domenica 12 febbraio 2012

Giorgio Linguaglossa
Su "Sensi e sentimento dei sogni"
di Laura Sagliocco

Laura Sagliocco Sensi e sentimento dei sogni Campanotto, Udine, 2011
Scriveva nel 1969 Franco Fortini: «L’attitudine (e l’uso) del dialetto, e dei gerghi e – al limite – della lingua privata è l’altra faccia della costituzione di nuovi linguaggi internazionali. Scrivo un verso in italiano e so di scrivere in una lingua morta, in un dialetto agonizzante; scrivo invece queste righe traducibili in qualsiasi congresso con prenotazione alberghiera, presidenza e microfoni, e so di star scrivendo una specie di latino, nella lingua della clericatura. La dolce e infame anarchia del ghetto fa fiore e muffa per entro il Sacro Capitalistico Impero».
Questo libro d’esordio della romana Laura Sagliocco è un tipico prodotto del Sacro Mediatico Impero, e lo dico nel senso migliore, nel senso che la Sagliocco mette in mostra l’autobiologia delle proprie esperienze di vita in modo davvero sorprendente; una poesia di rabbia e d’amore, passionale, ben scandita su un verso libero che corre veloce senza mai tradire alcun impaccio.

La Sagliocco scrive con la naturalità di un evento atmosferico: scrive come parla. Ed è questo un risultato di indubbio valore.
C’è un dèmone nella carne che presiede alla carnalità. Il «male» per essere bello, deve essere vissuto in modo assoluto e al femminile: la ricerca dell’autenticità nel mondo dell’amministrazione del "si" è la giustificazione dell’iniziazione dell’autrice nel mondo dell’esperienza. Il racconto poetico della protagonista è l’esposizione di una sorta di ascesi, un istinto che diventa ribellione al dominio del decoro e del codice della moralità regolata dai «sobri» costumi della piccola borghesia mediatica del nostro tempo. La protagonista femminile vive e sconta sul proprio corpo le pulsioni del desiderio e del «dominio». Più che nella scia della letteratura del libertino e del dandy (al femminile), questa è la storia di un ricerca dell’autenticità nella dimensione del «desiderio». La protagonista scopre che il suo corpo è diventato una macchina desiderante, auto fagocitante che realizza (o immagina di realizzare) le proprie pulsioni erotiche e spirituali, quando invece realizza un modo della compiuta trasparenza. In altre parole, nel mondo della tolleranza amministrata c’è libertà per tutti, una libertà che non c’è neanche bisogno di contenere, controllare, perché regolata e controllata dalla pseudo tolleranza universale... e come è noto, non può essere però concesso, ad una donna (o a un uomo), la realizzazione della propria felicità «privata» al di là del principio del bene e del male e del concetto contesto di peccato, al di là dell’infelicità pubblica. Di qui lo stile della poesia confessione nel quale eccelle la Sagliocco.

Sete


Sete
scatenata, d'acqua di mare.
Scorre tra le nostre lingue,
bagnate,colme, benedette.
Ti lecco,la sazio.
Sete arsa di veglie
tormentate dal sole.
Riempila, ora!
Mi stende commossa,
mi copre umida di sudore.
Non lasciarmi il tempo di esitare.
L'odore di sale
si spinge dentro a forza,
strattona gli ostacoli dei polmoni.
E questi si piegano
in risa percosse,tremanti,
invasate,
docili
infine.
Occhi feriti cascano,
ruzzolano grati,
bendati dal trionfo del mezzoggiorno,
con l'orgoglio sfrontato
dei prediletti di natura.
Siamo noi.
Non te ne sei mai accorto
guardandomi nascosta
nei rituali urbani?
Ti sembro così distratta,
laminata e splendente?
Fai suonare a terra
lo scudo dell'arroganza
e impugna lo scettro sepolto
nel mio sterno schivo
e ignavo.
Immergi quella mano ignara
nelle mie viscere.
Sposta,solleva gli immani tronchi
delle ossa e le carni interne
scorreranno tuo nutrimento.
Vuoi guardare la nostra gloria
consumarsi al mattino?
Il tramonto
spegnerà forse la mia volontà...
Approfittane!
Avresti ancora poco tempo
prima del mio sonno.


Ode ai brutti


i brutti,
ooh! Grazie a Dio esiste il tripudio
della vostra imprevedibilità,
le curiose invenzioni
di queste forme,
che provocano saporite sorprese
nella mente che indaga...
Specchio di quali anomalie?
E' fragilità il grasso?
O tribale megalomania?
Superumana possanza un nasaccio?
O perverso disprezzo
dell'ordine universale?
Oh anarchici costretti all'orgoglio
della vostra identità,
turbate il buonsenso corrotto
da frigide idealità.
Mentre contenti vi godete
una sudata libertà,
i belli più o meno,
arcigni nelle loro
intransigenti gerarchie,
si interrogano sui vostri dolori
e odiano la vostra felicità.
Perché proprio il mondo
che li dichiarò eletti,
li ha presi a calci in culo
resi sgualdrine delle sue pretese
e scaricati quindi se inadempienti
la prevista funzionalità?
Infischiandosene di averli
condannati perciò
a una morale infermità?
O abuso,o sfregio
o sfacciata empietà!
Perché alle loro invidiate vittorie
manca il respiro dell'onestà?
Ma considerarono davvero l'eremitaggio,
l'abbandono e l'oltraggio
che precedono la conquista
di una salda spiritualità?
Irrimediabilmente noiosi nella gioia
quanto nella miseria.
Provai una volta ad avere
un amante bello,
ma erano calcolate e pretenziose
anche le coreografie del suo pisello.
Ammetto però che, fanciulla,
me ne dolsi.
Riprovai con un culturista,
poi io! di partenopee origini!
persino con un celodurista!
Ma vinta, infine, invocai:
"Oh brutti,
caleidoscopici nostri condottieri,
rinfrescatemi con la vostra gagliardia!
O giocosi custodi del vostro mistero,
a voi manca
il più potente inibitore dell'orgasmo :
la vanità.




a Lidia (la mia professoressa)


Dubiti che il canto dei poeti
si propaghi tra i morti?
Proprio tu
che porti un nome
incauto e straniero,
figlio di popoli pagani.
Tu voce matriarcale
e venefica,
un tempo esperta dei riti
che schiudono
le forze dell'oltretomba.
Ci siamo scontrate
come ombre dimentiche
tra i passi claudicanti
della mia adolescenza,
costretta a invocare
in vagiti informi
epoche di sogno.
Ora
un richiamo mobile
ha irretito le piaghe
delle membra,
e il tuo sguardo
agghiaccia
nell'azzurro
di acque sorgive,
con un languore cruento,
scorcio dell'intimità
di quei boschi ermetici
dove scorre la tua lira,
il tuo profumo umano
accorato e pensoso...
Si ravvolgono
e confondono le immagini
del tempo
si tinge di straordinario
chiarore il pulviscolo
di un attimo
e un potere preme
inoppugnabile
dentro le nebbie
dei nostri corpi.
Lo seguo muoversi,
nell'accoglienza indomita
della tua bocca
inseparabile ai tumulti di
emozioni sensuali
mi riscuote nel turbamento
guerriero del sopracciglio
nella capricciosa frenesia
del corpo
vulnerabile alle incertezze
che illuminano
lo spirito dei poeti.
Lo rincorro tra i fiumi
di diamanti...
Inondano le gioie supreme
di quelle rive segrete,
dove tu con le tue donne
preservavi la vita
nel grembo di sortilegi
inascoltabili.
Sfocia nella gola
quando nella pianura
colpisce scudi d'oro
il sole di mezzogiorno.
Lo rivedo ancora
quando cieca
scrivo.
Sarà tutto fermo quindi
un giorno
insieme al nostro canto?
Quando sfumerà persino
il dolore,
che dilata il sentire
oltre ogni speranza .
il movimento che perseguita
la nostra anima
con il sapore inconscio
di un delitto,
si scomporrà al comando
distratto della natura?
O si ingrosserà
nel vento muto
dell'Erebo
e strariperà
tra le grotte buie?
Svanirà accecato
in grida di
 
Reliquie
 

Si muovono lente
le lacrime azzurre,
sgorgano morbide
come pugni di terra scura
e tingono i volti di bronzo.
Freme la fragranza
di questa terra!
Domata dai sussurri
di un sole materno,
calpestata da sorrisi divini,
tra le orme di culti fastosi
e frugali,
sovranità arroventate
in fiotti di oro fuso,
secrezione di furori nascosti
nell’amplesso sotterraneo dei sogni.
Io
sono le lacrime azzurre.
Vago tra affollate
visioni solitarie.
Non mi tocca il vento,
finché non si strazia
l'utero per ghermire
la tua immagine lontana.
Con la leggerezza di
mani divine
ti insinui nella pelle,
ansimo negli ardori
della tua eco fertile,
e ti amo sempre,
ti amo nell'estraneità che pasce
il dolore dei santi.
Mi colpiscono strappi assordanti,
galoppano per saziarsi
nei fluidi che agita
la carne perenne del tuo spirito.
Ti ascolto scivolare insensibile
verso il mio sesso,
tiri i filamenti
di osmosi misteriose,
mentre io ti voglio
trattenere ancora dentro,
trascinando le nostre sensazioni
contro ogni regola di natura.
Brucia sotto il ventre
questa dolcezza,
insorge nella linfa di
devozioni sanguigne
e lacrima sui volti sacri,
riga d'azzurro quei visi imbruniti
da secoli di morte.
Si turbano, e sudano le vibrazioni
dei miei stessi spasmi
le carni bruciate,
avvinte a un pensiero roseo
che conserva la presenza umana
del loro voluttuoso sentimento.
L'azzurro si apre
nei corsi burrascosi
che invadono i miei palpiti secchi
e il vento si scaglia sereno
sulle regioni protette
del mio corpo,
spalanca luminosità erranti,
traverso le strettoie
di questi siti umani
eversori del tempo.
Trascendo,
trascendo il senso stesso
dei miei tumulti immortali,
mi agguanta la tua anima
inviolata al tatto degli elementi
che turbinano
e ridestano prosperità virulente.
Mangiano, ingoiano
ogni erosione mondana
le pelli marziali dei santi,
gridano violacee,
grondanti di lacrime azzurre
e cantano nei precordi
del mio pudore.
 


 

3 commenti:

  1. Dopo aver letto questi versi, ho visto fantasmi trascinanti catene,accompagnati da una musica lugubre di violini. Più che emozione direi sconcerto ed un tardivo ritorno alla normalità. Eccezionale sensazione , lettura dei sensi. Emy

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  2. Nonostante i richiami alla crudezza delle cose (/Perché proprio il mondo/che li dichiarò eletti,/li ha presi a calci in culo/resi sgualdrine delle sue pretese/) mi pare una poesia dal registro "alto", per niente ingenua. E' nella scia di una corporeità al femminile, senza tuttavia (e meno male, aggiungo...) certe oscurità di altre devote della poesia "corporea". Mi piace, anche se nell'Ode ai brutti trovo tutte quelle tronche cacofoniche, e, una volta di più (se n'era già parlato in precedenti post), non mi sembra sempre del tutto giustificato il verso corto che frammenta (o dissimula?) la prosasticità del costrutto.
    Ciao e grazie!
    Flavio

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  3. Scrive come parla, nota Linguaglossa. Chissà, di certo questo non è linguaggio parlato. Somiglia al parlato, lo sfiora e l'accoglie ma resta poetico, nel senso che tra parlato e scrittura ci sento anche l'accortezza a mantenersi nella tradizione letteraria. Lo conferma anche l'uso del verso breve, anche se libero.
    In queste quattro poesie mi sorprende l'inizio ogni volta spaesante (lo scrivo anche se non mi piace questo termine. S'infiacchirà presto perché troppo in uso). L'inizio, al di là di quanto viene scritto, è potente e introduttivo al linguaggio poetico. E' grazie al buon inizio che la poesia si sosterrà nella sua lunghezza (lunghezza però che qui e là non è priva di lungaggini).
    Secondo me la lunghezza delle poesie ha anche valenze libidiche. Di naturale in queste poesie ci sento proprio questa corrispondenza tra sesso e libido. Che fa bene, è aria fresca.

    mayoor

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