martedì 23 ottobre 2012

Annamaria De Pietro
Sei poesie
da "Magdeburgo in Ratisbona"



L’albero

A Wilma,
che nell’aria cantava
chiusa dalla ringhiera
a picco sul giardino

Io vidi il muro abitato dall’albero.
Ragionamenti udivo –
ebbi paura che i becchi
troppo nei cerchi in fondo
trovassero originaria la spiga.
Fra loro ne parlavano,
volte le teste a destra,
dentro l’ombra a sinistra
prendevano nozione
e abitavano il chiuso cristallo
che ai confini
batteva dentro il guanto gli ossicini
come uguale un’infanta imprigionata
da un capitano a cavallo.



Il musicante


Accanto a gatto Loli,
che si chiamava Viola,
il fiore arcigno che suona

Scuote la testa. Dentro i campanelli
e gli assidui violini gli archi i semi
di bronzo, le nocciole, le ciliege
di rame, e dei cavalli i bei capelli
suoni con suono aggiungono. Va un treno
strisciando, e le pariglie delle ruote
bucano un bosco grande che misura
la norma dei binari, e andando miete
dentro al buio spalancato nei cancelli
la beccuta motrice voltafieno.
Fate piano sonagli, urlate al meno,
seguite basso quella segnatura
che vi scioglie a suonare, e piano i remi
a due a due, come ali di uccelli,
rivoltate nel vento che vi scuote.
Senza vento, se è ammesso, se volete.



L’astensione

(profezia infingarda)



Carda
dalle cantine del limbo, l’ufficio
di schedatura e precorrimento
l’arida carta, il commento
per strisce parche ed artificio,
un’ipotesi logica che tarda.
Saetta in fuga in questo buio che guarda
il rompighiaccio della lancia,
l’asso di picche alla coda del drago.
Inizio e fine, non è diverso, e trovarla,
la stampa prima che aggancia,
questo non questo ora si azzarda,
ora tarla.

Amarla,
prova ad amarla, come auspicio
sospeso a caso fra zero e cento,
come medaglia o coccarda.
Io, questo no, temo che la bilancia
che piú mi piace nel vago
inconcluso scontento
prenda peso per sempre, e sia la ladra
di tutto il peso che trasporta il vento
preso dall’altalena sua bastarda
perché arda.


Ciclo vitale 

(profezia dell’almo sale)




Il becco pesca incanutita riva
dove persa le spume l’aria l’arida
crosta di sale l’aria asciutta strina.
E dal sapore bianco trae il volante
passeggero bianchissimo la brina
che cotta ai raggi fiorirà alle piante
secche e ramose che folgore scarica.
Poi a picco a lungo volo declinante
friggerà il vetro all’oscura marina
dove l’orma in artigli si divarica.



Miniera d’aria 

(profezia di dolce fiume)



L’aria è spire nell’aria se un ventaglio di piume
addetto a un fuoco estinto inutilmente batte
in sé solo battendo defluenza di fiume.
Cosí l’aria rientra nelle sue stesse tasche
dopo che uscita a strisce libera si conobbe
e in sé riconoscendosi di foglie si rinfresca
e chi la vede entrando da una porta ad un tratto
piú non la riconosce, non gli sembra la stessa.
Sul piano di maioliche il ventaglio fa notte,
e dormendo dimentica l’ammirevole tresca –
cosí l’aria fa notte fra le garze rifatte
preziosamente buia come miniera di allume.





Le quintessenze


A Onestina,
che vuole imparare
sempre nuove ricette

Quelle zone di mondo, quei mondi
dove, e riconoscenti
passando toccheremo
ramo, con fronda, o infiorescenza,
dove fra l’aria crescono
l’albero della canfora
il croco zafferano
e l’orchidea vaniglia
non sono terra forse, ma sbarrati
in vacuo oltre loggiati
di legno e ombra di paglia
larghi armadi e profondi
in altissima camera.
Ora una mano ne apre i battenti
e pota, e taglia
con una cesoietta che sbadiglia
fascine estri di laudano
prese in anestesie di quintessenza.
Questo è un pasto diverso dal grano,
dalla salvia e il prezzemolo,
un tarmicida che non somiglia
a tutti gli altri che vendono.

* Le poesie sono tratte da  Annamaria De Pietro, Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni, Milano 2012

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