domenica 2 settembre 2012

Giorgio Linguaglossa
Sette poesie
da "La belligeranza del tramonto"



Nostra Signora dei morti
Perdona nobis Nostra Signora dei morti
se abbiamo bevuto il tuo sangue e mangiato la tua carne
seduti al banchetto nell'ultima cena.
Perdona nobis se abbiamo negoziato col nemico nel Tempio
e convenuto con la meretrice nel talamo nuziale
preparando la guerra nel tempo della pace.
Ora pro nobis Nostra Signora dei morti
se abbiamo seppellito i nostri cari
e dissotterrato l'ascia di guerra per i nemici.
Tutto
è stato vano.
Ti scongiuriamo Nostra Signora dei morti
di umiliarci sotto il tuo mantello di neve
il fratello col fratello, l'assassino col sicario.
Una falange macedone di morti.
Deponi ora che siamo morti
il possente elmo di pietra sopra la spiga di grano.
Misteriosa Atena, donaci la mano
accompagnaci nel luogo dove sono i molti.



Ipponatte parla
Condussero il porco nel mattatoio
e lo scannarono con un coltello affilato sotto la gola.
Bevvero il sangue caldo, con le budella confezionarono
saporite salsicce e con i lombi ottime bistecche.
Insomma, nulla fu eccepito e nulla fu lasciato al caso.
Tutto fu maciullato e macellato, compresa la pelle del porco
che divenne gustosa cotica.
Si dirà che il porco ha un trattamento particolare
perché quando scuoiarono l'uomo,
questi fu prima impiccato, poi fu gettato con tutte le scarpe
in una fossa e dato in pasto ai vermi
affinché nulla di lui restasse tra i vivi.
Si dirà che il porco è il porco e l'uomo l'uomo
e che ciò che il porco è da morto l'uomo lo è da vivo.
Tuttavia, v'è una singolare equivalenza
tra il porco da morto e l'uomo da vivo.

Il filosofo Aristide
Aristide affinò per tutta la vita la vista.
Perseguì l'obiettivo con straordinaria tenacia
aguzzando lo sguardo fino a vedere con chiarezza cose
che sarebbero rimaste ignote e celate a chiunque altro.
Aristide imparò a vedere le cose per diritto e per traverso
nella larghezza e nella profondità, fino a vederle nella loro interezza
e nella tridimensionalità.
Imparò a vederle nel presente nel passato e nel futuro
nel loro dispiegamento e nel loro sviluppo.
Nulla rimaneva celato all'acutezza del suo sguardo.
Incontrando i re e gli imperatori addobbati e drappeggiati
di potenza e di gloria, Aristide ne decifrava la sontuosità del trionfo
e la miseria della sconfitta, ne intravedeva la rovina riflessa
come in controluce nel barbaglio di un raggio di luce nel pulviscolo.
Ed i re e gli imperatori venivano al suo capezzale e lo interrogavano
donandogli ori e porpore, gioielli e baiocchi, e Aristide, scuotendo il
[ capo
divinava la loro rovina, i delitti dello scettro, gli orrori e gli onori.
Aristide scuotendo il capo canuto prese a mentire.
Prediva allegrezza e beltà, onori e bagliori.
Allora, gli prese a nascere un terzo occhio
con il quale poteva vedere cose non mai viste prima
e di cui mai avrebbe sospettato l'esistenza.

Ora, vedeva le cose non più dall'esterno ma dall'interno
e con tale forsennata chiarezza che ne ebbe terrore.
Un brivido tremendo lo raggelava e una tosse urticante gli squartava
[ il petto.
E Aristide mentiva con dispotica astuzia.
Mentiva come un lenone, in modo infingardo, spudoratamente.
E gli uomini si congedavano da lui finalmente felici.
Quale indicibile angoscia crebbe nel petto di Aristide!
Ma quale hybris lo accecò nel chiedere ulteriore chiarezza
alla sua mente spossata.
Allora, prese a nascergli un quarto occhio spaventoso sulla fronte
con il quale vedeva le cose come mai nessun uomo
avrebbe sognato o desiderato.
Vedeva ormai le cose come soltanto un marziano
poteva vederle. Spaventosamente, tutto era chiaro alla sua coscienza
e spaventosamente Aristide chiedeva clemenza
chiedeva che gli strappassero gli occhi, che lo uccidessero
che lo immolassero alla più atroce delle torture,
nel mentre che un quinto orribile occhio cresceva tra il terzo ed il
[ quarto.
Giocavano a dadi con i meteci
Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: "malediciamo il nome di Dio."
Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.
Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.
A quel tempo dall' Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele
e gettarono le ancore.
lo fissavo il loro occhio di vetro ...
Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
se la spassavano con le troiane,
ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
A quel tempo facevo l'infiltrato e la spia,
passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d'oro
e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte
alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
lo a quel tempo me la spassavo nella Suburra,
tiravo con l'arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
Un angelo gobbo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: "dimenticatevi il nome di Dio."
.

Flamurt, schiavo della trireme romana
Flamurt, schiavo della trireme romana
ha fatto carriera, ora è sguattero della nave ammiraglia
e barbiere privato del proconsole,
detta gli auspici e scioglie gli indizi. Si dice
che il suo consiglio sia molto apprezzato dal console.
Flamurt, liberaci dal dubbio,
scioglici dal male che ci sovrasta
gli indizi sono sinistri, intona i sistri, i pifferi,
recaci illenimento dei tuoi frizzi e dei tuoi lazzi,
le ballerine dell'Opera caffè e le mutandine da sexy shop,
dacci oggi la gozzoviglia quotidiana
rimetti a noi i nostri debiti come noi
li rimettiamo ai nostri debitori.
Sbrigati Flamurt, il mostro che verrà
ci libererà dal dubbio
e dalla compulsione della copula.
Ora, Flamurt, schiavo della trireme romana,
abita il piano alto dell'Hotel, una sui te di lusso
con tanto di pomo star per le sue delizie,
ed io sono il suo sguattero, il fedele e devoto sguattero
e spio i suoi amplessi come dalle forche caudine
e bramo, impotente, la sua zocco la.
"Non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
lo e la mia ombra non parliamo la stessa lingua" - afferma Flamurt.
Deicida ed omicida il suo eloquio lo rivela
per quello che è: un lacchè, un sordido lacché.

I tre filosofi
Giardino fiorito. Crepuscolo plumbeo-azzurro.
I tre filosofi siedono ai vertici di un immaginario triangolo isoscele.
Sicutvultdeus si alza in piedi, avvolto nel candido panneggio della sua
[ tunica e dice:
"In principio fu il Verbo. La parola è la cosa. La parola è la rosa."
Il secondo filosofo, Sesto Empirico, sta sguaiatamente seduto per terra
con la giacca macchiata di unto. Fuma un grosso sigaro.
All'improvviso, si alza, va dritto verso Sicutvultdeus, gli si para davanti
e gli affibbia un solido ceffone sulla guancia. Poi fa dietro front e,
sempre in silenzio, torna al suo posto di servizio. Svogliato e neghittoso.
Sicutvultdeus resta imperturbabile, come assorto in una profonda
[ riflessione.
Il terzo filosofo, Quinto Metafisico, si alza e compie con passo
tranquillo due perfetti cerchi attorno a Sicutvultdeus e a Sesto
Empirico. Durante il viaggio, soltanto il vento scompone i suoi capelli,
sosta più volte a cogliere e annusare dei fiori, intento a non calpestare
formiche o minuscoli insetti.
A volte sosta per osservare le stelle che iniziano a baluginare nella
[ tenebra precoce.
Al termine del viaggio, proprio nel momento in cui calano le tenebre, egli
[ si ferma nel punto di tangenza dei due cerchi. Ad osservare le stelle.

L'allievo e il Maestro Li Po
Il Maestro Li Po mi indicò col dito la sorgente del fiume.
Ed io, senza indugio, raccolsi il mio zaino e mi diressi verso la sorgente
[ del fiume, a ritroso, inerpicandomi su per le montagne.
Ma lì v' erano ghiacciai di neve impenetrabili e il vento gelido sferzava
[ e mi feriva il volto.
Fu lì che mi arrestai, spaventato e soggiogato dal rigore dell'inverno.
Fu allora che ridiscesi il corso del fiume attraversando montagne
[ a strapiombo e verdeggianti vallate, fino ai boschi rumorosi di
uccelli, alla foce del grande fiume azzurro.
Lì saltavano a pelo d'onda storioni e salmoni e trote, come gettati alla
[ rinfusa. E i pescatori cantando e ridendo agguantavano i pesci con
le mani e li gettavano vivi nelle barche.
Fu lì che mi arrestai e sostai trasognato dalla mitezza della primavera.
E fu lì, nel bel mezzo del delta del fiume, che vidi il Maestro Li Po
[ immerso in un sonno profondo, in posizione verticale, nel mare,
eretto dalla cintola in su.
Incautamente, mi avvicinai al maestro e lo strattonai sulla tunica, ma
[ quello non trasecolò né mosse ciglio.
Allora capii il perché del rigore della sorgente e della dolcezza della
[ foce.






* Le poesie sono tratte dall'edizione della Lietocolle, Faloppio (Como) 2006

90 commenti:

  1. Annamaria Brighenti2 settembre 2012 20:19

    Nostra Signora dei poeti, che delusione questi raccontini in versi di Giorgio Linguaglossa! C'è pure la morale allegata! Che delusione. Quella dell'uomo e del porco è la peggiore: sembra una barzelletta. Forse è meglio che il bravo Linguaglossa torni a fare il critico.

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  2. A me questi versi son piaciuti. Leggendo, a tratti mi son sentito immerso in un film ascoltando attentamente il sonoro. E un po' mi sono meravigliato perché, associando il poeta al critico, mi sarei aspettato un linguaggio più spezzettato per via di numerosi ripensamenti. I ripensamenti ci sono, ma i dialoghi, i monologhi sono scritti bene: scorrono, servono, sono esatti, non son lì per abbellimento. Talvolta l'apporto della vecchia poesia potrebbe aiutare ancora a risolvere alcune descrizioni prosastiche, o certi gorghi come il finale di "Ipponatte parla" ( che si risolve in un recitato, appunto, da film. Che a pensarci può essere una buona soluzione per chiudere, ma resta solo una buona soluzione).
    Mi hanno incantato le storie di saggezza orientale, un po' perché anche in questo caso non me le sarei aspettate: una Bollywood di gran qualità dove torna l'insegnamento… che non contraddice la razionalità ma la sa portare (quando ci riesce perché in Giocavano a dadi con i meteci probabilmente siamo un po' troppo calati nel gioco delle metafore, almeno così sembra a me) sopra le nubi di un oltre che non ci sarebbe, ma non si tratta di dio quanto di un diverso sguardo che s'aggiunge al bianco-o-nero dell'osservazione.
    Comunque è vero che siamo mille miglia distanti dall'io narrante e dalle cose del quartierino, qui si tenta di riprendere ad illuminare le menti anche nello spazio breve di una poesia. Lo faceva anche la grande Szymborska sebbene, con altro linguaggio, tentasse di lasciare al lettore il compito di concludere.
    Comunque bene, da lettore mi ci sono perso, mi sono lasciato prendere per mano ricavandone immagini da vedere e sorprese su cui riflettere. Mi pare che Linguaglossa tenti nel linguaggio di acchiappare anche qualche spunto dal quotidiano, per snellire forse, per gettare dei ponti d'altra comunicazione, ma prevale un'esattezza che finisce col collocare queste poesie dentro un'astrazione a cui serve solo di rendersi credibile. E questo dipende dalle capacità della penna.
    Grazie
    mayoor

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  3. Linguaglossa appartiene a quella rara minoranza (in Italia) di critici letterari che sa molto bene di cosa sta parlando perché, quando scrive di poesia, lo fa dal punto di vista di chi la poesia la fa. Dunque non parla del vuoto. Ancora, appartiene a una minoranza (minoranza oggi, molto meno in passato) di intellettuali dalla cultura vastissima e raffinatissima, solidamente ancorata a un sostrato classico. La raffinatezza di questa cultura balza da questi testi in cui la Storia non è più una massa di stratificazioni successive, ma inverte la sua essenza unidirezionale e approda su un piano unico. Tutto diventa contemporaneità.
    E' proprio questa contemporaneità degli eventi che ce li fa percepire come "moderni". Il dramma del tempo in cui noi viviamo infatti, è quello di aver perso ogni contatto col passato, di aver creato una cesura e quindi di non potervi accedere più se non come una sorta di scavo archeologico. Ciò che sta alle nostre spalle non ci parla più, non ha più significato per noi. E' il tempo del frammento e della dissoluzione. Riallacciare quel dialogo e quel flusso, perché diventi a noi contemporaneo, richiede prima di tutto la capacità di farlo e poi la consapevolezza che tutto è su un medesimo piano.
    I testi da La belligeranza del tramonto sono proprio questo, una visione trasversale del presente, ma quanto tagliente e quanto universale.
    Mi è piaciuta moltissimo l'immagine del grande Li Po sospeso nell'acqua (dove poi pare, secondo la tradizione, sia morto affogato) che, come in una storia zen, si fa illuminazione agli occhi del discepolo.
    C'è in effetti qualcosa dello Zen in queste parabole visionarie.
    Non posso non amare la solennità sacrale di Nostra Signora dei Morti, per il ritrovarci i toni del mio Inno alla Dea.
    Quella di Linguaglossa non può essere poesia che trovi grande diffusione mediatica, né possa trovare accoglienza presso gli stampatori delle starlette letterario/poetiche che tanto sono gradite alle bocche buone da noi. Troppo colta, troppo raffinata, troppo feroce, troppo amara.

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    1. > Quella di Linguaglossa non può essere poesia che trovi grande diffusione mediatica, né possa trovare accoglienza presso gli stampatori delle starlette letterario/poetiche che tanto sono gradite alle bocche buone da noi. Troppo colta, troppo raffinata, troppo feroce, troppo amara.

      Cara Diano, anche nell'altro suo post ha fatto riferimento alle "parrocchiette" poetiche che si incensano fra loro, tenendo fuori gli esterni. Si decida: c'e' nella vostra parrocchietta questo sentimento di esclusione & complotto o non c'e'? Elegantemente, Linguaglossa, Abate e Bertoldo hanno scritto che non c'e', che si tratta piu' che altro di circoli cooptativi chiusi ed autoriferiti. Lei e' forse piu' realista del re? Queste poesie di Linguaglossa non offendono nessuno e tantomento mettono in crisi un qualche canone predefinito: e' una poesia consapevole nei temi e negli stili, sapienziale, tendente al prosastico e a toni espressionisti. Nulla che valga una qualche deportazione sommaria o il confino, qui ed ora, in Italia. Saluti. Giuseppe Cornacchia

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  4. Gentile Cornacchia, mi dispiace che lei prenda quasi come fosse una questione personale alcune delle cose che scrivo e che le diano così fastidio. Comunque, se lei avesse letto bene ciò che ho scritto, forse avrebbe visto che non parlo di "offendere" ma semplicemente di una scelta precisa dei maggiori editori per alcuni e non per altri. E questa scelta non viene applicata solo alla poesia, ma anche alla narrativa e alla saggistica prodotte in Italia. Ci sono autori scomodi e altri no. In genere gli autori scomodi (vivi e morti) sono quelli che vanno controcorrente rispetto a un ben radicato conformismo di pensiero. Molto semplice. Non mi pare di dire qualcosa di diverso da quanto Linguaglossa e non solo lui afferma da sempre. Oserei dire che è una cosa assodata. E' cosa nota perfino all'estero. Chi conosce bene a vario titolo l'ambiente lo sa.
    Quanto all'essere più realista del re, credo di avere sufficiente esperienza e conoscenza per farlo, dato che conosco il mondo dell'editoria, ma sopratutto della cultura italiana dall'interno praticamente da una vita, sia per quanto riguarda il mio lavoro che per quanto riguarda la figura e l'opera di mio padre. Mi creda, non parlo a vanvera e per abitudine tendo a parlare solo delle cose di cui ho diretta esperienza.

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  5. Cara Diano, grazie della risposta. Mi preme capire: venendo da altra formazione ed altre battaglie, non sono appassionato di queste. Cio' detto, limitero' i miei interventi alle faccende testuali. Ringrazio ancora. Saluti. Giuseppe Cornacchia

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  6. @ G. Cornacchia

    ...del resto basta leggere qualche composizione di Linguaglossa (lasciamo da parte se sono cose belle o brutte) per capire come si tratta di una scrittura che va contro ogni forma di epigonismo e di cortigianeria... Del resto, se si scrive alla maniera adolescenziale (con i tagli e i contro tagli semantici) di De Angelis e della innumerevole schiera dei lombardi del quotidiano e dei minimalisti romani alla Marcoaldi e alla Zeichen, si capisce subito quanto questa scrittura sia estranea a queste pratiche letterarie.
    Con Linguaglossa si tratta di un'altro Novecento, di un'altra Storia. Siamo fuori dal perbenismo delle scuole letterarie che propugnano e sostengono solo le scritture che non danno fastidio. Come se non bastasse poi Linguaglossa si è messo a fare il critico osando chiamare le cose con il loro nome! In un paese in cui anche critici di spicco come Berardinelli e Cortellessa si sono dovuti piegare a rendere un "omaggio" critico alla poesia di De Angelis, è rimasto il solo Linguaglossa a tenere ferma la sua posizione nei confronti del minimalismo lombardo e romano. Il meno che poteva capitare a Linguaglossa è quello di essere un autore "oscurato", che deve essere passato sotto silenzio! Non credo che il poeta (e critico valente) romano si senta depresso per questo. Hanno tentato di screditarlo, sul piano professionale dicendogli che non aveva mai pubblicato con un editore importante e hanno tentato di screditarlo sul piano personale dicendogli che ha fondato e finanziato una casa editrice. Roba da matti... come se cacciare i soldi di tasca propria per i libri degli altri sia un'onta capitale!
    Certo, non l'hanno ancora messo alla gogna! Ma stanno tentando di stringergli un cerchio di silenzio attorno. Una sorta di prigione invisibile e invalicabile con tanti lacché incaricati di diffondere calunnie e infamità nei suoi confronti...
    È che nel nostro paese gli spiriti liberi e indipendenti non sono mai stati molto amati. Fortini era tra questi. Ripellino era tra questi. Helle Busacca era tra questi.
    Laura Canciani

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  7. Credo sopravvalutiate tanto Linguaglossa quanto gli "avversari" o forse mantenete una postura oggi davvero difficile da comprendere. Io vedo solo un piccolo stagno, la cui presa su tutto cio' che ne sta fuori (diciamo pure: il mondo) e' sempre minore. Tale minor presa va di pari passo con l'aumentare esponenziale dei superlativi al suo interno, qui ed altrove. E' uno spettacolo francamente patetico, che non puo' venir salvato ne' dalla vocazione ne' dalla passione. Io dunque mi fermo qui, e' stato un piacere frequentare questo posto per un po'. Saluti a tutti, specie ad Ennio Abate, e buon proseguimento. Giuseppe Cornacchia

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  8. Ennio Abate:



    A me spiace che Cornacchia ci saluti e smetta di frequentare questo blog.
    Io, pur non condividendo il suo taglio teorico generale, che appunto viene da altra storia ed è i nvari punti in urto col mio, ho sempre trovato notevoli gli spunti critici presenti in tutti i suoi commenti.
    È di questi che si ha bisogno oggi sui blog; e non di tifosi.
    Siamo appena usciti da una discussione su Poesia 2.0 e su Moltinpoesia che, se un merito ha avuto, è quello di aver azzittito (e, spero, fatto riflettere) la tifoseria accalcatasi attorno a De Angelis e - diciamocelo - calibrato anche il tiro dei suoi contestatori (Linguaglossa, Canciani e me compresi).
    Non vorrei che dovessimo ripetere il rito con “barbaro” con lo stesso Linguaglossa.
    I testi che ho tratto da “La belligeranza del Tramonto” vanno analizzati a fondo e, se ci riesce, contestualizzati nel discorso che si va facendo sullo stato della poesia italiana, per capire quanto siano proponibili come antidoto alla medesima.
    Ma per capirlo bisogna discuterli ( e magari leggerne altri) e non schierarsi pro o contro.
    Francesca Diano trova nei testi di Giorgio « una visione trasversale del presente, ma quanto tagliente e quanto universale» e lo mette tra « gli autori scomodi (vivi e morti) [che] sono quelli che vanno controcorrente rispetto a un ben radicato conformismo di pensiero» e perciò emarginati o silenziati.
    Laura Canciani dice che le poesie di Giorgio testimoniano una scrittura che va «contro ogni forma di epigonismo e di cortigianeria» e che con esse « siamo fuori dal perbenismo delle scuole letterarie che propugnano e sostengono solo le scritture che non danno fastidio».
    Ma quello che ha replicato Cornacchia non mi pare da prendere sottogamba.
    Stessero le cose già nei termini di una chiara e costruttiva contrapposizione tra due modi di poetare, si potesse delineare nettamente un campo di «autori scomodi» e un campo di autori “conformisti” (baciati immeritatamente dal potere o dalle grandi case editrici), staremmo già a cavallo nel nostro tentativo di capire la crisi della poesia; e potremmo come i nostri antenati ( e come ho cercato di dire nei post sulla ex-piccola borghesia ora ceto medio poetico) continuare a polemizzare in modo tutto sommato chiarificatori e costruttivi.
    Come facevano - questo è l’esempio da me addotto - i due piccoli borghesi Montale e Fortini.
    Ma oggi non è così.
    Oggi - e l’abbiamo visto anche in questo episodio minimo su Poesia 2.0 e qui discutendo della poesia di De Angelis - lo “scontro” avviene al massimo tra tifoserie.
    I “chiamati in causa” ( i “pro-vocati”) non parlano, non intervengono. Anche i loro allievi o discepoli tirano qualche fendente e poi scompaiono.
    Cosa vuol dire questo?
    Che va più presa in considerazione (e l’ho detto io pure a modo mio nei post sulla poesia esodante) l’ipotesi (scoraggiante, eh, perché la situazione, almeno per me, non facile né da capire né da sanare…) di Cornacchia: non siamo su un campo di battaglia dove si confrontano grandi idee o correnti contrapposte, ma in «un piccolo stagno, la cui presa su tutto cio' che ne sta fuori (diciamo pure: il mondo) e' sempre minore».
    Riflettiamoci. E non lasciamo andar via da questo luogo che vuole essere di libera discussione e di ricerca un tipo serio come Cornacchia.

    P.s.
    Rimando a un prossimo commento quello che ho capito e sento dei testi di Linguaglossa qui pubblicati.

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  9. Mi spiace Ennio, ma non riesco a starmene zitto: penso che il "voi" del (ben comprensibile) intervento di Cornacchia richieda, da parte di chi come me frequenta Moltinpoesia ma non si sente affatto "partigiano", una presa di distanza da certe posizioni. Voglio dire chiaramente che trovo l'intervento (e non è il primo) della Canciani francamente irritante e fuori luogo, oltre che sostanzialmente fuori tema rispetto al post. Le osservazioni sulla poesia di Linguaglossa sono minimali e generiche, e non spiegano nulla dei testi da te proposti. Sembra un disco rotto che s'incanta sempre nello stesso punto. Interventi del genere, non servono a comprendere l'opera di Giorgio Linguaglossa così come non servono quelli dei detrattori per partito preso del critico-poeta. Anzi, sono convinto che interventi alla Canciani portino con sé uno sgradevole "effetto boomerang" di cui, se fossi io l'autore, non sarei contento.
    Sarebbe bello se i toni da crociata si limitassero alle cause davvero importanti.
    Il blog di Moltinpoesia, vivaddio, offre molto altro, ma, guarda caso, i "crociati" non hanno né tempo né voglia di interessarsene.
    Saluti
    Flavio Villani

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    1. Caro Flavio, hai ragione sul fatto che lodi o detrazioni (vedi il primo commento a questo post)senz'altro scopo che quello di essere tali non servono e anzi producono l'effetto contrario a quello che vorrebbero, oltre a non aggiungere nessuna conoscenza. Ma francamente, se vogliamo essere precisi, ha iniziato Cornacchia, scagliandosi in modo un po' - diciamo - troppo acceso e personale, non contro quanto ho detto della poesia di Linguaglossa, cosa che poteva giustamente commentare o confutare, ma contro le mie affermazioni sulla politica editoriale italiana. Come se non fosse cosa notissima a chiunque ci sia dentro. Ho dunque cercato di chiarire educatamente il motivo delle mie affermazioni. In seguito al commento della Canciani, più o meno condivisibile, ma comunque legittimo, (credo volesse sottolineare che l'attività di critico senza peli sulla lingua di Linguaglossa ha influito sulla sua diffusione meno di nicchia come poeta e non che la sua poesia in sé sia considerata "offensiva" come interpretato da Cornacchia) ci siamo ritrovati tutti tacciati di stare dentro uno stagno a offrire "uno spettacolo francamente patetico" perché pare che non facciamo che incensarci a vicenda da mane a sera nel chiuso cerchio della nostra parrocchietta. Se questo commento della Canciani è stato da lui ritenuto troppo di parte, come mai non l'ha contestato individualmente? Invece è stata fatta di tutta l'erba un fascio. Siamo stati bollati di partigianeria, di aver creato la nostra "parrocchietta", di essere patetici ecc. Non credo sia necessario sottolineare che questo modo di dare giudizi suona un po' infantile. Quale motivo può spingere qualcuno a prendersela tanto per qualcosa che francamente non riesco a vedere? A me non preme prendere alcuna distanza da alcuna posizione, se la mia posizione viene fraintesa. Non credi?

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  10. Mi unisco a quanto appena scritto da Flavio, non lo faccio per "partigianeria" ..a me interssa tanto leggere Cornacchia, quanto Abate o Diano o Linguaglossa, ma quanto e come Emy o Flavio o Rita o Mayoor o anonimo ( a proposito dov'è finito??).

    Io credo che il tema del "potere" e del potere editoriale e quarto e quinto, sia cruciale a tantissimi discorsi tutti sul potere culturale , quello più abusato rispetto a quello ben indirizzato...è evidente che complotti o meno , punti di vista comuni od opposti, tutti possiamo essere d'accordo su quali le leve secolari affinché chi muove pensiero, lo movimenti fino a un certo punto..occorre controllare le persone piuttosto che liberarle, perciò una vera rivoluzione culturale non c'è mai stata da nessuna parte del pianetuccio, anche perché quella vera, solo mia opinione personale, quella possibile, è solo singolare, non plurale.
    Speculare a qusto fatto la conseguenza che chi vorrebbe liberare la sua arte trovi ostacoli, "parrocchiette", sistemi che si perfezionano su parametri clientari in senso lato, infiniti sistemi di perfezionamento del ricavo, infiniti sistemi di sputtanamento per chi si ribella in qualsiasi settore..non è una situazione solo italiana, anche se in italia rispetto ad altre terre, siamo sempre degli individualisti col nobel ( compresi quelli che credono di essere anticonformisti) e non riusciamo a fare imprese per organizzare meglio i pesci piccoli di qualsiasi settore, materiale o immateriale.

    Credo che per questa situazione, si tratti solo di trovare piccoli denominatori comuni che io nel mio piccolo vedo fra certe posizioni completamente in antitesi ad altre. E' troppo importante rimanere in questo conflitto, non so dirlo in altre parole, ma fidatevi dell'altra parte, i lettori..da questa situazione provate a immaginarli, hanno bisogno tanto di Linguaglossa, quanto di Cornacchia, quanto di pinco pallo.
    Ovvio che il primadonnismo, conforme o anticonformista, artistico o critico, non aiuta, ma invece in questo scontro ci sono ragioni sia da una parte che dall'altra. Uno dei gravi problemi della società contemporanea è dato dai ruoli da sostenere e dall'arruolamento ad una causa, mai molteplice,spesso troppo spesso unica o in esclusiva, che in questo caso , come tanti altri e altri settori, potrebbe così tanto confondersi e perdersi da non essere più quella del flusso originario.

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    1. Cara Rò, magari ci fosse stato uno scontro sull'interpretazione di QUESTI TESTI. Non c'è stato. Io ho visto solo delle polemiche sterili - di cui sono francamente stufa - su altri argomenti e su altri piani, in particolare quello personale. Quello che dici, sul fatto che gli italiani siano individualisti è un luogo comune che non condivido. Uno degli aspetti che caratterizzano questa nazione è sì, vero, la diffidenza nei confronti del prossimo e l'abitudine a coltivare il proprio orticello, ma questo è un effetto della secolare assenza di uno stato centrale e della endemica mancanza di un'idea di nazione. Dunque del senso di appartenenza e di responsabilità individuale nei confronti della società. Leopardi dipinge con feroce lucidità e con un anticipo di secoli tutto questo nel "Discorso sopra lo stato presente degli italiani". Parla di una mancanza di etica civile. Ma dall'altra c'è stata la Chiesa, che da almeno 15 secoli insegna l'obbedienza cieca e opprimente, l'adesione acritica al dogma, la consorteria, l'ipocrisia. Non a caso si parla di conventicole, chiesucole, parrocchiette. Da cui si è passati ad altri tipi di conventicole, di stampo criminale. La mania tutta italiana e molto antica di schierarsi in modo cieco con questo o quel partito, questa o quella fazione, parte, squadra, questo o quel campanile e di sferrare attacchi motivati solo dalla partigianeria contro gli appartenenti alla fazione opposta, non è così diffusa altrove, o almeno non in paesi in cui comunque esiste un senso sociale.
      Questo si estende dunque anche a tutto il resto della società. Soprattutto oggi, quando anche il fragile e breve tessuto dell'unità politica si è sfaldato. Resta, come le ossa affiorate di uno scheletro, questa rete di connessioni, emersa finalmente alla superficie e molto visibile. Diciamo che almeno ora la si vede in tutta la sua estensione di metastasi. E questo non è un male.
      Dunque, a me pare che invece sia tipica degli italiani la tendenza a raggrupparsi e riconoscersi in un gruppo che, pur separato degli altri, lo ingloba e ne cancella l'individualità. Si identifica in un gruppo che sostituisce lo stato, la società e che è un'estensione della famiglia.

      I lettori.... credo che i lettori abbiano bisogno di trovare ciò che a ciascuno si attaglia. A ciascuno il suo.
      Giusto farsi un'idea di ciò che il mondo ci offre e, almeno per propria conoscenza, all'inizio non va scartato (quasi) nulla, ma poi ciascuno di noi fa delle scelte e si spera che le faccia secondo coerenza e onestà, per quella che è la propria storia, cultura, conoscenza, esperienza, evoluzione e indole.
      Per quanto riguarda Linguaglossa poeta, in quel che scrive mi ci ritrovo. Non in modo cieco, anche se la cosa può riuscire incredibile a chi è abituato a scimmiottare lo stile di qualche star letteraria de noantri. Fino a qualche mese fa non lo conoscevo per nulla, ma quando ho letto le sue raccolte di poesie (amo molto Paradiso) ho scoperto di condividere con lui un linguaggio e una direzione comune. Tutto quello che ho scritto nella mia ormai lunga vita, che sia riuscito o meno, trova stranamente delle consonanze e delle eco nei suoi testi poetici. In cosa consista l'ho scritto nel mio primo commento a questo post, che è anche un po' il succo della mia poetica. Ecco perché mi ci ritrovo.
      Altro che adulazione. Consonanza. E' un po' diverso. Difatti non ho detto "mi piace" o "non mi piace", che sono giudizi puramente estetici e di pelle, del tutto inutili a chiunque, se non nel chiuso delle nostre camerette.


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  12. Umberto Rovatti3 settembre 2012 21:12

    @flavio villani

    E' vero, Flavio, lei è una persona acuta! Gli elogi a Giorgio Linguaglossa fatti dalla Canciani e dalla Diano...gli elogi di queste due adulatrici imbarazzanti...quasi due schiave... gli giocano contro...

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  13. Cara Francesca, solitamente mi tengo accuratamente alla larga dalle polemiche. O meglio, da "certe" polemiche e da "certi" linguaggi che non condivido per niente. E quanto sto leggendo (i fraintendimenti, le offese gratuite e personali...) mi conferma nel fatto che sarebbe stato decisamente più saggio da parte mia attenermi a tale modalità di comportamento. Ma tant'è. A cose fatte non posso che sottolineare quanto il tuo intervento si distingua da quello della Cianciani per toni e contenuti. Dopo la breve introduzione sul tema dell'editoria (tema importante che non so proprio perché abbia tanto adombrato Cornacchia), si parla della poesia di Linguaglossa, in generale e nel particolare di quanto qui pubblicato. Nessuna generica o superficiale affermazione. Si potrà essere d'accordo o dissentire, ma è fuor di dubbio che quanto dici è pienamente centrato sul post. Nulla da dire, quindi. Il confronto con l'intervento della Cianciani salta all'occhio, e non mi ripeterò per non diventare noioso.
    Per quanto riguarda "conventicole, stagni e spettacoli patetici" mi sembra un buon titolo per un radiodramma.
    Un caro saluto
    Flavio

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    1. Già, o più che radiodramma, uno di quei reality show... insulti, levar di toni, strilli, uscite di scena... Maria De Filippi è il nuovo maestro Manzi (per chi ha l'età per ricordarlo).

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  14. ...Canciani, ovviamente. Mi scuso con l'interessata per la svista nella battitura di cui mi sono accorto troppo tardi.
    Flavio

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  15. Ennio Abate:

    APPUNTI DI LETTURA SULLE SETTE POESIE
    TRATTE DA "LA BELLIGERANZA DEL TRAMONTO"


    Nel primo testo, « Nostra Signora dei morti», credo di cogliere uno stilema ricorrente e profondo della poesia di Linguaglossa: una sorta di dissaccrazione sacralizzante.
    Nostra signora dei morti può essere una divinità pagana o la raffigurazione stessa della Morte, ma i suoi devoti si rivolgono a lei con espressioni tipiche da preghiera cristiano-cattolica («Perdona nobis.. Ora pro nobis»).
    Il mio distacco dalla dottrina cattolica e la rimozione di quel tanto di cultura classica assorbita in gioventù al liceo non mi permettono di accertare se tali espressioni devote fossero già in uso nell’antica Roma. Ben vengano chiarimenti. Nel caso quelle espressioni fossero già allora in uso, la mia ipotesi s’indebolirebbe.
    Al momento uno resta spiazzato e sconcertato: la Signora dei morti è collocata al posto della Madonna. O del Cristo, per quella allusione contenuta nel verso « se abbiamo bevuto il tuo sangue e mangiato la tua carne/ seduti al banchetto nell'ultima cena». Si assiste cioè alla commistione di due immaginari che comunemente e storicamente vengono uno prima (quello pagano) e l’altro dopo ( quello cristiano).
    Il registro lessicale scelto è quello alto e solenne dei riti religiosi. Il richiamo alla materialità dei corpi e della sessualità è reso eufemisticamente («e convenuto con la meretrice nel talamo nuziale»). A parlare è un noi comunitario e sconfitto («Una falange macedone di morti») dopo aver vanamente guerreggiato contro nemici imprecisati. Dovremmo essere nel regno dell’oltretomba: sono dei morti che si rivolgono alla Signora della morte. E chiedono soltanto di non essere umuliati. E qui non capisco bene se giacere sotto il «mantello di morte» della Signora è di per sé umiliante o è umiliante la mescolanza dei corpi («il fratello col fratello, l’assassino col sicario»). Altro punto di incerta interpretazione trovo negli ultimi 4 versi: ci si rivolge ancora alla Signora della morte oppure alla «Misteriosa Atena»? Mi pare di ricordare che l’«elmo» fosse un attributo di Atena. Ma qui è «di pietra». E viene deposto «sopra la spina di grano». Anche questi sono (per me) simboli dai significati oscuri. E l’oscurità dà il tono a questa poesia.

    Nel secondo componimento, «Ipponatte parla», colgo il piglio vigoroso del narratore. Immagini rapide e crude. Azioni e gesti.
    Mi stupisce quel «nulla fu eccepito»: il verbo ‘eccepire’ sta per ‘obiettare’, mentre qui mi pare usato come sinonimo improprio di ‘sprecato’, ‘perso’, ‘buttato via’, ‘sprecato’.
    Ma ancora più mi sorprende il brusco passaggio successivo. Apparentemente il narratore sembra porsi su un piano “filosofico” (« Si dirà che…»). Sembra spostarsi dal piano del reale (la scena del porco scannato nel mattatoio) a quello del pensiero o della riflessione.Eppure non ci sta per molto. Immediatamente viene introdotta, senza alcuna spiegazione, la scena dello scuoiamento di un uomo, preceduto da altri atti di violenza bestiale sul suo corpo (impiccagione, lancio del cadavere in una fossa, ecc). Né si capisce se lo scuoiamento precede o segue le altre bestialità. E ancora, sorprendentemente, il narratore si riporta sul piano “filosofico”, per fare alcune considerazioni asettiche sempre introdotte da un «Si dirà…» e concludere con una frase sibillina: « v'è una singolare equivalenza tra il porco da morto e l'uomo da vivo». Il lettore volenteroso si chiederà quale sia tale «singolare equivalenza» tra vittima animale e vittima umana. A me non è evidente. Vedo pittosto le differenze: l’uccisione del porco avviene velocemente; più complicata o irrazionalmente brutale è l’uccisione dell’uomo. E un’altra differenza la colgo nel fatto che il porco da morto nutre, diventa cibo; mentre solo i vermi traggono vantaggio dal cadavere umano.

    [CONTINUA]

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    1. Caro Ennio, già qui nel primo testo, è presente quella sorta di sincretismo che appunto annotavo in precedenza nel mio primo commento, come coesistenza di epoche, forme, riferimenti, lingua. Non esisteva nel mondo pagano un'espressione come "perdona nobis", perché è estraneo al mondo precristiano il concetto di peccato, così come "ora pro nobis" è espressione cristiana. Nel mondo pagano è il devoto che prega la divinità e fa ad essa delle richieste. Non è la divinità che prega per il devoto. L'elmo è l'attributo tipico di Atena, mentre nei vari appellativi che ricorrono nel testo mi pare si fondano riferimenti a diverse divinità femminili, da Atena a Thanatos, a Demetra alla madonna.
      Ipponatte è il poeta violento e dissacrante per eccellenza e la presenza del porco ben si attaglia. Ma il porco è non solo animale di cui nulla si butta, ma anche animale sacro e la sua uccisione è collegata a riti sacri. Del porco morto tutto si usa e si sfrutta, come dell'uomo vivo.
      A me pare molto evidente l'equivalenza tra vittima animale e vittima umana. La prima, a un certo punto della storia umana, sostituisce la seconda. I sacrifici animali sono una forma di sublimazione del sacrificio umano. Del resto il cristianesimo vede nel Cristo l'agnello condotto al sacrificio.

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  16. ENNIO ABATE (CONTINUA):


    Altra cosa da capire è perché sia Ipponatte a parlare. ( Se Ipponatte è qui la figura dell’antico poeta greco di cui ci restano un centinaio di frammenti tra il triviale e l’amaro). Come da capire per me resta il trasferimento in poesia da parte di Linguaglossa di questi personaggi mitici o antichi.

    E il problema si ripone nel terzo testo, «Il filosofo Aristide». Non capisco se c’è una qualche corrispondenza con la figura reale [ Leggo da Wikipedia: Aristide Marciano o Aristide d'Atene (Atene, ... – II secolo), filosofo e santo greco antico, padre della Chiesa e apologeta vissuto ad Atene intorno al 140] o se sia puro nome su cui la fantasia del poeta costruisce un suo amaro apologo con celati riferimenti anche al nostro presente.
    Aristide a me pare un’allegoria del rapporto tra sapere e potere e, se vogliamo, del paradossale esito della “specializzazione” di una funzione: la vista. L’affina per tutta la vita. Prima si tratta di un perfezionamento dello sguardo. Sembra seguire l’evoluzione della ricerca pittorica dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. Poi di un affinamento dinamico («Imparò a vederle nel presente nel passato e nel futuro/ nel loro dispiegamento e nel loro sviluppo»). E gliene viene fama e onori. Poi scopre la menzogna: la visione di cose insospettate (terzo occhio). Ed esse rendono felici gli uomini. Ma qualcosa si rompe. Un passo in più ( quarto occhio) e vede le cose in maniera superumana, da marziano. Poi il quinto occhio: quasi esplosione cancerogena del vedere e del sapere e la sua condanna a diventare mostruoso.

    Nel quarto, « Giocavano a dadi con i meteci», il mescolamento di immaginari appartenenti a mitologie diverse ( angelo zoppo, meteci, misteriosi «bastardi» provenienti «dall’Albero») continua a spiazzare. L’angelo invita a maledire dio e si producono metamorfosi orride (diventano tutti zoppi e gobbi). E quale è il tempo in cui avvengono queste vicende? E da dove spunta l’Albero? E chi sono questi bastardi? E cosa fanno? Giocano d’azzardo con meteci e iloti (cioè gli schiavi).
    Ma appaiono anche le troiane e anche queste zoppicano, come l’angelo… E poi i persiani.. E poi la suburra. Siamo in Grecia o a Roma antica? Si entra, come minimo in una dimensione onirica pluritemporale e astorica. E qui ci vorrebbe una lettura attenta di altre poesie di Linguaglossa per controllare la vastità ma anche l’affastellamento di immagini di epoche diverse, che a me pare tipicamente postmoderno, perché utilizza cascami storici come pure immagini di fantasia.

    Interrompo qui la mia interrogazione dei testi di questa raccolta. E sottopongo alla discussione questi miei primi appunti di lettura. Altri e Linguaglossa stesso potranno correggere o aggiungere e individuare i problemi che questi testi COMUNQUE pongono e che a me non paiono affatto semplici.
    Credo sia meglio partire dai testi e fare un buon lavoro di chiarimento, indispensabile anche per affrontare i problemi generali su cui sappiamo ci sono modi diversi d’intendere.

    [FINE]

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  17. Mi soffemerò solo sulla prima poesia che ci dà le chiavi per l'ermeneutica dell'intera meditazione sul «Tramonto», giacché è questo, credo, che sta a cuore all'autore: una meditazione sul tramonto della civiltà occidentale.
    L'esplicito è risposta. L'esplicito è il Logos. Il sacro è l'implicito. Il Logos parla tramite l'esplicito e l'implicito, di qui l'alternarsi iconologie cristiane e pagane.
    La raccolta di Linguaglossa inizia dunque con la classica invocazione alla Musa (qui "scambiata" con la Madonna). Ma si ha subito un capovolgimento. La Musa è la Signora dei morti? La Musa è complice dei morti? «Nostra Signora dei morti» è, abbiamo detto, una invocazione alla Musa. Ma qui la Musa è rappresentata, con capovolgimento filosofico e concettuale, dalla Madonna, ma quel «Perdona nobis nostra Signora dei morti», con quello scarto dal mondo pagano a quello cristiano, ci introduce da subito nella collocazione astorica, sacrale e luttuosa del componimento che è un epicedio. Cioè l'invocazione alla Musa è un introibo sacrale ad un lutto: al lutto della Storia, mediante l'impiego di simboli cristiani («se abbiamo bevuto il tuo sangue e mangiato la tua carne»). Siamo dunque nel bel mezzo del mistero/dramma cristiano dell'ultima cena. Ma perché la poesia si rivolge al sacro della mitologia cristiana per introdurre, negli ultimi versi, una vera e propria sostituzione di persona tra il sacro della Musa-Madonna e la deità pagana di Atena (abbigliata con il suo elmo di pietra?). L'elmo di pietra starebbe a raffigurare la pesantezza della Storia («la falange macedone di morti»); dunque qui è della Storia il problema de quibus, la Storia quale gondola di lutto, barca di Caronte che traghetta la moltitudine dei morti. Il tono è alto e solenne come in una sacra rappresentazione, ma qui il «sacro» viene desacralizzato e, subito dopo, riconsacrato mediante la comparsa della deità pagana di Atena (la dea della intelligenza serena, formidabile capovolgimento concettuale e iconico|). Se l'introibo era partito con la visione dei seduti al banchetto nell'ultima cena, il finale è un possente e sacrale coro di invocazione ad Atena (un ritorno al passato? alla civiltà pagana quale unica salvezza del mondo?). E la poesia termina con le due immagini pagane primordiali: «l'elmo di pietra» e «la spiga di grano», simboli della fertilità e della rinascita dopo il «Tramonto». La «Belligeranza» si esaurirà quando questo scambio avverrà:

    Deponi ora che siamo morti
    il possente elmo di pietra sopra la spiga di grano.
    Misteriosa Atena, donaci la mano
    accompagnaci nel luogo dove sono i molti.

    Laura Canciani

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  18. Io partirei da qui:

    "Flamurt, liberaci dal dubbio,
    scioglici dal male che ci sovrasta
    gli indizi sono sinistri, intona i sistri, i pifferi,
    recaci illenimento dei tuoi frizzi e dei tuoi lazzi,
    le ballerine dell'Opera caffè e le mutandine da sexy shop,
    dacci oggi la gozzoviglia quotidiana
    rimetti a noi i nostri debiti come noi
    li rimettiamo ai nostri debitori.
    Sbrigati Flamurt, il mostro che verrà
    ci libererà dal dubbio
    e dalla compulsione della copula."

    Non so quanti saranno d'accordo, ma questi versi a me sembrano davvero brutti. Le parole cozzano tra di loro senza un minimo di musicalità, di ritmo compositivo, di canto. Sono variazioni che ruotano attorno ad una sovrabbondanza di " i " disseminate ovunque. Un'accozzaglia. Per non parlare di certi luoghi comuni lasciati impunemente per intero… non fosse per quel "Sbrigati Flamurt", che mi insospettisce sul fatto che l'autore potrebbe esserne perfettamente consapevole, non avrei molto altro da dire.

    Poi accosterei questi versi con quest'altro:
    "Allora capii il perché del rigore della sorgente e della dolcezza della
    [ foce.".

    Tanto i primi mi sembrano esteticamente inclassificabili, così, ma al contrario, il secondo meriterebbe che se ne ricavi un trattato.
    "… capii il perché" rivela che l'esperienza empirica può essere tutt'al più una risultante (avrebbe potuto scrivere: mi sentii… tra la sorgente e la dolcezza della foce" ). A Linguaglossa interessa la conoscenza, è scientifico, e in questo sta secondo me la sua modernità: la conoscenza come fattore evolutivo, che è cosa assai differente dall'emozione romantica ottocentesca. Come a dire che oggi sarebbe preferibile leggere lo Zibaldone piuttosto che i Canti di Leopardi.

    Scrive Giuseppe Cornascchia della poesia di Linguaglossa:
    "… e' una poesia consapevole nei temi e negli stili, sapienziale, tendente al prosastico e a toni espressionisti. "
    Complimentandomi con Cornacchia per la sintesi del suo responso, non condivido però la sotto-valutazione che traspare nel giudizio. Mi sembra una conclusione affrettata, che resta alla superficie, forse per restare in compagnia con il lettore che predilige l'emozione estetica ai rompicapo.
    mayoor

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    1. In generale vi è un eccesso di tecnicismo e, nei versi che ho citato, anche poca dimestichezza con l'umorismo (qualità che, pur tenendo conto dell'assoluta diversità delle scritture, ma per restare tra i presenti, trova in Ennio Abate il miglior maestro. Anche se non lo si direbbe per via della poesia impegnata eccetera).
      m.

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    1. Il commentatore ero sempre io, e mi fa piacere che lei condivida quanto ho scritto: che questi son versi brutti. Ma per ragioni che non mi sono ancora chiare del tutto ho espresso anche delle riserve, se non altro perché intuisco la portata del rigetto che si vorrebbe mettere in campo. Una poesia senza canto, è mai possibile?
      mayoor

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  22. il suo eloquio lo rivela
    per quello che è

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    2. Osservavo,in silenzio e in situazioni analoghe a questa, semplicmente come lettrice, una totale sproporzione fra le due "barricate",o se vogliamo essere piu neutri fra le due sponde dello stesso fiume...mi spiego per immagine perché faccio prima, so che è banale e brutale come immagine ma è solo per rendere. In comune le due sponde hanno quel letto lento, solo che quelli di una sponda lo vedono in secca e l'altra sponda oppone senza argomentare come i primi dell'altra sponda, quanto come e perché sia in secca..incentrano il loro discorso non solo a fatti e cause di secche poetiche, in cui qualche pozzanghera rimasta non può essere letta come cisterne o depositi piu vasti...il problema piu generale ha cause piu ampie di quelle che si riverberano infatti nelle poche umidità culturali rimaste. di questo è consapevole una sponda, mentre l'altra si nega addirittura a livello comunicativo piu generale, come si vede dagli interventi senza inter-venti nei commenti che vorrebbero opporre la visione di un fiume in piena, ma in realtà la piena è solo un lamento di insulti, allineati alla comunicazione mediatica con cui hanno sventrato anche il nostro paese..facendo finta di muovere, in un lungo corridoio quindi letto del fiume,qualcuno dall'alto che ha dovuto a far finta di esserlo per dividere meglio le acque senza piu acqua..riducendo le due sponde a litigarsi un fiume che non c'è più..un teatro dell'assurdo dove alcuni non provano nemmen piu il desiderio di comunicare pietra pietra le ragioni dei loro ciotoli, perché abilmente glielo hanno tolto senza ovviamente farsi accorgere della sotituzione con una memoria aliena. Mentre i primi , quelli dell'altra sponda , pur ricordando quando il fiume era pieno, e non pilotato dalle dighe artificiali dall'alto, cercano parole, discorsi, poesie, belle o brutte, che possono incontrare o meno i gusti di chi si trova sul ponte romano o bizantino, di legno o di mattoni del fiume che è stato. Ma nessuna parola , nemmeno di quelli che si affacciano dal ponte, lascia un segno.incomunicabilità totale.

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    3. Forse ti sfugge il fatto che, se non ho inteso male, questo dei Molti è pur sempre un laboratorio. L'ambiente, quando ve bene, è amichevole, ma i laboratori non son dei confessionali, sono luoghi dove si fa anche fatica: si fanno prove e, anche se non viene detto, si tenta di migliorare. Almeno per alcuni è così. E secondo me dovresti tenerne conto. Personalmente, tra gli indispettiti e quelli che fan sempre e solo complimenti non saprei come scegliere. Sportivamente parlando, osservo quel'è il gioco dei molti che provengono dalla critica: giocano pesante, ma spesso, stringi stringi, son pochi quelli che arrivano a segno.
      mayoor

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    4. Non si tratta di confessionali o laboratori od oratori .. È netto il fatto , evidente , che alcuni argomentano ed altri no, si negano al linguaggio stesso , rinunciando a " confessare" , per dirla come hai inteso tu, le loro ragioni, una su l' altra . Rivendicare da parte tua o altrui che si firmino , è una cazzata , illogica ... Che te ne saresti fatto di una firma su un non argomento??? Una stupida soddisfazione che farebbe apparire meno vigliacco cosa, se "il cosa" continuerebbe a mancare ???

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    6. Mah , ma Mayoor, capisco che tu sei tu e un altro " anonimo" è un altro, cacchio è evidente dai " segni " senza doverli timbrare con questa o quella sigla . Peraltro anche quelli che si sono ben siglati, rientrano nella seconda sponda che dicevo anche laddove non ricorrono allo sputtanamento sic et simpliciter senz'argomenti. Tagliano corto come G.Cornacchia che si firma e avrebbe pure tanti argomenti da dire..

      Dunque che è sta fregola di non essere scambiati per altri ? Inoltre è come in un romanzo, l espediente incidentale della conversazione fra profughi , di Luciana e tua , non è solo vostra ed era già superato dalla cronologia che quei discorsi erano di Mayoor e non potevano essere di altri, a meno che vogliamo cambiare gioco e parti ed entrare nella bottega di Pirandello .

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    7. Specifico, non si sa mai, che per me " bottega" e " Pirandello " hanno una valenza più che positiva .

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  23. E' un uso tutto letterario della mitologia, quello che riscontro in Linguaglossa. Aristide, lo schiavo della trireme, Atena misteriosa, Sesto Empirico, tutto un mondo antico inserito in contesti attuali: bar, mutandine e sexy shop. Tutto già visto e rivisto, tutto facile, didattico, persino freddurista, come nell' aneddoto dell'uomo e del porco. Il mito qui mi pare decorativo: non scorre invisibile e fecondo - come nei grandi greci, in Ritsos o in Seferis - ma viene usato come didascalia, reso domestico e liceale. In questo senso si può definire Linguaglossa un minimalista.

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  24. Ennio Abate:

    Che il fondamento filosofico della poesia di Linguaglossa sia riconducibile soprattutto all’heideggerismo non mi stupisce. Le letture di Laura Canciani e Luciana Sanguigni lo confermano e sembrano approvarlo pienamente. Io temo, invece, che esso sia un inceppamento della sua ricerca poetica e critica, l’appesantisca e dia quel tono funebre, impersonale, apodittico e sacerdotale che a volte, alla lettura, mi turba.
    Questa è la mia sensazione. E terrei a notare che nella raccolta c’è una poesia ( pubblicata anche su questo blog qui), «La grande casa immersa tra gli aranceti», che è quasi un corpo estraneo, difforme dal tono dominante e potrebbe forse rappresentare l’imbocco di una via alternativa, di fuga, da quest resa troppo statuaria delle figure che popolano la poesia di Giorgio.

    Ciò detto, non vedo « l'alternarsi di iconologie cristiane e pagane» ( Canciani) felicemente risolto in queste poesie. Non vedo un positivo « capovolgimento filosofico e concettuale» nella sostituzione della Signora della morte (o Musa per Canciani) con la Madonna; e diffido del “sincretismo” presente nell’espressione «Perdona nobis nostra Signora dei morti».
    Temo cioè, detto in parole semplici, che l’affastellamento di immagini cristiane e pagane ( e poi in altri componimenti, anche di altri mondi e di mondi a noi più vicini, metropolitani, come in «Flamurt, schiavo della trireme romana»), proprio perché dominato dal sentimento del lutto, del cosiddetto «lutto della Storia» (heideggeriano), sbocchi in un gioco capriccioso, disperato e nichilista. Non in un ragionato eclettismo o “meticciato” o “multiculturalismo” (che sarebbe più accettabile).
    Quindi è questo giudizio sulla storia (con la minuscola) che secondo me va rivisto. Davvero essa è solo «gondola di lutto, barca di Caronte che traghetta la moltitudine dei morti»?
    Lo è se non si ha più occhio per le moltitudini di vivi e le loro fatiche e i loro sforzi per fare, costruire, cambiare, cambiarsi. Che sono - preciso - senza un Fine prestabilito, come troppe filosofie (e le religioni) hanno proclamato attizzando illusioni venefiche.
    E perciò il tono alto e solenne di queste poesie non è quello di «una sacra rappresentazione».
    Non ne ha l’ingenuità. C’è qualcosa di artefatto. È il tono di un sapere navigato e disincantato. Ed è, come ho già detto, contraddittorio.
    Ho parlato nel precedente commento di «dissacrazione sacralizzante». Perché a me pare che il sacro cristiano viene dissacrato in una commistione col sacro pagano, che resta astorica e intellettualistica.
    Non c’è mediazione motivata tra « l'introibo […] partito con la visione dei seduti al banchetto nell'ultima cena» e «il finale […] possente e sacrale coro di invocazione ad Atena».
    C’è commistione, che a me pare sgangherata, tra due immaginari (e storie) diverse. E direi quasi una blasfemia gratuita (per cristiani e pagani, se potessimo sentire il loro parere…).
    Perché - ed è la premessa dei miei ragionamenti - qui si manipolano frammenti di storia, li si accosta senza averli interrogati a fondo.
    E poi - altra premessa del mio ragionamento - oggi non c’è nessuna possibilità di ritorno al passato e tantomeno alla « civiltà pagana quale unica salvezza del mondo». Dobbiamo rendercene conto.
    Non ci può essere. Lo «scontro di civiltà» tra quei due mondi, paganesimo da una parte e cristianesimo dall’altra, è già avvenuto e riattualizzarlo oggi sia pur nella fantasia è artificioso e del tutto anacronistico. Alla crisi delle società odierne in cui siamo costretti a vivere (industriali e post-industriali) è impossibile rimediare con questi ritorni al passato (pagano o cristiano o d’altro tipo), essendo la «belligeranza» che le agita incomparabile con quelle antiche.

    [Continua]

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  25. Ennio Abate (continua):


    Perciò definire il punto di vista dal quale guardiamo al passato non è questione secondaria. Non possiamo sentirci antichi. Al massimo fingerci. Ma è un gioco.
    Dunque, a me pareva importante capire « se Aristide sia il filosofo antico o il santo della teologia cristiana», perché come lettore posso capire meglio se Linguaglossa “rispetta” o tiene conto del dato storico (e del sapere storico) o ne prescinde.
    Sostenere, come fa Luciana Sanguigni, che « Aristide sta qui per l’uomo dell’Occidente, colui che è affetto dalla «volontà di potenza»», significa appunto indifferenza al dato storico e alla storia e tendenza alla generalizzazione “epocale”, che mi fa venire un po’ i brividi.
    Sono quelle grandi generalizzazioni che cancellano dalla mente troppi particolari, troppi eventi, troppe persone concrete e le riassumono in simbolo. Ne diffido.
    Anche perché di solito danno la stura ad altre generalizzazioni, non casualmente con il ricorso all’enfatica maiuscola all’inizio del nome («Il dominio del Mondo», la «Tecnica»). Con cortocircuiti mentali brillanti ma di dubbio valore (Ad. es. che cosa vuol dire, al di là di quanto risulta nella poesia «Il filosof Aristide» di Linguaglossa, che « Il trionfo della «vista» dunque coincide con il trionfo della «morte»»?).
    E soprattutto si finisce per enfatizzare il ruolo dell’individuo ( in questo caso del filosofo) mitizzandolo: « Inconsapevolmente egli diventa l’Angelo della Morte e Atropo che può decidere se dove e quando tagliare il filo della vita degli uomini. una condizione terribile, insostenibile per un umano».
    E a me questo procedimento pare in pieno contrasto con quanto siamo arrivati a capire grazie ad altri pensatori e storici che hanno posto l’accento sulle strutture sociali e sulla “lunga durata”.
    Dalla cancellazione dei discorsi sulle strutture e la storia discende quell’accentuarsi del senso (malinconico o tragico) della fine, per cui «è della fine della filosofia ciò di cui qui si tratta, e della fine della Poesia, per chi non l’avesse ancora capito », che davvero mi pare indimostrato, inaccettabile e succube dell’ideologia oggi dominante ( Fukushima, etc.).
    E con tutto il rispetto delle filosofie orientali, a me pare anche un po’ grottesco (e contraddittorio per dei poeti) questa sorta di apologia del filosofo ammutolitosi Li Po, questa sfiducia nella parola, questa rinuncia al linguaggio («tutto ciò è qualcosa che non può più essere espresso con le parole, ormai i filosofi ci hanno rinunciato, hanno rinunciato al linguaggio. Si esprimono a gesti»).
    Ma anche i gesti possono essere ambigui e menzogneri quanto le parole!
    E fare di Li Po quasi un filosofo nicciano dell’azione o addirittura «un marxista tradotto in finta cineseria» mi pare davvero troppo.
    Insomma, su questa benedetta “fine della Storia” dovremmo discutere molto ancora.
    Perché ne discendono cose che a me non paiono buone neppure sul piano poetico: perché il caos del Mondo ( e non la fine della Storia che è tutta da dimostrare …) dovrebbe poi giustificare il «formidabile guazzabuglio di picchi irti, di attriti simbolici, di discorsi impliciti che stridono gli uni con gli altri»?
    È l’obiezione di fondo che è stata fatta alla moda postmoderna. E i segni della sua influenza a me pare siano filtrati anche nella poesia di Giorgio.
    Non vorrei che Flamurt, come lo legge Luciana Sanguigni, («Flamurt è colui che ha saputo trarre profitto, con l'astuzia di Ulisse, che ha saputo districarsi in quella giungla che è il capitalismo finanziario globale che domina il Mondo. E qui ci soccorre l'amaro sarcasmo del finale. Flamurt è colui che vince su un deserto di morti e di morti viventi») diventasse, invece che una delle figure del Nemico, l’Eroe affascinante di un regno del Male indistruttibile.

    [Fine]

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  26. Ennio Abate:

    Questa è la mia sensazione. E terrei a notare che nella raccolta c’è una poesia ( pubblicata anche su questo blog qui), «La grande casa immersa tra gli aranceti», che è quasi un corpo estraneo, difforme dal tono dominante e potrebbe forse rappresentare l’imbocco di una via alternativa, di fuga, da quest resa troppo statuaria delle figure che popolano la poesia di Giorgio.

    Ho dimenticato d'indicare il link accanto a 'qui'.
    Eccolo:

    http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/12/giorgio-linguaglossa-la-grande-casa.html

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  27. Leggere queste poesia di Giorgio Linguaglossa è stata per me un’esperienza ambivalente: da una parte il piacere tutto intellettuale della sciarada, il fascino degli oscuri riferimenti storico-filosofici (veri o fittizi), la rete di relazioni che accentua la sensazione di un enigma che sovrasta e schiaccia; dall’altra l’irritazione per un linguaggio che di primo acchito mi è sembrato, sì, oracolare e apocalittico, ma anche magniloquente, privo d’ironia e in fondo disinteressato a comunicare veramente con il lettore.
    Superata l’empasse iniziale, ma verificati anche i limiti di un approccio “enigmistico” a questa poesia, mi sono lasciato andare alle immagini senza cercare d’interpretare ogni singolo verso (tanto comunque non ci sarei riuscito, e poi chi se ne frega se lo scuoiato – l’uomo non il maiale – è l'ammiraglio Bragadin o qualche altro povero disgraziato…). Qualcuno (mi pare Mayoor) ha definito queste immagini “filmiche”: non le definirei così per la sensazione che mi trasmettono di staticità quasi pittorica, ma senza dubbio paiono anche a me coinvolgenti nella loro fredda cristallinità, e a tratti perfino affascinanti. Questo il lato positivo.
    Ora quello negativo: mi sembra una poesia algida e intellettualistica, costruita al punto da sembrare artefatta, scritta per una sorta di “élite” disponibile al “gioco” di un’esegesi che, per quanto mi è dato di leggere qui, mi sembra inneschi i più bassi istinti scolastici, a tratti carichi dei toni di chi stia interpretando la Bibbia, che tanto mi ricordano certe lezioni e certi insegnanti liceali.
    Credo che la poesia, come qualsiasi altra modalità di scrittura, sia un atto comunicativo, prova ne è che anche il Linguaglossa pubblica le proprie poesie su carta e in rete. Un atto comunicativo implica un interlocutore. Il fastidio di Linguaglossa per un certo tipo o “classe” di interlocutore è palese. Ma la scelta a priori di limitare il proprio interlocutore ad una “nicchia” mi sembra, alla lunga, una scelta perdente. Ciò non toglie che non si possa liquidare questa scrittura (faccio fatica a definirla poesia, “tout court”) con sufficienza, come qualcuno ha fatto, a mio avviso sbagliando, in questo post.
    Un saluto
    Flavio

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  30. caro Ennio Abate,

    ormai non c’è modello, né secondarietà che sottendano il discorso poetico: esso è solo di fronte a se stesso, per così dire, ed è l’unico senso in cui si può dare oggi il discorso poetico. Siamo ormai lontani dall’idea tradizionale di «Fondamento», nel senso in cui lo intendeva la metafisica. Non c’è più un riferimento a una natura o a un Essere che ritratterebbe di fondare e non c’è più un discorso poetico corrispondente che lo legittima. Il «principio» non è più costruito “a posteriori” di un reale (da scoprire) che, esso sì, sarebbe in fondo il primordiale nella faccenda. Ridare senso alla Fondazione filosofica non è più cercare il fondamento “di qualcosa” che lo determinerebbe in conformità (come ancora in Heiddeger), ma è accogliere il Fondamento come questione, da porre in quanto fa questione. Questione fondamentale poiché non ne esiste di prima in più alto grado. Occorre quindi un discorso poetico che pratichi l’interrogazione in ciò che comporta la sua originarietà. È questo il modo per ridare dignità di discorso epistemico al discorso poetico grazie alla tematizzazione “radicalmente nuova” che il contesto storico impone al pensiero. Il fondamento, tramite l’interrogazione, «parla», crea «senso». Il fondamento è l’interrogazione.
    Se il discorso poetico vuole parlare ai contemporanei deve non arrestarsi alla storialità della civiltà delle tecnica ma costruire la storicità simultanea del contemporaneo, deve giungere alla interrogazione di ciò che è radicale, alla problematizzazione di ciò che è stato sproblematizzato con i linguaggi settorializzati e ghettizzati del mondo mediatico. Il Logos poetico non dovrà quindi avere riguardi per l’asfittica settorializzazione dei linguaggi che si agitano nella storialità del contemporaneo. Il mio discorso poetico, se così si può dire, si muove quindi nella direzione di un Logos che apre il discorso metaforico e parabolico alla differenziazione domanda-risposta e non si richiuda in se stessa nel nodo scorsoio della novecentesca «funzione poetica», nel concetto di «intuizione» o nel concetto tutto post-moderno e acritico di «commento» ad un testo preesistente.
    La specificità del discorso poetico così posto si attua nella radicalità della sua interrogazione, nella misura in cui pone i solchi al pensiero.
    Il discorso poetico così posto prende le distanze dal proposizionalismo poetico delle storialità del contemporaneo che contempla una infinita serie di possibilità parafrastiche e perifrastiche tipiche della narrativa e della poesia dei nostri giorni.

    giorgio linguaglossa

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  31. Gent.mi Ennio Abate Flavio Villani

    Per il fatto stesso di interrogare il domandare, sorge il fuori-questione.
    Ma, chiediamoci: quanta poesia degli ultimi decenni ha posto al centro della propria indagine la questione di interrogare il principiale? Al massimo, si è fatto finta di interrogarsi sul domandare! (la poesia di Zanzotto in ciò offre un esempio impareggiabile!).
    Il fatto di porre esplicitamente la questione (l’interrogazione di ciò che fa principio), ci fornisce anche la chiave per il superamento di ciò che fa di una questione una falsa questione. Questo metodo che conduce da ciò che fa questione («Sempre caro mi fu quest’ermo colle…») al fuori-questione in quanto riflessione che esplicita la domanda iniziale e rende possibile la risposta del lettore è quanto si rintraccia, in nuce, nella poesia di Holderlin e di leopardi che reca ancora la traccia del soggetto trascendentale.

    Oggi, con il decorso del soggetto trascendentale, il discorso poetico si pone come un fuori-questione che deve essere indagato prima di tutto dall’autore, perché nulla è certo di cui si dà certezza e nulla è in luogo sicuro, nulla è al sicuro neppure nelle casseforti della Deutschbank.
    Possiamo dire che dal modo con il quale il poeta si acconcia al primo verso ne terremo conto per il prosieguo; vale a dire che non c’è più una condizione minimale e unica sopra la quale poggiare l’architrave del discorso poetico… addirittura, è oggi problematico anche rintracciare ciò che fa questione e se c’è ancora una questione tout court. Il fatto che oggi anche il discorso poetico si sia modellizzato sulla scienza ha questo di vero: che nel passaggio dalla domanda alla risposta non ci si sofferma più sulla formulazione del problema ma ci si ferma agli anelli intermedi. E questo fornisce propriamente la metodologia delle scienze.

    Il discorso poetico diventato libero ha così perduto la facoltà di scegliersi la propria tematizzazione e si è modellizzato sulla procedura delle scienze, e ha finito così per scientifizzarsi. Anche e soprattutto la religione si è modellizzata sulle scienze e ha posto dio nel cassetto dell’infinito non quantizzabile o in un non-luogo, in un altrove, insomma.
    Il trionfo del pensiero analitico che si ritaglia i suoi oggetti per meglio comprenderli è per eccellenza non filosofico. La poesia degli ultimi decenni accoglie in modo acritico la metodologia del pensiero analitico per dipingere meglio i suoi oggetti, ma si tratta di una procedura non «poetica», è una procedura che accetta la necessità del proprio punto di partenza senza mettere in dubbio che quella sia una vera partenza e non una ripartenza, è come accettare le regole del gioco come imposte da un dio e poi rammaricarsi che ci siano quelle regole del gioco. Tutta la poesia analitica dell’evo mediatico cade nella insignificanza della propria falsa origine. L’autologia è la falsificazione dell’io.

    Giorgio linguaglossa

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  32. *Gentile Luciana Sanguigni,

    su questo blog tentiamo in tutti i modi di dialogare.
    Di solito, per ottenere tale risultato, io leggo attentamente l’intervento dei miei interlocutori, scelgo i punti che mi paiono decisivi, valuto se sono d’accordo o in disaccordo e replico puntualmente.
    Non mi pare di essere ricambiato con lo stesso trattamento, anche se so che non è obbligatorio.
    Ma mi pare che sia lei che Giorgio preferiate ribadire le vostre posizioni senza entrare mai nel dettaglio delle mie singole affermazioni. Né mi pare che l’abbondantissimo uso gergale ( o elitario) di termini filosofici da parte vostra aiuti il dialogo a procedere. Ha l’effetto (negativo a mio parere) di marcare solo le distanze da me o da interlocutori simili a me che vorrebbero ragionare, come su dice, a tono.
    Io, quando mi trovo di fronte ad espressioni del tipo: « Modello preposizionale del discorso poetico” così come si è costituito e istituzionalizzato dagli anni Sessanta ad oggi», ««discorso poetico problematologico aperto» che esige un linguaggio nuovo, un inusuale metodo (per la tradizione poetica italiana)», « accogliere il Fondamento come questione, da porre in quanto fa questione», « Occorre quindi un discorso poetico che pratichi l’interrogazione in ciò che comporta la sua originarietà», «Il mio discorso poetico, se così si può dire, si muove quindi nella direzione di un Logos che apre il discorso metaforico e parabolico alla differenziazione domanda-risposta», « storialità del contemporaneo», eccetera, boccheggio e - mi scusi o scusatemi se ve lo dico - vedo amici e amiche di questo blog abbassare la saracinesca o sbuffare.
    Ora se un profano volenteroso come me, s’è sforzato di penetrare nelle poesie di Giorgio ( Cfr APPUNTI…), che sarà anche poesia «elitaria perché richiede al lettore un dispendioso esercizio di penetrazione nei testi», a lei pare che le vostre risposte possano ripagarlo dello sforzo?

    Tuttavia, convinto del detto fortiniano che i filosofi debbano dialogare anche coi tonti ( come me o altri del blog), insisto ancora a usare il mio metodo e le pongo una serie di domande:

    1. Nel caso dell’heideggerismo, come si fa a negarlo? Se si rileggono gli interventi di Laura Canciani e i suoi (a Giorgio rispondo a parte subito dopo), mi pare che tutto quel gran parlare di fine della Storia, di Tecnica, ecc. sia nel solco di quel pensiero.

    2. Mi può spiegare cosa intende per “Modello preposizionale del discorso poetico” e in cosa consista il suo rovesciamento?

    3. Mi può spiegare cosa intende per «discorso poetico problematologico aperto» e che legame ha o avrebbe con quello che «Abate chiama il «sincretismo» di Linguaglossa»?

    4. Può provare almeno per approssimazione che questo « linguaggio nuovo, un inusuale metodo (per la tradizione poetica italiana) di mettere insieme, legare archetipi religiosi e filosofici diversi, una simbolica cristiana (desacralizzata) e una simbolica pagana (ri-consegnata al sacro)» sia davvero quello adottato nelle poesie di Giorgio; e che si distingua davvero da tanta commistione di immmagini e simboli di tipo postmoderno oggi di moda? (Io ho cercato di motivare perché ho parlato di affastallemanto astorico di simboli di diversi mondi etc…).

    5. Davvero lei pensa che la poesia novecentesca possa essere ridotta a celebrazione degli « attriti semantici e timbrici (con buona pace di Montale e Sanguineti qui posti in bacheca e archiviati)»?
    Non le pare una visione riduttiva?

    6. Può spiegare qual è « il punto di partenza della poesia di Linguaglossa [che] segna il punto di arrivo della poesia novecentesca che abbiamo conosciuto»?

    [Continua 1]

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  33. Ennio Abate (continua):


    7. Non le pare contraddittorio affermare che « il pensiero di Heidegger mi sembra che faccia da sfondo di un passato, se mi si consente l’espressione, mitico» ( io in parole banali intendo: è superato o che appartiene ad un’altra epoca) e un rigo dopo chiedersi: « In fin dei conti, che cos’è l’Essere che albeggia in queste sette poesie?» ( cioè, sempre in parole mie banali, riprendere un concetto fondamentale e un lessico - ah quell’«albeggia»! - propri di Heidegger)?

    8. Pensa che davvero bisogna rifarsi a Li Po e solo a lui per sostenere che « il pensiero può solo prefigurare nelle linee generali quello che sarà l’azione, ma essa sarà sempre diversa da quello che il pensiero aveva pensato»? (Io leggo spesso affermazioni simili in tanti filosofi e scienziati della tradizione occidentale e figuriamoci oggi dopo la svolta “probabilistica” del sapere scientifico…).

    9. A me pare che leggere la poesia come «rebus» o «enigma dalle molte soluzione e interpretazione» sia un’operazione che si possa fare con vari tipi di poesie ( se non tutte).
    Riguarda forse più la disposizione di un certo tipo di lettore o critico, che le intenzioni del poeta. E comunque non mi pare troppo lusinghiero né particolarmente entusiasmante vedere la poesia come un indovinello.

    10. Lei ora scrive: « la Storia si può contrastare, si può andare in direzione contraria a quella della Storia. Il significato «politico» di queste composizioni mi sembra, quindi, totalmente anti heideggeriano.». Eppure nel commento del 04 settembre 2012 17:12, ha scritto: «Ah, dimenticavo... si tratta anche della fine della Storia (almeno nella forma in cui l'abbiamo conosciuta!). La fine della Storia porta con sé l'estinzione della Filosofia e della Poesia.». Non le pare contraddittorio?



    *Caro Giorgio,

    sul metodo della comunicazione o dialogo tra noi ho già scritto sopra rivolgendomi a Luciana Sanguigni. Qui cerco di afferrare la sostanza del tuo discorso e chiedo anche a te, innanzitutto, di chiarire vari punti:

    1. Cosa s’intende per « accogliere il Fondamento come questione, da porre in quanto fa questione»?

    2. Cosa intendi quando scrivi « Occorre quindi un discorso poetico che pratichi l’interrogazione in ciò che comporta la sua originarietà»?

    3. Qual è questo « fondamento, [che] tramite l’interrogazione, «parla», crea «senso»»?
    Se, come scrivi subito dopo, «il fondamento è l’interrogazione», non è più semplice e comprensibile dire: “non ci sono più fondamenti al nostro sapere, ci resta solo l’interrogazione”?

    4. Nella frase «« Occorre quindi un discorso poetico che pratichi l’interrogazione in ciò che comporta la sua originarietà»?», cosa vuol dire l’ultima parte della frase: «in ciò che comporta la sua originarietà»?

    5. Cosa intendi per «storialità della civiltà della tecnica»?

    6. Cosa intendi per « costruire la storicità simultanea del contemporaneo»?

    7. Per « problematizzazione di ciò che è stato sproblematizzato con i linguaggi settorializzati e ghettizzati del mondo mediatico» intendi o no la critica alla specializzazione dei saperi, di cui tutti si lamentano? ( Se sì, non mi pare che il fenomeno riguardi solo il «mondo mediatico»…).

    8. Cosa intendi per « interrogare il principiale» ( o porre la questione dell’«interrogazione di ciò che fa principio»? Qual è «la domanda iniziale» ( che «in nuce», vedi - posso dire assieme ad Hedegger? - «nella poesia di Holderlin e di Leopardi»)?

    [continua 2]

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  34. Ennio Abate (continua):


    Dopo queste domande, che faccio seriamente per cercare di intendersi, arrivoa due punti del tuo discorso, dove mi pare sia contenuta la sostanza della tua posizione.
    Tu scrivi in questo passo:

    « Il fatto che oggi anche il discorso poetico si sia modellizzato sulla scienza ha questo di vero: che nel passaggio dalla domanda alla risposta non ci si sofferma più sulla formulazione del problema ma ci si ferma agli anelli intermedi. E questo fornisce propriamente la metodologia delle scienze.
    Il discorso poetico diventato libero ha così perduto la facoltà di scegliersi la propria tematizzazione e si è modellizzato sulla procedura delle scienze, e ha finito così per scientifizzarsi. Anche e soprattutto la religione si è modellizzata sulle scienze e ha posto dio nel cassetto dell’infinito non quantizzabile o in un non-luogo, in un altrove, insomma.
    Il trionfo del pensiero analitico che si ritaglia i suoi oggetti per meglio comprenderli è per eccellenza non filosofico. La poesia degli ultimi decenni accoglie in modo acritico la metodologia del pensiero analitico per dipingere meglio i suoi oggetti, ma si tratta di una procedura non «poetica», è una procedura che accetta la necessità del proprio punto di partenza senza mettere in dubbio che quella sia una vera partenza e non una ripartenza, è come accettare le regole del gioco come imposte da un dio e poi rammaricarsi che ci siano quelle regole del gioco. Tutta la poesia analitica dell’evo mediatico cade nella insignificanza della propria falsa origine. L’autologia è la falsificazione dell’io.».

    Qui è innegabile un rifiuto frontale del sapere scientifico o della «metodologia delle scienze».
    Il predominio delle scienze avrebbe condizionato «il discorso poetico», che si sarebbe «modellizzato sulla procedura delle scienze» ed esso avrebbe finito per «scientifizzarsi», insomma per scimmiottare le scienze.
    (A me pare davvero una visione distorta dei processi reali. Di poeti che s’intendano di scienze ne vedo pochi. E anzi nel mio scritto sulla poesia esodante mi lamentavo proprio della sottovalutazione negli ambienti umanistici degli sviluppi delle scienze… Al massimo ci possono essere, tra i poeti, alcuni che hanno accolto « la metodologia del pensiero analitico», ma sono un’esigua minoranza… come esempi posso pensare a Magrelli, al Giuseppe Cornacchia che si è affacciato su questo blog con questo orientamento, ma poi…?)

    E in contrasto con questo fenomeno (che a me pare - ripeto - tu enfatizzi oltremisura) c’è la tua proposta o la tua poetica:

    «Il mio discorso poetico, se così si può dire, si muove quindi nella direzione di un Logos che apre il discorso metaforico e parabolico alla differenziazione domanda-risposta e non si richiuda in se stessa nel nodo scorsoio della novecentesca «funzione poetica», nel concetto di «intuizione» o nel concetto tutto post-moderno e acritico di «commento» ad un testo preesistente.
    La specificità del discorso poetico così posto si attua nella radicalità della sua interrogazione, nella misura in cui pone i solchi al pensiero.
    Il discorso poetico così posto prende le distanze dal proposizionalismo poetico delle storialità del contemporaneo che contempla una infinita serie di possibilità parafrastiche e perifrastiche tipiche della narrativa e della poesia dei nostri giorni».

    Ora, per concludere questo mio commento, una cosa mi pare chiara: che siamo in piena problematica heideggeriana. È quel pensatore, sono i suoi seguaci che hanno elevato il feticcio della Tecnica per dare addosso al pensiero scientifico contrapponendo frontalmente scienze e filosofia.

    Spero di poter riprendere il discorso dopo aver ricevuto puntuali risposte alle mie domande da te e da Luciana Sanguigni.( A meno che queste mie domande non vengano squalificate come analitiche o subordinate al metodo scientifico!).


    [Fine]

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  35. Gentile sig. Linguaglossa, gli assediati (o chi è convinto di esserlo) innalzano muri a propria difesa. Mi sembra che i muri del suo fortino siano formati dal linguaggio iper-specialistico con cui struttura il suo pensiero. Che è forse un altro modo per dire ciò che ho tentato (forse malamente) di dire nel mio precedente intervento: la scelta di limitare i propri interlocutori ad una "élite" di "iniziati", mi pare scelta perdente.
    Non mi azzardo a fare ciò che Ennio ha fatto: ribattere parola per parola, frase per frase, chiedendone conto puntualmente. Come avrà perfettamente capito non sono specialista del settore, e la filosofia è materia che risale agli ormai lontani anni (ahimè) del liceo. Soprattutto non mi piace improvvisarmi in ciò che non conosco. A questo punto però mi domando, e mi permetto di domandarle: è interessato a dialogare con chi con tutta evidenza non ha il suo stesso retroterra? Potrebbe essere ammissibile, secondo il suo punto di vista, che in un luogo come questo saperi, esperienze, idee diverse, possano in una commistione virtuosa, farci avanzare nella conoscenza e nella comprensione degli altrui punti di vista? Se la risposta è negativa, be', mi ritiro in buon ordine, facendole solo notare che, essendo io medico di professione, se non avessi voglia di parlare di medicina ad un livello divulgativo e non specialistico (qualche accenno ad argomenti medici ho provato a darlo nel mio post sulla figura del Dr. Semmelweis, e vorrei farlo nel futuro parlando dei meccanismi cerebrali del linguaggio) mi guarderò bene da intervenire in luoghi dove gli interlocutori non sono tutti miei pari. Detto questo, posso solo aggiungere che se qualcosa ho compreso di ciò che è alla base del suo lavoro critico e poetico (che spero abbia capito, per quanto possa avere importanza, rispetto sinceramente), le auguro di riuscire a comunicarlo in modo forse un po' diverso, fruibile anche da chi vorrebbe capire e intuisce nelle sue posizioni qualcosa di potenzialmente interessante e magari anche (parzialmente) condivisibile.
    Cordiali saluti
    Flavio Villani

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  38. Quindi il nodo da sciogliere sarebbe quello dell'individuazione della partenza, dell'origine. Pur continuando ad usare l'italiano, il volgare di Dante, si va cercando l'universale, le cui tracce sono presenti nel classicismo, non fosse che anche anche il classicismo potrebbe essere una derivazione, che so: dell'atlantideo?
    Oppure il Logos ha valenze interiori, comuni a tutta l'umanità, ma in questo caso la conoscenza dovrebbe essere necessariamente anche empirica. E si arriva ad Aristotele.
    mayoor

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  39. Ennio Abate a Luciana Sanguigni:

    Io le ho scritto:
    "Né mi pare che l’abbondantissimo uso gergale ( o elitario) di termini filosofici da parte vostra aiuti il dialogo a procedere. Ha l’effetto (negativo a mio parere) di marcare solo le distanze da me o da interlocutori simili a me che vorrebbero ragionare, come su dice, a tono".
    E le ho posto 10 precise domande a cui potrebbe rispondere. Se crede e come meglio crede.

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  40. gent.mi Ennio Abate e Flavio Villani

    Eppure, non mi sembra che la poesia di Linguaglossa presenti così grandi difficoltà di interpretazione, anzi, mi sembra che le cose dette siano appunto dette con una semplicità disarmante, come se l’autore non volesse aggravare il lettore di pesi inutili e non necessari. Proviamo a leggere una poesia:

    Giocavano a dadi con i meteci

    Un angelo zoppo ci venne incontro
    e disse, senza guardarci: "malediciamo il nome di Dio."
    Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
    a bere caffé, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.
    Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
    Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.
    A quel tempo dall' Albero vennero i bastardi
    con le risposte pronte e gonfiarono le vele
    e gettarono le ancore.
    lo fissavo il loro occhio di vetro ...
    Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
    se la spassavano con le troiane,
    ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
    A quel tempo facevo l'infiltrato e la spia,
    passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d'oro
    e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte
    alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
    lo a quel tempo me la spassavo nella Suburra,
    tiravo con l'arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
    Un angelo gobbo ci venne incontro
    e disse, senza guardarci: "dimenticatevi il nome di Dio."
    .
    Il punto fondamentale è il «ci». Un angelo zoppo ci venne incontro, con il verbo al passato remoto è un enunciato chiarissimo, introduce ad un tempo lontano, immemorabile e pronuncia, senza degnare di uno sguardo gli uomini, una sentenza chiarissima e semplicissima: «malediciamo il nome di Dio», così, senza perifrasi, senza dare alcuna spiegazione, con un linguaggio diretto che non lascia adito a dubbi, il lettore già dalle prime due righe resta sgomento per la linearità con cui le cose sono dette. ma il terzo verso riprende quel «ci», riparte con un «noi»: «Eravamo incomprensibili». Qui c’è la prima difficoltà, lo ammetto, «incomprensibili» a chi? Al lettore? O all’angelo zoppo? – il testo non ce lo dice e passa subito ad altro. E subentra la terza persona plurale, un «Loro» (che comprende anche il “noi”), e dice: «Stavano tutti al bar».

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  43. La plebe:
    L'angelo mostrò agli uomini la loro condizione, di zoppi e di gobbi. Dopodiché, avendo mostrato loro la verità di ciò che sono, disse "dimenticatevi il nome di Dio.", perché la verità lo rende superfluo. E siamo alla sacra scrittura, ma non tentò anche Pasolini?
    mayoor

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  44. Caro Abate,

    tu mi accusi di «rifiuto totale delle scienze», ma quando io parlo di «modellizzazione secondaria» cui la poesia italiana del tardo novecento ha supinamente (e direi acriticamente) accettato, tento di delineare un concetto diverso, non c'entra affatto il rifiuto della scienza, io qui dico soltanto che la peosia ha accettato di parametrarsi sulla falsariga del pensiero «analitico» delle scienze subordinando e estromettendo il pensiero analogico, metaforico, allegorico, parabolico proprio della poesia di tutti i tempi. Il risultato che ne è derivato è stato un impoverimento generale, su tutto il fronte, della poesia italiana. E che in questo processo di riduzione della pesia it. abbiano preso parte un po' tutti, siano corresponsbili sia Montale che Pasolini, sia la neoavanguardia che la poesia lombarda con in testa Sereni e Giudici, seguiti da Raboni, è un fatto che io ho raccontato, come sai, nel mio libro di "Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010). Certo Fortini è stato l'unico grande poeta critico che con grandissima lungimiranza aveva previsto dove andava a parare la china, ma grosso modo, anche lui era un isolato e non poteva riuscire (infatti non c'è riuscito) a cambiare un moto generale di tutta la cultura poetica italiana. Di fatto oggi assistiamo a una «latenza» della poesia italiana. i più si muovono con i sommergibili e i dirigibili dei linguaggi replicabili (come ha ben indicato Navio Celese). Sì, è vero, il minimalismo da questo punto di vista è soltanto un epifenomeno... ma intanto, io dico, combattiamo l'epifenomeno| tentiamo di allertare i più intelligenti dove sta per andare la grande alluvione della RESTAURAZIONE E DELLA RECESSIONE di questi ultimi anni terribili. Si assiste a un generale degrado dell'intelligenza e di ogni forma di resistenza attiva al degrado, questo è il fatto. Non soltanto non c'è più Opposizione (e non solo al governo Monti del quale si richiede addirittura il bis!) ma non c'è neanche una linea Governo! Quello che vedo (ma lo ha denunciato anche un filosofo certo non marxista come Giorgio Agamben!) è una radura che si estende in tutte le direzioni...
    E poi mi chiedi la questione del Fondamento e dell?Interrogazione fondamentale! - ma io molto semplicemente ti rispondo che senza Interrogazione (principiale, fondamentale, chiamala come vuoi) non si va da nessuna parte, non si può colorare una tela, non si può scrivere una pagina che non sia tautologia e autologia, figuriamoci poi se si possa scrivere una poesia!
    Si vuole una poesia senza Interrogazione? che sia fatta come «le polpette»? come dice Zeichen? si vuole una poesia che sia fatta «come montare un uovo»? come scrive Magrelli? si vuole una poesietta del cuore come quella finta e posticcia che fa mariangela Gualtieri? - accomodatevi, ma quella roba lì, dico io, non è poesia, è para poesia. Prego.

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  45. Caro Abate,

    Fondazione, Rifondazione, Origine, Originario, Problema sono parole, concetti che costituiscono l'eredità della filosofia occidentale, da quella greca a quella classica tedesca; invece il termine "problematologia" è nuovo, non esisteva al tempo di Heidegger... quando io parlo di «proposizione problematologica aperta» riguardo al discorso poetico di oggi intendo qualcosa di nuovo, integralmetne nuovo che tenterò di chiarire, ma non in modo sistemico e teorico, ma in modo empirico con i testi che mi capiterà di volta in volta di commentare. Sì, oggi non c'è più un riferimento a una natura o a un essere che si tratterebbe di Fondare e non c'è più un discorso corrispondente da legittimare. Il principio non è più costituito a posteriore di un reale (questo sì che si tratterrebbe di fondare!). Ridare peso alla fondazione filosofica quindi (e poetica) ha un senso diverso che non nella filosofia di Heidegger: non è più il cercare quel qualcosa che sta a fondamento di tutto il resto (l'Essere heideggeriano) ma è quel qualcosa che fa questione, significa accogliere il fondamento come questione. Questione fondamentale quindi non sarà la questione di ciò che esiste di più alto in grado senza la quale non esiste un prima ma solo un dopo... questione fondamentale è l'interrogazione che va "tematizzata" ogni volta e ogni volta riformulata in conformità con la situazione storica del tempo.
    Tutte le posizioni che invece si rifiutano alla Interrogazione, si avviano necessariamente sulla china di un pensiero debole sempre più debole, fino alle «polpette» e all'«uovo sodo» (di cui sopra). È questo il discrimine, ritengo, tra la risalita del pensiero e del discorso poetico e la discesa ad un punto (acritico) ancora più in basso posto in una discesa infinita e sregolata.
    Quello che mi stupisce è la grande quantità di resistenza che le mie osservazioni, a volte elementari, trovano negli interlocutori.
    Oggi (ma il fenomeno è generale e lo si vede anche della manifesta assenza di opposizione al capitalismo finanziario globale), non si vuole qualcuno che agiti le domande e cerchi le risposte, se si guarda ai linguaggi che ci sono in giro (nella comunicazione) quello che si vuole è un linguaggio dell'indifferenziazione proposizionalistica.

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  46. Ennio Abate:

    Caro Giorgio (Linguaglossa),

    il tuo rifiuto delle scienze non sarà assoluto frontale, come io ho scritto, (e del resto tutti i poeti ricorrono pur essi, in caso di bisogno, alla medicina e non allo stregone e usano le tecnologie vecchie e nuove, dall’auto al PC), ma a me pare persista nelle tue parole, magari in forme più leggere, un’ideologia antiscientifica (di matrice heideggeriana o idealistico-crociana è questione per ora secondaria). Perché continui a definire dannosa l’accettazione ( che - ho detto - io ritengo, tra l’altro, assai dubbia e non provata dai dati che possediamo, insomma dai testi poetici stessi) da parte della poesia di «parametrarsi sulla falsariga del pensiero «analitico» delle scienze subordinando e estromettendo il pensiero analogico, metaforico, allegorico, parabolico proprio della poesia di tutti i tempi».
    Io ribatto che già nella «poesia di tutti i tempi» abbiamo avuto esempi illustri di poeti “dallo sguardo scientifico” (mi viene in mente Lucrezio, ma un’indagine attenta sul tema nel corso dei secolo mostrerebbe centinaia di esempi); e che tutta questa netta separazione tra scienze e poesia svanirebbe o perderebbe la sua natura, che a me pare ideologica e pregiudiziale.
    E poi ci potrebbero anche essere buone e non solo cattive ragioni nell’indebolimento del « pensiero analogico, metaforico, allegorico, parabolico» (come cercai di dire parlando di Lukács (qui:http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/04/discussione-ennio-abate-e-cosi-facile.html) o polemizzando con Roberto Maggiani (qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/04/discussione-ennio-abate-e-cosi-facile_06.html), essendo le operazioni della mente umana e il processo conoscitivo imprese quanto mai varie e complesse e storicamente in mutamento.
    Quindi quei «tutti» ( Montale, Pasolini, ecc.) che tu ritieni - moralisticamente, devo dire - come «corresponsabili» di un impoviermento o di una riduzione della poesia italiana ( ammesso che tali trasformazioni abbiano riguardato solo questa) potrebbero anche non aver commesso questo “misfatto” di uccisione della poesia o di asservimento suo alle scienze.
    Devo poi aggiungere, visto che ho letto e discusso e in buona parte apprezzato il tuo «Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010», per la denuncia “politica” dell’affermarsi in poesia di un «paradigma moderato» , che a me questa “torsione antiscientifica” del tuo discorso era forse sfuggita.
    Una cosa è, infatti, mettere sotto accusa certi poeti e critici influenti per aver imposto un «paradigma moderato», ben altra è vedere l’origine di tale paradigma proprio in una loro subordinazione al pensiero analitico delle scienze. E del resto mai si potrebbe dire di Fortini, che lavorò alla Olivetti e studiò criticamente gli effetti dell’industria culturale, che egli contrastasse il pensiero «analitico» e lo ritenesse causa della «china» pericolosa presa dalla poesia italiana nel secondo Novecento.
    D’altra parte devo fraternamente farti notare la contraddizione tra il tuo invito a combattere il «minimalismo» come «epifenomeno» e l’esigenza che dici irrinunciabile, urgente e decisiva di impegnarsi in una “Interrogazione principiale” ( torna quella maiuscola per me poco digeribile…).
    Voglio poi chiarire che, se faccio notare queste contraddizioni del tuo discorso, ciò non vuol dire che amo o difendo il «minimalismo» o la poesia-polpetta o fatta «come montare un uovo». O che abbia «una grande quantità di resistenza» alle tue osservazioni.
    C’è, invece, per chiarezza nostra e dei frequentatori di questo blog, da intendersi sulle cose a cui ci riferiamo parlando e sulle parole che usiamo per indicarle. C’è, ad es., un’esigenza di capire appunto cosa è in questo momento - dico io - principale ( non «principiale») e cosa è secondario.
    O da capire perché tu scriva «Interrogazione» con la maiuscola ed io tendo ad usare la minuscola.
    [Continua]

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  47. Ennio Abate (continua):


    Quanto alla «problematologia», non ironizzo sulla gergalità specialistica della parola né invoco l’uso del più comune termine di ‘problema’ ( potrebbe anche esserci in ‘problematologia’ un significato particolare non presente nel termine ‘problema’…), ma io questo «qualcosa di nuovo, integralmente nuovo» e specie nei testi, che insistentemente tu vai proponendo, non lo colgo.
    Lasciando pure da parte la questione se coi discorsi tuoi o di Luciana Sanguigni siamo sul terreno heideggeriano o no, io non afferro cosa possa significare « accogliere il fondamento come questione» né cosa tu intenda per «interrogazione che va "tematizzata" ogni volta e ogni volta riformulata in conformità con la situazione storica del tempo».
    Non vedo sinceramente perché un atteggiamento del genere non possa essere detto con parole più semplici quali: non accontentarsi del risaputo, dei luoghi comuni e interrogarsi a 360%, senza dare nulla per scontato. Né vedo perché il pensiero analitico delle scienze non faccia questo o qualcosa di molto simile a questo.
    Non vedo, infine, quali siano tutte queste «posizioni che invece si rifiutano alla Interrogazione», ammesso che quelle dei “minimalisti” proprio non s’interroghino su nulla o ammesso che tu, scrivendo sistematicamente «Interrogazione» con la maiuscola, non intenda una interrogazione da rivolgere ad Entità divine o accessibili per illuminazioni, prescindendo dunque dalla ragione e dai più comuni strumenti (compresi quelli poetici) con cui c’interroghiamo su noi e quello che afferriamo attorno a noi.

    [Fine]

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  48. Rita Simonitto
    Vorrei fare alcune considerazioni in merito alle sette poesie di Linguaglossa.
    Il mio commento è in ritardo, come chi arriva con l’ultimo treno: ma intanto ho potuto leggere anche le successive poesie di Ennio Abate (La polis che non c’è) e l’ultima (olimpica in tutti i sensi) di Bugliani.

    E proprio in un commento ad un post precedente di Bugliani, G. Linguaglossa scriveva della necessità di avere *chiaro il concetto di "oggetto" che si vuole costruire, per cui ad un lettore [se non c’è questa chiarezza nell’autore] all'atto della lettura sfuggono tutti i riferimenti che l'autore ha in mente, e sfuggono perché sono irraggiungibili. L'autore di un testo deve, insomma, far riferimento più sulla ricezione del lettore che non sulla "fonte" dei dettagli che costituiscono la poesia che ha in mente*.
    E, a seguire * la composizione […] è questo che voglio dire, deve avere in sé tutti gli elementi per la decodifica del lettore e non rinviarli ad un paratesto e a didascalie che sono sempre esterne al testo. Vorrei dire che il testo è un circolo conchiuso e lì dentro ci deve essere tutto*.
    E ancora * In definitiva, io credo che occorre prestare maggiore attenzione sulla oggettità degli oggetti che non sulla psichicità degli oggetti che l'autore ha in mente, altrimenti si cade nell'arbitrario*
    Mi era parso importante questo ultimo suggerimento. Nello stesso tempo mi sono sorti dei quesiti. Soprattutto leggendo le poesie di Linguaglossa che non sempre mettono il lettore a proprio agio. Vediamo, ad esempio, questo commento di Ennio: * Il mio distacco dalla dottrina cattolica e la rimozione di quel tanto di cultura classica assorbita in gioventù al liceo non mi permettono di accertare se tali espressioni devote fossero già in uso nell’antica Roma*.
    Anche se, qui, il punto non sta nella possibilità di ‘accertare’ ma di cogliere i nessi relazionali, si è posto un problema. Ma passo oltre.
    Veniamo dunque alla ‘oggettità’: sappiamo come l’oggetto sia un condensato di significazione che non può disgiungersi del tutto dal portato psichico che l’autore gli attribuisce. Per cui non è detto che l’oggetto che ha in mente l’autore sia lo stesso che ha in mente il lettore o abbia la stessa valenza.
    Quando A.Maria Brighenti dice: *Nostra Signora dei poeti, che delusione questi raccontini in versi di Giorgio Linguaglossa!*, possiamo arguire che il suo ‘oggetto’, più che il contenuto della poesia, su cui pare non soffermarsi, sia G. Linguaglossa il quale l’ha delusa come poeta, ragion per cui lo invita a riprendere il posto di critico.
    Mentre F. Diano, con il suo * Per quanto riguarda Linguaglossa poeta, in quel che scrive mi ci ritrovo*, sottolinea una compatibilità in merito all’oggetto [compatibilità che io stessa condivido].
    Ma quando poi Francesca dice: * … credo che i lettori abbiano bisogno di trovare ciò che a ciascuno si attaglia. A ciascuno il suo*, incomincio ad essere perplessa.
    Perché allora, giocoforza, verrebbe a crearsi una conventicola che riunisce tutti quelli che hanno la stessa fede, che si “ritrovano”. E, anche se a me non dispiace ritrovarmi a discutere con *intellettuali dalla cultura vastissima e raffinatissima, solidamente ancorata a un sostrato classico* (F. Diano), mi pongo sempre la domanda: che valore diamo a tutto ciò? Come utilizziamo questo ‘fatto’? Perché è un fatto e naturalmente ‘accade’ così, ragion per cui non lancio nessuna accusa né di intellettualismo né di classi(ci)smo e così via.
    Che ne facciamo, poi? E poi? E poi? L’importante non può essere, come nella canzone di Mina, farsi una ‘scopata intellettuale’ e poi ‘finire’, tagliare lì il problema. Perché il problema c’è. Ed è facile che il piacere di ‘far parte’ poi si trasformi in partigianeria e che si crei una antipartigianeria.
    [Continua]

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    1. Cara Rita, credo che la tua perplessità riguardo alla mia frase: "credo che i lettori abbiano bisogno di trovare ciò che a ciascuno si attaglia. A ciascuno il suo", nasca dal fatto che forse non mi sono espressa in modo del tutto esauriente. L'idea non era che ci si debba infilare in conventicole, ovviamente, magari a privilegiare un intellettualismo elitario che guardi dall'alto tutto il resto. Lasciamo ad altri di fare così. No. L'idea era che, per quante analisi si possano fare, poi alla fine la poesia resta la poesia, (così come l'arte in generale) che vive o meno nell'istante in cui la si legge. Quella è la prova del nove. E questo istante è "qui e ora" e sempre e solo "per me". Possiamo leggerci interi tomi di analisi critiche su questo o quel testo, ma alla fine sempre qui si torna: a ciò che ti risuona dentro. E poiché il vissuto di ciascuno è diverso, diversa sarà quella risonanza e quell'esperienza che si vive. Ecco perché - e credo non si possa negare che sia così - a uno un testo dice una cosa, a un altro un'altra. E tutte quelle letture stanno dentro il testo, senza alcuna contraddizione. Quella che Rò chiama "il comune denominatore" se vogliamo. Ovviamente però, ci saranno testi indigesti per l'uno e all'opposto affascinanti e significativi per un altro. Io diffido molto dall'idea che un poeta (o un artista) debba tenere a mente un pubblico preciso. Questo sarebbe non solo fuorviante, ma alla fine una sorta di compromesso poco fruttuoso. C'è chi lo fa e in genere lo fa verso il basso. Credo invece che debba tenere a mente una sola cosa: la verità di se stesso. Per me l'onestà intellettuale è questa.

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  49. [continua]
    Allora l’osservazione di G. Cornacchia è pertinente, anche se in modo parziale, quando sostiene * Io vedo solo un piccolo stagno, la cui presa su tutto cio' che ne sta fuori (diciamo pure: il mondo) e' sempre minore.* Il Blog “è” un piccolo stagno (come riconosce anche Luciana Sanguigni) e del piccolo stagno ha i difetti (gli infantilismi – come appunto ricorrere alle battute ‘nomen omen’ che, se partiamo dai commentatori di questa sola puntata, a partire dal mio e a finire con Ennio non c’è che da sbizzarrirsi – e le gelosie o idiosincrasie di ‘sponde’, come suggerisce Ro’), ma anche i pregi di rappresentare nel microcosmo aspetti del ‘macro’.
    Allora di che oggettità si tratta? Io credo fermamente che più che di oggettità si tratti della particolare relazione tra l’autore e l’oggetto che sta trattando.
    Dice Laura Canciani: * Mi soffermerò solo sulla prima poesia che ci dà le chiavi per l'ermeneutica dell'intera meditazione sul «Tramonto», giacché è questo, credo, che sta a cuore all'autore: una meditazione sul tramonto della civiltà occidentale*.
    E dice Mayoor *… è vero che siamo mille miglia distanti dall'io narrante e dalle cose del quartierino, qui si tenta di riprendere ad illuminare le menti anche nello spazio breve di una poesia*.
    A Linguaglossa interessa la conoscenza, è scientifico. E vede * la conoscenza come fattore evolutivo, che è cosa assai differente dall'emozione romantica ottocentesca* (Mayoor).
    Quindi l’oggetto che interesserebbe a G. Linguaglossa verterebbe sulla conoscenza, su una riflessione più dal taglio ‘realistico’ che emozionale, su quanto ci presenta il mondo di oggi e che possiamo anche ‘nominare’ come *tramonto della civiltà occidentale*.
    Ma in quale ‘forma poetica’ Linguaglossa fa queste riflessioni?
    Francesca Diano apporta uno stimolo interessante quando dice: * Caro Ennio, già qui nel primo testo, è presente quella sorta di sincretismo che appunto annotavo in precedenza nel mio primo commento, come coesistenza di epoche, forme, riferimenti, lingua*.
    Ecco. Il sincretismo, appunto.
    E la società di oggi non ci si presenta forse come un magma di aspetti ‘sincretici’, indifferenziati, in un basso che comprende e supera anche la linea mediana, mentre all’alto ci sono le dispute olimpiche per il mantenimento del potere?
    Sappiamo come, nel mito, il sincretismo fosse il sistema comunicativo adottato per eccellenza prima che ci fosse una evoluzione caratterizzata dalle differenziazioni e specificazioni successive (il sincretismo tra divino e umano, tra uomo e animale, tra mythos e logos). La poesia stessa parteciperebbe a questo sincretismo, alla sua ambiguità, proprio perché fa capo a qualche cosa di ancora non conosciuto (implicito), che stimola il poeta e a cui egli cerca di dare voce, di esplicitare.
    Laura Canciani afferma *L'esplicito è risposta. L'esplicito è il Logos. Il sacro è l'implicito. Il Logos parla tramite l'esplicito e l'implicito*
    Ma noi per arrivare al Logos che dobbiamo fare?
    Sappiamo anche che il potere della divinazione (proveniente appunto dal divino) ha implicato sempre un corrispettivo sacrificale che riguardava il corporeo (la cecità di Tiresia o la condizione di verginità della Pizia) o un sacrificato rapporto con la realtà (Cassandra e altri indovini condannati a non essere creduti).
    [Continua]

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  50. [continua]
    Allora, per arrivarci dobbiamo accettare di non sapere tutto. Non entrare pertanto nella hybris in cui è incorso il personaggio di Aristide (citato da Linguaglossa): non possiamo vedere ‘tutto’ come voleva Aristide e nemmeno “andare a vedere veramente” come sostiene Ennio * se c’è una qualche corrispondenza con la figura reale*.
    Il potere della vista coincide con il potere della morte.(Laura Canciani). Tiresia alla madre di Narciso: “Morrà quando si conoscerà”. Noi dovremmo operare una diffrazione e poi una ri-composizione. Una poesia non sta su da se stessa, ha bisogno di un’ermeneutica e quindi ha bisogno di ‘altri’. ‘Altri’ con cui si può entrare in conflitto.
    Ennio esprime delle perplessità sul fatto che lui (e molti altri con lui) non conosce il personaggio di Aristide o di Ipponatte.
    Potrei esprimere la stessa perplessità in quanto non so chi fossero ‘veramente’ i personaggi che Ennio cita nelle sue poesie, la loro realtà.
    La mitologia, i mitologhemi di Ennio, appartengono alla sua storia: di essi, lui ci parla in modo così prendente da farci entrare in contatto con una realtà forse non nota a tutti, come non noto a tutti può essere il personaggio di Aristide (chi era costui?), ma che ci fa passare dall’esperienza individuale all’universale. Se non è poesia, questa!
    Ma anche la poesia di Linguaglossa fa altrettanto con altro materiale. Essa non tratta solo del tramonto, bensì della Belligeranza del tramonto.
    Athena, è una divinità belligerante (non soltanto - come dice Laura Canciani - *la dea della intelligenza serena*), e la conoscenza esprime sempre l’esito di un conflitto. Se non altro quello rappresentato dal tempo: conosciamo solo post festum. Anche la poesia è belligeranza tra due forme di potere, il potere del sacro, del non-ancora scisso, e il potere del profano. Il fallimento progettuale di Aristide sta lì, nella specializzazione illimitata del frammento (la vista) e perdendo di vista la complessità del reale.
    Tornando al ‘mito’, non si tratta del ‘ritorno al passato tout court’ bensì a ciò (*le buone rovine* cui spesso fa riferimento Ennio) che, dal passato, in particolare modo dal mito, dalle innumerevoli sfaccettature del mito, porta a noi con nuove possibilità di lettura.
    Ciò che fa da comun denominatore è l’intento (non quello di cui sono lastricate le strade dell’inferno) di riflettere, ognuno dalla sua angolazione, anche da divertissement, come l’olimpica e deliziosa ultima poesia di Bugliani, sulle condizioni di questa magmatica realtà.
    Non esiste “La Poesia” bensì poeti che con varie competenze e vari stili siano in grado di esprimere quello che Laura Canciani segnala: una meditazione sul tramonto della civiltà occidentale. Proposta che sta a cuore, credo, a tutti noi.

    Ritengo più che valido quello che dice “In soffitta”: * Credo che per questa situazione, si tratti solo di trovare piccoli denominatori comuni che io nel mio piccolo vedo fra certe posizioni completamente in antitesi ad altre. E' troppo importante rimanere in questo conflitto, non so dirlo in altre parole, ma fidatevi dell'altra parte, i lettori..da questa situazione provate a immaginarli, hanno bisogno tanto di Linguaglossa, quanto di Cornacchia, quanto di pinco pallo*.

    [Fine]

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  51. Vedo che la discussione e' proseguita con notevole interesse. L' *uscita di scena* mia, piu' che una dinamica da reality show voleva stimolare i commentatori a parlare dei testi e sui testi, astenendosi da considerazioni di contorno, come del resto e' stato fatto in maniera ottima ed abbondante nei giorni successivi.

    Per quel che riguarda me e i testi di Linguaglossa, io leggo artefatti sapienziali prosastici con venature basso-espressioniste, come e' stato fatto notare anche da altri lettori dopo di me. E' stato giustamente messo in evidenza il fatto che una poesia di questo tipo e' di matrice veterotestamentaria (o simile), un Logos che viene dato al lettore in maniera verticale, dall'alto di anni di studi e commistione fra diversi saperi, nonche' partendo da una ben precisa base di pensiero.

    Questo e' un tipo di poesia poco empatico che non si pone in diretta comunicazione col lettore, ma vuole fargli una Rivelazione di qualche tipo o almeno tenere una cattedratica Lezione. Come tale e' pieno Novecento, poesia modernista di tipica estrazione angloamericana e wasp (White Anglo-Saxon Protestant). Tralaltro, venendo alla forma propria del discorso poetico di questi testi, le commistioni fra diverse mitologie e le venature basso-espressioniste creano un cortocircuito straniante che toglie serieta' al discorso.

    Ora, in Italia l'abitudine partigiana, da tifoserie, e' esagerare con i superlativi in positivo o in negativo, secondo la casacca di chi si sostiene, e questo mi ha irritato nei commenti di Diano, Canciani e Sanguigni. Si stava costruendo piano piano un discorso di senso compiuto (specie con Ennio Abate) che andava a toccare i nodi irrisolti dell'approccio pre-testuale senza scadere in defilippismi. Il metodo scientifico propriamente detto e' osservare e testare i fatti (in questo caso i fatti testuali), non esprimere un pregiudizio sui fatti stessi.

    Il giudizio di valore puo' essere espresso a fine esperimento e, con tutto il rispetto, non credo che questi testi valgano approfondite esegesi o eccessi di paratesto, ne' in positivo ne' in negativo. Sono in sostanza blocchi indigesti, eccessivamente caricati e verticali. La poesia modernista americana, quella degli ultimi anni, si e' allontanata da questa maniera punitiva (nei confronti del lettore) e si e' aperta al dubbio, si legga ad esempio la poesia meditativa ma non punitiva di John Koethe. In Inghilterra, la stessa casa editrice Carcanet di Manchester, che pubblica la famigerata PN Review, si e' aperta financo a John Ashbery, abbandonando i toni piu' dogmatici.

    Questa post-moderna in Occidente e' l'epoca non del Minimalismo Medio Mediatico, ma del meticciato, delle minoranze, di quelli che faticano a trovare voce. Queste istanze sono rapprensentate in Inghilterra dalla casa editrice Bloodaxe e hanno corrispettivo in Italia soprattutto al Sud, citerei Besa Editrice fra le varie.

    Saluti e scusate la lunghezza. Giuseppe Cornacchia

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    1. Gentile Cornacchia, la prego di constatare che io non ho usato alcun superlativo nei confronti della poesia di Linguaglossa, ma casomai solo nei riguardi della sua cultura, per la precisione due: "appartiene a una minoranza (minoranza oggi, molto meno in passato) di intellettuali dalla cultura vastissima e raffinatissima, solidamente ancorata a un sostrato classico. La raffinatezza di questa cultura balza da questi testi in cui la Storia non è più una massa di stratificazioni successive, ma inverte la sua essenza unidirezionale e approda su un piano unico." Strano che lei non abbia visto la differenza. E non credo si possa mettere in dubbio che la cultura di Linguaglossa sia vastissima e raffinatissima. Lo è in ogni caso rispetto alla limitata piattezza che si vede in giro. In seguito ho dato la mia lettura di questi testi, evitando di sperticarmi sulla loro bellezza, ma semplicemente cercando di capirne il senso più generale, senza volerne fare un'esegesi puntuale. In genere preferisco andare al nocciolo. Tali mie considerazioni generali non hanno minor valore della sua, che parte da un assunto del tutto negativo. Così come non hanno minor valore della sua anche le altre. E dunque vede che anche la sua è casomai partigianeria in negativo. Non le va bene nemmeno l'analisi assai approfondita della Sanguigni, ma solo perché non si accorda col suo evidentemente più autorevole (tale lei lo ritiene) giudizio negativo che li considera indigesti e punitivi. Possono esserlo per lei, magari per altri sono interessanti e affascinanti. Non sarà forse perché ne traspare appunto una cultura vasta e raffinata, che magari richiede qualche sforzo da parte del lettore? Lei ha tutto il diritto di esprimere un suo giudizio negativo, (vede, a me non irrita che qualcuno sia di parere diverso dal mio) ma non vedo perché debba seccarsi tanto se altri ne esprimono uno opposto. Che lei provi tanta irritazione a me dispiace. La vita è già tanto difficile, perché volersela rendere più amara con questi atteggiamenti intolleranti?

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  53. Ciao a tutti, in particolare a Rita..scusate l'intervento molto naïve , però spero sia (p)reso piu all'Eduardo che al suo cognome plurale citato da G.C., versante che ho vissuto anch'io, anzi in precedenza per uno scontro con Ennio, mi ci sono fatta del male assurdo e senza senso. Non deve interessarmi se lui o altri l'hanno rielaborato, è importante come io l'abbia registrato e poi rivisto.
    Tutto ciò che dice Rita, è vero perché è "pratico" o meglio è il contraltare lineare alla teoria che ricca avete da Cornacchia ad Abate a Linguaglossa.Il mio intervento non è per dare valore a un baricentro in cui sentirmi più a riparo desiderando meglio che gli estremi possano vagamente incontrarsi,visto che grazie ai loro lembi posso vivere qualcosa che vagamente sia più di sintesi o panorama a quell' antica-mente che eterno si muove in una certa epica, anche apocalittica, reality o digitale, quale quella attuale. Quello che diceva Flavio in un modo, o Rita in un altro e poi dalla sua magica entrata l'altra del ritorno probabile ma inaspettato di G.C., è esattamente la costruzione del mosaico che ha una sua bellezza accecante in quanto il "noi" è la praticissima trama, tragedia e commedia autentica da cui quel Potere che tutto ha voluto controllare e manipolare, ci ha sottratti, che si conosca o meno il catalogo degli arché . La vera ribellione, la vera sovversione, l'autentico ribellarsi dovrebbe vedere con quegli stessi occhi che rivendica, come Linguaglossa, nella sua belligeranza. Dovremmo cioè fiutarci meglio e riconoscerci, nel piccolo, nella minima unità possibile..il minimo di questa vista non cozza con il minimalismo prodotto in fabbrica industriale culturale per controllare meglio i gusti dell'uomo massa e addomesticarlo ai suoi voleri.La com-posizione non si confonde con la stronzata (a)politica della coesione, viva e vibrante, della manipolazione. L'arte del mosaico è possibile a partire dal piccolo, anche di uno stagno che non diventa oceano immaginario ma sa sognarlo, tanto più nel momento in cui il grande fratello ha sostituito di sogni artificiali le memorie dei più.Se si ha consapevolezza dei tempi oltre il tragico che viviamo, non possiamo piu permetterci il lusso di certe esclusive..la memoria di certe cadute storiche è gia di per sé profetica.

    Infine,non credo che un lettore scalcagnato o scalognato ( pirandello docet) quale io sono, possa vedere questo mosaico solo perché non ha tutta la cultura del mondo e dei mondi come però sa riconoscere che la possiede Cornacchia da una parte o Linguaglossa dall'altra.
    Un bel paradosso, nevvero?

    un caro saluto a tutte/i

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  57. Al termine del viaggio, proprio nel momento in cui calano le tenebre, egli
    [ si ferma nel punto di tangenza dei due cerchi. Ad osservare le stelle.

    In oriente, la meditazione ( in sanscrito, dhyāna) non ha lo stesso significato che gli diamo qui. Non significa riflettere su qualcosa, significa osservare ed ha lo scopo di silenziare la mente. Raggiunto lo stato di meditazione, "nel punto di contingenza dei due cerchi", e cessata l'attività del pensiero, accade il puro esistere che si esplica essenzialmente nel puro osservare. Non può esservi stato intermedio. Non v'è possibilità di giudizio ne' interpretazione, a meno che non si voglia rientrare nella mente pensante, condizione nella quale "calano le tenebre" della scelta, che comporta sempre l'esclusione di una parte, quando l'una è in contrapposizione all'altra. Osservare non è scegliere, osservare è chiudere il cerchio in cui le parti contrapposte sono comprese.

    Le tradizioni orientali sono piene di questi aneddoti, ma questo poco importa in quanto L. fa chiaramente riferimento a posizioni filosofiche che ci riguardano più da vicino. La terza via, l' osservare le stelle, potrebbe essere anche intesa come attinente alla poesia, non fosse che la poesia, anche nel caso in cui raggiunga miracolose vette di assoluto misticismo, resta pur sempre una piacevole attività del pensiero. In quanto tale non può essere pura osservazione, ma è attività che riguarda tutt'al più il poeta, non la sua poesia. A meno che il poeta non sia un mistico, e non mi sembra questo il caso.
    Le mie perplessità comunque, torno a dire, per quel che mi riguarda sono di carattere formale, ma posso dirlo solo contando sulla mia sensibilità e mi rendo conto che, a fronte delle molte spiegazioni, suonano un po' come nella storia del ragazzino che disse " il re è nudo!". Rimando a Cornacchia, lui sì, beninteso a torto o a ragione, qualche motivazione riesce a darla ( blocchi indigesti). Riesco a dire che in queste poesie non scorgo un solo verso che abbia difetti (ma questa poesia ha struttura perfino popolaresca: ci son tre filosofi, il primo disse...), e questo è ovvio in quanto L. per svariati meriti che anch'io gli riconosco potrebbe essere anche definito maestro, solo che i versi a me sembra soffrano di ragionato meccanicismo, e questo ha a che vedere con la gradevolezza estetica, con le qualità del lirismo (si dice così?) che a quanto pare non interessano a nessuno, o sembrano essere divenute l'ultimo dei problemi. Ma può benissimo essere che io non sappia cogliere ancora i segni del cambiamento in corso.
    mayoor

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  58. ... scrive un Anonimo:

    «la poesia di Linguaglossa... non tratta solo del tramonto, bensì della Belligeranza del tramonto.
    Athena, è una divinità belligerante (non soltanto - come dice Laura Canciani - *la dea della intelligenza serena*), e la conoscenza esprime sempre l’esito di un conflitto. Se non altro quello rappresentato dal tempo: conosciamo solo post festum. Anche la poesia è belligeranza tra due forme di potere, il potere del sacro, del non-ancora scisso, e il potere del profano. Il fallimento progettuale di Aristide sta lì, nella specializzazione illimitata del frammento (la vista) e perdendo di vista la complessità del reale».

    La poesia fa parte della Belligeranza universale, la vita è Pòlemos, è un atto di Belligeranza. La dea Athena è il simbolo minaccioso e olimpico della Belligeranza universale. Tutti i filosofi, i generali e gli uomini semplici che popolano sia "Paradiso" del 2000 che "La Belligeranza del tramonto" del 2006, agiscono con la consapevolezza della propria inconsapevolezza, questo è il dramma della posizione dell'uomo nei confronti della Storia. E lo stile adottato è alto numinoso ma anche, qua e là, plebeo popolaresco, picaresco; il sordido confluisce con l'eloquio forbito nel genere del "colloquio" con un interlocutore. Ma chi è questo misterioso interlocutore? Beh, certo nessuno che appartenga alla clientela del Ceto Medio Mediatico, né all'alta borghesia né al finto basso proletariato come accade per un poeta che non mi convince affatto come Franco Loi il quale, mi chiedo, a chi si rivolge con le sue poesie «plebee»? Ad un pubblico plebeo che frequenta le «osterie»? - questa sì che mi sembra una finzione tutta intellettualistica! -
    Insomma, chi è l'interlocutore della poesia di Linguaglossa? Credo NESSUNO. Anzi, è chiaro, proprio NESSUNO.

    Laura Canciani

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    1. ..ma allora cara Laura nessuno tocca l'opposto tutti, cioè io, in quel che hai appena scritto, ci sento Coquelet ...tu tu tu che invece trovi il modo di fare di Niente qualcosa. Dove niente è il vuoto fatto percepire come pieno dai poteri antiuomo al povero diavolo(povero cristo o porco o plebaglia etc nelle piu diverse accezioni degli intellettuali di regime o anti regime lelìstess, sempre plebaglia rimaniamo per gli uni quanto gli altri su diverse tonalità e intensità di ipocrisia o a muso duro, il risultato non cambia).

      rimamendo in metafora da osterie, molto piu terra terra, basterebbe svuotare il finto pieno e riempire il vuoto senza prendersi troppo a mazzate un ceto medio mediatico che fa orrore anche a me, ma dal basso o dal mio non ruolo comprendo e perdono perché è stato fatto a pezzi tanto dagli uni ( i poteri) tanto dagli altri ( i contropoteri), tenuto al guinzaglio in modo osceno...ridotto così come si poteva pretendere che diventasse qualcosa di somigliante vagamente a quell'intelocutore "Nessuno" che non è solo della poesia di G.L. , altrimenti se lo fosse non sarebbe per nulla e niente quel "nessuno".

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  60. L'atto di respingere o accettare in blocco mi sembra più simile ad un atto di fede che ad una presa di coscienza ragionata. Il lettore che interagisce attivamente con un testo produce un atto interpretativo che, credo, possa ampiamente trascendere le più ferree intenzioni dell'autore, e comprende tutte le possibilità intermedie fra i due estremi. Ma capisco che i belligeranti non accetteranno mai le soluzioni intermedie.
    Un saluto
    Flavio

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  61. No, non mi piace che ci si fermi al settantanovesimo commento. Ecco l'ottanta.
    Non so immaginare la gran quantità di carte che L. deve aver buttato tra la prima e l'ultima stesura di queste poesie. Intendiamoci, è normale, lo fan tutti i poeti. Qualcosa va sempre perduto ma andava fatto, l'importante è che il risultato arrivi a vivere di vita propria, che si senta una sola voce chiara e riconoscibile. Peccato non si sia parlato anche dell'iter metodologico di questa sua scrittura.
    mayoor

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  62. Ho pensato a queste poesie di Linguaglossa guardando il film "Pietà" del regista coreano Kim Ki-duk (Leone d'oro a Venezia). Non che ne capisca a fondo la ragione, ma per il linguaggio metaforico, di forte denuncia sociale, all'apparenza fuori tempo ( sarebbe meglio dire fuori tendenza), vi ho riscontrato delle affinità. Questo non cambia il mio parere circa la qualità estetiche di queste poesie ma, come si dice, preferisco lasciare la porta aperta a nuovi sviluppi.
    mayoor

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  64. gent.mi interlocutori,

    non posso entrare nel merito delle osservazioni critiche sulle mie poesie, tutte accettabili, comprese quelle critiche di Cornacchia... ma certamente la mia poesia deriva da una riflessione sul carattere di merce della poesia e sui riflessi che ha la riproducibilità elettronica delle opere d'arte e dell'oggetto merce. Questo non significa certo che la mia soluzione estetica sia preferibile a quella da altri proposta ma ritengo sia una via esplorabile anche da altri poeti che non vogliano adattarsi e attardarsi su strade già note.
    Walter Benjamin ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ha posto con estrema chiarezza il problema-base dell’arte nel Moderno: lo sviluppo della tecnica è in relazione di cecità con la «vista». «Nel paese della tecnica – scrive Benjamin – la vista della realtà immediata è diventata una chimera». E questo tipo di relazione tra nuova qualità tecnologica del processo produttivo e capacità di riproducibilità (tecnica) del prodotto, costituisce la cellula germinale e la radice «materiale» di processi generali, anche di quelli astratti e «qualitativi» propri dell’arte. La «riproduzione di massa» delle opere d’arte starebbe in relazione di inferenza con il «carattere di feticcio» dell’arte, con la produzione delle opere d’arte così come delle «funzioni umane». Alla «natura» corrisponderebbe una «seconda natura», che sempre più si distingue dalla prima, che si autogenera dal proprio grembo; questa «seconda natura» è l’emanzipierte Technik, autoemancipatasi dal controllo sociale, negli stessi termini con cui una volta si presentava la «Natura». Così, l’esperienza, ritraendosi dal lavoro manuale, si prepara ad abbandonare la dimora consueta e il sub-jectum (nel senso letterale del termine: ciò che è posto sotto) diventa invisibile, un attore anonimo di una scena che si produce altrove. Nel ciclo produttivo del Moderno si è compiuto un definitivo distacco tra la singola funzione lavorativa e la visione del prodotto finito, tanto più visibile diventa questo momento quanto più invisibile diventa la connessione d’accecamento del soggetto di fronte all’oggetto: il destino della poesia dell’«immediatezza» e della «visibilità» è già segnato, è un destino di di-sparizione dello sguardo, al quale subentra la «cecità». Con la circolazione del prodotto come merce, l’impoverimento dell’esperienza vissuta varca la soglia della produzione e si diffonde, come un morbo, fino a colpire anche quell’attività rappresentata dalla produzione artistica. Il «reale» così si sottrae, progressivamente, in una progressiva escalation, alla visione dell’«io», si dà in frammenti e in frantumi. Mentre proprio quella immediatezza e quella visione scompaiono, progressivamente, dalla percezione dell’«io», è lo sguardo dell’«io» che si sottrae alla riconoscibilità. Così la deperibilità dell’immediatezza e della visione dell’«io», contraddistingue anche la sfera dell’oggetto. Il risultato di ciò nella prassi artistica sarebbe la disparizione dell’esperienza auratica dall’arte. Nell’epoca della riproducibilità di tutti gli stili, lo stile precipita nel buco senza fondo della stilizzazione; di qui alla poesia-commento del minimalismo il passo è breve: si può commentare tutto, quindi tutto è poesia. La poesia diventa una merce da ipermarket della cultura mass-mediatizzata.

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    1. Questo è vero se si guarda alla poesia dal punto di vista della mercificazione piuttosto che dalla sfera della produzione. Mi sa che i poeti, nella maggioranza dei casi, ne scriverebbero anche se privati forzatamente del bancomat. In questo caso "la vista della realtà immediata" potrebbe non essere una chimera. La speranza è che in quest'epoca, che indurrebbe a riconsiderare il francescanesimo, l'opera non-auratica, ammesso che sia ancora possibile, possa perdere progressivamente i suoi connotati d'élite.
      mayoor

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  65. ... a proposito delle «polpette» e delle «uova sode» di cui è fatta tanta poesia contemporanea, da Zeichen a Magrelli, e alla «realtà immediata» dei poeti lombardi, che dire? Sono cibi di plastica cotta, messa in cottura in un forno a micro onde. Anche la poesia di un De Angelis è fatta in un forno a micro onde. Ci metti dentro delle parole (dispari) e tiri fuori una composizione precotta, anzi, cotta a puntino mediante l'asintattismo e la asimmetria, la «dis-metria» (come dice Linguaglossa). Insomma, si tratta di una merce. E di una religione. La religione della merce con sopra scritto il prezzo di copertina. Tanta più religione quanta più «stilizzazione» c'è stata messa dentro. In definitiva, come ha ben scritto Navio Celese, sono poesie replicabili, imitabili, clonabili all'infinito. E poi c'è la nuova religione della poesia che va di moda presso le giovani generazioni femminili! un disastro, un vero cataclisma: da qeusto punto di vista Mariangela Gualtieri e Jolanda Insana sono speculari, l'una sostiene indirettamente l'altra; lo sperimentalismo (senza esperimento, senza verifica) dell'una sostiene lo sperimentalismo (del cuore e dell'anima) dell'altra.
    Con la poesia di Linguaglossa siamo davanti a qualcosa che obbliga il lettore ad arrestarsi, a fermarsi, a concentrare la sua attenzione sul testo. Il testo è qualcosa che non si offre, non si dà alla mercè della «merce», ma resiste nella sua immobilità, come una natura morta. Ha qualcosa di inesplicabile, in un linguaggio cifrato che nasconde un interrogativo; non lo dà gratis, il lettore, se vuole, lo deve cercare, lo deve scoprire. Sempre se lo desidera. La poesia è lì, immobile e attende, punta sul tempo in una attesa dis-sperata che verrà un tempo (messianico?) in cui celebrerà il proprio «lutto».

    Laura Canciani

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  66. Nei versi di Linguaglossa si coglie da subito una musicalità potente, un ritmo incalzante unisce ciascuna parola alla successiva porgendo immagini nitide che solo la perfetta corrispondenza della parola al suo dire riesce ad offrire. È una poesia colta, frutto di grande sensibilità. Complimenti davvero a Giorgio Linguaglossa. Una sola osservazione nella presentazione del volume: manca un preciso riferimento bibliografico (anno di edizione).
    Giuseppina Di Leo

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  67. E' alla fine delle poesie:

    * Le poesie sono tratte dall'edizione della Lietocolle, Faloppio (Como) 2006

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  68. A Linguaglossa e a tutti gli intervenuti:

    E' difficile essere seri fino all'ultimo e voi ci siete riusciti molto bene , ma era senpre così necessario?

    Le poesie mi hanno fatto pensare a Svevo con la sua Coscienza di Zeno. Questo fatto mi sembra strano ma così è. Emy

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  69. Scusate quel senpre!!! la solita fretta .emy

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  70. stefano è tornato ad insultare! Quando ti va bene qualcosa (anche nel privato) faccelo sapè! L'Eco.

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