martedì 1 maggio 2012

Lucio Mayoor Tosi
Tre poesie



Simm' nervusi
, di Enzo Cucchi. 



Dentro questa circonferenza da bersaglio 
posso sperare nel distratto trascorrere altrove 
di interi branchi dell’economia 
impegnati in qualche rissa parolaia dove muore di fame 
chi ne resta trasognato. 

Fa freddo. 
L’aria irrigidisce le spalle. Il cuore non c’è. 
Fa tremare il mondo che prende più di quanto dà
seleziona la specie scrutando dentro ogni individuo
nessuna fuga consentita. 

Solo morire lasciando le strade pulite. 
Come mai esistiti. 

....

Ricordi che s’asciugano lentamente.
Pianto che non esce, sogni come chiodi.

L’amore ristagna, le guance unite da parole suicide. 
Solo spavento, imminente catastrofe. 

Vita malata perché senza speranze di noi
nemmeno un po’ di fortuna che ridoni un battito d’ali
nemmeno tra i giorni uno che cambi il tuo sorriso 
e come specchio il mio.  

Camminando fermi
le mani allacciate che non si può fare niente. 

.....


L’anima non va lasciata in terra e nemmeno sulle coscienze. 
Te la porti via per favore. 

Resta sveglia la poesia che non ha occhi.
Versi come scimmie scansano le parole. 

Ventose ombre. 

Versi come brividi quando fa freddo 
mentre la città scorre guardando altrove. 

Parole che ci nascondono
un tempo facevan brillare 
le stelle. 









7 commenti:

  1. Oh Mayoor quanto sempre mi sorprendi! Uno sguardo triste quasi atterrito sulla società che impedisce la fuga. Parole da tenere per i tempi migliori...si spera. Bravissimo! Emy

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  2. Caro Mayoor, c’è tanta disperazione sociale ed esistenziale nelle tue poesie. Pessimismo e indifferenza ti fanno veramente tanta paura. E la fanno anche a me. La città “scorre guardando altrove”, “Fa tremare il mondo che prende più di quanto dà”. D’accordo, siamo una massa di egoisti e individualisti, finti e doppi, diciamo una cosa e facciamo un’altra in una “vita malata perché senza speranza di noi”, ma siamo anche capaci di decifrare le piccole cose buone dell’esistenza. Intorno a noi c’è l’insanabile contrasto tra bontà d'animo e indifferenza, ma ci sono anche delle potenzialità da non sprecare. “Fa tremare il mondo che prende più di quanto dà”, ma noi che cosa diamo? Diamo le “parole che ci “nascondono”e poi? Cosa facciamo realmente per sorreggere i cambiamenti?
    Grazie.
    Giuseppina

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    1. Cara Giuseppina, in queste poesie ho rinunciato volutamente alla visione "alta" della poesia perché mi avrebbe portato alla scrittura che consola, al finale positivo. Ho preferito stare con quello che c'è, evitando per quanto mi è possibile anche gli abbellimenti della scrittura. So che la mancanza di lieto fine potrebbe suonare come un lamento, ma queste tre poesie fanno parte di una raccolta che, spero, troverà nell'epilogo anche la soluzione. Grazie.
      mayoor

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  3. A Giuseppina:

    quello di Mayoor è uno sguardo reale sul reale, l'emozione così ben costruita è inevitabile e così anche la sua trasmissione. "Parole che ci nascondono/un tempo facevan brillare/ le stelle/" questo ultimo verso dice molto del presente e del passato, semplicemente , magistralmente. Qui non si vuole pensare al cambiamento , non perchè non sia possibile,ma perchè non se ne ha la forza . Il "noi",l'anima, questa visione della nostra interiorità , spiritualità, viene vista dal poeta come uno scarto qualcosa che non deve assolutamente servire per continuare a vivere se non per se stessi almeno per il mondo che ci vuole, per chi ci ancora ci ama. per chi e per ciò che amiamo. Questo è il messaggio che mi è arrivato. Un pessimismo si direbbe, che invece per me è una presa di coscienza , una voglia di riscatto. Rinnovo la mia ammirazione per questi scritti. Emy

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  4. ..Lo sgomento per la realtà di oggi ci coglie tutti..anzi ci pietrifica. Ciò che mi colpisce maggiormrnte in questi versi é l'assenza di una risposta, che ci dimostri l'esistenza dell'altro...il giorno non contraccambia e non è specchio di sorrisi, le parole non fanno brillare le stelle, e viceversa...come essere l'unico sopravvissuto sul pianeta distrutto da un'esplosione nucleare, non a lungo sopravvissuto. Tempo fa ho letto il romanzo di un autore tedesco(non ricordo il nome) che descriveva una analoga situazione. Da brivido..qualche girno fa ho scritto anch'io qualcosa di simile. Che ci sia l'avvisaglia di un sentire collettivo? Mero catastrofismo?
    Annamaria

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    1. La crisi culturale di cui si parla non ha niente a che vedere con la crisi economica, ha radici più lontane nel tempo e riguarda un sistema sociale tutto sommato rivolto al benessere. Chi non ha lavoro, chi ha perso la casa, o anche chi ha dovuto chiudere un'azienda ha ben altro per la testa e non produce cultura. Forse lo farà più avanti, quando si sarà creata distanza e, chissà, magari verranno alla luce nuovi contenuti, altri valori che stavamo perdendo... non sto parlando di quella povertà che molti poeti conoscono bene, da sempre, ma di una povertà trasversale che può riguardare chiunque. Come uomo e come poeta non posso permettermi di stare a guardare, ma ciò che mi disorienta di più è l'assenza di alternative al liberismo che cerca di rimettere in piedi un sistema sociale che non mi piaceva, anche prima che questa crisi si facesse così evidente. Non parlo di me quindi, la mia è solo una voce tra le tante inascoltate. Non sono pessimista, ma la soluzione non ce l'ho, non la vedo. La sento confusamente, per adesso nell'individualità, mia e di tanti altri, il collettivo è sotto controllo. Piaccia o meno si vuol far credere che questa sia la sola realtà. Una realtà forzata. Non vedo altro. E mi va di raccontarlo.
      mayoor

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  5. "Camminando fermi
    le mani allacciate che non si può fare niente."...
    Un verso pesantissimo...che trasmette fedelmente il "come ci si sente"...Amarezza, tanta...anzi diciamo pure troppa...ma questa è la realtà...
    Che dire? Col tuo stile originale...hai reso molto bene l'dea di cio' che è.

    Augusto.

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