lunedì 30 luglio 2012

Valentino Campo
Lamentazione


  
Considerate e osservate
se c’è un dolore simile al mio dolore,
al dolore che ora mi tormenta...
                                          giudicate,
pesate,
con la selce raschiate
ogni suo grumo.

Mi tolgo la giacca
                          l’appendo al muro,
lavo le mani per poterti parlare.

                                       Dal fondo
arrivano le voci,
certe voci stridule
di gente e di cani,
chiudo la finestra
per farti parlare.
Giunge anche qui l’odore
della terra, quell’odore di lama
che le apre il costato,
lo tengo con la lingua
per farti respirare.
Sei mesi che sono muto.
Allevo linci
                  le sfamo,
sul tuo volto ho messo un telo,
musano l’aria, poi si scava.
Tendo la mano quando s’avvicinano,
leccano e lasciano le tue scaglie,
la notte sono libere di cacciare.

C’era una città
               un alveare,
vita che tracima dai suoi pori,
un tremolio di vita
                              nell’attesa
schiocco infinitesimale,
poi l’utero si chiuse
e la città arse,
                        le mura come vetro e sale,
mi lego a corde usate
da qualche parte seguirò la traccia.
Sanguina l’orecchio
                                    senza voce
le linci stanno andando a vuoto
nel vuoto pece della stanza
solo un rantolo che dà la luce
luce stenta che sa di ali
ed un tuffo sordo alla parete.

Come sta solitaria
la città un tempo ricca
hanno fatto breccia
                    serrato il fiato,
sillabi il mio nome, chiedi i fiori
                             le viole
quelle di marzo,
divento esperto di ogni fosso,
m’addentro nel cupo
e fiuto il seme tra i sassi.
Mi sazio con erbe amare,
                              neve,
poi ti siedo accanto 
e ti racconto il bosco.
Tagliano le pensioni,
Iorio gli ospedali.
Sei di pietra
non giri più gli occhi.

Non c’è resa,
                         ancora,
dicono che ci sarà a breve.
La città, la sola,
la città che viaggiai,
                         pioggia e neve,
nei suoi cunicoli, dentro i canali
                           fino alla foce,
la città che ci è apparsa in sogno
con i suoi monili
                             le sue torri,
a goccia a goccia sputa rena
                                    si sgretola.
Preparo la calcina,
acqua e terra l’impasto,                        
sulle mani i segni dei tuoi morsi
ogni morso un pane
per quando ho fame.
Al sole il liquame è una poltiglia
                                     densa
che scioglie il pianto,
la spalmo nelle crepe
riempio i cerchi,
muro le tane.

Come sta quieta la città
come sta ferma nel cavo dell’ora,
nessuna vedetta sulla torre
                               solo l’attesa
d’uno squillo di consegna.  
Ti do l’acqua a sorsi,
sulla lingua un’ostia
che asciuga ogni piaga,
                         svapora
in un sibilo, un soffio
di ferrame, di stento
ricominciamento.
Ottobre è qui che fiuta
la sua preda,
marca le travi,
le intercapedini,
fa strada a chiunque viene.
La città si piega su se stessa,
Ottobre le scalda il fiato
col fiato dei gerani.

Gli assedianti vengono da lontano
mandano urla contro la città
hanno segnato i campi
                        quelli a grano,
una discarica sulle tue viole
crescono in fretta anche senza luce.
Non ti conoscono,
pagano in contanti
dicono che ogni cosa ha un prezzo,
ma la città non è in vendita,
torneranno domani con un’altra offerta
                          hanno le idee chiare
zona residenziale e parchi,
una via con il tuo nome.

Le donne divorano i loro piccoli
i piccoli che si portano in braccio…
io ho divorato mia madre
da quando è nata
e ancora adesso che sono morto.
A brani sfaldo, inghiotto,
                            sciolgo
sangue a crudo caldo
mentre lo schermo dà le percentuali
dei morti, dei sopravvissuti,
i volti dei santi, degli unti,
legioni di sciacalli,
le mani senza odore,
faccio a pezzi mia madre
per ricomporla intera
nel bugno, nel suo tepore.
Ho consumato la carne,
seccato la sua pelle
per farne una cella,
sulla vertebra,
la settima, l’infame,
ho inciso le date, il conto dei giorni
                                  che mi rimane.

Considerate e osservate
se c’è un dolore simile al mio dolore,
al dolore che ora mi tormenta.


* In corsivo passi tratti da Geremia

*Valentino Campo è nato e vive a Campobasso dove insegna presso il Liceo Scientifico Statale "A. Romita". Dirige insieme a Luigi Fabio Mastropietro il "Quaderno internazionale di segni contemporanei AltroVerso".
Di lui vedi anche qui 


            

3 commenti:

  1. Poesie per meditare. Metafore che fanno rabbrividire. enigmi,terrore. Paura di perdere Paura di perdere la poesia. La ricerca della libertà nella parola : Eccola! Emy

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  2. Certe ripetizioni (a me famigliari) come "poterti parlare" e "farti parlare", e poi la città più volte sono l'inciso musicale per riprendere, continuare la catarsi. incurante del senso narrativo e unicamente rivolto all'esaurirsi libidico (dell'angoscia) scrive in forma espressionistica, quasi gestuale. Ma i colori sono in penombra, anche le viole, come fossimo in tempo di guerra o nel corso di una malattia. Il poeta Campo fa un passo avanti e si chiede se capiti solo a lui, se è condivisibile questa angoscia, questo passare dallo star bene all'orrore senza possibilità intermedie. Già, nello stato intermedio ci deve essere l'insensibilità del nulla o la presa per i fondelli... alla fine non so, non so a che serva la catarsi di qualcuno oltre che a se stesso, ma so che ha risvolti benefici perché fa uscire la voce, alta nel suono, non dimessa, non meditata (mediata), e diventa espressione di ribellismo (nel senso che gli dà Ennio Abate). E per certi versi, anche poetici, è necessaria.
    mayoor

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  3. direi, riprendendo Adorno, che «l'espressione è il volto doloroso delle opere». In questa poesia di V.C. il tono muscolare è dato dall'elemento dell'espressione, ma si sa che esso è (adornianamente) in diretta contro tendenza rispetto alla «mimesi»; con ciò che tanto meno mimetica quanto più espressiva l'opera si accinge ad essere. E viceversa. Il gesto espressivo inoltre è parente del «sacro», è il fratello minore e deforme del «sacro». E il «sacro» qui è rappresentato dal «lutto» della morte della propria madre. L'espressione così diventa il mezzo catartico e stilistico per l'elaborazione del «lutto», dove non c'è Aufhebung che tenga ma soltanto una «svolta», un «oblio» che può distanziarci da una tale esperienza. Ora, sta di fatto che invece l'esperienza estetica si muove in direzione diametralmente opposta a quella dell'empiria, essa tende a ripristinare l'arcaico, il dato, l'evento archetipico, mentre l'empiria tende per sua natura verso il sorpasso, la dimenticanza. Così V.C. si muove, sbatte la testa stilistica, entro queste coordinate contraddittorie e antinomiche. E non c'è via di uscita (intendo stilistica) che lo possa condurre al di fuori del circolo magico decretato dall'espressione e dalla sua lontana parentela morganatica. L'espressione è parente stretta della catarsi e ad essa corrisponde un operare artistico che si concentra sulla «sublimazione» e sull'eccesso. Eccesso, sublimazione e concentrazione sono le linee di forza stilistiche che reggono l'impianto stilistico di questa poesia, che ci dà però, sempre, in netto rilievo le chiavi di lettura per la sua decodifica. È questa l'onestà di V.C., il suo impegno etico ed estetico. E l'etica in estetica è prima di tutto l'osservanza delle regole, ma non le regole che il soggetto dà arbitrariamente a se stesso ma quelle che il lettore dà all'autore. E qui, noto con favore, si verifica un certo rovesciamento dai rapporti predicativi e aggettivali a quelli sostanziali, dallo stile nominale allo stile sostanziale fondato sulle «res». Ma non c'è dubbio che qui il baricentro stilistico sia ancorato ad una visione della poiesis basato sul concetto aristotelico di catarsi quale scontro di forze contraddittorie e soverchianti.

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