disperati e noi ‘fuori’ dovevamo ridere forte perché non si sentisse quel pianto e non gli facessero ancora più male.

* Noi eravamo come staccati da noi stessi. Vedevamo gli altri, i loro occhi gialli venati di rosso, giocare con le nostre teste, sghignazzare sui nostri sentimenti puri, le nostre idee delicate. Ma il mostruoso era che ridevamo anche noi, sussultando sui nostri ventri. Adesso pieni.

* Tutte le porte erano chiuse e le strade buie. Noi ci eravamo smarriti e avevamo freddo e fame. Ma quando bussammo fino ad avere le nocche rovinate, ci risposero da piccole fessure di calore buono: “Andate via, ormai è troppo tardi”.
E noi non gridammo per nulla, ma sorridendo amaro ce ne andammo a barattare per poco le nostre anime.

(1964)

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