sabato 10 dicembre 2011

Luca Ferrieri
Sul piacere della lettura


Replica a Ennio Abate

Intervengo in ritardo, e mi scuso, in questa discussione di cui sono involontariamente parte in causa. Lo faccio in modo abbastanza schematico, per punti, disponibile eventualmente a approfondire se il discorso non fosse chiaro.
Le obiezioni di Ennio riguardano e ingigantiscono un solo punto dei tanti che Donato nel suo intervento e io nel mio libro abbiamo toccato, ossia quello del piacere della lettura. E stiamo pure  su questo, ma teniamo presente che l’ipertrofia del tema è dovuta più alla controanalisi di Ennio che all’originario approccio della discussione… Peraltro di questi argomenti con Ennio discutiamo da alcuni decenni ed è sempre un piacere (oops…) farlo nuovamente.
1.
Non c’è nessuna ideologia del piacere di leggere. Non c’è neanche in Roland Barthes, autore refrattario a tutte le ideologie, figuriamoci nelle nostre modeste chiose epigoniche o collaterali. Per ideologia infatti intendo una costruzione sistemica, chiusa, tendenzialmente organica organicistica e totalitaria, fondata sull’obbedienza a interessi e posizionamenti materiali, “rispecchiati” nella produzione intellettuale. Questa, almeno, è l’interpretazione di Marx, cui anch’io in questo caso mi attengo, perché mi sembra scientificamente molto più felice di quella di altri (pure marxisti come Althusser).
L’ideologia, quindi, come falsa coscienza, come “vestito di idee” cucito intorno ai rapporti di forza. Ora tutto si può dire di quello che ho cercato di fare io nel mio libretto e Donato nel suo commento-ampliamento (a proposito: grazie!), meno che si tratti di un’ingessatura dogmatica che parte dal comandamento “Leggere è un piacere!”. Io tento un approccio fenomenologico (Donato dice: eclettico, e forse ha ragione. Però preferisco: sincretico…). Insomma cerco di far parlare la lettura nel suo movimento reale. Per questo privilegio una definizione larga, larghissima, di lettura perché vedo che intorno a noi molti non leggono, e non per questo sono più ignoranti, e molti (compresi molti che non leggono) leggono in modi molto diversi tra loro. Quindi, insomma, proprio non volevo fare un’ideologia del piacere di leggere e non credo che la mia visione o quella di Donato (come appare dalle sue repliche) sia ideologica. A meno che, naturalmente, non vogliamo chiamare ideologia tutto quello che non ci piace… (questo sarebbe il piacere dell’ideologia più che l’ideologia del piacere!)

2.
Senza ideologie, non si può negare che il piacere sia una componente (non l’unica e forse nemmeno la principale) della lettura. Però è una delle sue componenti più neglette, vituperate e fraintese. Da destra e sinistra. In sacrestia e in sezione. Prova ne sia la vocazione penitenziaria che ha presieduto alla pedagogia della lettura per secoli e decenni (non così lontani da noi): ora et labora e, quindi, leggi e studia. La regola benedettina prescriveva anche le ore di lettura, non solo i contenuti. C’è un filo rosso che lega la lettura edificante controllata dal clero a quella impartita dai maestri per formare le future classi dominanti, fino a quella ritenuta, più tardi,  utile e necessaria al lavoro salariato. Fuori da questo filo si colloca, guarda caso, proprio la lettura per piacere, la lettura come educazione sentimentale, la lettura delle donne, dei ribelli e dei vagabondi; la lettura che De Certeau (un grande mistico del Novecento! da che parte rispunta l’”ideologia” del piacere…) chiama “bracconaggio”. Il piacere della lettura è oggi una delle garanzie che la lettura sia scelta in totale libertà e autonomia. E’ sufficiente? No, ma è necessario.

3.
Tra i tanti equivoci che costellano la materia, vi è quello dell’equivalenza tra piacevole e facile. Il piacevole sarebbe la via più facile. E allora si rivendicano le sudate carte, i testi letti a detrimento delle serate con quattro amici al bar, si resuscita l’opposizione lettura/televisione (e ora lettura/internet) eccetera eccetera. Ma la fatica di leggere, se liberamente assunta, la scelta di impegnarsi in un corpo a corpo con testi difficili, che ci mettono in discussione, che ci sfidano, sono  parte importante proprio del piacere che se ne ricava. Diffamando la lettura per piacere, in realtà, dimostriamo di essere vittima proprio della vulgata edonistica, che usa il piacere come imbonimento e rimbambimento. Torniamo davvero a Barthes, magari a quello bellissimo dei Frammenti di un discorso amoroso, più ancora che a quello de Il piacere del testo:  il piacere che fa leggere è quello trasgressivo, non quello omologante.

4.
Che la lettura sia l’oppio dei popoli (in quanto piacevole?) come si potrebbe dedurre da quel che Ennio dice a proposito della “droga” della lettura, è una tesi che in un certo senso la nobilita, attribuendole dei poteri inebrianti e paradisiaci perfino eccessivi. Peccato che sia quanto di più ideologico possa esistere, come ideologica era la similare affermazione “marxista” (ma Marx, come noto, non era marxista…) sulla religione come oppio dei popoli. I rapporti tra lettura e realtà sono molto più complicati: la realtà in cui si legge condiziona la lettura e la lettura incide sulla realtà, la trasforma, sia modificandone la percezione, sia traducendosi in coscienza e presa di coscienza. Non è vero che la lettura sia passiva, “illusoria”, che ci adagi nella contemplazione dell’esistente,  che neghi o escluda il “confronto con gli altri”. All’opposto, nel mio libro, ho provato a indagare i rapporti tra lettura e cambiamento, la socialità e asocialità, i territori di una possibile etica ed ecologia della lettura, le strategie di iniziazione, di diffusione, le modalità riproduttive della lettura… Non è che forse quello che paradossalmente manca in queste affermazioni di Ennio è proprio l’analisi storico-materialistica dei processi di lettura?

5.
Ennio dice che per lui la lettura prescinde dalla “falsa distinzione” tra piacere e non piacere. E spiega che per lui la lettura è come l’automobile, si usa per raggiungere dei posti. Insomma la sua visione della lettura è strumentale. Io non ho niente contro la lettura strumentale, credo che anche da questo punto di vista la lettura abbia una funzione molto importante. Sostengo però due cose. Primo, che quando si valutano degli strumenti occorre non dimenticare il rapporto tra mezzi e fini, che è sempre dialettico. Se no si cade nella ideologia (mi spiace usare sempre questo termine… ma non ho cominciato io ;-) della neutralità del mezzo. Ed è meccanicistico pensare che se il fine è buono la lettura è buona e viceversa. Devo ricordare quanta coscienza critica abbiamo accumulato grazie alle “cattive” letture e ai cattivi maestri? E, secondo punto, penso che la lettura strumentale non esaurisca l’universo delle letture reali e ancor meno di quelle possibili. La gamma di esperienze che la lettura permette (esperienze reali, non simulate o di seconda mano) è molto più vasta e spazia da quelle di tipo estetico, allo scambio, al dono, al progetto, all’utopia, al godimento. Sono infinite le declinazioni e gli intrecci tra il mondo delle passioni (comprese quelle tristi) e la lettura. Sospetto che Ennio non sia completamente sincero quando dice di aver raggiunto la sublime indifferenza rispetto al piacere di leggere. E che magari invece gli piaccia leggere cose che per gli altri sono pallose, gli piaccia proprio aver sudato sette camicie per aver ragione di un complicatissimo passo. Anch’io trovo palloso Via col vento e godurioso Wallace Stevens (alla decima rilettura). Ad ognuno il piacere che gli piace. E’ quasi comunismo.

6.
Devo tagliare lo sproloquio e quindi condenso in una battuta il molto che ci sarebbe da dire sui lettori forti. Oggi questi lettori sono tra i più colpiti proprio dalle scelte dell’industria culturale, dalle politiche economiche, dalla devastazione dei beni comuni, dalla ideologia proprietaria. Non ne sto facendo un nuovo “soggetto rivoluzionario”, per carità, ma mi guardo attorno e vedo che spesso sono autodidatti cresciuti in biblioteca, pensionati che si dedicano a futuristiche sperimentazioni letterarie, “donne pericolose” (Bollmann), studenti che leggono sotto il banco, insegnanti in crisi, intellettuali scalzi, e così via, insomma un fiorire di umanità che sta stretto nelle varie etichette  economicistiche (e non materialistiche) come quelle di piccola-media-grande borghesia. Che siano quasi il 7% della popolazione mi sembra, di questi tempi, uno dei pochi segnali di speranza.
Insomma, un po’ più di attenzione e di “com-passione” (sentire con, pensare con) nei loro confronti non guasterebbe.

Luca

5 commenti:

  1. Ennio Abate a Luca Ferrieri:”.

    Non credo che si possa parlare di ideologia solo quando ci troviamo di fronte a «una costruzione sistemica, chiusa, tendenzialmente organica organicistica e totalitaria, fondata sull’obbedienza a interessi e posizionamenti materiali». Per m’è l’ideologia è qualcosa di più vago e impalpabile. “Oppio”, sì, ma in qualche misura “necessario”. Non, dunque, somministrato a popoli riottosi o refrattari solo dall’alto e con un atto violento (e facilmente accertabile) di colonizzazione. Ma “oppio” desiderato, voluto persino dagli stessi popoli (o gente). Dobbiamo renderci conto che, per stare in qualche modo in questo mondo non più naturale ( ma seconda o terza natura) in cui viviamo, abbiamo bisogno di farcene “un’idea” e, per farcela, dobbiamo assorbire “spontaneamente” le ideologie preesistenti che troviamo nelle famiglie e poi nelle istituzioni “specializzate” (scuola, chiese, partiti, mass media). Non abbiamo un accesso riservato o privilegiato o individualizzato alla “realtà”.
    Evitiamo, se possibile, discussioni scolastiche che, per non essere noiose, richiederebbero una conoscenza o un ripasso di Marx, Althusser e tanti altri. Stiamo alla definizione semplice che ne dai: «ideologia […] come falsa coscienza, come “vestito di idee” cucito intorno ai rapporti di forza».
    Ebbene, - volente o nolente Barthes, che, pur «refrattario a tutte le ideologie», non poteva neppure lui sfuggirvi (o dobbiamo dar ragione a tutti i tromboni che dagli anni Ottanta hanno lanciato una campagna ideologica intitolata ”Fine di tutte le ideologie”?) credo che negli ultimi decenni l’industria culturale e la sua amplificazione più recente (società dello spettacolo, Web) abbiano prodotta tantissima ideologia sul “piacere della lettura” con il contributo di noi tutti, bersaglio e spesso consumatori consenzienti per assenza di alternative (perché, ripeto, ne abbiamo bisogno etc). Quindi non sei tu o Donato che, malignetti, volete «fare un’ideologia del piacere di leggere». Inevitabilmente, secondo me, l’antichissimo ( e chissa quando e per poche élite) “naturale” piacere di leggere si è andato col tempo coprendo di polvere ideologica. La faccenda è accaduta man mano che nelle società modernizzate concrescevano industria culturale (con l’insieme di interessi economici rilevanti ad essa collegati) e “mercato del libro” (o della stampa o del cinema o della Tv o ora del Web) da allargare di continuo mediante complessi e materialissimi marchingegni: pubblicità, marketing, ecc.

    [continua 1]

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  2. E.A.[Continua]
    La mia obiezione è, semmai, che voi sembrate sottovalutare l’effetto di tale ideologia (ripeto: costruita dall’alto e dal basso!) e credere che sia ancora facile e possibile, senza spazzar via questa polvere ideologica (e i poteri reali che se ne giovano in alto e in basso!), un “autentico” piacere della lettura. Basterebbe, che so, un po’ di buona volontà o d’intelligenza?
    Mi pare un ragionamento debole. E quasi quasi mi sento io il difensore del “piacere della lettura”. Sia perché cerco di non sottovalutare appunto l’”ideologia” che oggi tanto lo inquina o lo mortifica. Sia perché non mi limito a individuare il “nemico” solo in quelli più tradizionali: la sacrestia o la sezione (di partito) o la scuola (ricordi Cases e il saggio polemico «Il poeta, il logotecnocrate e la figlia del macellaio»?).
    E la TV, il Web, la società dello spettacolo, che hanno messo in ginocchio l’influenza di preti, insegnanti, politicanti vari? (E - ma il discorso si complicherebbe troppo - Das Kapital e le sue proteiche trasformazioni?).
    Sotto questo bombardamento seducente e persino invocato dal “popolo dei lettori” o “della TV” dov’è finita « la lettura per piacere, la lettura come educazione sentimentale, la lettura delle donne, dei ribelli e dei vagabondi; la lettura che De Certeau (un grande mistico del Novecento! da che parte rispunta l’”ideologia” del piacere…) chiama “bracconaggio”»?

    [continua 2]

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  3. E.A. [continua]:

    Secondo me, la devi cercare con il lanternino. È ridotta a Cenerentola (come la poesia…). Sostenere come tu fai che «il piacere della lettura è oggi una delle garanzie che la lettura sia scelta in totale libertà e autonomia» è mettere il carro davanti ai buoi. È una petizione di principio, un’utopia. È volgere lo sguardo dalla realtà negativa che impedisce questo piacere. È, mi pare, esaltare Cenerentola lasciandola però scalza e solitaria accanto al focolare. Perché non hai la bacchetta magica per mostrarne tutta la bellezza, desiderabilità, eccetera eccetera e fornirla di scarpette e tutto il resto e imporla … in TV.
    Vedi che io non “diffamo” la lettura per piacere. Dico che la poveretta andrebbe protetta dai nemici ( che ho indicato) e anche da falsi e superficiali amici, i quali assicurano di potersela godere lo stesso anche nelle pessime condizioni in cui è stata ridotta.
    E, per uscire da questo vicolo cieco, non tornerei a Barthes (semmai ripartirei da Marx, da Fortini, necessari ma insufficienti…). Il Barthes che esaltò il piacere «trasgressivo» della lettura, lasciò inalterato il dominio ideologico (e subito dai più): quello che tu chiami del piacere «omologante» che domina tuttora incontrastato. E i «lettori forti» sono l’esempio di questa “trasgressività” che convive con le masse sterminate dei lettori “omologati” o con i non lettori.
    Posso, perciò, anche riconoscere, senza averlo ancora letto, che il tuo libro abbia ben indagato « i rapporti tra lettura e cambiamento, la socialità e asocialità, i territori di una possibile etica ed ecologia della lettura, le strategie di iniziazione, di diffusione, le modalità riproduttive della lettura». Ma il limite di questo discorso è che forse si rivolge e resta confinato all’ambito dei lettori (forti).
    A questi io polemicamente proponevo e propongo di oltrepassare, in fatto di lettura, la falsa distinzione tra piacere e non piacere. Non mi basta «un’ecologia della lettura», che poi finisce per dibattersi al massimo tra letture trasgressive (piacevoli) e letture omologanti (“come non conosci, non hai letto XY?”). Resto convinto, come ho detto, che certi libri, se sentiti come validi, uno li affronta senza misurare quanti gradi di piacere gli danno e quanta fatica gli richiedono.
    Sono insomma per una “politica della lettura”.
    Vorrei, cioè, strappare i lettori (e i non lettori) ai loro obiettivi “di lettori”, ai loro “problemini” da lettori (cosa leggo stasera? Che libro regalo a Genoveffa?) e imporgli (se potessi!) di guardarsi attorno, di individuare problemi reali e appassionanti (o preoccupanti) e in base a questo “sopralluogo” nel reale (o “attenzione maggiore al reale”) impegnarsi poi in una lettura *mirata* più che *strumentale*.
    Anche se ho fatto l’esempio dell’automobile, dicevo, infatti, che miravo a «una lettura motivata, strumento per raggiungere qualcosa d’altro. È come quando uso l’auto: non lo faccio per il piacer mio, né per far piacere a Dio o al Partito o al General Intellect, ma per avvicinarmi possibilmente di più alla realtà».
    Oppure: «sono interessato alla lettura - piacevole o faticosa non m’importa - che mi apre gli occhi sulle cose che mi preoccupano o che mi stanno a cuore». Ma forse è un’utopia anche la mia.

    [Fine]

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  4. Siamo d’accordo che esista un uso narcotizzante dei piaceri, anche di quello della lettura, che l’edonismo, il consumismo e tanti altri ismi abbiano “sdoganato” il piacere facendone però molto spesso un obbligo o un distintivo sociale e così snaturandolo. Ma questo non ci autorizza a buttar via il bambino con l’acqua sporca, a dimenticare che le teorie del piacere e le rivendicazioni di felicità, collettiva e individuale, sono cresciute come reazione alle visioni moralistiche che sostenevano il carattere formativo della sofferenza, l’etica del sacrificio ecc. E che nella lettura abbiano trovato sostanza e alimento.
    Contro la versione domenicale e salottiera del piacere non si combatte, secondo me, negando la differenza tra lettura per piacere e quella per obbligo (scolastico o sociale), ma se mai con una “verifica dei piaceri” oltre che dei “poteri”, e cioè andando a vedere quanto poco di libero piacere sia rimasto nelle letture seriali di certi bestseller, nel “dovere di divertirsi”, nel bisogno di distrazione e di ri-creazione delle persone, dei loro corpi e delle loro menti, dopo la giornata lavorativa.
    La “politica della lettura”, che è una cosa molto importante, non è in contrasto con etica ecologia e desiderio di felicità anche individuale; anzi ne rappresenta lo sviluppo e la proiezione. Certo bisogna intendersi su che cos’è la politica. Se è la produzione di nuovi catechismi e di liste di letture buone o cattive, adatte o non adatte, gerarchie tra lettori e non lettori, castigo all’asocialità del lettore, egemonie proclamate, canoni imposti ecc. è, secondo me cattiva vecchia e perdente politica.
    Si tratta infatti di diffondere la bellezza e la felicità che si prova nel leggere, prima di tutto difendendo gli untori, i lettori forti, che ne permettono la scoperta e la riproduzione, e poi facendo in modo che il contagio si estenda sempre di più. Ma più ancora della quantità contano secondo me, la qualità e la libertà di un atto, come quello di leggere, che ha una sua intrinseca dimensione politica.

    Luca

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  5. ...quella di vivere nelle vita degli altri con gli altri e gli altri con noi. Emy

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