giovedì 5 gennaio 2012

Cristina Alziati
Otto poesie da "Come non piangenti"


*
A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura - i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo -
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell' atto tuo, l'altro versante - il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato.

*
Ora risorgi. Chiudi un libro. Esci.
Entri nei varchi fra le gocce, nella pioggia.
Quello che deve sopravvivere viva.
Ancora vuoi sapere il capezzolo
dov' è, dove le carni e quale impresa
prelevi, dove porti, come
venga smaltito questo Sondermùll,
ancora vuoi parlare con l'estroso
chirurgo cucitore, che nei lembi
della pelle ti ha cucito
la discarica all' anima.

*
Tracce II

a Etty Hillesum

Non riesco a inginocchiarmi, scrivevi
e hai portato, dentro i giorni dannati dei campi,
per proteggere dio una gioia.

Forse pregare fu quello - le tue ginocchia,
ossa d'ombra sulla pietra, e tu
per questa terra a camminare in volo.

*
Mi hai portato una volta da lei
fra le colline, sedeva da anni
da anni costretta all'immobilità.
Quando torni lassù io ti vedo
che svolti la curva in cima alla salita
odo i tuoi passi, odo
una vostra allegria oltre i grandi vetri
che aprono la stanza alla campagna.
Conosco il suo sguardo per sempre.
M uoveva dentro le tue mani
arreso in un riposo, lento. Un giorno
le poserò sopra la nuda pietra
nudi i piedi, prima che tu la prenda
che confonda i tuoi palmi al suo finire.
Vedi, il congedo, mi dirai al ritorno,
è stato quello scambio.
Quello sconfinamento il confine.

*
Viandanti

Era prima dell' alba, e andando
all'improvviso stava trafitta l'aria
e lucentissima la falce della luna,
la lama chiara dei monti. E ci inchiodava.

Vedi, ti domandavo, che questa vista
a me pare che tremi, ché fragile
la tengo fra le mani, e piango; dimmi,
volge a noi forse, bellezza, una preghiera?

di quanto è dono, di quanto
è offesa insieme, forse un crinale in noi
di unica luce luce?

Da questa sosta chiedo, dove non discerno
se l'ombra mia qui scivolata a terra
gioia o dolore sia. Segno di cosa il pianto.


*
Distempo

Tanto più vecchio di me: fosti così davvero
quando abitavi in Aracoeli e io appena
nascevo? Non l'avevo già in certe
radure del cuore incrociata, non
di soppiatto spiata la svelta
figura che leggera
da quella sua casa per sempre
nell'indigenza opaca discendeva,
e vera - del lavoro confitto nelle ore,
delle lotte confitte nel lavoro?
Quanti anni avevo io nelle radure
tu quanti, quando mi scrivevi? "Mi
piacerebbe immaginare d'incontrarti" ,
ed era un volo. lo ti ho preso per mano
dal tempo senza tempo, in una infanzia. Ora
dentro i millenni della storia stiamo
chiari, confusi come il giglio ai campi.

*

Ricapitolazione

In una notte come questa, e lontana
qualcosa mi aveva inciso nella mente
come elenchi i nomi. lo da allora
quando chiamo la terra e la casa
la dolcezza il pane, e dentro
c'è una notte come questa, io
quando dico terra,
è disfarla, dico, la terra - è farla

- quando dico mattina ed è questa
in cui guardo Sofia andare a scuola
con altri bambini, e domando
dove ora saranno i bambini dei fuochi
i soldati bambini, quando dico
mattina, e quegli altri, con i loro
giocattoli-mina quando dico bambini -


*
"Tu che hai scritto anni orsono
di generazioni condannate, o dell' aria
fra il Tigri e l'Eufrate, sparita,
perché in questo mese di marzo
delle testate umanitarie taci, che spargono
uranio impoverito sulla Libia?"

Ma dimmi, che ci fai nella mia notte
uccello dal dolcissimo nome,
con la 'o' tutta chiusa, che si allunga
fino a battere piano sul palato, mia Dohle?
Qui da tempo non viene nessuno.
Vivo giorni di scorte.
Oggi ad esempio ho procurato
una terza versione dello Jephtha,
mi martello le orecchie
me ne sto radunata in tre battute
scendo con gli archi al semitono
prima che attacchi Scenes of horror,
Scenes of woe, sono di legno.
Fuori il pruno selvatico principia
a fiorire tutto solo nel giardino.
Perché non posi in pace tu ora,
mia Dohle, tu che stavi
stecchita sulla soglia stamattina?

Le poesie sono tratte da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos Y Marcos, Milano 2011

*Note dell’autrice

- «Il titolo della raccolta è da Paolo di Tarso (I Coro 7)».
- Tracce II : «In corsivo, cito a memoria dai diari di Hetty Hillesun, ammazzata nel novembre 1943 ad Auschwitz».
Ricapitolazione : « Ci sono mine antiuomo fatte apposta per non mimetizzarsi con l’ambiente, dalle forme curiose e dai colori sgargianti. In zone di guerra, nessun adulto le raccoglierebbe mai, ma i bambini».
- Tu che hai scritto : «’Fra il tigri e l’eufrate’: si rammentano l’Iraq e le bombe a base di ossido di etilene che vennero ripetutamente sganciate sul paese (1991, 2004); la nube che queste bombe spargono, detonando provoca un vuoto d’aria tale che chiunque si trovi nel suo raggio di distruzione, anche se al riparo, muore per asfissia. ‘Dohle’: si tratta di una taccola, piccolo uccello della famiglia dei corvidi. ‘Scenes of horror, scenes of woe’ è l’attacco di un’aria dell’oratorio di Georg Friedrich Händel Jephta ».


Nota biobibliografica ( da Wikipedia)

Ha studiato filosofia all'Università Statale di Milano. Nel 1992 ha esordito in antologia con una silloge poetica presentata da Franco Fortini. Pubblicata nella collana diretta da Romano Luperini per Manni Editori, la sua raccolta A compimento, in qualità di opera prima, ha vinto il Premio Pasolini ed è giunta finalista al Premio Viareggio. «È raro imbattersi in un poeta di cui, ad apertura di libro, si avverta la necessità», scrive il critico Massimo Raffaeli di questi versi di alta tensione morale e politica che, mediante «scansione secca, prevalenza della sintassi sulla prosodia, vibrazioni che si danno per figure metonimiche e mai metaforiche» offrono una lucida meditazione su ferite, errori, orrori della contemporaneità. Già Fortini aveva rilevato quanto la poesia di questa autrice, nel suo procedere «a denti stretti, accettando lo stridore ultrasonico dell’eroicismo, senza nulla alle spalle se non eserciti di spettri» fosse politica «nel senso, quasi smarrito, di una coincidenza fra passione della fede nell’invisibile e raziocinio del visibile». Su alcuni dei suoi versi novelli, pubblicati in Nuovi Argomenti e Smerilliana, così come in traduzione francese a cura di Jean-Charles Vegliante, è tornato a scrivere Raffaeli, che li ha segnalati come i versi «fra più nitidi e intensi della recente poesia italiana». Questi sono confluiti nella raccolta "Come non piangenti" di recente pubblicazione Marcos y Marcos, 2011; ne dà annuncio Fabio Pusterla, che ne firma la quarta di copertina: «La mia impressione è questa: siamo di fronte a un'autrice vera, diversa dai poeti 'di moda', potente nell'espressione, capace di condensare in immagini lancinanti un pensiero di vasta portata, insieme lirico e, si potrebbe quasi dire, epico, poiché sa attraversare la soggettività individuale affilata da un'esperienza terribile [...] e aprirsi a uno sguardo sugli altri, sui sofferenti, sui minacciati, sui negati. [...] Poi, leggendo, ci si sorprende di scoprire in questi versi una singolare commistione di realtà concreta, concretissima e nominata senza paura, e di visionarietà» . Cristina Alziati collabora con il Centro Studi Franco Fortini, contribuendo con articoli e interventi alla rivista online «L'ospite ingrato».

4 commenti:

  1. Una poesia meravigliosa per contenuto e forma: molto brava. Complimenti.
    Erminia Passannanti

    NB: Ho pensato molto bene di questa poesia e ho scritto il complimento sincero molto prima di leggere la nota con le descrizioni dei vari meriti, che sei una fortiniana, ed ora dunque aggiungo a buon ragione di avere pensato dentro di me "Assegnerei un premio a questa poesia" (si vede e si sente l'influenza di Fortini de "Il seme") erminia

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  2. riporto di seguito una recensione di circa un anno fa (se ricordo bene) al libro "A compimento" di Cristina Alziati.
    «Nelle poesie di Cristina Alziati c’è un progetto, e il progetto di un discorso poetico degno di questo nome contiene sempre, en raccourci, il racconto della parola originaria e del suo immancabile dissolversi, dileguarsi. Ecco la ragione fondante del ricorso alla perifrasi elicoidale e l’abbondanza degli avverbi di tempo e di luogo, dove la costruzione ellittica assume un ruolo preponderante, come per afferrare e fermare le «cose», le «parole» nelle maglie strettissime della versificazione con quel caratteristico richiudersi ed aprirsi delle spire sintattiche, con l’abbondanza delle sospensioni, delle riprese e dei rimandi che obbligano il lettore a tornare indietro, a ripercorrere la strada della costruzione ma in senso inverso. Così, questa poesia tenta di uscire dal caos primigenio e di dare nomi, ordine alle cose che non sanno più chiamarsi «proprio dentro al silenzio, proprio mentre / ci si scioglieva fra i denti il silenzio / e amica, di acqua adunandosi un coro, / mea surge salutava».
    Mi tornano in mente le parole di Hegel alla fine della Scienza della logica che definisce l’«idea assoluta» come «la parola originaria, che è un proferimento, ma tale che, come proferimento, è immediatamente di nuovo dileguato, mentre è».
    C’è qui tutta la compostezza di un discorso poetico che si libra appena al di sopra della de-territorializzazione dei linguaggi dell’epoca mediatica, tentando una cicatrizzazione stilistica di ciò che non è più suturabile con i punti di una chirurgia soltanto estetica. Al di là della parola poetica c’è sempre e soltanto il silenzio che lambisce le parole, tutte le parole. Ma non è qui la retorica del silenzio che mi sta a cuore mostrare ma al contrario lo svelamento delle retoriche delle parole vuote e insipide che la poesia della Alziati mostra con la sua intima eleganza e il suo ritrarsi pudico».

    che dire? direi due cose:
    1) che le poesie presentate sembrano aver spostato il baricentro delle rappresentazioni sul "quotidiano";
    2) che la tematica prescelta sembra essere quello dello sguardo intimo e amicale tra un "io" e un "tu";

    di conseguenza, il lessico e lo stile delle composizioni ne risulta influenzato e determinato in una direzione "familiare", "intima", con ritorno di qualcosa che assomiglia all'aura, alla "bella" interiorità infirmata, etc. con il rischio che una poesia di qualità come quella della Alziati possa essere equivocata ed inserita nella massa delle poesie della, diciamo così, crisi dell'io...
    ma, ovviamente, dovrei leggere il libro per intero, queste sono solo annotazioni estemporanee

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  3. Ennio Abate:

    Cristina Alziati era, è stata, è per me inseparabile dal giro dei “fortiniani”. Nel parlare di lei e della sua poesia non posso prescindere da questo dato. Questa etichetta per me è solo orientativa, ma ha ancora oggi un senso distintivo. Indica una minoranza intellettuale che non si è rassegnata alla cultura, alla politica, ai costumi dell’Italia affermatasi dopo la crisi del marxismo, la Restaurazione degli anni Settanta, il tracollo della sinistra comunista, la partecipazione subordinata del nostro Paese alle guerre umanitarie statunitensi.
    Ho conosciuto Cristina e scambiato qualche parola e poi qualche mail con lei sempre di corsa. Direi come se fossimo entrambi e assieme ad altri in fuga, incalzati da un mutamento della realtà che non ci ha dato tregua e che ci ha feriti, dispersi, a volte azzittiti.
    La conobbi la prima volta nella piccola folla che si raccolse a Cologno Monzese nel salone di Villa Casati, quando il 30 maggio 1989 Franco Fortini tenne a battesimo la nostra neonata Associazione culturale Ipsilon. Per un decennio, dietro quella spinta, cercammo di discutere e far discutere in una città dell’hinterland milanese temi come l’ecologia della lettura, l’emarginazione, le trasformazioni del lavoro, il marxismo in crisi, la memoria storica.
    La rividi a ridosso delle manifestazioni contro la prima guerra del Golfo nel gennaio 1991. Rimasi in contatto più saltuario con lei, allora a Berlino, quando giovane madre affrontò “un’esperienza terribile (la malattia, un tumore, di cui le poesie dicono parcamente ma chiaramente quel che si può dire, senza pietismi o autocompiacimenti” (Fabio Pusterla nell’ultima di copertina di “Come non piangenti”).
    L’ho poi seguita un po’ più da lontano, man mano che, come ho raccontato a proposito dei miei rapporti con il Centro Franco Fortini di Siena [qui:http://moltinpoesia.blogspot.com/2011/12/ennio-abate-sulla-gestione-dellle-buone.html], quel luogo di resistenza ha subito pur esso i colpi che hanno cancellato ancor più parole, concetti e raggruppamenti di persone non rassegnate all’imbarbarimento e all’accomodamento ai potenti.
    Questa premessa mi serve per dire che la poesia di Cristina Alziati è per me oggi uno dei luoghi in cui si sono impiantati quei semi di resistenza. Ed io non me la sento di valutarla soltanto esteticamente per la sua bellezza o rigore formale, che indubbiamente ci sono e vanno anche valutati a parte.
    Quando (maggio 2004) lessi “A compimento”, di cui qui ha detto anche Giorgio Linguaglossa, scrissi a Cristina (e non so quanto colsi della sua poesia e se le fu gradita la mia impressione):

    “Devo dirti che non le [poesie di “A compimento”] riesco a separare dalla figura, dai toni e dai temi di Fortini. Questo - sarò sincero - in parte è un complimento, in parte è una riserva. Apprezzo in pieno la compattezza della raccolta, la secchezza delle immagini, la concisione del dettato. Sono tratti della forma che svelano un grande rigore morale e civile, una ricerca di "verticalità", di parole ultime, definitive ed essenziali. Ma - e qui ti pongo forse crudamente un problema - non sei Fortini, non puoi esserlo. L'ombra sua (e l'ombra dei suoi autori) a me pare troppo incombente e la ritrovo non solo nei temi, nei toni, ma a volte anche nella sintassi. Questo, se non sbaglio, produce dei cortocircuiti fra quotidiano e ideologia (ad es. in "Sui primi disegni di mia figlia" o in "Quale anniversario") e rende troppo secco ( a volte troppo "ermetico" e, insomma, poco disteso) il legame fra loro, che pur esiste, ma viene come bloccato da una volontà sapienziale e altera”.

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  4. Ennio Abate [continua]:


    A distanza di sette anni, di fronte a “Come non piangenti”, mi sento di dire
    che forse quell’avvertimento “antidiscepolare” che rivolgevo a Cristina era rivolto (anche) a me stesso. E che, comunque, rischiavo di considerarla una semplice epigona di Fortini.
    Della nuova raccolta, su cui spero di tornare, colgo ancora l’elemento della “verticalità” (religiosa? politica? filosofica?), che credo vada interrogato considerando un testo dopo l’altro e l’architettura delle sezioni (Vicoli, L’angelo smemorato, Breviario, In pochi fogli).

    Sulle impressioni ricevute, invece, da Linguaglossa dopo la lettura delle poesie qui pubblicate, vorrei dire qualcosa. Non so se la scelta che ho fatto, con l'intento di offrire una prima approssimazione ai testi di Cristina, abbia dato risalto a una tematica familiare o intima. Escluderei però senza esitazione che, anche solo queste o alcune di queste (la stessa “A mio padre”) rientrino in una poetica della “crisi dell’io”.
    Me lo conferma il confronto, dovuto a semplice coincidenza di letture fatte in questi giorni quasi in contemporanea, tra la poesia di un quasi coetaneo di Cristina, Andrea Inglese, anch’egli non del tutto immemore di Fortini. Lei è del 1963. Lui del 1967. Proprio negli ultimi giorni Inglese ha pubblicato sul sito di “Le parole e le cose” alcune sue poesie[qui:http://www.leparoleelecose.it/?p=2731#comment-10120]. Queste, sì, rientrano nella “crisi dell’io”, se confrontate con queste di Cristina.
    In Inglese lo “sganciamento” tra autobiografia (o storia personale) e storia collettiva, generale è accettato e pare irreparabile. Egli sembra aggrapparsi esclusivamente all’io, sia pur “nudo” e senza più “tesori interiori”. E questo lo porta a una rassegnata accettazione della convivenza con gli immutati (immutabili?) * ferocissimi mali/ del mondo*.
    In Cristina basti leggere la poesia che comincia “"Tu che hai scritto anni orsono”, per cogliere quanto non le basta l’io e quanto resti presente e forte il ‘noi’ possibile,

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