venerdì 5 novembre 2010

COMMENTI
Quando la poesia si fa del bene.
Un reading trasformato in spettacolo:
MILANOICTUS di Dome Bulfaro

Commento di Giuseppe Beppe Provenzale
I reading sono superati, la Poesia ha bisogno d'altro. I disattenti sono avvertiti: da oggi si può ritornare ad ascoltare i poeti senza stramazzare strusciando il fondoschiena su una poltrona o semplicemente disertando i luoghi dove gli irriducibili si contano sempre meno numerosi e sempre meno motivati. Questa settima a Milano é successo qualcosa. Qualcosa di corale tra le migliori teste pensanti della cultura italiana (Fondazione Arbor, Mille Gru, SpazioStudio) e un testo (già reading) del poeta (qui anche performer) Dome Bulfaro, collaborato da uno staff di eccellenti.








MILANOICTUS
di Dome Bulfaro
(per continuare la lettura clicckare su ulteriori informazioni)

E' stato necessario accostarsi piano, smettere il ruolo di spettatore e lasciarsi trasportare da poesia fatta testo teatrale (riduttivo). W. Shakespeare, D. Bulfaro.
MilanoIctus, Teatro Filodrammatici, 31 ottobre 2010.
Ictus è I-c-h-t-h-ù-s, in greco antico “pesce”, acrostico di “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”; ictus è anche la “mandorla”, area d’incontro di due archi di cerchio che sottintendono e uniscono il divino di cielo e terra.
Ictus è il momento che arriva cortocircuito a chiunque d’ogninatura.
Arriva. Prima o pòi arriva l’evènto, che innésca il canone inverso, la necrósi lattea, l’amarsi per estrème unzioni; l’evènto in cui le proroghe all’epidemia del bacio non sono più ammésse, gli alibi cascano come teste. Arriva per tutti: anche il primario d’ospedale che tutti cura, prima o poi è spintonato alla resa dei conti, deve stabilire cosa sia veramente primario, al di là di sé, per se stésso. …
Arriva, prima o poi: l’ictus terminale, quéllo che elettrizza, l’ictus che, come fosse l’acqua una lama sacrificale, ti battézza.

Ambrogio Colombo riceve il secondo battesimo














L’ictus arriva a Milano sotto forma di crollo del suo Duomo, simbolo d’ogni cosa. Colpisce – uno per tutti – anche Ambrogio Colombo primario d’ospedale, e lo guarisce. O forse l’ammala di più con pensieri contro. Questa la trama. Necessaria in un testo denso di profondità esplorate da coloro che non sono disattenti. Versi alti transitano frasi e parole a versi ancora più densi di linguaggio alto. Togliendo la trama, l’opera resta. Tutti i pensieri permangono in una silloge profonda, metafisica ed evviva! mai post-modern.
La pioggia verrà col bastone
Il bastone ecciterà l’applauso delle ali
Ogni colpo d’ali sarà un tuono con l’erezione.
Poi la frenata di brutto
Gli artigli fucsia; sul ricamo di Candoglia
La presa sicura del piccione, atterrato lassù
Saldato ai capelli
Da lassù tubava in occhiate lampo tutta Milano
Segue l’elenco di parte di ciò che merita un ictus cittadino, l’augurio, la speranza 
(forse senza speranza) di chi ama profondamente la sua Città:
il traffico con le teste e basta se non
qualche cappello, tétte in terracotta con le paraboliche in piazza …
quésta città - riflettéva l’occhio coi nèrvi -
è inequivocabilménte il bersaglio legittimo per il culo dei piccioni
se ci osservassimo col culo dei piccioni sul Duomo
avrèmmo méno psicanalisti un po’ méno di tutto
soprattutto méno gusci di uomo sparsi per i marciapiedi
L’ictus comincia con un breve crac, scambiato per polvere-forfora sulla spalla, prosegue 
più crac:
… la fiamma tra i capelli, c’è una crepa tra i capelli
e il cielo, c’è un ponteggio che nei ginocchi traballa
…tutti gli occhi gettati in alto
dell’uomo che eri…le braccia a squadra
Già l’uomo che eri, il duomo che eri, la milano che eri. Il rimpianto.
Nelle navate i piloni Cristo succede?! Gridano i santi ritratti nelle edicole
Del duomo che impaura Milano dichiarati in errore! Errore! In piazza
Tutti i volti increduli a cui crolla la facciata, dentiere, sgomente, un dibattito d’0ltre tre secoli
Accade, accade
“Strage di falconi
piramidi e gattoni
macerie indifferenziate
sante sfacciate
a contar pioggia
smog
lifting
saliscendi e Piazza affari
pettegolezzi sui preti
Cosa resterà di questa città “eterna”?
Ona camisa adoss e l’altra al foss.    (da strage a foss, sintesi di G.B.P. con parole originali di D.B.)
Accade e rovina
Il crocifisso che balbetta ad ogni domanda
Tutte le non risposte; sospese da secoli; catalogate negli interstizi;
un uomo sènza umiltà schiacciato da oltre quattro mètri di Mariae Nascenti
in rame a mordènte dorato mio figlio sarà così
come io sono: un fracco d’ossa
cadute male in terra?
Male in terra?
L’ictus del duomo e del primario è avvenuto e trasla pensieri e dogliezze all’appena 
come s’era prima:
prima del padre èri un uomo alto, crésta rampante, un braccio
sólo portava quattro bórse zéppe di spesa, il soffitto della góla
non ti deflagrava e gl’archi acuti non si conficcavano al suòlo;
prima del padre èri una verticale con planimetrie infinite
e un alzato rigoglióso di pose statuarie cói cròlli nel pène
il pène sèmpre nelle mani a oscurare il cuòre, non èri
prónto alle tue macèrie, alla tua voce sótto
le macèrie che domanda daccapo tu chi sei?…
Il Duomo di Milano è frantumato
Il tèmpo di quéll’uomo è tramontato
Correte lo spettacolo inizia ora
Nell’ora che l’incanto ‘pare finito.
Eppure tra tanta strage di persone opere e cose qualcosa sopravvive: un albero.
L’albero degli stracci, così chiamarono  
da quel dì il Candelabro Trivulzio, la sola radice ancora in pièdi del Duomo stavano appesi
poveracci, smorzà, alcuni inforcati in più punti altri piegati a portafoglio
sul véntre, tutti con vesti e carni
strappate, su rami pizzà
spezzati dagli urti
dei corpi umani volati
dai parapetti, in piazza sui ginocchi
uomini a belare come caprétti
accanto ai propri simili incaprettati
dalla morte, ognuno còlto in posizione di sorpresa
tutti stòrti, disseminati per il lastricato, come a scriver col sangue una légge:
anche il branco di lupi più famelico, se sterminato, pare un grégge.
L’occhio partecipe umano cede ruolo alle mille sculture imperturbabili; quelle
di San Filippo e di due Telamoni osservano
distaccate, le anime smembrate
in frantumi raccattarsi
nella disperazione dei brandelli, a pezzi riattaccarsi:
là una donna, mezza infognata
gambe all’aria, dissepolta si strappa la faccia; più in là un braccio
inerte, sbuca da una valanga di calcinacci; e da un crepaccio di detriti ròtola
decapitato come nel bombardamento del quarantatré, il testone di Giobbe ròtola faccia
a faccia con un ragazzo paralizzato
ancora semivivo, che sbiancando, sfiato a sfiato, rantola a Giobbe: (frontale) “io pietrifico
col tuo medésimo sguardo attònito, come te spiro con un motivo inaudito nei nostri volti ormai scolpito idèntico.”
Straziata
una bambina rigata supplica la ninna nanna
al corpo spaccato della nonna, col capo sulla spalla, poggiato lì ormai come una cosa:
Ugìn bell
so fradèll
urègia bela
sua surèla
gesa di fraa
campanin da sunà[1].
La pregava con l’indice toccava gli occhi, le orécchie, la bocca, il naso, da piccina aveva imparato così 
a prèndere cosciènza delle sue porte, chiuse distorte, dei suoi cinque corpi
E la donna già fuoruscita di sède, osservava la sua guaina, sgónfia, abbandonata, divelta, e la sua nipotina 
che sfiatava in loop sènza poter più aprire, poterle cantare ugìn bell
E’ il primo dolore, quello innocente che non parte dalle proprie cose, quello che perde luce 
dagli occhi e che il tempo – amico solo in queste occasioni – medica.
Per primo un bambino li indicò e si vide
di lontano uno stórmo di stélle
trivellare il buiofóndo con proiettili d’aurora,
man mano che s’avvicinarono più accecanti
si fecero gli spari fino a che gli occhi,
col paralume delle mani, s’adeguarono
al bruciore e dalle fessure si scórsero figure
di luce, sollevar da terra i corpi spènti
con un amore che solo potrèbbero
le madri coi loro neonati dormiènti.
Dopo il dolore il rimpianto, e, prima di uno scatto d’orgoglio, il desiderio di speranza che diventa manifesto:
Ictus come recupero dello spirito di Milano
lo spirito popolare che da secoli anima il Duomo.
Ictus come primordiale inno battesimale
Ictus come l’evento della tua resurrezione
Ictus come rinascita imparando dall’ultimo
figlio meneghino, il piccione, che Comune
tuba e sbandiera in alto l’evento umano 
dell’ennesima Rinascente Milano.

Questo il testo sintetizzato è al limite del racconto e dentro la coscienza di chi è interessato al viaggio e non al solo acquisto del biglietto. Testo  inserito primo co-protagonista di quattro:
Una splendida voce solista (Lorenzo Pierobon) ha articolato suoni privati di parole, sintesi tra musicalità orientali, occidentali e atmosfera ebraica in vigilia di morte. Suo controcanto a canone Francesco Marelli, qui cantastorie in milanese, saggio, didattico e in chiave sonora del miglior De André. Gli otto (anche giovanissimi) batteristi del Danno Compound e la sapiente direzione di Massimiliano Varotto (co-autore delle musiche insieme a Francesco Marelli) hanno fatto parlare i loro strumenti e li hanno accordati - grazie ai piani sonori di Andrea Diana  - alle equilibrate sonorità dei protagonisti . La regia di Enrico Roveris ne ha rifinito i gesti sino a citare la Sinfonia degli Addii di Haydn, con l’uscita di scena di uno strumento alla volta, ma senza candele spente. “Rifinita” è un aggettivo insufficiente e come tutti gli aggettivi non ha una connotazione universale. Enrico Roveris ha usato più logos che praxis per rendere fluida e densa la rappresentazione (riduttivo!), priva di incertezze e sbavature,  già ricca d’appunti, annotazioni congrue al testo e alle vibrazioni di ogni parola. Ha fatto recitare anche i tace in una scala di personali agogiche dall’alto gradiente emotivo. Dome Bulfaro ha drammatizzato con profonda partecipazione il suo lungo coinvolgente testo poetico; densità sorprendente e presenza scenica hanno completato un corpus narrativo d’elevata tensione costante. Un evento raro, forse irripetibile.


Giuseppe Beppe Provenzale

p.s. in corsivo il testo originale di Dome Bulfaro






[1] Occhio bello/suo fratello/orecchia bella/sua sorella/chiesa di frati/campanile da suonare.


4 commenti:

  1. Miracolosamente avviene la novità
    in tutto il mio essere
    musiche e parole mai lette
    che Beppe affida al mio pensare
    al mio ictus così lontano
    che s'accartoccia nel mio ego
    e apre l'ali nel mio cuore.

    Grazie Beppe ma dovrò rileggere ancora e poi ancora e poi ancora... . Emilia

    RispondiElimina
  2. Ho incontrato qualche volta Domenico Bulfaro, so che si spende generosamente, e non solo quando legge. Scorrendo i versi che Beppe ha riportato ho sentito l'eco dei futuristi, quel loro particolare cipiglio...

    "trivellare il buiofóndo con proiettili d’aurora,
    man mano che s’avvicinarono più accecanti
    si fecero gli spari fino a che gli occhi,
    col paralume delle mani, s’adeguarono
    al bruciore e dalle fessure si scórsero figure
    di luce, sollevar da terra i corpi spènti"

    deprivato però dalle spigolosità cubiste ( e ancor più retrò, quel "sollevar da terra i corpi spenti"), quindi un grido che dovrebbe essere più chiaro e condivisibile?
    Questa volta mi spiace, non c'ero, quindi non posso sapere se il messaggio sia arrivato al ciascuno del pubblico, oltre all'indubbio spettacolo. Peccato, ma se lo dice Beppe...

    RispondiElimina
  3. rRnpiango di non esserci stato: finalmente la poesia torna a teatro, suo luogo degli inizi – poi cominciò a chiamarsi teatro di prosa – è ora che la poesia riprenda dominio
    e Dome ha il nome giusto per farlo ! bravissimo!
    Paolo Pezzaglia

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.