martedì 1 gennaio 2013

Ennio Abate,
Per un'antologia delle poesie
di Armando Tagliavento (1930 - 2012).


Tabea Nineo, Spleen

Questo è un appello a studiosi, critici e editori affinché diano la giusta importanza a uno dei  "moltinpoesia" che ha concluso il suo lavoro di scrittore clandestino.  Chiedo a chi può di darmi una mano a tirar fuori il  suo lascito e di  sottrarlo al silenzio  del mondo cosiddetto culturale. [E.A.]

Di Armando Tagliavento su  questo blog ho pubblicato varie poesie e riferito sulla sua vita  inquieta e sulle sue interessanti scritture inedite  qui, qui, e qui.
Dopo la sua morte sto lavorando a una scelta delle sue poesie (in "APPENDICE" ne propongo altre), che Tagliavento, non trovando editori disponibili, aveva raccolto per suo conto in due volumi  rilegati. Li ha intitolati Una vita a pezzi e firmati, in omaggio alla sua passione per la Germania, dove era stato, con lo pseudonimo scelto da tempo, Hermann. 

Sono complessivamente 526 pagine. Tutte le poesie portano un titolo e, tra parentesi, il nome della città o paese, dove probabilmente furono composte; e dove Tagliavento ha vissuto o  è stato per qualche tempo: Milano, Fondi (Latina) e Lanciano (Chieti) soprattutto; e poi  Ortona, Fossacesia, Amburgo, Parigi, ecc. Solo in  tre casi è stata indicata una data che permette di collocare il testo in un tempo preciso.
Alla prima lettura e per quel tanto che so della sua vita, mi pare improbabile che i componimenti siano in ordine cronologico. Si susseguono, credo, alla rinfusa. E perciò poesie giovanili s’intrecciano con poesie adulte o senili. Né Tagliavento ha operato qualche suddivisione in sezioni tematiche, che  potrebbero essere definite con una certa facilità. Perché i temi, che egli ha desunto dalla sua esperienza di vita, sono collocabili, ad esempio, in due categorie storico-geografiche fondamentali: campagne, paesi o cittadine di provincia da una parte; metropoli (Milano innanzitutto) dall’altra. La “vita a pezzi” del titolo richiama, dunque, tra l’altro, una oggettiva e storica differenza della storia italiana, che negli ultimi decenni è andata complicandosi senza però scomparire: quella tra Sud d’Italia agricolo e povero e Nord industrializzato e ricco. Ma in questi due volumi i temi ricorrenti (e a volte ossessivi) potrebbero essere individuati anche secondo altre categorie. Essi sono, infatti, quelli tipici del distacco e del ritorno del migrante ai luoghi della sua infanzia; della passione per la fisicità, dei corpi femminili soprattutto (spesso d’altri o vagheggiati o  sfiorati con lo sguardo rapace dell’affamato d’amore o dell’escluso); dello spleen  dell’individuo isolato e naif alle prese con l’ostilità e l’indifferenza di una  realtà  metropolitana ignota e vissuta sensitivamente e miticamente.
Di sicuro  il tema del vagheggiamento contraddittorio delle figure femminili è quello prevalente. (Lo è del resto anche nelle prove narrative di Tagliavento, sia quelle fortunosamente edite e circolate tra amici e conoscenti, sia in quelle inedite). Quasi frutti saporiti e proibiti, le donne, subito bramate nella loro fisicità sensuale con una golosità erotica  ingenua e fanciullesca, sono  poi vissute come insidiose e ingannatrici. Con toni da misoginia di marca contadina (alla Pavese), Tagliavento le animalizza, le tramuta presto in traditrici o in figure da fiaba cupa; o, in qualche caso, in matrigne stregonesche, da cui è possibile liberarsi soltanto attraverso esplosioni  omicide o con una morte sacrificale e riparatrice dell'affanno esistenziale. (L’archetipo della Grande Madre divoratrice ha radici biografiche e immaginarie nella sua infanzia sconvolta dalla guerra [1] ed è stato scavato nel romanzo “familiare” inedito, Gente senza faccia. Saga tagliaventana).
Ci sono poi vari componimenti che ruotano attorno a paesaggi, animali e umani. Nascono quasi sempre da forti proiezioni sull’esterno di sentimenti e desideri latenti nell’io poetico. I paesaggi campestri e le persone e gli animali in essi collocati appaiono trattati in modi più pacati, descrittivi e delicatamente nostalgici o con un piglio voglioso e giovanile. Sono meno espressionistici.  Mentre l’impatto sulla maschera poetica primitiva o naif,  che Tagliavento si è scelto (o si è ritrovata al momento di scrivere) dello scenario artificiale della metropoli, con le sue figure "basse" - proletari e sottoproletari o al massimo piccolo borghesi che si agitano tra strade di periferia e ospedali - è di estrema violenza. In queste poesie  si scatena spesso una rabbiosa, recitata, disperazione. Tagliavento  teatralizza una disperazione delirata: quella  del solitario, della sua fame d’amore, della sua invidia sociale repressa, della sua lagnosa melanconia  da Pierrot. E tocca toni populistici e melodrammatici  quasi ottocenteschi, da mondo dei miserabili. In quasi tutti questi testi c’è spossatezza e abbandono nichilista. Oppure l’io poetico si sublima in una sorta di religiosità  rozza, masochista, mescolando irriverentemente e surrealisticamente figure sacre e profane (e in qualche caso, riguardante  gli anni della contestazione del ’68-’69, politiche). 
Le passioni umane che agitano il tessuto linguistico delle poesie di Tagliavento sono quelle maschili,  da emarginato; quelle vissute da molti nella storia che va dalla guerra fascista al «boom economico» al degrado generale dell’oggi. Tagliavento è stato nelle viscere di quello che io chiamo “immigratorio italiano”.  Più "in basso" rispetto ad uno scrittore più coltivato come fu Luciano Bianciardi. Ed il suo sguardo "dall'interno" andrebbe confrontato con quelli "dall'esterno" di autori che si sono occupati dell'immigrazione anni '50-'60, come il Fofi de L'immigrazione meridionale a Torino o i Montaldi e gli Alasia di Milano, Corea
Quelle passioni "elementari" Tagliavento le ha trascritte sia in poesia che in prosa (i vari romanzi, tutti inediti, tranne, come ho scritto altrove, la fugace cometa rappresentata da «Tra fascisti e germanesi», libro pubblicato da Feltrinelli negli anni Settanta). E sottoponendo la lingua italiana a un medesimo trattamento basso-espressionistico. 
Al di là degli errori di battitura (Tagliavento non è mai passato alla scrittura digitale del PC, ma ha sempre usato una vecchia Olivetti), nella sua lingua troviamo sgrammaticature, assonanze, aggettivazioni, neologismi, sinestesie, immagini surrealistiche aggrovigliate, termini ricercati e aulici, lessemi a base regionalistica (di Lazio e Abruzzi soprattutto). Il tutto da considerare, a mio avviso,  con grande attenzione critica. 
Del resto la passione linguistica di Tagliavento è stata, sì, selvaticamente autodidatta, ma profonda e a suo modo rigorosissima e coerente. (Tra i libri non pubblicato c’è un Vocadizionario di termini dialettali, dove egli ha  dato sfogo alla sua erudizione linguistica acquisita sul campo e a esemplificazioni fortemente soggettivistiche dei termini esaminati).
Si tratterebbe, oggi, di riesaminare questo lascito letterario-linguistico-poetico con strumenti più elaborati, letterari e scientifici. E ci vorrebbero alcuni lettori-critici capaci di riconoscere la parte storica e immaginaria di sé come singoli (e di “noi” come insieme sociale) contenuta in queste scritture; e di addossarsi la fatica di studiarle e riproporle in forme critiche e attualizzate. I tempi non sembrano favorevoli per ipotesi culturali così generose. Per ora, però, chi  è in grado di capirne l’importanza faccia quel che è possibile per non cancellare le scritture di Armando Tagliavento.



[1] « Poi è venuta la guerra. E quand’è finita il paese è tutto un mucchio di polvere. Tutto bruciato, polverizzato. Non s’è trovato più un documento. Niente. Fondi è stata incenerita proprio. Ci rifugiammo nella chiesa di S. Francesco vicina al monastero. Ciascuno si arrangiava alla meglio. Poi è morta mamma. Mio padre è un essere umano che meriterebbe di essere ucciso mille volte. Prima di tutto ha caricato mamma di figli: mia madre a 33 anni ha fatto 12-13 figli. Ne sono sopravvissuti 8. Appena arrivati gli americani, noi per due o tre giorni andavamo per il paese rovistando per trovare qualcosa da mangiare. Un giorno zia Santina, la moglie di un fratello di mamma buon’anima, ci ha detto: Guarda Armà, noi usciamo. Mi raccomando  Antoniuccio. Qui c’è una bottiglietta col biberon. Ogni tanto ci date da bere. Il fratellino, di cui non abbiamo neppure una foto, dormiva dentro un tiretto del comò. Quello era il lettino suo. Noi ragazzi per andare in giro - mangiucchia di qua, rubacchia di là - l’abbiamo dimenticato. Quando siamo tornati, stava morendo.» ( E.A., Intervista ad Armando Tagliavento, http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/04/dizionarietto-moltinpoesia-armando.html)


APPENDICE: Alcune poesie scelte da Una vita a pezzi


Occhi celesti (Lanciano, CH)

Lasciami viaggiare solo
nel deserto in fiore;
getta se puoi la rena
sull'oca bianca.
Nella piscina stanca
coglimi il cielo verde.
Si perde la voce sua,
la croce del cigno in amore;
comprami un nido, cuore!
Un’ape sugge uno zampillo
di miele coatto.
A contatto col sole olezza
il bromuro dei baci tuoi.
Occhi celesti, vedo la tua veste
tra la mortella, a pezzi.

Lanciano alle spalle Villa delle rose (Lanciano, CH)

I fiori e le foglie
affogati nel sole;
un pallone giocato
in un campo vuoto.
Una rete senza porta,
la Villa delle Rose ricorda
la sera fredda morta;
crudele si gira la vita;
la giornata è finita,
ha chiuso la porta.

Passaggio agreste (Lanciano,CH)

Un cammino lungo finisce
sullo stretto viale frondoso,
dove scoiattoli blu
tra i rami degli alberi verdi
fanno su e giù.
Qualche cicala frinisce
un ritornello festoso
e nella cascina di fianco
fa un lungo gluglu
un tacchino biancaccio.
Una pecora allatta un bebé[1]
tutta tronfia di sé.
Un grillo col dolce cri cri
dice a tutti di
sì.
Gracida vicino la rana
col fresco di tramontana;
tinnisce una lucertola verde,
lontano una biscia si perde.




[1] Un agnello.



Sfascio al lido (Fondi, LT)

La bionda va sola,
non dice parola,
non vola il pensiero;
un maniero tra i pini;
la tua dimora, quanti sospiri.
Insisti ancora coi tuoi sguardi
marini.
Esisti allora e mi spedisci
messaggi contorti,
invece che dolci missive.
La rena, la pena,
se ti guardo appena.
L'acqua gitana,
la tua sottana di paglia
non carezza un corpo magnificato.
Ancora il manto azzurro
emana un sussulto;
il mio cuore distrutto.
Un juke-box fa una canzone
lontana,ch e scoppia
sotto la tua gonna
a campana; fili lungo
la spiaggia rovente,
meraviglia di tutta la gente.

                  Quadro rurale  (Lanciano, CH)

Cicaleccio di cardellini
e frecce di rondini nere
padroneggiano sui pini.
È un piacere godersi l'ombra
del sicomoro.
Mietuto il campo d'avena,
s'incendia, sotto il sole
codardo,
una pezzata di pomodoro.
Un tordo sguercio
ama l'allodola stanca;
bianca la vispa massaia
appare sull'aia.
Ritarda oggi la pioggia
a venire.
La lumachina iridiscente
giù nel roveto si perde.

                    La villa lassù (Ortona, CH)

Ho visto che ti spogliavi sola,
mentre lui era dentro.
Le cicale di sale marino
guardano quello che fai prima.
La villa intorno con l'olezzo
del mare.
Le barche di plastica
aspettano il sole tardivo;
le nuvole camminatrici
crollano altezzose.
Le paranze gettano il pesce
alle streghe in amore.
Il sole non perde com'esce
nel cielo,
è il mare che cerca il letto
quieto.
Sei qua da parecchio
e non mi dici niente.
Per cena ti faccio pena;
per letto
i tuoi capelli di alga;
la rena si cela
nelle tue superbe lenzuola,
Rosalba!


                          La Fiera di Lanciano (Lanciano, CH)

L'altro lato della fiera lo stesso.
Di qua e di là cassati i verdi tratturi.
Prima si vedevano i pecorai
approdare nell'erba turchina.
Coi loro treppiedi di legno per la ricotta
e i cani biancolanosi arruffati di fresco
guardavano come vigili di grande città
le mandrie leggere.
Rimanevano parecchio in transumanza.
Nella loro usanza
i pecorai arrivano donde nasce la stella
fuggente.
In questa contrada il pecoraio si chiama
parente.
Avevano freddo magari,
ma chi negava loro un pezzo di pane?
A custodire il gregge ci stava il cane.
Poi levavano le tende e i lanosi
spostavano i loro musi graziosi
guardando il sole lustro e cocente.
I bambini, detti quatrali, osservavano
le pecore coi capi biancacci
e i pastori e i parenti.
Avrebbero voluto ancora vedere
gli ovini brucare l'erba guazzata
di caglio.
Al calare del sole albicante[1]
il tratturo appariva una mensa vacante.
Le pecore andavano brucando
e si voltavano indietro ogni tanto
pensando coi loro capi pesanti
ai bambini lasciati in quel mare di case
senza finestre sui verdi tratturi.



[1] Albeggiante?






Cerco Dio (Milano)

Ho lavato i miei panni nel tuo caldo ruscello.
Ho sciupato il tuo viso col mio sguardo cupo.
Sono caduto nella tagliola dei tuoi loschi inganni.
Veniva la sera col suono del sole calante.
Si leva un grido di fiori
nel cielo al verde d'amore.
Ho colto ogni parola dalle tue labbra d'ambrosia.
Si tolse un berretto di nubi dal capo nudo.
L'uomo che beve non pensa che deve morire;
la falce grondava di succo di fieno di grano.
Sul tetto nerito[1] di sole fallace
il tuo altarino è ricco di foglie aulenti.
Guardo la mia ragazza priva di vento.
Vive sul tavolino marmoso la rana soligna.
Ho deposto il mio piano sul lastricato maligno
e una serpe celeste scivola corta.
Non voglio vivere solo per la via, correndo.
Quell'uomo da vecchio diventa bambino:
rosicchia un bottone d'osso perlino.
Una donna baratta la figlia col mare;
non voglio arrivare al Dio vivente,
non voglio arrivare a Dio,
non voglio arrivare a,
non voglio arrivare!
Non voglio!
No!



[1] Annerito.



Geometria (Milano)

La nebbia chiude un bacio di case fredde.
La gente cammina
pensando al sole;
le scuole aprono
le ante in fiore;
gli studenti cenano
sulle panchine tarlate.
Il poeta cerca una luna quadrata
sopra un pianeta a losanga;
ma le vie del cielo sornione
muoiono là;
egli pensa a cose lasciate
da sempre,
vorrebbe tutta la gente
sincera,
ma la morte arriva ridendo. 

Solo me ne voglio andare (Milano.)

Me ne voglio andare solo
colla borsa e col libro.
Solo me ne voglio andare,
solo in capo al mondo,
seppure sottoterra coi vermi blu.
Solo me ne voglio andare.
Sparire dalla terra sozza
colle verdi lucertole
che si cuociono al sole
falso e traditore.
Solo me ne voglio andare,
negli Inferi o alla corte del Resole[1].
Solo me ne voglio andare!
Voglio baciare la faccia
di una bionda strega,
voglio morire crepato
dentro una padella,
voglio scannare quel Cristo
che mi pose a terra.
Solo me ne voglio andare!
Voglio spaccare l'altare
dell'ipocrisia,
voglio mangiare la panca
dove sedeva lei;
solo me ne voglio andare



[1] Re Sole.


Dal finestrino del tram 1  (Milano)

La mia bici azzurra, d'acciaio,
allato del paracarro,
legata al palo, col lucchetto
ammaccato.
Senza cuore, spolpi il pollo
malato.
Armata di solo telaio,
di nebbia rimani
sotto lo smog mazzetta.
I baci sottobanco, di siero,
il mestiere che fai, sguarnito;
tuo marito non si trova
per la casa alberghiera.
Poggi le tette gonfie di caldo
alla ringhiera
della Milano affumata,
sotto un cielo pirata.
Per denti una grata
di grissini al miele.
Se ti bacio vedo la bici
legata al palo
ancora nuova di zecca:
le tue gambe a stecche,
racchia di filodiferrofilato!

                     Quel treno dalla Bovisa a Magenta (Milano)

Alla Certosa Marisa,
dal finestrino
la panca non vedo occupata;
sarà più avanti,
alla seguente fermata.
Un mattino presto
a Rho sta di sicuro;
non vedo Marisa però.
La nebbia, la pioggia crudele,
appanna la lastra infedele.
Più avanti la campagna s'ammazza;
tazza di caffellatte il cielo;
un merlo sbatte le sue ali moricce
sul ramo di uno scuro traliccio.
Le Prealpi celate
tra le aulenti robinie.
La tua casa dista
appena una spanna dal cuore;
gli albicocchi sguazzano
tra le roulotte gitane.
Rompe a Vittuone
un tuono la pace,
liquida brace
mi esce dagli occhi.
All'arrivo del treno
sulla rotaia superba,
mi perdo piangendo in mezzo alla nebbia.
Ecco Marisa!
A Corbetta m'aspetta.
Va via! Il marito sospetta.
Ancora tradito non resta.
Il mondo foresta di
gru.
Neppure a Magenta
sei più.


                                    Nel letto solo (Milano)

Nel letto solo e dietro il muro crudo
una coppia fa un rumore ad alta pressione.
Un fuso orario rasenta un panino farcito.
Un netturbino disoccupato, mentre cade
la neve scopa la moglie sul materasso
retato. È un anno, questo, privo
di ogni dimensione; tutti giocattoli,
violenza, spaventapasseri; nell'orto
botanico solo cannoni.
Il robot sotto casa dove pago l'affitto;
con tutta la plastica che sta per la via;
i canali televisivi cacano euro,
non hanno più spie.
Muri senza rumori.
I brusii che fanno gli aghi di neve
cadenti dal cielo abbenzato[1]
non calcano nessuna ribalta.
Il mondo è sciupato,
come la faccia di lei cogli occhi
colore di macchia.
Gli spalatori armati di spugne
vanno alle ferie.
Un bambino smammato[2] varca la soglia
del Vaticano.
San Damaso è morto scannato
assieme col prete sposato.
Un gruppo di ragazzi attorno
a un pilastro pennarellato.
Le voci si perdono a mano
a mano; i prof non entrano in classe.
Io non conosco la musica,
il pilastro è caduto,
i ragazzi spariti,
io solo sono, sono solo!



[1] ?
[2] Senza mamma? Abbandonato dalla mamma?


                                 Malandra (Milano)

Stamattina sul metrò
c'è una donna maritata;
l'ho notato dalla vera luccicante
che porta all'anulare.
Sotto il neon dell'auto illuminata,
non tanto alta, veste trasandata,
capelli scuri sul capo tondo,
alla nuca chignon vagabondo.
Viso seminato di cruschetta,
occhi pinti, ciglia e pennazzine[1]
colore tè;
rosa la sua boccuccia
di musmè[2].
Seno galleggiante sotto il petto.
Invidio la panchina
su cui posa
simile a una gatta vaporosa.
A Lambrate scende dalla porta
e sotto la caduta della pioggia
fila dritta d'acqua infracetata[3].
Calo dalla scala acciottolata
e la trovo annegata morta.




[1] ?
[2] Da giapponesina?
[3] Infradiciata, inzuppata.



La matrigna Caramante (Fondi, 1943 Era Fascista)

Malvagia matrigna intricante,
perfida, diavolessa, ricciuta,
megera, cattiva, cocciuta
era la perversa Caramante.
Falsa, abbracciò la Croce,
non per i sette figli senza madre;
ma per l'amore dell'amante padre,
la bestia immonda e feroce.
Chiudeva salsicce e pane nella madia,
a sera istigava il secondo.
L'ultimo bimbo era moribondo.
Quanta fame aveva la sorellina Nadia.
Ridevano peccosi[1] nella stanza
la cattiva collo spasimante.
Fuori ognuno colla pancina brontolante,
del cibo avevano perso la speranza.
Essa odiava i sette e tutti,
con tavoli movibili faceva spiritismi,
fatture praticava ed esorcismi
con mediconi, ladri e farabutti.
Di buio colla scopa colle streghe
malato soffocava e indifeso putto.
Tutto il paese volse in nero lutto
passando per le fogne e le botteghe.
Una notte il figliastro più piccino
la pedinò per una strada pesta.
Essa ringhiava camminando lesta
fino all'abitato più vicino.
Entrò nell'interstizio della porta,
la vedeva il piccolo dalla gattarola[2]
e con nessuno al mondo fe' parola
che la bambina in culla fosse morta.
Solo ai fratellini fece ciò sapere
e in congiura si misero d'accordo,
ché delle pene nere avevano ben ricordo,
della fame, busse e notti nere.
Quella notte il babbo stava a letto,
armati i sette s'appostarono dabbasso,
entrò la strega ed ebbe un bel collasso:
il primo l'accoppò collo stiletto,
il secondo col fascista manganello,
il terzo la trinciò col forbicione,
il quarto la infilò collo schidione,[3]
il quinto la sfregiò collo scalpello,
il sesto l'ammaccò col mattarello;
il settimo le mozzava il capo orripilante.
Questa era la matrigna Caramante
di cui si liberava il paesello.




[1] Peccaminosi.
[2] Gattaiola.
[3] Spiedo.

La zoppa dal viso bello, Cippi. (Hamburg Grindelallee; agosto 1966)

Sbilenca, sola, muta,
ripudiata dalla vita,
s'aggira per la via, perduta.
La guardo,sotto il tram è caduta.
È
zoppa, ha la faccia bella,
nessuno la raccatta per terra,
nessuno la tocca;
giace, geme, sembra morta.
Mi guarda, la vedo.
L'autista teutone[1]
blocca il passo sfrenato
del solido rosso.
La scarta, è tardi;
continua col carico peccoso[2] amburghese.
Lei sul porfido fiotta,
nessuno l'ascolta, nessuno la coglie.
In autunno sono gialle
tutte le foglie.
Non perdono tempo per zoppe,
non lasciano attimi a brutte,
ma vanno colle germe[3] farabutte.
Io corro, la piango, la soccorro.
Lei in tedesco dice: "Volevo parlare con te!
Ora muoio, sono riuscita,
sono brutta, sbilenca,
non ebbi compagno di vita;
t'aspetto lassù.
Tu nessuno hai quaggiù”.




[1] Teutonico, tedesco.
[2] Peccaminoso?
[3] ?










Venti metri dal Venti (Milano, Zona Porta Romana)

Quel cortile è una galera,
la tua galera.
Quattro muri freddi, colore aringa affumicata
e il grigiore soffocante
dell'aria greve.
Le massaie civilizzate battono i loro tappeti
sopra le balaustre colle palette da ping-pong.
Odo il gong!
Ti sparo i dardi e miro l'ora e te.
È tardi, furtiva mi guardi, col volto sciupato
e il
corpo dai lividori dell'orco.
Il boia dorme e tu mi ridi
dalla grata ossidosa[1]. Non aver paura, sorridimi
ancora! Il peccoso che ti percuote dorme.
Ma ecco, sono morto;
il carnefice lubrifica l'arnese;
debbo partire, piango e tu vedimi ancora,
sii cortese!
Il freddo mi ha incartocciato le orecchie.
Col naso rosso di gelo,
il cuore gonfio e gli occhi stanchi
guardo il finestrino da dove tu fai capolino.
Il Venti partì da Piazzale Corvetto,
viene e m'azzanna il mastino maledetto!
Ti miro intirizzito ancora
colle labbra patinate,
sapide di morte.
Il tramvai arriva come un cane da presa.
Cogli occhi imperlati di pianto
del cielo spietato chiedo l'obolo
dal tuo oblò. Sporgiti e guardami, però!
Col cuore malato in gola salgo l'ultimo
gradino del patibolo; il tram si ferma,
adagio il capo sul
ceppo e mi sparo
sulla panchetta gelata.
M'afferro convulso alla sbarra glaciale.
Tutti mi beffano, perché sono solo
e tengo freddo nel petto.
Le spalle mi vibrano gelate.
Scuoto la testa, m'asciugo gli occhi
e muoio nel mondo
con te.




[1] ?


Primi freddi  (Milano Contestazione)

Il tram ha suonato il gong. Anche oggi non segue
la stessa linea, la Linea 2; il tram ha suonato il gong
cozzando al muro di gesso freddo. La linea 2
è coperta di poliziotti in sciopero.
Gli operai dell'Alfa non fumano e fanno la stessa
linea. Gli operai passano da un sindacato all'altro
con le carriole piene di tessere apolitiche.
I bambini ridono senza denti per mangiare; i bambini
adesso hanno i denti teneri, non possono mangiare che pallottole
calibro 12.
I padre dei bambini non ridono mai, ma tremano sotto la neve.
Gli operai della Beta comprano le automobili che fanno.
Scioperano e il padrone dona la moglie al sindacalista
che si confessa ogni domenica al prete che lo manda in galera
con tutte le scarpe.
Il tram della linea 2 suona il gong uccidendo la bionda
che tossisce e si pulisce la bocca piena di sangue
col fazzoletto rosso senza Falce e martello.
È bella la bionda.
Il tram sfascia la linea 2 ed entra in Gamma.
Il bambino ha venduto il cappotto allo zingaro; lo zingaro
in quel di Arese chiede l'elemosina e mangia.
Il bambino nero si lava la faccia che mai diventa chiara.
Il tram ha suonato il gong
e i soldati di Mao sono scesi in Piazza del Duomo
colle mani infilate nei baveri cachi dei loro grigi
cappotti.
I bambini hanno i denti rari.
I soldati di Mao fanno la ferma e vanno.
Il tram è muto sulla linea 2 Non ha suonato il gong.
La bionda bella
è morta, il tram è stato fatto da me,
all'Alfa, in quel di Milano, Piazzale Accursio, per essere
più coerenti.
Il bambino mutilato sul tram ha suonato il gong
sulla linea 2 senza binari.
Il nero tram ha perduto il gong, la bionda è morta
e il bambino
ha i denti
forti! 


Treno cupo (Milano)

Aspetto il treno cupo.
Quando muori al sole chiaro,
un silenzio nero cade
sulla nebbia rada.
La stazione affumata di botte secche,
le vie sazie di carta ustionata;
i somari verdi hanno perso la via;
il silenzio apre un cielo azzurro.
Una lucertola impolverata
respira silenzio tombale.
Una pace ultrasiderale
spacca un grido lontano.
Oggi non canta la capra, nevvero?
Conta un cane sbruffone la lira:
è tutta moneta bucata.
Nell'aria di festa
gambe di cane violetti.
Una panchina rimane scoperta
dall'abito freddo
che porta la notte
privata di stelle.
Gli alberi della Bovisa
ridono senza cappotto:
freddi, cupi i loro tronconi
di ferro celeste.
Ecco il convoglio vitale:
i finestrini sono gli occhi
cruenti del freddo
che appinza[1] le spalle dell'uomo
che pensa a un domani migliore.
Di notte non dorme la Fiera
del guscio vitale. guasto il mondo computerizzato. 
Ho veduto il treno fuggire
sull'acqua inquinata.
Appena fa giorno
un'altra stangata
colpisce il pensiero
degli avi.




[1] Pinza? Stringe come in una pinza?

                                Farmacologia (Milano)

Colle sarchie[1] raduno le fronde cadute,
eppoi le ammonto[2] in piccoli guai.
È già freddo a novembre.
I malati assaliti dall'ansia nefasta
sotto i viali già nudi.
Paiono ombre di pezza a testa calata;
la camerata sonnecchia senza paura.
Malattia megera!
Ogni sera è uguale al mattino
in questo torpore silente.
Non vola rondine in cielo
macchiato di niente.
Adocchio un gufo grigiastro
sul
ceppo del gelso seccato.
Un uomo contava gettoni
nello sportello caffè.
È ora di cena;
verso i tavoli i malati
avanzano simili a granchi bianchi
a brucare il loro pasto serale.
Il mattino che viene di poi
malanno lo accoppa lungo la vita.
Vorrei tacere appena mi vedo
nella foglia d'ontano.
Da molto distante siede la donna spogliata.
Ride di beffa.
La walkiria che ieri dormiva con me
non dice niente come fiottava
[3],
solamente cantava un inno ad Odino.
Doffi si chiama la giga
[4]
e mi ficca una spada nel cuore.
Non mi fa male; il mio petto
di sasso teme né questo né altro.
Una giovenca
[5] mi dona farina di latte
col zinale biancato.
Venni al mondo privo di occhiali
e colla mitra impolverata.
Sono morto sulla via di fango.
La Madonna dorme con me.
Le bramo il seno opulento.
Tutto l'altro che mostra la bella
lo copro con baci di fuoco
e di vento.




[1] Da ‘sarchio’? Zappetta?
[2] Ammucchio.
[3] Rumoreggiava?Borbottava? Piagnucolava?
[4] ? Gigantessa?
[5] In senso metaforico e dispregiativo?



13 commenti:

  1. Superbo da superbia Favoloso da favola Drammatico da dramma

    "Scuoto la testa,m'asciugo gli occhi
    e muoio nel mondo
    con te"

    grande Tagliavento, il POETA


    Emilia



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  2. ..Ecco la grandezza, il nuovo, il libero scrivere parliamone...Ai critici rivolgo il mio invito, gentilmente. Emy

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  3. Poeta sentimentale e ingenuo questo Tagliavento... poematicamente parlando è un dilettante della poesia (cosa certo rispettabilissima) che finisce, come tutti i dilettanti, sull'altare della Madonna e di Dio (con la maiuscola)

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    1. Ennio Abate:

      Troppo sbrigativo, Giorgio.
      Per me un dilettante che scrive per tutta la vita non è più tale. Diventa, a suo modo, uno "specialista".
      Importante è vedere cosa c'è di buono, nel suo uso della lingua, tra l'inizio da dilettante e l'eventuale conclusione sull'altare della Madonna.
      Una Madonna "dal seno opulento" poi!

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  4. E' bello sapere che i grandi prima di essere tali erano dilettanti...Emy

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  5. Oh, mio Dio ! oh, Madonna mia!
    per alcuni ancor siete importanti
    con la maiuscola in segno di rispetto
    al povero grande Tagliavento così
    gli avevano insegnato
    e lui così ha fatto e non certo per diletto

    Ma che dire allora della maiuscola
    per i due grandi imbroglioni
    commedianti e sporcaccioni

    Minetti e Berlusconi??!!

    Emy

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  6. Un poeta senza università, un naif si potrebbe dire, perché risolve a modo suo le difficoltà formali un po' inventando e un po' orecchiando, ma riuscendovi, e spesso con soluzioni insolite ma efficaci. Ma soprattutto quanta vita, quante storie e immagini!
    A volte leggendo poeti bravissimi penso: ma come fanno se non gli accade mai nulla?

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  7. a Ennio, a Giorgio:

    Proporre degli inediti è quasi sempre un azzardo, specie quando l’autore di cui si parla è ormai scomparso, come in questo caso - o come per gli altri poeti che troviamo altrove nel blog. È un azzardo perché gli inediti hanno una loro aura di verginità, una specificità che invece difficilmente rimane nel momento in cui l’autore decide per la pubblicazione.
    Probabilmente lo stesso Tagliavento avrebbe rivisto le sue poesie, spostato e cancellato vocaboli o interi versi, forse ne avrebbe aggiunti di nuovi, se solo avesse trovato un editore disponibile.Invece così non è stato.
    E il bello delle poesie di Armando Tagliavento risiede, a mio avviso, nella veste a tratti dimessa con la quale esse si presentano. Forse siamo di fronte al messaggio creaturale, un messaggio genuino rilevabile dall’eccesso di ingenuità che troviamo in alcune immagini e dallo strabordare degli aggettivi: una poesia vera al punto da sembrarci ingenua.
    Non tutte le poesie sono ‘riuscite’, anzi, trovo alcuni versi spocchiosi (“La walkiria che ieri dormiva con me / non dice niente come fiottava”), altri banali (“Un grillo col dolce cri cri”), ma vi sono versi che meritano di essere letti, e sono più di uno.
    Un grazie va dunque ad Ennio.
    Giuseppina Di Leo

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  8. Ennio Abate a Giuseppina Di Leo:

    Preciso che Tagliavento era uno scrittore davvero "selvatico" e poco si curava di limare e di correggere.
    Persino "Tra fascisti e germanesi", l'unico suo libro pubblicato con un editore importante come Feltrinelli e in un periodo di attenzione verso i cosiddetti "franchi narratori", ebbe ,credo, un editing accurato grazie a Goffredo Fofi.
    Toccherà ad alcuni di noi fare un lavoro di editing rispettoso.
    Secondo me, poi, l'"eccesso di ingenuità" di Tagliavento è una questione che andrebbe indagato più a fondo. Non per mitizzare il naif, ma per la possibilità di riflessione su alcune strutture elementari presenti nude e crude nel poetare di Tagliavento.
    E' interessante - come notava Mayoor - il modo come si posiziona rispetto alla vita, alle donne, a quello che vede e sente.
    Poi ci sono cento scivolate su varie bucce di banane, ma
    quel rapporto tra esperienza e ricerca linguistica schietta
    a me pare che in generale tiene.

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  9. Ennio Abate a Giuseppina Di Leo:

    Preciso che Tagliavento era uno scrittore davvero "selvatico" e poco si curava di limare e di correggere.
    Persino "Tra fascisti e germanesi", l'unico suo libro pubblicato con un editore importante come Feltrinelli e in un periodo di attenzione verso i cosiddetti "franchi narratori", ebbe ,credo, un editing accurato grazie a Goffredo Fofi.
    Toccherà ad alcuni di noi fare un lavoro di editing rispettoso.
    Secondo me, poi, l'"eccesso di ingenuità" di Tagliavento è una questione che andrebbe indagato più a fondo. Non per mitizzare il naif, ma per la possibilità di riflessione su alcune strutture elementari presenti nude e crude nel poetare di Tagliavento.
    E' interessante - come notava Mayoor - il modo come si posiziona rispetto alla vita, alle donne, a quello che vede e sente.
    Poi ci sono cento scivolate su varie bucce di banane, ma
    quel rapporto tra esperienza e ricerca linguistica schietta
    a me pare che in generale tiene.

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  10. La presenza di rime, messe qui e là, sembrano avere lo scopo di far capire al lettore inesperto che si tratta di poesia. Forse è per questo che Linguaglossa ha parlato di dilettantismo. Credo che Tagliavento abbia scritto rivolgendosi ai suoi compagni di strada, forse è principalmente da questi che voleva farsi capire. Con gli universitari è sempre una scommessa.

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  11. Questi i versi che ho preferito:

    "...
    Poggi le tette gonfie di caldo
    alla ringhiera
    della Milano affumata,
    sotto un cielo pirata.
    Per denti una grata
    di grissini al miele.
    Se ti bacio vedo la bici
    legata al palo
    ancora nuova di zecca"

    "Venni al mondo privo di occhiali
    e colla mitra impolverata.
    Sono morto sulla via di fango.
    La Madonna dorme con me.
    Le bramo il seno opulento.
    Tutto l'altro che mostra la bella
    lo copro con baci di fuoco
    e di vento."

    A me sembrano schiarite che portano la soggettività verso altri luoghi.

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  12. E' vero Mayor , sono schiarite, qui la verità è nuda. Nel suo scrivere c'è tutto il suo spirito e la sua fisicità. Uno scherno alla vita,all'ingiustizia, all'amore...un esorcismo per non morire dentro. Un naif che sembra indispensabile per esaltare il suo complicato animo. Lo stile forse trascurato ma talmente adeguato alla sua personalità che esalta ancor più la poesia facendola diventare quasi un dono ad un noi che forse non crede che si possa vivere anche così. Emy

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