mercoledì 28 settembre 2011

Paul Celan




Per errore questa poesia pubblicata in un post  precedente è stata cancellata. La ripropongo. [E.A.]

Spazzata via dal
vento raggiante del tuo linguaggio,
la variopinta chiacchiera dell’esperienza
ammucchiata – la poesia dalle cento
lingue, menzognera,
il niente di poesia.

Sgombrato
dal moto vorticoso,
libero
è il sentiero nella neve
dalla forma umana,
la neve penitente,
verso le tavole del ghiacciaio,
verso le stanze ospitali.
Al fondo
del crepaccio dei tempi
nel
favo del ghiaccio
attende, cristallo di fiato,
la tua non intaccabile
testimonianza.

Weggebeizt vom
Strahlenwind deiner Sprache
das bunte Gerede des An-
erlebten – das hundert-
züngige Mein-
gedicht, das Genicht.
Aus-
Gewirbelt,
frei
der Weg durch den menschen-
gestaltigen Schnee,
den Büßerschnee, zu
den gastlichen
Gletscherstuben und –tischen.


Tief
in der Zeitenschrunde,
beim
Wabeneis
wartet, ein Atemkristall,
dein unumstößliches
Zeugnis.


(da Chi sono io, chi sei tu. Su Paul Celan, cura e traduzione di Franco Camera, Genova, Casa Editrice Marietti, “Collana di Filosofia”, I ed. 1989)

* Dal commento di Hans Georg Gadamer
Le chiacchiere sono «variopinte» perché il linguaggio di cui si compongono queste pseudocreazioni è scelto a proprio piacimento e secondo un mero bisogno di effetti decorativi, di rivestimenti esteriori, e perciò risulta privo di un proprio colorito e di una propria favella. Si tratta di pseudocreazioni linguistiche che, proprio perché sono formate secondo gusti personali, parlano cento lingue; ma questo significa che in realtà non testimoniano nulla, oppure che prestano per così dire una falsa testimonianza. E’ questo il Meingedicht, la «poesia menzognera», che presta un «falso giuramento» e che è Geniche, un «niente di poesia», una poesia nulla, nonostante abbia tutta l’apparenza di una creazione poetica. [...] Si tratta degli uomini con le loro chiacchiere che ricoprono ogni cosa. Ma dove conduce il sentiero di questa peregrinazione? Certamente non porta a un santuario per pellegrini, ma ad una regione glaciale che, con la sua aria chiara e luminosa, accoglie l’infaticabile pellegrino come un albergo ospitale. Questa regione dai ghiacci eterni viene definita gastlich, «ospitale», perché solo fatica e tenacia permisero di raggiungerla e perciò proprio per questo in essa non domina più quel turbinìo senza senso formato dalla «neve dalla forma umana». Il tragitto di questa peregrinazione corrisponde così, alla fine, al sentiero della purificazione della parola, la quale ha rifiutato tutte le forme di attualità e tutti i linguaggi precostituiti che la imprigionano in modi differenti, e si è esercitata al silenzio e alla riflessione. E’ questa parola che guida verso un luogo ospitale l’ascesa alla montagna per una via che d’inverno non è stata ancora battuta. Dove si è abbastanza lontani dalla attualità delle occupazioni umane, si è vicini alla meta, a quella meta che è la parola vera.

1 commento:

Anonimo ha detto...

La parola vera
ovvero l'incolore
del suono
la libertà del senso
l'ingenuo fruire
del silenzio.

Così mi pare.

Emilia Banfi