mercoledì 21 dicembre 2011

Laboratorio MOLTINPOESIA



« Cenai con un piccolo pezzo di focaccia,
ma bevvi avidamente un'anfora di vino;
ora l'amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla. »


per un saluto e uno scambio di auguri
c
’incontriamo a Milano
venerdì 23 dicembre alle ore 17
nella sala Dopolavoro Ferroviario sottopasso via Tonale/Pergolesi Stazione Centrale 
(si consiglia di entrare nel sottopasso dalla parte di via Tonale  tenendo il lato sinistra)
Portate una poesia da leggere

[L’incontro-festicciola è aperto a tutti i simpatizzanti]

Di seguito qui sotto un'infornata di poesie natalizie  composte o suggerite da amici e amiche. Altre potete aggiungerne voi stessi negli spazi commenti.




 Emilia Banfi


NATALE,Natal

-Soffia sul fuoco sufia sufia
più forte non posso
ed il fuoco spargeva il profumo
la legna bruciava secca
perche sèca la def vès
più secca di così
non l'ho trovata
e alura sta li a guardà
e la stufa scaldava le mani.
Il Natale era il brodo buono
cun la galina nustrana
i amarètt e 'l vin de pom
Era un freddo Natale
coi fiori su vetri
e un matun cald
denter in dèl lèt.
Fuori la zampogna
Piva, piva l'oli d'uliva
gnaca gnaca l'oli che taca
l'è ul Bambin che porta i belè
l'è la mama che spend i danè.


Natale

-Soffia sul fuoco , soffia soffia
più forte non posso
ed il fuoco spargeva il profumo
la legna bruciava secca
pechè secca deve essere
più secca di così
non l'ho trovata
e allora sta li a guardare
e la stufa scaldava le mani.
Il Natale era il brodo buono
con la gallina nostrana
gli amaretti e il vino di mele.
Era un freddo Natale
coi fiori sui vetri
ed un caldo mattone
dentro il letto.
Fuori la zampogna
"Piva, piva l'olio d'oliva
gnaca gnaca l'olio che attacca
è il Bambino che porta giocattoli
è la mamma che spende soldi".

Fabiano Braccini

BAGLIORI E LUMINARIE


Lampi improvvisi di Kalashnikov

tra i banchi di scuola violati a Beslan:

maestre e bambini nello stesso sangue.

     Una orrenda mostruosità!


Fiamme feroci alla Thyssen-Krupp:

corpi umani neri carbonizzati, 
contorti come stoppini di candela.

     Non solamente fatalità!               

    

Bagliori di mine sui nostri soldati:

stille rosse a segnare la sabbia rovente

nei remoti deserti d’Irak e Afghanistan.                        

     Un dilemma se restare là!
                           
Ogni cerino oggi acceso può innescare  
l’incendio in tutti i respiri del mondo:
ma la gente preferisce ignorare.
     Incosciente irrazionalità!            
           
Puntuale e festoso giungerà il Natale:         
lusso di vetrine, doni, addobbi colorati
e i timori immolati al rituale gioioso.       
     Chissà quando un Messia tornerà!  


 
Raffaele Ciccarone

C'era la neve
e non era Natale
giorni di burrasca gelate di cuore
poi è arrivato il sole
il freddo aveva aria tersa
e tu mi dicevi :
Buon Natale!


 Luigi Consonni

I miei auguri 2011-2012 sono "double-face":
- per il Natale imminente, rubando una breve poesia a quel grand'uomo di fede e di poesia che è don Angelo Casati.
- per il nuovo anno, con le parole di Bertolt Brecht, che si concludono ...a sorpresa.
entrambi i testi sono da "gustare", leggendoli e rileggendoli; e, se vi pare il caso, da diffondere: aiutano a coltivare uno sguardo nuovo di cui tutti abbiamo sempre più bisogno. se no, che auguri ci possiamo scambiare?

ciao!
LUIGI


NATALE 2011

Tenda di Dio
sua calda dimora
è la carne vivente
dell'uomo, sua immagine.


Asino e bue
siamo tutti, Signore,
muso dietro muso,
a fissare il mistero.


Mistero di ruvida
e povera paglia
e giorni senza luce,
droghe senza speranza.


Essere, mio Dio,
asino e bue
col fiato sospeso
a godere il mistero.


Noi siamo, Signore,
il tuo vivente presepe,
siamo la paglia
su cui coricarti ancora.

                                              
CAPODANNO 2012

Ci impegniamo, noi e non gli altri,
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto, né chi sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.

Ci impegniamo:
senza pretendere
che gli altri si impegnino per noi,
senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza cercare perché non si impegna.

Se qualche cosa sentiamo di "potere"
e lo vogliamo fermamente
è su di noi, soltanto su di noi.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi ci facciamo nuovi,
ma imbarbarisce se scateniamo la belva
che c'è in ognuno di noi.

Ci impegniamo:
per trovare un senso alla vita,
a questa vita
una ragione
che non sia una delle tante ragioni
che bene conosciamo
e che non ci prendono il cuore.

Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo, ma per amarlo.

                                                          

Attilio Mangano

Da un anno lo preparano
il Natale con ricerche di mercato,
dal Natale passato
lo prevedono

il panettone e il discorso del Papa
il film kolossal  e la beneficenza,
è tutto programmato

E prevedono anche che qualcuno
venga fuori gridando: " Non vale!
è tutto truccato"

Per lui hanno pronto
il Natale dell'indignato.

Per un giorno faranno la pace
giusto in tempo per caricare le armi.


Mario Mastrangelo

A voglia ‘e chist’atu natale.

Ancora se prova a gghì annanze.
Gelate ‘e gghiurnate
ce affòcano tutte ‘e speranze
e gghiòcano a chi fa cchiù male.

Ma  ra  ‘o funno r’ ‘e lluntananze,
addó r’ ‘e ccose se pèrdeno ‘e ttracce,
‘o stesso s’affaccia
‘a voglia ‘e chist’atu natale.


La voglia di un altro natale

Ancora si prova ad andare
avanti, i giorni gelati
ci soffocano la speranza
e giocano a chi fa più male.

Ma dal fondo delle lontananze,
dove delle cose si perde la traccia,
lo stesso s’affaccia
la voglia di un altro natale.


Maria Maddalena Monti

MA QUALE DIO

Ma quale Dio sei tu
che hai messo
al centro della storia
un bambino?
Nei suoi occhi
d’innocenza spalancati
hai voluto
che leggeri i suoi passi
ci portassero a ritrovarti,
la nostra mano stanca
nella sua piccola
e gentile.
E con lui a scoprire
la voce argentina
dell’acqua
e il misterioso vagare
degli astri,
E ogni giorno scorgere
nella carezza dei suoi occhi
l’amore per i fratelli.



 La tavola di Natale                     

Brilla la tavola di Natale,
il bordo d’oro dei piatti
e iridescente il riflesso
.dei bicchieri.
Dal tuo vestito buono
odore di canfora e lavanda.
Sei tranquilla al tuo posto
-quello solito-.
E’ ritmico il moto
 delle mani che piegano
e ripiegano il tovagliolo.
All’improvviso
,nell’azzurro perso
 dei tuoi  occhi,
un lampo dell’antica
autorevolezza a freno
dei bambini irrequieti.







 

18 commenti:

  1. Uova di quaglia in salsa rosa
    incipit delicato al Cenone di Capodanno.
    Per l’occasione indosserò
    il tubino nero
    che ti piaceva tanto.

    La tavola è un incanto,
    gli ori dei bicchieri pronti alle bollicine
    per gli auguri fra l’edera e il rosso
    delle mele.

    Noi come automi recitiamo la scena
    come nulla fosse accaduto:
    non posti vuoti a tavola
    nessuno che si aggrappi da fuori alle finestre;

    filiere di memorie giacciono nel sottoscala
    con gli scatoloni vuoti dei regali
    anonimi ora e inutili
    come mi sento io in questa mascherata
    di obbligatoria felicità.

    Rita Simonitto

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  2. Passiamo il Natale con gente della quale faremmo volentieri a meno e gli amici coi quali vorremmo passarlo ti sono lontani a fare anch'essi la stessa cosa. Il Natale che c'è dentro di me sarà così mio e così bello e nessuno saprà quanto.Emy
    P.s.: Siamo sinceri e Buone Feste.

    Scusate ho corretto il testo ma non so come annullare il precedente Ennio puoi farlo tu? Grazie

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  3. Ennio grazie del bel regalo che hai voluto farci ! Ora aspettiamo la tua Poesia...e fai presto perchè poi è Natale... Ciao Emy

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  4. Lucio Mayoor Tosi:

    A natale spuntano le margherite
    le mucche svizzere suonano coi loro batacchi
    come fa il cucchiaino su questa tazza.

    Fuori c'è un sole che spacca, preparo la borsa
    per la piscina scandinava, mi trucco
    mi specchio e ascolto le parole del TG.

    La voglia di morire non sta negli ospedali
    viene prima, viene a vent'anni anche se oggi
    si vive più a lungo, più a lungo con la voglia
    di morire.

    Le margherite sono piene di zucchero
    preparo la borsa scandinava e ballo
    con la voglia di morire su questa tazza.

    A natale spuntano i batacchi sul cucchiaino
    fuori c'è un sole che ha voglia di morire.
    Vent'anni, tanto vivono le mucche.

    Le parole del TG son margherite scandinave
    fuori c'è un sole che spacca, lo sapevo, ieri sera
    c'erano stelle intermittenti.

    Ho sognato che mi morivo tra le braccia
    perché la borsa da ballo era senza cucchiaino
    le batterie del cuore erano scariche

    e non avevo soldi, ne' per comprarne di nuove
    ne' per rifarmi i denti. Le stelle intermittenti
    erano senza batacchi e le mucche cagavano
    nella tazza.

    Per vivere più a lungo, più a lungo di vent'anni
    bisogna avere la borsa piena di cucchiaini
    e poi andare in ospedale dove abita la voglia
    di vivere.

    Ti portano la minestra, il prosciutto
    con gli spinaci svizzeri intanto che il TG
    racconta fiabe sull'economia dove si parla

    delle aspettative di vita ormai tanto lunghe
    che in pensione ci andranno le piscine scandinave
    a natale, mentre c'è un sole che spacca

    e le mucche svizzere preparano la borsa
    con tanto di tazze e cucchiaini prima di morire
    dentro, a vent'anni, sul più bello

    insieme alle margherite.

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  5. Ennio Abate:

    Premessa

    Il testo che vi mando in allegato appariva nella sua versione originale (del '77)
    in una raccolta,"Samizdat Colognom", carica di riferimenti a Cologno Monzese,
    la città di periferia dove abito da tempo e agli immigrati che lì, come me,
    sono stati/sono "corpi ammucchiati che volevano, vogliono intessere buoni amori".

    L'ho ripensato e rielaborato in questi ultimi giorni del 2011, ripulendo
    la forma di allora, fin troppo immediata e persino trascurata.
    Nel tono narrativo fiabesco avevo inserito (contestandolo)
    accenni di cronaca quotidiana e politica degli anni Settanta.
    Infanzia e storia, insomma.
    Ho, limando e correggendo, rispettato il sentimento di fondo:
    un'amarezza ironica.
    Da un certo punto in poi (quando?) la ricorrenza del Natale mi ha riproposto
    un dilemma che vale anche più in generale per ogni "manifestazione" di desiderio: cedere un po' alla pressione (vitale, ma ambigua, arruffona, sognante)
    della gente (qui nella poesia donne e bimbi soprattutto) o insistere a fare il guastafeste
    (qui è la funzione del professore, in seguito diventato nella mia ricerca "prof Samizdat"; oggi direi: il critico),
    figura antipaticissima, che scova ideologia e mitologia dove altri vedono soprattutto
    vita, desiderio, sogno benefico o quantomeno medicina necessaria.
    C'è chi il dilemma l'ha risolto concedendo, secondo me, sin troppo all'infanzia (o alla "bambinopoli" di cui parlò una volta Majorino).
    Chì cancellandola senza pietà.
    La mia scelta del '77 - mi accorgo in questa revisione tardiva -
    rispettava, per quanto poteva, la dolcezza del mito, ma tentando di non dimenticare mai la storia.

    [Continua 1]

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  6. E.A. [Continua]

    Fiaba natalizia (1977)


    Venne Natale
    e l'Uomo Nero
    che stava in una soffitta
    - dalla finestra solo nebbia -
    chiuse il giornale
    ed esclamò: Ci siamo!
    Ci pigliano per il culo
    ancora una volta ...

    Nello Specchio Magico
    lì, sopra il suo comò
    si vedeva il mondo
    come in televisione
    ma coi fatti veri
    e senza confusione.

    Ecco, in piazza Duomo
    sotto uno striscione
    stavano gli operai
    della Lagomarsino.

    «Il posto di lavoro?».
    «È già toccato».
    «Sull' Albero
    di Natale
    sia il padrone
    impiccato!»

    E quelli dell’Innocenti?
    In cassa integrazione
    imparavano il latino
    per la disperazione.

    Bussarono alla porta.
    L'Uomo Nero spense
    il suo Specchio
    e corse ad aprire …

    «Pace in terra
    agli uomini
    di buona volontà!»
    - miagolò un prete
    tondo come Gatto Nerone -
    «La facciamo ‘sta benedizione?
    Gesù, Giuseppe e Maria ...
    Fuori il soldino
    che scappo via».

    Svelto l'Uomo Nero
    schiacciò il pulsante
    e - click! - nel Magico Specchio
    tutto splendente, in collegamento
    via satellite con il paradiso
    ecco a mezzo busto il Padreterno.

    «Porco dio!»
    - gridò al prete -
    «Son duemila anni
    che mio figlio Gesù
    non nasce più.
    E tu, Intascaquattrin
    in giro a spruzzar acqua.
    Pussa via!»

    E uno è sistemato!
    Si fregò le mani
    l'Uomo Nero
    anche perché
    freddo faceva
    e i termosifoni
    scaldavano poco.

    [Continua 2]

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  7. E.A. [Continua]

    Toc! Toc! È permesso?
    Era il figlio del carabiniere
    professore di mestiere
    una barbetta liscia
    che parlando gli cresceva
    e attaccò: «Ecché ce pozze' fà
    si a Natale triste me sent'e!
    Cchiù a ggent'ammuina fà.
    Cchiù me vene re criticà» .

    L’Uomo Nero lo rianimò
    gli offrì un caffè e canterellò:
    «Bim, bum, bà!
    Sì, il mondo finirà
    ma come non si sa».

    Riaccese il Magico Specchio.
    Futuro? No, soltanto buio!
    Cambiò allora canale.
    «Frrr! Frrrrrrr!» -
    fece lo specchio
    e indietro andò.
    Apparve una scritta
    in antica grafia:
    millenovecento
    quarantacinque
    e sei, e sette ...

    Seduto accanto a un braciere
    canterellava ora un anziano
    sulle spalle un cappottone
    verde oliva militare:

    «Mmo vene Natale
    e je nun tengo denari.
    M’appicie na pippe
    e me vad'a ccuccà.

    E quenn'é a nott',
    ca sparen' e bott',
    m'affacci' a fenest'
    e me mett'a guardà» .

    Lasciava cadere nella brace
    bucce di mandarino
    che davano il loro buon’odore
    mentre la moglie in cucina
    friggeva zeppole, curava il sugo
    con le vongole; e chiedeva aiuto
    per tagliare il capitone.

    L'Uomo Nero tacque e lasciò
    il professore ai suoi ricordi.

    Due ragazzi preparavano il presepio.
    Prima si andava per legni e chiodi.
    Poi si spostava il tavolo sotto il muro.
    Prima di legno lo scheletro di monti e grotta.
    Poi si copriva con carta da pacchi.
    E poi, per la neve, si spruzzava la calce.
    E poi si metteva il muschio.
    E poi i pastori di gesso.
    E nella grotta una lampadina.
    E uno specchio faceva da lago.
    E carta stagnola per fingere il fiume.

    E alla fine l'interrogò:
    «Caro il mio professore
    a lei, dunque, piace
    il Natale poverello?».

    [Continua 3]

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  8. E.A [Continua]

    «A me non piace
    più nessun Natale»
    - borbottò afflitto
    quello -
    «né i botti, né il panettone
    né il presepe di cartone.
    Mi manca la rivoluzione!»

    «Frrr! Frrrrrrr!» -
    rifece lo Specchio Magico.
    Adesso gente in riunione.

    «Natale o non Natale
    qui muoversi bisogna!
    Basta co' 'sto mortorio!»
    - diceva una battendo
    il pugno sul tavolo -
    «Ci abbiamo la tredicesima?
    E spendiamola!»

    Prese la parola
    il compagno Fabio:
    «Io sarei d'accordo
    con la compagna mamma.
    A me piacerebbe
    fare il Diabolik natalizio:
    comprare miccette
    e sparare un razzetto
    in testa alla barista.
    Ma papà non vuole!».

    «Papà non vuoleeee!»
    - strepitò furibonda
    la compagna Elena -
    «Abbasso i papà!
    Basta coi tiranni!
    Vogliono proibire
    persino l'allegria.
    E allora diciamo:
    “Il Natale è mio!
    Me lo gestisco io!”».

    Ci furono applausi.
    Donne e bambini
    si alzarono.

    Chi preparò la colla?
    Chi le scope?
    Chi il manifesto?
    Chi le frittelle?
    E chi i dolci?

    «Su, professore!»
    - disse l'Uomo Nero -
    «Diamogli un po’
    di collaborazione!».
    «Ma non è la rivoluzione!»
    - obiettò lui. Si scosse però.
    E uscì assieme all'Uomo Nero.

    [Continua 4]

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  9. Mi affascina l'idea che la poesia possa aiutare a scoprire nessi di realtà altrimenti impensabili. Oggi, per esempio, mi domandavo come fosse che dal motore della mia auto spuntassero margherite. Poi, finalmente, ho capito: l'auto è scandinava...
    Grazie per le poesie di oggi...
    Ciao e buon natale!
    Flavio

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  10. E.A. [Continua]

    In strada che confusione!
    Sui muri già attaccavano
    un manifesto. C'era scritto:
    «No ai panettoni con i coloranti.
    No ai presepi di porcellana.
    Vogliamo i pastori di gesso.
    Vogliamo un Natale di uguali».

    La gente si fermava
    e commentava.
    I giovani approvavano.
    Brontolavano i vecchi:
    «Adesso i ragazzini
    fanno la rivoluzione?
    Che esagerazione!»

    Eppure in piazza arrivava folla
    come per una manifestazione.
    C’erano i nonni con e senza bastone,
    gli operai, pur se in cassa integrazione,
    il sindaco che tossiva imbarazzato,
    Mauro con la nuova fidanzata,
    la Pizzullo con gatto Cirillo;
    e Donato con tutta la tribù,
    e Gigi Degli Abbati con un quadro
    appena dipinto in più.

    C'era anche la maestra Cassio
    ma soltanto con le due figlie:
    «Mio marito? È in farmacia.
    Ha una forte emicrania».
    C'erano pure Michelina Russo
    e Faccia di Merluzzo.
    E c'erano borbottanti
    femministe che ce l’avevano
    con Maria: «Fare un maschio!
    Avessi fatto almeno una Gesù
    Crista!». «Eh già! » - ribatteva
    lei - «Ma la colpa vostra fu.
    Se ammettevate Giuseppe
    al collettivo, forse ora l’ avreste
    un Natale femminista».

    Attorno tante bancarelle
    distribuivano panettoni
    champagne e zeppole.
    Su un palco Dario Fo
    e Franca Rame
    a recitar gongolanti.

    Poi invitarono sul palco
    il ben noto Gesù Cristo
    che gironzolava anonimo
    in mezzo alla folla eccitata.
    E tutti si aspettavano il discorso
    finale sullo stato del Santo Natale.

    Questo Gesù, invece, tagliò corto.
    Fece capire che, sì, un compagno era
    ma come tanti altri.
    E che, essendo nativo di Betlemme,
    s'intendeva poco di modernità
    e quasi nulla di economia politica.
    Lui era specializzato in miracoli.
    Questo sì.
    «Ma, scusatemi»- sì, così disse -
    «la rivoluzione non è un miracolo
    e, come farla, non chiedetelo a me».

    Ognuno facesse
    bene la sua parte.
    Insomma deluse parecchio.
    Anche perché concluse
    con il solito slogan
    dei suoi anni gloriosi:
    «Lasciate che i pargoli
    vengano a me».

    Quando i bambini capirono
    che i pargoli erano loro,
    fecero un casino della madonna
    specie quelli di via Boccaccio.
    Saltarono a decine sul bue e l'asinello
    spararono miccette
    nella barba di Giuseppe e del sindaco
    e andarono in giro tutta notte
    per le strade fredde ma illuminate
    della città.

    Natale 1977 /revisione 22 dic. 2011

    [Fine]

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  11. I RAPACI

    I rapaci s’alzano in volo
    Poco prima dell’alba
    Silenziosi volteggiano
    In alto
    Oltre i cirri più ostili
    In cerca di prede
    Acuminati incidono il ghiaccio
    Sottile
    E mentre feriscono il cielo
    Attendono il momento propizio
    (Proprio il momento più giusto)
    Per fare ciò che i rapaci
    più amano al mondo
    E paiono innocui
    tanto distanti
    Lassù
    Poco più che puntini minuscoli
    Quasi invisibili
    Persi nell’immenso cielo cristallo
    Fra nuvole bianche e lo spicchio
    Del sole sorgente
    Ancora seminascosto a oriente
    Come giusto che sia
    E tutto questo ne sono certo
    Nulla spartisce
    Con il sangue che scorre fluente
    Fra le lenzuola dell’ultimo sonno
    Nulla con il muto sesso
    Di chi dorme ma
    Ancora sogna il mondo
    Per come non è.


    (Flavio V.)

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  12. Molto bella la poesia di Flavio. Appena ho un momento di tempo la commenterò.
    Leonardo Terzo

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  13. I rapaci sono il dato iniziale che si contrappone al sogno del mondo che non è (finale). La descrizione del volo dei rapaci (alba, silenzio, volteggio) è la visione del cielo nello splendore di nuvole e sole, l’apparente ed evidente bellezza che anche il rapace attraversa e abita. Tutta la prima parte della poesia ci tiene avvertiti: i rapaci sembrano innocui. Non solo ci avverte, ci tiene avvertiti, perché la descrizione copre un volo che prelude all’affondo, che però non avviene ai nostri occhi. Sappiamo che avverrà, perché è la natura, ed è questa tensione (suspénse) che percepiamo, pur immersa nel ritmo pacato del discorso, persino quando “acuminati incidono”. L’essenza che affascina è il contrasto tra il significato tagliente e la pacatezza formale dovuta al calcolo preciso, del momento giusto. L’aggressività è eufemizzata in parole lievi: l’assalto diventa “ciò che più amano al mondo”, innocui, distanti, lassù. È tutto un mimetizzarsi, invisibili, persi nell’immenso, dove poi si apre persino uno spicchio di luce seppure ancora seminascosto. Tutto è misura e separazione. Al sangue si arriva, ma altrove, con un altro senso, fra le lenzuola, nel sonno: non violenza, ma sesso, seppure muto e ultimo. I puntini incombono sul mondo che ancora non c’è. Ma noi restiamo con chi ancora sogna.

    L.T.

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  14. @ Lucio Mayoor Tosi

    Sette-nari a Natale

    La vita senza senso
    ha il senso sperduto
    fra mucche e margherite,
    mortiferi Natali
    lumini d’Ognissanti.

    Margherite su cacche
    di alpeggianti vacche
    sghignazzano ai pini
    che staranno vicini
    ai TG che spaccano
    ciondolosi batacchi,
    tazze vuote di stelle
    senza palcoscenico.

    La nazione si beve
    discorsi s-zuccherati,
    non c’è un cucchiaino,
    se li sono rubati
    quelli delle minestre
    lunghe da Ospedale:
    il malato guarirà
    quando sarà tosato
    di ogni velleità
    di voler vivere o
    di voler morire o
    d’avere una mucca
    tutta sua da mungere.

    Senza più avventori
    il Paese s’ avventa
    ma senza denti sono
    dolori. E soltanto
    il sole può spaccare
    questo truce Natale,
    festa da sballo che va
    svizzera-mente su-giù
    dai Monti al Male.

    Rita Simonitto

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  15. Natale 2011

    Ed ora fuggiamo
    intermittenti
    di pace
    L'inutile cercare
    porta miseria
    solo miseria
    nel cuore che vuole
    ancora scoprire una vita
    dentro la morte di cose
    risorte solo di un giorno
    forse di un'ora
    inutili cose
    cosucce scartate
    dentro presepi
    d'amore inchiodati.

    Emilia Banfi

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  16. Ennio: porca Miseria! Che Natale! Emy

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  17. @ rita
    chissà perché, quando non mi va di stare in un posto, mi vengono in mente le vacche svizzere e perfino gli ospedali.
    :)

    onorato

    may

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  18. Mayoor, le tue mucche le leggo e le rileggo ed ogni volta mi fanno tenerezza e paura...rifletto e m'accorgo del triste sorgere del giorno , della miseria che sta dentro e che ogni giorno spingiamo sempre più dentro.Emy

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