mercoledì 17 ottobre 2012

Paolo Carlucci
Poesie
da "Dicono i tuoi pettini di luce
- Canti di Tuscia"


Il libro di esordio del romano Paolo Carlucci si segnala per la felice circostanza di uno sguardo lirico che combacia con un paesaggio, insieme intonso e graffiato: «i tuoi pettini di luce» «tra macchine in sosta», «orgoglio di beltà / tra negozi e caffè», in un felice connubio tra il quotidiano e il lirico, tra paesaggio memoriale e scavo interiore, contemplazione e annuncio. Certo, un esordio in contro tendenza, conservativo, aurorale, idillico in mezzo al  mondo della contro riforma della rivoluzione mediatica, è un bel che dire… ci sono qui, a mio avviso, tutti gli ingredienti di una futura implosione tematica e linguistica, che però nell’equilibrio statico della poesia di Carlucci, ancora non avviene. Il tutto è immobile, tout se tient. Ancora, forse per poco, ma ancora.
Giorgio Linguaglossa


Scelta di poesie tratte dal volume di poesie di Paolo Carlucci
 Dicono i tuoi pettini di luce- Canti di Tuscia , Edilet,  Roma, 2010,


San Pietro  a Tuscania

Lento m’accosto al tuo occhio
di luce
che spazia l’infinito.


Dicono i tuoi pettini di luce,
vento d’arte di vetro,
il saluto commosso e fedele
dell’Apostolo al Signore d’estate,
al plenilunio
tra macchine in sosta. 

(1998)

Viterbo sacra

Severa nudità
austera bellezza
alle pareti  i colori
della pietà.



Viterbo anche profana

Chiese
acqua d‘eternità
fontane
acqua di città
torri, palazzi
tracce di nobiltà
donne nelle vie
trionfo di voluttà 
orgoglio di beltà
tra negozi e caffè.

(2008)

Gatti viterbesi

Gatti a Palazzo Papale
flessuose linee
di luce regale
sdraiate gemme
colme di segreti
sulle scale di vento
della cattedrale.

Gatti un po’ pazzi
vive pietre d’opale
nella notte dei palazzi
orlati di profferli
sonnecchiano alle porte
degli antiquari.

(2008)
San Martino al Cimino

Il mio paese è un borgo antico
un sortilegio di pietre, di vento,
di sole
dove scendono serrate
tra le vie case schierate
antico sogno d’ordine
nella siepe sacra di luce.

Vanno all’imbrunire aguzze
le voci di vento dei ragazzi
moderni centauri tra stupori barocchi
a cercare nuovi amori sul sagrato
tra le trecce nuove in minigonna
sciabordare di giovinezza rombante
tra i portali.

(2009)





Castel S. Elia

Umile tra le rupi
sbuca la pietra
che povera s’adagia
sacra
nel sole delle ginestre.

(2006)



Via delle Torri a Tarquinia

Alte sulla città accesa di silenzio
svettano le Torri, ventose favole di pietra,
vestano d’antico le piazze fiorite di chiese.

Alberi di storia ombreggianti sulle vie opalescenti
di modernità che riluce dalle insegne di negozi
che vendono illusioni polverose d’antico.

(2007)

Canto alla Terra

Foglie d’autunno.
Fredde fiamme
nel vento
le esequie della Terra.

 (2007)







Panorama dal terrazzo 

M’abbagli stamane
sul mare lontano
sbucciato
da un coltello
di luce
il canto dell’alba.

(2000)


Canto a Civita di Bagnoregio

Un ciuffo di case
di mura in rovina
nere preghiere di vita
nel sole che muore.

Così sfavillano,
tra macerie di silenzi
nel cuore tempestoso del giorno
le stelle di tufo
sospese
nel cielo che la rupe di Civita
sommerge d’immenso.

Civita, scabra meraviglia,
rupe sbranata dalle intemperie,
dai terremoti, di cui la terra,
talora, qui s’è sgravata.

Vedo nel silenzio
un pianto di sassi
nel vento
un esile ponte,
una strada nel cielo
sospesa
che al cielo conduce
umile gloria  celeste
serafico cammino nel vento
che gli occhi gialla della festa delle ginestre.

Così quest’esile corpo di tufo
che sul corpo infinito del Nulla
distendendosi,
tra le nubi s’aggruma di silenzio
ancora oggi m’accoglie
e vascellando tra le vie
a quest’ancora fragile e inquieta
d’infinita quiete m’arena
un poco contemplando
l’oceano di pace che qui un silenzio
pieno d’amore, questa bianca bufera
di sassi,
al plenilunio,
veste di  cristiano splendore.
(2008)


Novembre

Sotto uno scroscio improvviso si leva
un volo di passeri , ali gelate di vento
l’occhio dell’inverno nel mio giardino.

(2009)

Etruria  rupestre

Urne di luce
ventose macerie di tufo
tra il verde dei rovi
a cui un sole d’ombra
regala spoglie di luce.

(2006)

6 commenti:

  1. In attesa di "future implosioni" ( Linguaglossa ), l'operazione di Carlucci corteggia per ora - senza remore -maldipancia e crisi d'itterizia degli antilirici in circolazione , preoccupata ( l'operazione di cui sopra ) di evitare il sibemolle e di proporre piuttosto la pulizia di un "figurativo" molto personale ben lontano da sudditanze filiazioni e canti di sirena .
    Buon proseguimento .

    leopoldo attolico -

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    1. grazie Leopoldo, mi piace soprattutto l'espressione finale .. ben lontano da sudditanze filiazioni e canti di sirena

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  2. Immobili sì, ma come belle fotografie. Pure qualità delle cose e della vista in bel "figurativo molto personale", concordo. Possiamo contemplare ciò che è ben scritto esattamente come guardiamo certe immagini d'autore... e nient'altro, mi pare, nemmeno una riflessione, qualcosa che emozioni o dia da pensare. Reflex.
    mayoor

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  3. Immobile? Fotografie? Già della natura ormai si deve e si vuol parlare solo della distruzione. Ancora occhi come questi con una splendido linguaggio la fanno tornare viva, utile all'uomo in tutte le sue forme, palpitante. Lasciamo arrivare a noi questi versi, inni, che "come un sole d'ombra regalano spoglie di luce". Mi mancavano, respiro. Grazie Emy

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  4. Va bene, cedendo all'invito di accogliere l'aulico di questo linguaggio e, per stare in tema con altri post, anche il sacro che ne deriva come filtrato dalla sensibilità di quest'anima che sembra valorizzare diversamente ciò che osserva (pausa), va riconosciuto che in queste poesie non ci si perde (identificandosi) tra negozi, supermarket o altre modernità. Come a dire che non è questa la modernità promessa dal futurismo ("moderni centauri" e "giovinezza rombante" - P.Carlucci), ma che andrebbe cercata, osservata, nello scorrere del tempo che è silenzioso, non scandito da ore minuti e secondi, ma dall'epoca, direi anzi dal Kali Yuga che, stando alle scritture induriste, è l'era oscura dei conflitti e dell'ignoranza. Ma non viene detto, e questa mancanza la si sconta restando sulla muta osservazione. Francesca Diano, nella sua generosa critica al Paradiso di Linguaglossa, parla di "un filosofo che scrive in versi", ora non so se abbia senso che io tenti un parallelismo (Paolo Carlucci è qui presentato da Linguaglossa con argomenti che gli sono propri), ma almeno lì le cose vengono dette, seppur fantasticamente, mentre qui vengono percepite. Inoltre qui il sacro mi pare s'arrenda, o aderisca, alla cristianità (cristiano splendore), anche se va detto che il lirismo non sembra risentirne. Vedremo magari più avanti.
    mayoor

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