mercoledì 19 dicembre 2012

Giorgio Linguaglossa
Per un nuovo volgare illustre –
Per una rifondazione del poetico


Chi fa poesia deve sapere che sta costruendo un «oggetto», che elabora una forma locutoria, un linguaggio per quanto possibile orientato ad esprimere col massimo rigore le idee.

Ecco allora l’imperiosa necessità di costruire un nuovo volgare illustre – un volgare con cui potersi esprimere nelle accademie e nelle scuole della Repubblica, nei tribunali e nei gironi della politica, nella nostra vita quotidiana e nelle arti della parola. Un volgare che sia cardine del nostro comunicare, che si innalzi sulle miserie municipali  e nazionali. In quanto cittadini abbiamo imparato che le nazioni vivono solo se universali, solo se la nostra lingua è così potente da comunicare con tutto il mondo.

Certo, la grammatica garantisce un ordine, una ratio. Essa può essere da tutti compresa. La sintassi è la legislazione della lingua, è il patto che tutti i cittadini devono rispettare. – A volte, leggendo la poesia dei miei contemporanei, mi chiedo se la «nuova poesia» voglia veramente essere compresa da tutti. Il vero problema è se mai si potrà continuare ad esprimere nello pseudolatino internazionale del minimalismo dei nostri tempi i drammi dei tempi nuovi, la vita delle nostre città, i conflitti interpersonali tra gli uomini, la scandalosa morte di Dio, la mutazione indotta dalla rivoluzione mediatica in atto. Le idee e i conflitti di questa età devono trovare il proprio linguaggio, così come il nuovo ordine di Augusto l’aveva trovato in Virgilio e il volgare di Dante aveva espresso i conflitti della civiltà delle città-stato. Ma c’è oggi un nuovo «ordine»?, C’è una lingua da adottare come proprio linguaggio poetico? Non è  diventato già l’italiano poetico in auge una lingua artificiale? Mi chiedo se non siano diventati anche i linguaggi poetici in idioma altrettanti linguaggi artificiali. Impossibile – mi si risponde – perché essi affondano nella matrice matria,  radicati, prima di ogni parola, nella nostra infanzia. Dobbiamo davvero credere a questa leggenda? Dobbiamo ancora credere alla deità di una lingua inconsapevole dell’infanzia? Dobbiamo credere alle tesi prescientifica espressa da Dante nel De vulgari eloquentia secondo il quale insieme al dono stesso della libertà, Dio infonde nella nostra anima quella forma locutionis, che ci rende capaci di assumere, senza nessuna regola, qualsiasi lingua con cui la madre ci chiami? Non c’è nessuna forma locutionis che ci è data per legato testamentario o per eredità, ogni nuova generazione deve lottare, ogni giorno, contro i conformismi della propria cultura e contro i truismi della propria lingua per potersi esprimere in un linguaggio forte e autentico.


 

Il problema è che oggi abbiamo a disposizione un medio linguaggio poetico che è diventato un linguaggio artificiale, conformistico, clericale, non più adatto ad esprimere i grandi conflitti del nostro tempo; ci si accontenta di esprimere le piccole tematiche, i tematismi, i trucioli, le tematiche edulcorate del cuore e del paesaggismo più trito e triviale. Il grande problema cui si trova a far fronte la «nuova poesia» è la costruzione di un linguaggio poetico non artificiale; non un problema da poco, nel senso primo di poiesis, capacità fabbrile, forza di incudine e di martello, forza di comunicazione. Appunto, linguaggio come forza che trova il proprio varco. Poetica dovrà essere perciò la ri-fondazione della lingua da tutti parlata e da tutti in qualche modo intesa – poetica, vorrei dire, di ri-fondazione, in grado di restituire ai linguaggi poetici sclerotizzati e narcotizzati della stagnazione stilistica e spirituale  una semantica significazionista e significativa.


 

Ma non è soggetto alla mutazione continua questo parlare? Come dargli una forma? E non è questo suo continuo fluire un ente nell’ente, quell’uomo «instabilissimum atque variabilissimum»? (come scriveva Dante). Come «curare» le infinite varietà delle lingue, e le varietà interne ad ogni singola lingua? Ma proprio la universale vicissitudine delle cose rende necessario cercare la Patria, costruire forme di intesa e comunicazione, che a tutti possano appartenere proprio perché a nessuno appartengono. Nessuna astrazione in tale compito – la Patria va costruita attraversando la concretezza vissuta delle forme di vita che i diversi idiomi ci consegnano. Nessun lavoro «a tavolino», ma ricerca appassionata da città a città, per scoprire quelle «forme» che appaiano le più solide, quelle dotate di più «storia», quelle capaci di rendere più forte e convincente il nostro discorso. E anche più bello, più sonante, più armonioso, più straordinario, impasto di coscienza storica e sperimentalismo, ricerca di una «grande forma». Le «grandi forme» sono sempre «grandi idee». E di amore per il parlare delle idee, della grande tradizione italiana.


In epoche in cui la lingua è ridotta a puro mezzo per scambiarsi qualche informazione, in cui la sua forza simbolica viene strapazzata e umiliata, in cui municipalismi e interessi di parte minacciano di dissiparne l’energia comunicativa universale, ritengo si debba rispondere soltanto con il rigore dei linguaggi formali-artificiali delle «scienze esatte» e delle «idee esatte». Ecco il mio appello a tornare alla lingua di Dante, l’appello in onore del volgare, sì, ma perché si faccia illustre, che sappia parlare a tutte le classi abbienti e non e a tutti i cittadini, a tutti i parlanti l’italiano e anche ai non parlanti.


In poesia vale il motto: Loquor ergo sum, parlo dunque sono.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17 commenti:

  1. Scusate, con rispetto per il mio dialetto...
    (parlavano, dunque erano)

    Puesia

    Ogni parola
    la gà ul sò segrèt
    a ugnùn la sua.

    Poesia

    Ogni parola
    ha il suo segreto
    ad ognuno la sua.

    Emilia Banfi

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  2. Ennio Abate a Giorgio Linguaglossa:

    Che ci sia da costruire «un nuovo volgare illustre» è un sogno (o una velleità?) che attraversa ancora oggi la mente di molti poeti.
    Ma fa i conti col contesto storico odierno, nel quale ogni universalismo è venuto meno e gli Stati-nazione non sono più quelli dell’Ottocento e neppure quelli usciti dalla Seconda guerra mondiale? E poi una nuova lingua poetica con una grammatica e una sintassi adeguate « ad esprimere i grandi conflitti del nostro tempo» e capace di sostituire lo «pseudolatino internazionale» (che esiste poi davvero, Giorgio?) può essere opera solo di poeti?
    Il problema più vero mi pare quello di conoscere ancor prima che curare «le infinite varietà delle lingue, e le varietà interne ad ogni singola lingua». Ne conosciamo così poche (almeno noi vecchi)!
    E lo stesso richiamo alla «Patria» mi pare nostalgico ed equivoco (per le ragioni messe ben in luce da Salzarulo nella sua riflessione, che ha preso spunto dall’imposizione autoritaria e a buoi scappati dell’inno di Mameli). Se non si precisa bene quale sia il salvabile delle «patrie lettere».
    Tempo fa Giselda Pontesilli (qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/11/laboratorio-molt-in-poesia-cura-di.html) si poneva problemi analoghi.
    Restano per me molti punti oscuri e dubbi in questa esigenza di «tornare alla lingua di Dante».
    La tendenza più diffusa ( e pericolosa) mi pare quella che spinge a velocizzizzare il proprio linguaggio (sulla scia dei fumetti, del cinema, della TV, del digitale in genere), a inseguire l’atomizzazione, la pluralità o il molteplice dei linguaggi contemporanei, ad afferrarne alcuni istanti al posto dell’insieme (di quello che una volta pareva «totalità»).
    È sufficiente – mi chiedo - che la poesia, per resistere alla propria distruzione (e a quella del mondo) imbocchi questa strada (simile in parte a quella che fu dei futuristi…)?
    Oggi i poeti devono cercare solo o soprattutto un linguaggio che afferri in qualche modo «questa grande incessante complessità», impegnandosi in una ricerca *da laboratorio* e necessariamente staccata dai linguaggi massificati, che sono comunicativi solo in apparenza e in mano ai “dittatori dell’ignoranza”? O dovrebbero collegarsi alle ricerche che puntano a un *linguaggio comune* (il contrario o qualcosa di diverso da quello dei mass media)?
    Si può far di più oggi in questa seconda direzione?
    Mi ponevo queste domande tempo fa a proposito della ricerca linguistica di Majorino, soprattutto nel suo ultimo *Viaggio nella presenza del tempo*. In quel suo “poema” scorgevo un “oltranzismo” destruens (solo in parte accettabile), ma non vedevo però realizzata, come altri affermavano, «la lingua stessa fatta dionisiacamente a pezzi e ricomposta come nuova» (Surliuga). Vedevo l’operazione anarchica *individuale*, che tanto entusiasma ancora alcuni giovani critici, ma non la ricomposizione, che forse non può venire da operazioni di tipo individuale né di gruppo. La plasticità del linguaggio (*Finnegan’s Wake* di Joyce per intenderci) e la sua polisemia portate all’estremo, anche quando l’operazione è compiuta da un grandissimo scrittore, riducono comunque la comunicabilità *accertabile*. E questo *resta un problema* per chi *non può* accontentarsi di un atteggiamento puramente iconoclasta o dionisiaco. Anche la scrittura automatica dei futuristi o dei surrealisti voleva star dietro alla velocità delle macchine o alle proliferazioni dei sogni, ma i risultati furono discutibili.

    [continua]

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  3. Ennio Abate (continua):


    Cosa succede - mi chiedo - nella mente dei lettori quando si trovano di fronte alla giustapposizione di varie voci, senza possibilità di distinzione e, soprattutto, di “traduzione” dei significati nella lingua di cui essi in quel momento dispongono?
    E mi chiedo pure: la scrittura deve necessariamente inseguire il mutamento della “realtà”? Non può, per così dire, *attenderla al varco*?
    E può poi davvero la scrittura *inseguire* il movimento della “realtà”? O ha dimostrato che lo può solo in quei modi, non del tutto soddisfacenti per me, che approssimativamente chiamiamo “sperimentali”?
    Anche mescolare varie lingue o registri di lingue, per me, non basta. Può essere un segno di apertura, di “buone intenzioni”. Ma l’accostamento caotico – gradevole, sgradevole, sorprendente o seriale – di segni, simboli, significanti lascia irrisolto il problema ben più importante e difficile della traduzione tra i linguaggi che si mescolano. “Sotto” (o “indietro”) restano i significati, cioè un campo dove i conflitti da affrontare sono più ardui, perché più direttamente rimandano ai conflitti sociali, materiali, “immateriali”. (Si vedano, ad es., gli esiti non sempre lusinghieri del “multiculturalismo”).
    Insomma, concludendo queste mie riflessioni, il problema di “fare come Dante” è molto più arduo di quanto si pensi. Ragioniamoci di più.

    [Fine]

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  4. La poesia non salva i valori dell'umanità. La poesia vive nel poeta ed il poeta la partorisce a sua "immagine e somiglianza". I tempi che il poeta vive sono la dimensione in cui nascono le sue parole a lui spetta il dovere di renderle utili, preziose . Il linguaggio resta da sempre e per sempre la sua magìa, la sua invenzione,l'identità della sua "creatura". Non ammanettiamo i poeti... sarebbe davvero un grande guaio. La libertà nell'arte è sempre stata la miglior maestra , la competenza viene dopo ma prima o poi arriva. Emy

    P.s: in quel termine "ILLUSTRE" cisento tanta ...borghesia e Dio ce ne salvi! (mi pare)

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    1. Ennio Abate:

      Emy, i poeti si ammannettano da soli.
      Tu, ad es., ti ammannetti da sola in un linguaggio metaforico ( "La poesia vive nel poeta ed il poeta la partorisce a sua "immagine e somiglianza"") o appiattendo il linguaggio poetico alla "magia" o separando la "libertà" dalla "competenza".
      In nome di una astratta "libertà nell'arte" sono state compiute gigantesche porcherie.
      Esiste una velenosa tendenza a mitizzare l'arte e la poesia, a farne un sostituto di religione.

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  5. Emy

    Ennio,
    le gigantesche porcherie non erano arte nè poesia. Dammi un esempio di buona poesia senza libertà. Libertà non è un concetto astratto , ma il grande desiderio di esprimere se stessi attraverso le proprie convinzioni. La competenza è importantissima , ma non fa il poeta, caso mai, completa la poesia. La magìa è quel concetto che non si riesce a spiegare (ognuno a modo suo tenta di farlo) quando ti chiedono: cos'è la poesia? a cosa serve la poesia? perchè si fa poesia?
    La creazione è magìa, con le manette tutto ciò non si può fare. Ogni artista ha le sue manette nel momento in cui non vuole più credere nella sua idea per dare spazio a ciò che gli "esperti" chiedono , a coloro che lo vogliono a "loro immagine e somiglianza". Ma il mio è un discorso forse da incompetente ma assolutamente lontanissimo da un'idea religiosa.

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    1. Ennio Abate:

      Eh, sì. Così si salvano sempre capra e cavolo!
      Le crociate, lo sterminio degli indios in America latina non erano cristianesimo o cattolicesimo.
      Lo sterminio degli ebrei non era proprio nazismo.
      L'eliminazione dei kulaki e i gulag non erano comunismo.
      Le guerre umanitarie non sono fatte proprio in nome della democrazia.
      Così le gigantesche porcherie fatte in nome della libertà artistica o poetica non sono arte e poesia.
      Così se uno ammazza una donna per amore non è proprio amore.
      E se le cose fossero un po' più complicate?
      Se proprio "il grande desiderio di esprimere se stessi attraverso le proprie convinzione" portasse il cristiano o il nazista o il comunista o il democratico in nome nella Libertà a commettere grandi porcherie?
      Delle due l'una: o si accetta che un Grande Desiderio possa produrre anche azioni pessime o dannose (agli altri e spesso anche a sé) e anche - per stare al tema - cattiva arte e cattiva poesia; oppure, avvertiti del rischio, si maneggia il Grande Desiderio con cautela, tenendo conto anche degli "esperti" (o dei critici, o della tradizione, o della storia). In sostanza uscendo da una visione mitica e infantile della Libertà, in nome della quale astrazione - sì - si commettono ANCHE grandissime porcherie.
      E in casi estremi si tratta di scegliere.
      Se ci troviamo nella condizione di "far torto o patirlo" (Manzoni), a volte possiamo anche scegliere di far torto, di commettere piccole o medie porcherie per evitarne di più grosse.
      Altro che Libertà, cara mia!

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  6. Ma Ennio, si parlava di poesia! Le porcherie nell'arte ci saranno sempre basta riconoscerle. La propria convinzione espressa in libertà è assolutamente indispensabile per fare buona arte.
    Il ragionamento delle persecuzioni in nome di una libertà che preovoca terribili disastri è un altro tipo di libertà, che proprio nulla ha a che vedere con la libertà di fare arte. Emy

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    1. Ennio Abate:

      "Si parlava di poesia!"
      Il problema è proprio questo: guai a parlare SOLO di poesia!
      Ma la vediamo in modo diverso. Va bene lo stesso. Siamo liberi no?

      Sogni natalizi tranquilli!

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  7. No Ennio, non siamo liberi. Emy

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    1. Ennio Abate:

      Tu fa' l'ironica (e la telegrafica).
      Ma non far finta di non capire che, se critico la libertà della poesia, è perché c'è da essere più liberi/e di quanto lo sanno essere i poeti e le poetesse.

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  8. Moderni novellieri stanno scrivendo su Twitter, nello spazio compresso di 140 battute, e pare che funzioni. Le chiamano serenamente fictions, thriller a puntate, e forse sono mattoncini costruttivi di qualcosa che nascerà dalla comunicazione nei social network. L'esercizio secondo me è interessante: provare a scrivere poesia direttamente usando il telefonino... qualche regola nuova entrerà sicuramente in campo, se non altro si terrà conto del fatto che il destinatario potrà leggere (e commentare) praticamente in tempo reale. Se lo farà vorrà dire che siete riusciti a dire qualcosa di interessante.
    Condividere non è comunicare, condividere è a doppio senso. Infatti la pubblicità, che è comunicazione imposta a senso unico, alla quale per altro dobbiamo il linguaggio delle headlines, è in forte crisi anche per questo. Non dico altro per ora, però trascrivo quanto dice Tranströmer riferendosi alla traduzione (Poesia dal silenzio - Crocetti): "Dal punto di vista teorico la traduzione poetica può considerarsi un'assurdità. Ma in pratica dobbiamo credere nella traduzione della poesia". Ecco, per lo stesso principio credo si possa credere alla poesia comunque, anche se ingabbiata in certi corridoi.
    mayoor

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  9. I poeti , gli artisti in genere cercano sempre la libertà anche dove non c'è. Fuori dalla pagina, fuori dalla tela,fuori dallo spartito, fuori dall'obiettivo, fuori.Poi la trovano sempre, non tutti , dentro se stessi ed è solo in quel momento che nasce il capolavoro. Emy

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  10. l'estetica tradizionale (seguita da tutta una lunghissima filiera di poeti digiuni di filosofia) si è sempre posto il solito problema: «Che cos'è la poesia?», «Qual è la natura della poesia?», ma non si è mai posto il problema «Che cosa genera in noi l'idea che una poesia sia poesia?». Perché, dico io, in un dato periodo storico vince una «idea di peosia» a scapito di un'altra «idea»?, che cosa è che decide che una poesia è poesia? Perché alcune idee di poesia tramontano e altre, invece, si affermano? Siamo sicuri che la «nostra» idea di poesia sia concettualmente corretta?
    Ed ora passiamo al problema del «volgare» (il problema della Lingua): quale volgare? Quello piccolo borghese di Pascoli, Sereni e Giudici, quel conglomerato fatto di frittelle del «quotidiano» e di finte ostriche? (del sublime?); siamo sicuri che il concetto di «quotidiano» che hanno sdoganato Sereni e Giudici sia quello giusto e vero? E non un falso? Siamo sicuri che sia l'unico modo di intendere il «quotidiano»? Perché non fanno parte del nostro quotidiano anche il «cielo azzurro e le stelle»? E il sogno? Non fa parte anche il sogno del nostro quotidiano?
    Insomma, di quale «idea» di poesia si parla?
    Di quella di Dante della Commedia o di quella del Petrarca delle Rime? Le due cose non possono andare insieme, sono antitetiche. O l'una o l'altra.

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  11. Ennio Abate a Giorgio Linguaglossa:

    Caro Giorgio,
    ho l’impressione che tu ti voglia nascondere dietro una raffica di domande.
    Non sarebbe meglio esaminare almeno una delle risposte che sono state date finora?
    A suo tempo su questo blog (nov. 2010) avevo in tre puntate commentato un’intervista del 1993 a Fortini proprio sulla domanda «Che cos’è la poesia?». (Cfr.ad esempio:http://moltinpoesia.blogspot.it/2010/11/ennio-abate-commento-fortini-che-cose_13.html).
    Non sarebbe meglio rileggersi quelle risposte e magari ridiscuterne?
    Il link all'intervista (trascritta) di Fortini è il seguente: http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=299
    Ma vedo ora che esiste anche un video in cui egli legge qualche brano dell'intervista: http://www.letteratura.rai.it/articoli/franco-fortini-che-cos%C3%A8-la-poesia/1094/default.aspx

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  12. Una vero artista non ha un'idea idea corretta, la crea. Emy

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  13. Caro Ennio Abate,
    prima di dare risposte è bene che noi ci poniamo le domande giuste. Se no rischieremmo di rispondere (in modo erroneo) a una domanda sbagliata. L'arte di porre le Domande Giuste e quelle Vere, è propriamente, l'arte del pensiero astratto. Ecco perché a me annoia rispondere a istanze che ritengo erronee. Come si fa a rispondere a Domande erronee? L'unico modo di rispondere è riscrivere in forma (sintattica e lessicale) la domanda sbagliata in una forma corretta sul piano lessicale e filosofico. Soltanto a questo punto sarà possibile dare forma scritta alla risposta.
    Ecco perché io mi trovo in difficoltà a rispondere a domande (che ritengo errate) alle quali dovrei rispondere allegando la riformulazione di quelle domande in un altro linguaggio. E allora mi trovo costretto a ricorrere ai paradossi e alle metafore, mi trovo costretto a ricorrere a una serie di altre domande per dimostrare (indirettamente) che quelle domande che mi sono state poste non le ritengo domande ma finte domande, domande errate ed erronee a cui non si può rispondere con un discorso critico ma con una parafrasi. Insomma, dico solo una cosa: facciamo delle domande corrette se vogliamo avere delle risposte corrette. A una domanda scorretta (ed erronea) non c'è risposta che tenga.

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