lunedì 13 febbraio 2012

Gianmario Lucini
La polis che non c'è (4).
Su "Pergamena dei ribelli"
di R. Bertoldo


Proseguendo il discorso su La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile  ecco gli appunti della lettura di G. Lucini  su "La pergamena dei ribelli" [E. A.]
Appunti su La pergamena dei ribelli, di Roberto Bertoldo
“Pergamena” rimanda alla testimonianza di una vicenda ormai chiusa storicamente. I “ribelli”, nell’intenzione della raccolta, sono coloro che non accettano le regole (incivili, inumane o inumanistiche) un “sistema”, che però si dà per vincente. Un messaggio alla posterità, visto che oggi nessuno vuole udirlo. Tono, dunque, di forte pessimismo, ma non di scoramento. Se “resa dei conti” deve esserci, lo sarà dopo questa era, in un futuro salvifico ma che deve avvenire (la speranza – nell’uomo, anche). Messaggio a futura memoria, dunque, perché col presente non è possibile alcun dialogo.


Colpisce il tono vocativo, diretto, comunicativo, accusatorio, che è un “prendere le distanze da” ma insieme un “chiamare in causa”. E’ un vocativo ruvido, di chi è pronto per battersi, per colpire, per fare male (toni di dileggio e a volte violento sarcasmo).

La corrosività del vocativo è rivolta al lettore ma anche a una casta letteraria (siete come la spiaggia su cui rotolano / spiccioli di sangue e corbellerie o, più avanti, definiti barbari / che hanno catene di versi e conniventi perché scrivono versi che sono mani protese / e leccano il vento per la questua) e, ancora: Hanno violentato il petto degli uomini / e questa schifosa poesia non ha ritmo / di rabbia e disgusto / ma cianfrusaglie / e ridicolo maquillage / un albore che si barcamena / tra le strane mimose del suo proscenio [...].

La temperatura della scrittura tende all’epica ed è forte l’istanza morale: si chiama in causa atteggiamenti e comportamenti. La matrice è dunque filosofica, parte da una visione filosofica ancora profondamente radicata nell’umanesimo e nella tradizione classica, alla quale non si vede un’alternativa, ma solo un attacco, una distruzione senza nulla al suo posto – e quindi il caos, il disordine morale, il darwinismo culturale –

L’accusa alla poesia inutile, senza spessore, fatta di cura per la forma e di assenza di contenuti, è evidente (ed è, peraltro, conseguenza di una società a-morale e darwinista). La sola poesia possibile è quella delle parole e della forma, perché qualsiasi contenuto esporrebbe in poeta (pavido e non-ribelle) all’isolamento. Bertoldo rinfaccia a costoro di non avere occhi, ma solo orecchie, di afflosciarsi su una tenerezza mielosa e vomitevole per se stesso, che si esprime nel deliquio della poesia epigonica crepuscolare e decadentista (... ah poeta! / per te la bellezza è sulla mensola / come un sospiro dall’alto Belvedere, / no! la bellezza è l’acuto dei nostri lividi).

Poesia civile ma anche lirica, fortemente lirica, modernamente lirica, anzi, l’unica lirica possibile perché l’unica lirica “vera”. A pag 71: Ci considerate senza lirica / davanti alle colline scoscese / che le nuvole accarezzano con il corpo diligente / ma noi siamo il poema che freme / e voi la rima che opprime). Il giudizio sul tempo storico (in particolare questo tempo storico, quest’ultimo devastante ventennio nel quale il male è un sorriso che scopre i denti) è definitivo e senza appello: il popolo non tollera l’arte / se non per le fosse e per gli altari. Un giudizio che si tramuta in un incitamento alla sovversione delle abitudini mentali (non delegate più / vittime caparbie, iniziate finalmente, / fra gli stipiti, una poesia / che sferzi il mare come il vento [...] non siamo né fuggiaschi né attendenti / noi aggrediamo la divisa, / abbiamo irriverenza.).

Un canto raffinato che però si fa lotta civile e insieme culturale (anche chi scrive si prende le pallottole / quando trova la bellezza e la innalza / come una baionetta). Ma un canto anche orgoglioso, conscio della sua integrità (Chi lo scoprirà il sangue che abbiamo versato in queste poesie, / quale bocca si tingerà del nostro bistro / quando spezzeranno il pane che aggiota il dolore / e si nutriranno del nostro rosolio?) e poi la sfida, con la certezza che ormai il tempo deve cambiare e che “tutto sfarinerà sotto la nostra parola” e quindi un incitamento a cambiare registro culturale: Per favore cantate anche voi / che ci sapreste dire la via / dove l’incanto assorbe i chiodi, / cantate anche voi che non sapete / quanto soffre un poeta.

Oserei dire che di questa poesia, non di altra, ha bisogno la nostra cultura, oggi.  Non parlo di stile, di verso, di estetica, di prosodia, di linguaggio, ma esplicitamente di temi, di ribellione, di lotta dell’umano contro il disumano (che non è lotta politica e neppure civile, ma lotta culturale, per un’antropologia). La poesia italiana ha bisogno di temi veri, per essere vera. La poesia delle parole è già gridata sui tetti, ma non dice più nulla, è cotta, è buccia vuota di frutto al vento del potere.

Corollario:
La poesia non deve preoccuparsi della letteratura, ma della vita. La letteratura viene dopo, non prima.  La critica non deve dire se la poesia è letteratura, ma se la poesia è vita. E’ la poesia che fa la letteratura, non viceversa. Solo così la letteratura sarà vita sedimentata, altrimenti saranno solo parole strumentalizzate da ogni più becero potere col sorriso a trentadue denti.

Questi sono i sentimenti che, da lettore, mi nascono dalla lettura di questo poemetto e dunque sottoscrivo appieno questa onesta pergamena cercando, da poeta e da lettore, di volgere il mio leggere e il mio scrivere nella direzione che il poeta-filosofo Bertoldo addita con grande dignità, fierezza e sentimento etico. Dalla poesia cerco questo, non il bello dell’estetica: di quello è già piena tanta letteratura.

25 commenti:

  1. Il ribelle si costituisce contro un potere che si da come solido ma che alle basi è incline ad essere e quindi a manifestarsi, al fine, come anarchico.

    Altrimenti non ci sarebbero ribelli.
    Sembra un truismo, ma si è ribelli contro qualcosa: basterebbe rimuovere quel qualcosa per sempre, e i ribelli non ci sarebbero più. Essere ribelle non è un moto positivo naturale dello spirito: è una reazione innaturale e negativa, contro qualcosa o un qualcuno di ancora più innaturale e negativo....

    In genere, l'anarchia fa da sottofondo dei poteri forti, come ha dimostrato Berlusconi con la sua congrega di masnadieri all'arrembaggio del potere, oggi in maniche di camicia.

    Dall'Inghilterra, terra dove ho patito il trauma della dittatura politica e culturale del berlusconismo, come vergogna nazionale, posso testimoniare che gli inglesi che più odiavano e disprezzavano Berlusconi con gli l'epiteti-sinonimi "clown"," "Jester",
    "fool", "buffoon","joker"...",non erano quelli con idee di sinistra, ma infatti proprio quelli con idee di destra, di quella destra a cui Berlusononi ambiva, i thatcheriani, -- i fascistoidi inglesi, che sempre additano alla corruzione altrui, per nascondere la propria.

    gli inglesi di sinistra invece ti chiedevano, con un viso molto afflitto:

    "ma come è possibile che la bella antica colta Italia, e gli italiani, permettano questa atroce decadenza...!?

    vediamo adesso se, tolto Berlusconi, ci saranno ancora lo stesso identico numero di ribelli contro lo Stato....io penso che ce ne saranno meno....


    erminia

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  2. "Mi fanno tenerezza quei che salgono sui tetti a protestare
    e vorrebbero tornare nel mondo di ieri"
    ... e prosegue
    "in quel loro dibattere zampette nella voga
    disperata controcorrente
    come formiche travolte da un rivo"
    ...

    ... e anche qui:
    "La poesia delle parole è già gridata sui tetti, ma non dice più nulla, è cotta, è buccia vuota di frutto al vento del potere."

    Cosa c'è che non le piaceva di quei tetti?
    E' la disillusione post sessantottesca che l'ha reso tanto critico?
    O le stavano sulle balle già allora, negli anni 70, quei ragazzi incoscienti?
    Ci è mai salito su quei tetti?

    Io sì, e anche se oggi ho intrapreso altre e diverse esperienze (tanto che considero oscuro quel periodo, oscuro e per molti versi ottuso), di buono c'era che se un imprenditore ti licenziava si ritrovava con la fabbrica in rivolta e doveva pensarci bene prima di farlo. E così anche a scuola dove si chiedeva più intelligenza, modernità, democrazia.
    E' meglio oggi che se ti va bene ti prendono per il culo con la cassa integrazione?

    Per il resto concordo che servono temi e argomenti, vita, ma non si può nemmeno pretendere che si scriva solo con saggezza e validi argomenti... e la poesia non è un coiffeur dove si acconciano versi, dovrebbe accadere durante la scrittura innalzando la voce con anche maggiore pertinenza. Se se ne è capaci naturalmente. Altrimenti son solo interessanti scritture in verso breve.
    E non è questo il caso di Bertoldo, che di poesia ne scrive ad ogni rigo.

    mayoor

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  3. ogni tanto quelli sui tetti finiscono al reparto di neurochirurgia per trauma cranico.
    :/
    non sono saggi, i ribelli...ma la vita, per loro, è altrove.

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  4. Ennio Abate:

    Non capisco, non capisco….
    «Essere ribelle non è un moto positivo naturale dello spirito: è una reazione innaturale e negativa, contro qualcosa o un qualcuno di ancora più innaturale e negativo»?
    Ma dove siamo nel Paradiso Terrestre o in un mondo di Armonia celestiale?
    Una volta c’era lo slogan «ribellarsi è giusto». Oggi è stato sostituito da «ribellarsi è inattuale e negativo»?
    Lo si vada a dire ai greci rovinati dai diktat di governanti e banchieri europei e che ieri hanno manifestato attorno al loro Parlamento e hanno preso le botte dai poliziotti.
    E basta con questi «inglesi di sinistra» ( e questi «italiani di sinistra») che hanno visto finora in Berlusconi il Demonio! Non vedono che i loro partiti, che ieri gridavano al "fascista Berlusconi" sono a fare da stampella assieme al suo partito al governo Tecnico (!) di Monti!
    Certo che, «tolto Berlusconi», i (falsi) ribelli sono diminuiti.
    Se l’analfabetismo politico è cresciuto in maniera paurosa, fra poco in Italia diremo ancora «dove passa lui, non cresce più l'erba».
    Ma chi è l’Attila che ha calpestato «la bella antica colta Italia» e ha ridotto gli italiani a «questa atroce decadenza»?
    Berlusconi? Lui da solo? E i suoi oppositori cosa hanno fatto?

    [Continua]

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  5. Ennio Abate[Continua]


    Cara Erminia,
    quando ho letto nell’altro post ("I-lustrazione del Malamente Infioresciuto per la Bella Merda del Ventre") il tuo commento che recitava:
    «io sono sempre stata di animo espatriato, ma sentire vituperare la mia nazione all'estero dalla condotta dello Stato e della Chiesa mi fece tornare il sentimento di protezione della dignità nazionale: da cui questo pamphlet, uno sfogo, un gettare fuori sulla carta tutto il disgusto e la pena per il mio Paese in balia del Maligno tra le maglie mortifere dello Stato secolare e Chiesa», ho sobbalzato.
    E quando ho visto che Mayoor ti veniva dietro, aggiungendo «Il panzanatore ! Fa morir dal ridere. Io però in copertina avrei messo l'immagine somigliante a chi sappiamo, ovvero, raffigurato in forma propria della natura bidonante dell’essere torsolato, ovvero detto Hommo de Merda», ho sobbalzato nuovamente.

    Non resisto e ve lo dico:
    Quando vedo poeti e poetesse che sorseggiano compiaciuti il «vino dei servi» (Fortini) - tale considero tutti i discorsi pseudo-politici che si sono fatti in questi anni su Berlusconi per non parlare dei problemi veri di questo Paese e che né Berlusconi (falsa destra) né Bersani (falsa sinistra) hanno voluto affrontare ed ora sono d’accordo nel consegnare la patata bollente a Monti (così loro non si sporcano le mani e non risulteranno “impopolari”) - mi confermo che SENZA UN CHIARO DISCORSO POLITICO (la polis che non c’è!) anche la poesia si riduce a giochetto salottiero e a salamelecchi.
    E torno a rileggermi Fortini:

    Italia 1977-1993
    Hanno portato le tempie
    al colpo di martello
    la vena all' ago
    la mente al niente.
    Per le nostre vie
    ancora rispondevano
    a pugno su gli elmetti.
    o imparavano nelle cantine
    come il polso può resistere
    allo scatto
    dello sparo.
    Compagni.
    Non andate COSI.
    Ma voi senza parlare
    mi rispondete: «Non ricordi
    quel ragazzo sfregiato
    la sera dell'undici marzo 1971
    che correva gridando
    "Cercate di capire
    questa sera ci ammazzano
    cercate di
    capire!"
    La gente alle finestre
    applaudiva la polizia
    e urlava: "Ammazzateli tutti!"
    Non ti ricordi?»
    Si, mi ricordo.
    ( da«Composita solvantur», Einaudi , Torino 1994, pag. 43)

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  6. anche questa poesia è stata scritta dal balcone...non dalle barricate, e solo incita al "ricordo".

    erminia

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  7. forse non mi sono spiegata rispetto al senso che la ribellione è negativa, perché infatti il suo senso, il senso della mia affermazione, è lineare e giusto e comprensibile, se lo si legge attentamente senza saltare il suo contesto, il detto ed il sotteso...

    rileggi tutta la frase, ogni sotteso contesto e poi mi dici, ennio.
    devi solo aspettare che ti passi il sobbalzo e poi tutto ti sarà chiaro, sicché chiarissimo è il suo senso. erminia

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  8. poi io la poesia di fortini la leggo in modo diametralmente opposto al tuo.

    ' e soprattutto perchè finisce con il capitolare al "si, mi ricordo" (che avrebbe dovuto essere "si, ricordo.") quel "mi" dice molto altro.

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  9. Io non ho fatto qui uno pseudo-discorso politico. Ho fatto un discorso ideologico, basato sulla satira. - è un genere antico, la satira, ed un diritto della Costituzione: "Diritto alla satira". Se questo è il mio metodo ed umore espressivo, nessuno può dirmi che non ho il diritto di esercitarlo (pur esercitando il diritto di dirmelo). Questo è il mio modo di reagire alla decadenza politica, e se scrivo un pamphlet satirico necessariamente piacerà a 10 e non piacerà a 90, per statistica: e già, non si può piacere a tutti.
    erminia

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  10. Sì Ennio, Erminia mi ha fatto ridere. Ridere e basta. Poi ho osservato dove accidenti si andavano a mettere le virgole un tempo, e mi sono meravigliato per certe parole che, se anticate, riacquistano vivacità. Tutto questo non c'entra col ribellismo, oppure sì?
    Erminia che scrive questo suo... bizzarro pamphlet, è da ritenersi suo malgrado una ribelle?
    Ribelle è colui/ei che attua una ribellione, e s'intende per ribellione anche il semplice andar contro corrente, ed implica intelligenza e indipendenza di giudizio. Se così intesa non ha niente di innaturale.
    I compagni della poesia di Fortini (grazie, gran poesia), al punto narrato non sono ribelli. Non ne hanno più il tempo. E lo stesso sta succedendo a molta gente oggi, che non sono ribelli perché non hanno più tempo per certe scemenze.
    Di fronte a questa situazione sì, sulla parola ribelle si può anche disquisire, ma da qualche altra parte, possibilmente al caldo. Viceversa si starebbe nella condizione che descrive Erminia che definisce il ribellismo una stortura dovuta ad altre storture, se ho ben capito, ma non sarebbe ribellismo bensì un immediato bisogno di opposizione. Immediato perché ne va della vita. E non ho scritto rivoluzione perché richiederebbe pensieri più complessi che nessuno, ma proprio nessuno, sa dire con illuminante e aggiornata chiarezza. Potessi farlo sparerei all'utopia , intesa come giudizio...

    mayoor

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  11. esempio semplificatorio per spiegare quello che ho detto.
    se in famiglia hai un figlio ribelle che odia i genitori, scappa di casa, li uccide o si uccide, fallisce per contrastare le ambizioni dei genitori che non comprende (Morte di un commesso viaggiatore), se questo figlio è ribelle e distruttivo e autodistruttivo vuol dire che non lo si è condotto a una naturale e positiva cognizione del suo essere in famiglia: la colpa è del genitore.

    se non ci fossero cattivi genitori, ma buoni genitori, quel figlio non sarebbe mai ribelle.

    il futuro non è diventare tutti figli ribelli, è diventare tutti buoni o migliori genitori. perchè laddove esistono buoni genitori, i figli sono dei buoni figli, naturalmente inclini all'amore e alla collaborazione...
    adesso sposta tutto questo elementare discorso alla polis e vedrai il senso di quello che ho detto. erminia

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  12. per convincere i genitori ad essere buoni genitori deve cambiare soprattutto la cultura che genera invece i cattivi genitori ed anche cambiare l'economia. la rivoluzione cambia queste cose, non lo nego. ma appunto è la condizione non positiva ed ideale, della cattiva famiglia che ha generato guerra.

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  13. Purtroppo la satira è un'arma a doppio taglio in quanto molta gente crede di riconoscervisi e si offende e per questo vorrebbe censurarla.

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  14. Ennio Abate:

    Mi spiace dirvelo, ma parlate così (alla leggera) perché non volete più sapere seriamente (e da poeti e poetesse, come sarebbe giusto, non da politici di professione o politologi) cosa è stata ed la politica.

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  15. Molto interessante il laboratorio dalle cantine ai tetti tutto compreso.Purtroppo o meno male E.A. mette molta carne al fuoco, di post in post , mi scuso se non intervengo precisamente in filigrana o analisi della pergamena che non conosco. Mi inserisco invece volentieri nel dibattito perchè per come intendo io determinate mutazioni antropologiche anche al concetto di ribelle, è molto interessante.

    Innanzitutto non è detto che l'area della ribellione appartenga a un mero "agire"(reagire) ..la prima area coinvolta è quella del pensiero , sia per chi piu dotato di strumenti intellettuali mirati a non omologarlo mai alle tendenze volute dal potere nei modi piu subdoli, sembianti rivolta o rivoluzione ma in realtà per fortificare lo status quo dei superpoteri economici sociali culturali.
    ciò avviene anche con la satira ed è avvenuto anche grazie la satira "antiberlusconiana"...

    rifacendoci ad uno dei primi pensatori nel nostro paese delle dinamiche dell'omologazione, ergo negazione dei ribelli, basta pensare a proprosito di corpo , di cio che diceva Pasolini e come radicalmente , per esagerazione o meno, dicesse giustamente che erano scomparsi con il boom e la societa dei consumi di massa, i volti "contadini" rintracciabili persino sotto le divise dei gerarchi ma anche dei vecchi o dei giovani..etc etc

    il discorso è molto ampio, ma cio che sposo è in sostanza l'intervento di E.A., anche se il piano che a me piu interessa è quello pre-sociale o politico "pubblico" , senza il quale non è possibile essere autentici ribelli anche sul piano del nudismo politico .

    E' un nudismo istintivo anima.le che sa riconoscere la manipolazione per l'omologazione anche del ribelle , le varie fasce interessanti per un marketing della maschera di un burrattino nelle mani dei poteri forti , dal suo ego a quello piu potente di un ego verticistico di potere a cui fa comodo, anche se nelle superfici sembra il contrario.
    Diventa un ribelle come la la par condicio in politica o quella delle decisioni strategiche , a proposito di berlusconi, che confalonieri attuava per mostrare tramite fininvest e poi raiset, che c'era democrazia di scelta.

    Anche la satira sii è omologata, basta pensare che se si osasse fare satira ai veri centri che tengono sotto scacco l'indipendenza del nostro paese, saebbero messi subito in galera. Intendo riferirmi alla satira non satira e non ribelle di un crozza che mostra un san giorgio di napoli come un bravo nonnetto degli italiani, contrapponendolo al silviuncolo, nonnetto da mausoleo senz'altro, ma tramite il quale si è potuto occultare tutto il resto, facendo molto comodo alla societa occulta che sgoverna il nostro paese, mostrandosi addirittura "padre" dei valori piu costituzionali...omologazione riuscita grazie anche alla satira( ufficiale tanto quanto la storia che offende la Storia)

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  16. per i tetti vale lo stesso discorso di cui sopra..premetto che io li amo molto , non solo perchè in parte nel mio nome alias

    il problema riguarda l'invisibile e il visibile...

    il tetto mi rende visibile, ma visibile visibile o televisibile?

    televisibile lo intendo in fieri, perche non è detto che poi arrivi una telecamera

    è un mero agire , o è anche un fare?

    tutta qua la matassa del groviglio se sia o meno ribellione omologata o no, tanto piu se l'impero cui tutti ci possiede -che ci ha deviato dalla nostra natura precedente con mielle e piu infinite manipolazioni ( per primo psichiche) - se ne avvale per lo status quo, o per coprire con la mia televisibilita le scene vere, dietro il tendone dle truman show, da cui si generano le situazioni di singole rivolte o manifestazioni o rappresentazioni.

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  17. ... ritengo la poesia di Bertoldo uno dei vertici degli anni Dieci per una ragione: la qualità della omogeneizzazione stilistica e la qualità della metafora. Il vero problema della poesia autentica è la sua esposizione. La poesia di "Pergamena dei ribelli" pronuncia una parola "anacronistica" ed è un dito puntato nei confrotni del contro riformismo della cultura (poetica e non) italiana, contro le sue vigliaccherie e le sue doppiezze. Siamo ancora figli della Contro Riforma ci dice Bertoldo, ma compito del poeta di valore è quello di pronunciare una parola poetica "non allineata", anzi, vistosamente "anacronistica", "inattuale", irriducibile verso ogni forma di collaborazionismo forfettario, verso la premiopoli italiana, la tangentopoli italiana la classifica di Pordfenone leggere, verso una cultura che è scomparsa, inabissata nel vacuo formalismo di professori innocui che infestano il nostro paese. Credo che Berlusconi qui non c'entri per nulla. Il problema della poesia italiana non va visto con la lente di Berlusconi, né con quello di D'Alema... il vulnus è più vasto e profondo, ed è nella malattia del contro riformismo della vita nazionale in ogni sua forma, nella censura preventiva che il sistema mediatico mette in opera, nella profilassi censoria verso ogni forma di discorso che si ostina ad infrangere la Contro Riforma.
    Di questo ci parla la poesia di Bertoldo. E non altro.

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  18. a Ennio Abate:

    Mi spiace dirtelo, ma parli così (alla leggera) perché non vuoi più sapere seriamente (e da poeta, come sarebbe giusto, non da politico di professione o politologo) cosa è stata e sarà "la poesia".

    Ma questo io te lo dico molto seriamente e no alla leggera, e mi sento un giudizio severo, verso questa tau deriva adolescenziale nel politico, sicché questa tua attitudine mi preoccupa molto, ovvero quella di volere trasformare i poeti in soldatini a qualche non chiaro fronte (che credi di potere indicare tu, ma non puoi, ennio, per quanto sforzi tu faccia).

    E con questo chiudo la discussione sul tema mio, della mia poesia, e ripassiamo alla questione generale, perché mi ci tiri dentro a forza e non per mia espressa volontà: è come rispondere per me ad uno studente che per forza voglia attaccare da banco (e non dal tetto perché tu non stai su nessun tetto per quanto io ne sappia) , attaccare, ripeto, briga con il professore, e benché io sia un professore, tu non sei uno studente da un pezzo, ma un mio collega,dunque smettila di fare lo studente di poesia. Questi atteggiamenti erano originali nel 68, quando tu eri studente, e non più, dopo di allora....Ne è passata di acqua e di vittime sotto i ponti, ricordi? "Si, ricordo"!

    Dopo di che hai due scelte, o prendere sul serio Il Torsolo del Ventre ed altre Fadonie come poesia politicamente impegnata, oppure farti nel leggerlo una risata. Ma attenzione, puoi anche non leggerlo affatto.
    :)

    erminia passannanti

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  19. Vi posto una mia poesia del 1993, epoca in cui ero da poco non più una studentessa universitaria, che, presentata insiem ad altre, un aracoclta chiamata "Noi Altri", lo vinse exequo ad altri 5, tra cui ennio, al Premio Laura Nobile, nella cui giuria c'erano Fortini e Luperni, tanto citati in questo blog.
    Successe un litigio in quella sede, tra Fortini e Luperinie per poco il premio non andava a monte, se qualuno non avesse rimpiazzato Fortini, che girò i tacch e se ne andò la sera della cerimonia ufficiale all'università di Siena.

    Tra quelle mie poesie nel 1993 (ora pubblicate in I % poeti del Premio Laura Nobile da Vanni Scheiwiller) c'era questa poesia sui nostri nuovi "ribelli", e sul nuovo modi di gestirli così bene spiegato da Rò, poesia che vi prego di lettere attentamente, visto che siamo in argomento: era, già allora, una satira, e non politica gettata cruda sul tappeto del dibattito, sicché non credo nella sincerità del dibattito omologante, come spiega con competenza Rò (In soffitta), e men che mai nel Talk Show. E vi prego di leggerla attentamente, perché anticipa di poco il disastro del potere berlusconiano (di soli tre anni) che stava per scoppiare e che nella mia poesia è già tutto perfettamente descritto (non faccio per vantarmi) profeticamente. Scrissi quella poesia, e avrebbe potuto aiutare a far ragionare gli italiani, se non fosse che dalla sua uscita in poi il libro sarà stato al massimo letto da un numero ristrettissimo di lettori di poesia e stop, vuoi per il tipo di collana superspecialistica, vuoi perché da noi la poesia non circola.
    Eccola: si intitola
    "Come quando nel Paese è festa"

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  20. COME QUANDO NEL PAESE È FESTA

    L’insolitamente colto partecipa alle trasmissioni nazionali
    quale surrogato del sapere, indossa un abito talare
    desunto da illustrazioni enciclopediche,
    dietro richiesta mostra alle telecamere
    le mani sue stigmatizzate e offre
    ampie delucidazioni in merito.

    Messo a tacere il malcontento popolare con premi e lotterie,
    hanno disposto in semicerchio i dotti simili a grassi santi
    a gustare il tepore degli applausi in diretta,
    interrotti da arguti comunicati commerciali.

    Ai liceali in ressa fuori porta vengono distribuiti inviti
    a desistere, concili improvvisati nelle sale-stampa
    promettono clemenza e tolleranza.

    Bande armate di bambini attendono tra le colonne di cartapesta
    l’inizio dei loro spettacolo, sfogliano opuscoli illustrati,
    sistemano ordigni sotto il coprivivande del buffet
    col beneplacito del Comitato di Sicurezza.

    Alle disposizioni puntuali del regista, l’elettricista
    monta tralicci addizionali, tende cavi sopra la platea.
    Il dispendio sembra invogli a una festosa compresenza.
    Il custode mette in guardia l'insolitamente colto
    circa i rischi effettivi di una massa.

    Nelle pause contemplative, circospezione tra i chiamati
    ad obbedire ai molti imperativi. Sotto il palco
    nella penombra, l'orchestra dei pensionati sonnecchia,
    il trombone russa, la viola ha appoggiato la testa
    alla spalla dei clavicembalo.

    L'insolitamente colto non concepisce l'dea del riposo,
    ne approfitta per compilare Errata, ideare smentite,
    oppresso dal sospetto di essere frainteso o preso
    troppo alla lettera.

    Flagellanti, chierici, profeti, rei confessi
    stanno ordinatamente in fila dinanzi a un camerino
    per sottoporsi al supplizio del trucco. I più sfrontati
    sfoggiano cilici, uniformi d'aculei, sguardi bianchi. Boriose,
    le passerelle dinanzi agli ascensori, allo scader dei turni.

    Ballerine in lamé offrono assistenza volontaria ai deboli
    di cuore, rammendano arterie, spillano valvole artificiali,
    reggono la fronte a chi ha la nausea. Nelle sputacchiere il livello sale.

    Quasi trabocca. L’insolitamente colto getta
    uno sguardo a quella calca e si allontana con un moto di ripulsa.
    Nell’andirivieni di lettighe e portantine, la trasmissione
    consolida la sua audience, pupille si dilatano,
    crollano i volti.

    Brevemente stupite tra i vapori alcolici
    dei video, le bande armate sono schiere blu
    di angeli, nel loro sogni cattedrali di fuochi pirotecnici.


    Erminia Passannanti, "Come quando nel Paese è Festa", in I 5 poeti del Premio Laura Nobile, Milan, Vanni Scheiwiller, 1993.

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  21. Se domani, o stasera stessa qualcuno mi dicesse

    "Corri corri, presto, Ennio Abate è salito sul tetto del comune di Milano e spara sulla polizia, vieni a convincerlo a desistere!",

    oppure mi dicesse

    "Corri, corri, vieni ad aiutarci, Ennio Abate è salito sul tetto dei casa sua e minaccia di gettarsi di sotto se la poesia italiana non muta fronte",

    oppure mi dicesse


    "Corri, corri, Ennio Abate è salito sul tetto della sua scuola e minaccia di sparare su studenti e colleghi per una dimostrazione di militanza dissidente, vieni ad aiutarci a catturarlo!"

    io ci verrei. Ma devo prima appunto ricevere tale notizia che Ennio Abate sia effettivamente salito su un qualche tetto. Prima di allora, me ne sto tranquilla...non c'è urgenza.

    erminia


    PS Mi dispiace per tutti i typos che non ho il tempo di correggere, ma sto scrivendo da un computer con una tastiera scassata nella mia ora di intervallo a scuola)

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  22. Guarda Ennio, ti posto questo brano da Fortini, Memorie per dopodomani, (p. 28) di Fortini sulla poesia e sulla politica solo per il beneficio dei lettori e per rispetto intellettuale verso il mio autore elettivo, non altro, perché no si dia di lui una impressione al pubblico contemporanea limitata ed erronea, sicché Fortini ha cambiato le sue pozioni e si è saputo contraddire e per conoscerlo bisogna conoscere e citare tutti i suoi scritti, fino alla fine e a quelli postumi: questo è citato nella mio libro monografico del 2004, "Scrittura saggistica, linguaggio lirico e traduzione poetica nell'opera di Franco Fortini").


    "Pesa a me in questi anni il senso di non potere avere altri pensieri né dare altre, cioè differenti, scritture. Poiché solo dopo o miei cinquanta mi pare d’avere cominciato a capire quanto mi fosse mutato intorno il mondo e il luogo in esso delle parole letterarie. Quelli che negli anni passati mi hanno attribuito non so che pretesa o capacità di profezia, quanto si sono ingannati! [...] Il lettore stia attento perché vorrei fargli capire un passaggio difficile, difficile per me, e che mi costa caro. Fin da giovane mi pareva di avere inteso che la poesia e la letteratura erano spesso maschere in funzione apotropaica, non senza rapporto con le false passioni dove la gente sfugge alla tortura di quelle vere .[...]per non avere voluto rinunciare mai a mostrare a dito i limiti della poesia, e non dolo della mia, ho perduto amicizie che mi sarebbero state carissime e ho accettato amputazioni assai dolorose, non solo inferte dagli altri. Inutile aggiungere che, dall’altra riva, i politici o sedicenti tali, non mi risparmiavano risate per la difesa dei diritti della poesia che, fronte a loro, non desistevo dal mantenere. Ebbene, debbo dire che ho probabilmente sbagliato; per scarsa modestia e tentazione di sublime. Non posso sapere quanto l’esitazione fra i due fantasmi del sé – quello che si rappresentava nell’atto poetico e quello che si figurava in un modo di essere piuttosto che in quello di scrivere – abbia leso uno dei due o tutti e due. (..) Ho vissuto infatti la mia prima età della mia vita nella persuasione che la parola scritta della poesia potesse e dovesse qualcosa contro quella che, nella medesima pagina, chiamavo ‘la trionfale organizzazione delle carogne'"

    Ad esemplificare il conflitto tra l’Io poetico e l’Io politico, Fortini cita la serie delle poesie delle ‘rose’ che sarebbero sbocciate dalla dantesca ‘valle d’abisso dolorosa’ (‘che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai’, Dante, Inferno, Canto IV) quale riflesso delle pene, autentiche o fittizie, dell’animo umano immerso nella propria storia e rende conto della problematicità delle funzioni della poesia. Nel medesimo passo, l’autore aggiunge: "Oggi non lo credo. Altre debbono essere le armi. Non necessariamente da fuoco. Ma armi. Anche di parole, dunque. Ma non necessariamente di poesia."

    Erminia Passannanti

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    1. Troppi typos. Devo riscrivere.

      Guarda Ennio, ti posto questo brano da Fortini, Memorie per dopodomani, (p. 28) sulla poesia e sulla politica solo per il beneficio dei lettori e per rispetto intellettuale verso il mio autore elettivo, non per altro, perché non si dia di lui una impressione al pubblico contemporanea limitata ed erronea, sicché Fortini ha cambiato le sue pozioni e si è saputo contraddire e per conoscerlo bisogna conoscere e citare tutti i suoi scritti, fino alla fine e dunque anche fino a quelli postumi: questo è citato nella mio libro monografico del 2004, "Scrittura saggistica, linguaggio lirico e traduzione poetica nell'opera di Franco Fortini").


      "Pesa a me in questi anni il senso di non potere avere altri pensieri né dare altre, cioè differenti, scritture. Poiché solo dopo o miei cinquanta mi pare d’avere cominciato a capire quanto mi fosse mutato intorno il mondo e il luogo in esso delle parole letterarie. Quelli che negli anni passati mi hanno attribuito non so che pretesa o capacità di profezia, quanto si sono ingannati! [...] Il lettore stia attento perché vorrei fargli capire un passaggio difficile, difficile per me, e che mi costa caro. Fin da giovane mi pareva di avere inteso che la poesia e la letteratura erano spesso maschere in funzione apotropaica, non senza rapporto con le false passioni dove la gente sfugge alla tortura di quelle vere .[...]per non avere voluto rinunciare mai a mostrare a dito i limiti della poesia, e non dolo della mia, ho perduto amicizie che mi sarebbero state carissime e ho accettato amputazioni assai dolorose, non solo inferte dagli altri. Inutile aggiungere che, dall’altra riva, i politici o sedicenti tali, non mi risparmiavano risate per la difesa dei diritti della poesia che, fronte a loro, non desistevo dal mantenere. Ebbene, debbo dire che ho probabilmente sbagliato; per scarsa modestia e tentazione di sublime. Non posso sapere quanto l’esitazione fra i due fantasmi del sé – quello che si rappresentava nell’atto poetico e quello che si figurava in un modo di essere piuttosto che in quello di scrivere – abbia leso uno dei due o tutti e due. (..) Ho vissuto infatti la mia prima età della mia vita nella persuasione che la parola scritta della poesia potesse e dovesse qualcosa contro quella che, nella medesima pagina, chiamavo ‘la trionfale organizzazione delle carogne'"

      Ad esemplificare il conflitto tra l’Io poetico e l’Io politico, Fortini cita la serie delle poesie delle ‘rose’ che sarebbero sbocciate dalla dantesca ‘valle d’abisso dolorosa’ (‘che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai’, Dante, Inferno, Canto IV) quale riflesso delle pene, autentiche o fittizie, dell’animo umano immerso nella propria storia e rende conto della problematicità delle funzioni della poesia. Nel medesimo passo, l’autore aggiunge:


      "Oggi non lo credo. Altre debbono essere le armi. Non necessariamente da fuoco. Ma armi. Anche di parole, dunque. Ma non necessariamente di poesia."

      Erminia Passannanti

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  23. Ennio Abate:

    Non ho alcuna difficoltà a sottoscrivere questo bilancio che Fortini fece. Che comunque non blocca nessuna delle interrogazioni e delle riflessioni che noi continueremo a farci, finché vivremo e col massimo di coraggio e di intelligenza di cui saremo capaci, sui rapporti tra poesia e politica.
    Come redazione della rivista "Poliscritture" abbiamo deciso di dedicare il prossimo numero 9 della rivista proprio a Fortini. E fra qualche minuto pubblicherò anche su questo blog la traccia del lavoro che abbiamo messo "in cantiere"

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