venerdì 11 gennaio 2013

Ennio Abate,
In morte di Franco Pisano.

Tabea Nineo, Prigioniero, 1977 circa



abbiamo cercato insieme
gli ultimi singhiozzi
della nostra giovinezza
così simile ascetica seria
misurata sui passi di chi
denudò Das Kapital
e i suoi untori…

ma la sera
incombeva


e la stanchezza delle rughe, degli occhi
la petulanza dei bimbi
l’invocazione ansiosa, femminile al cellulare
il vocio di contorno ai tavoli del bar di La Spezia

mi promettesti di scrivere
ma è lei che ha scritto
la insopportabile Cancellatrice
troncando il finale
di quel tuo giro di frase
masticato d'ansia di sigaro e teoria

accompagnaci però
ora che sei ombra più scura
nell'immenso buio
sii benevolo
continua a discorrere con noi
per chissà quanto più di te visibili
eppur già ombre
in quest'altro sporco buio

11 commenti:


  1. La rabbia antica e il dolore attuale si mescolano in questo ricordo. L'emozione non è nascosta , ma viva. Avrei evitato la parola "Cancellatrice", che banalizza un po' questi bei versi, che sono anche rivolti ad un noi che sente il tuo dolore e la tua sensazione di smarrimento che è purtroppo("in quest'altro sporco buio" )anche la nostra. Grazie e aspetto le altre tue bellissime poesie spero presto. Emy

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  2. Dato che si riferisce ad una perdita lontana nel tempo, correggo :"dolore attuale" in - dolore del momento-. Emy

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  3. Poesia in memoria, che si fa poesia della memoria per quelle voci al cellulare, nei bar di La Spezia. La mancanza, il dispiacere per la scomparsa di un amico, un compagno, è narrata senza privato, nel luogo pubblico della poesia dove si mantiene intatto quel noi fiducioso, quell'insieme che è ben più che ideologico. E ci sta anche quello "sporco buio", anche se a me sembra un cedimento stilistico, incompleto come ogni allusione, tanto più se si tratta di un giudizio. Ma la qualità che ammiro di Ennio è quella di essere un poeta che al momento giusto taglia corto e si schiera.

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  4. Mi da l’idea di una invocazione, una preghiera affinchè “quel giro di frase” ci accompagni ancora nella palude quotidiana in questo sporco buio.
    La parola chiave "das kapital" fornisce significati pregnanti all’intera composizione. Ma anche senza quella parola la descrizione avrebbe una valenza significativa, sarebbe la descrizione di un passaggio molto importante,non certo minimalista. Enzo

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  5. Solo per dire che per me il minimalismo non ha un significato negativo,non lo escludo a priori. enzo

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  6. mai sono perfette le suture dei dolori perfetti.
    Raffaele

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  7. In quella "petulanza dei bimbi" c'è tutto, Ennio, c'è il tratto chiaro del carattere dell'uomo: la curiosità per la vita e l'intento onesto di scovarla. L'amicizia non è un disvalore, dalle tue parole lo si comprende.
    Giuseppina Di Leo

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  8. Grazie Ennio per questa poesia in cui il commosso ricordo di un comune percorso con l'amico si esprime in versi composti e incisivi.
    Mi hanno colpito le parole ombra e buio. Nell'immensità del buio si fa quasi palpabile l'ombra di chi si vorrebbe trattenere per discorrere ancora con lui.
    e parlare di"quello sporco buio" di un tempo amarissimo .
    Speculare ai versi ,col suo segno netto, l'apertura grafica.
    Ciao.
    Maria Maddalena

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  9. Il dolore scioglie la sintassi: «abbiamo cercato insieme / gli ultimi singhiozzi / della nostra giovinezza» sono tre versi semplicemente stupendi. Un senario al centro di due ottonari che, in apertura, dice molto sulla giovinezza dell’amico morto e della propria. Poi Ennio sente il bisogno di qualificarla meglio e ne evoca il comune ascetismo, la serietà, la scoperta e il confronto continuo con Marx, con chi rivelò le leggi di movimento del Capitale. Argomenti su cui non si finirebbe mai di discutere. «ma la sera / incombeva». Il verso si dimezza e la sintassi si contrae, anticipando quello che la Cancellatrice farà: «troncando il finale / di quel tuo giro di frase / masticato d'ansia di sigaro e teoria». La preghiera finale è di continuare a “discorrere con noi”. L’amico morto “ombra più scura / nell’immenso buio”, noi “già ombre / in quest’altro sporco buio”, pur non sapendo per quanto tempo ancora resteremo visibili. Così, oltre a condividere gli ultimi singhiozzi della nostra giovinezza, condividiamo con l’amico morto la condizione di “ombre” (quella sua “più scura”, quella nostra più visibile) e la qualità dei luoghi di residenza ( il suo è l’immenso buio, il nostro è lo sporco buio). Se il dolore iniziale scioglie la sintassi, quello finale l’oscura. Sempre, comunque, all’interno di un moto intimo e fortemente empatico.
    Donato

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  10. da Rita Simonitto

    Grazie Ennio per questa tua testimonianza poetica.
    Oltre al tuo dolore, attorno al quale ci si unisce fraternamente, essa ci offre un di più. Ci racconta di come, attraverso la poesia, il poeta trascenda quella che è la sua travagliata esperienza personale e la faccia accomunare a quella di altri (anche io avevo conosciuto Franco ai seminari politici di Carrara, verso la fine degli anni ’90).
    Ma i versi struggenti di Ennio non hanno avuto solo la capacità di sollecitare le emozioni individuali legate ad una esperienza comune.
    Essi sono andati ben oltre. Hanno tentato di ‘pro-gettarsi’ verso un futuro con la forza di quel “ma la sera/incombeva”.
    Quei versi posti lì, anche stilisticamente, come ineludibile cerniera tra progetti, identità similari e ciò che invece poi la realtà ci presenta, vanno a sollecitare la ripresa di un discorso che, oggi, è stato fatto precipitare nel buio.
    Vanno a ricordarci una promessa di essere presenti (“mi promettesti di scrivere”) che riguarda anche noi (“eppur già ombre/in quest’altro sporco buio”), di modo che non scenda del tutto la notte.
    Perché oggi non solo la sera incombe, ma scende precipite e ci troviamo angosciati di fronte agli untori (e non soltanto alla ‘insopportabile Cancellatrice’) i quali sistematicamente tolgono da dietro le nostre spalle ogni traccia del passaggio della storia. E noi, sempre più sperduti Pollicino, eccoci tagliati fuori da ogni contatto con un passato che ci fu e ragione di Casa, di un sentire da uomini in carne e ossa (“la petulanza dei bimbi, l’invocazione ansiosa femminile”) e di Storia (la citazione di “Das Kapital”; ottima la scelta di utilizzare il tedesco, che in questo contesto dà una sensazione ‘straniante’) nella quale si era cercato di sentirci ‘soggetti’.
    Non guardo indietro ‘romanticamente’, ma vorrei che si potessero attingere delle risorse anche da là, da un passato che fu ricco di speranze e anche di errori: e ciò attraverso lo sguardo di un oggi che piano-piano si sbarazzi degli orpelli e delle vecchie ideologie. Certo, ci saranno nuove ideologie, non ne possiamo farne senza. Ma liberiamoci almeno delle vecchie cariatidi! E, forse, la poesia - intesa come strumento - potrebbe essere utile a questo.

    [continua]

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  11. [continua]
    da Rita Simonitto

    Come ‘memorial’ in onore di Franco, non avendo altri luoghi dove farlo, chiedo a Ennio di ospitare qui questo mio ricordo che si situa, come già detto, al tempo dei seminari politici che, una o due volte all’anno, si tenevano a Massa Carrara con Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve e a cui anche Franco partecipava.
    Era una brumosa domenica di ottobre e, nonostante il tempo sfavorevole, un gruppetto di noi decise di andare su alle Cave di Carrara. Quel paesaggio desolato in cui ci stavamo addentrando mi fece una strana impressione, sembrava una metafora della poesia “Caminante” di A.Machado: “Caminante, son tus huellas/el camino, y nada màs” (Viaggiatore, sono le tue orme/la strada, nient’altro).
    Nuvole basse ci lambivano a ondate e, umidicci, frusciavano i vestiti come i nostri discorsi che continuavano quelli del seminario del giorno prima.
    L’eco delle voci si imbastardiva col rumore dei passi sulla strada sterrata al margine dei crepacci e, in un alto che non si riusciva a definire, con le strazianti grida dei cokai spinti fin lì dall’inclemenza della marina. Si sentivano irrompere ora qui, ora là, ma, loro, non si riusciva a vederli, come non si vedevano le cornacchie nidificanti nelle voragini delle cave che lanciavano versi striduli che rimbalzavano da anfratto ad anfratto. In questo luogo tormentato e così confuso tra cielo e terra ricordo che pensai “forse Dante è passato da qui” per descrivere il suo viaggio nelle viscere profonde dell’esperienza.
    E, in quella mattinata desertica da fine del mondo, improvvisamente uno squarcio di sole illuminò per un attimo una parete di bianco marmo poco distante da noi, e per un attimo la luminosità si espanse come una cascata fin giù nell’abisso nero e poi si spense. Rimanemmo attoniti, come accade quando si è di fronte al fascinans et tremendum, e di botto ammutolirono le nostre voci.
    Poi incominciò a pioggerellare e ci affrettammo, in silenzio, verso le auto.
    Grazie per l'ospitalità.

    [fine]



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