lunedì 14 gennaio 2013

Eugenio Grandinetti
[Senza titolo]



Caro Ennio,un'altra guerra è cominciata [in Mali] per i francesi e sta per cominciare per noi,e la cosa passerà ancora inosservata. C'è un odio tra gli uomini,fomentato da interessi di potere (economico,religioso,politico)che di continuo si autoalimenta. A noi resta l'indignazione,ma è ben poca cosa di fronte alla contentezza di chi con le pubbliche disgrazie (e la guerra va considerata tale) ci guadagna. D'altra parte tante altre cose ci danno nausea in questa disgraziata società.penso allo schifo di questa campagna elettorale,alle manovre dei potenti per esser sempre impuniti,alla disperazione di una società che sta andando allo sfascio. Forse è una fortuna esser arrivati al capolinea,anche se,a pensarci bene,la vita non ci (a me,a te e ad altri come noi) ha risparmiato niente. [E.G.]


Il cielo è buio,l’aria è torbida:passano
gli uccelli della morte:portano
terrore e distruzione. Crollano
le case come chine franose,gli uomini
cercano rifugi sotterranei per nascondersi
dai fulmini del cielo. Ma chi ci salverà
dalla nostra ira e dalla vergogna
d’essere infesti l’uno all’altro,ostili
ai nostri sentimenti umani,resi
dal timore reciproco strumenti
d’odio e di morte?


O morte,morte,sii pietosa,portaci
in un mondo diverso dove gli uomini
non si odiino reciprocamente,
non trasformino
il loro livore in armi micidiali
che ci scovino anche quando cerchiamo
di nasconderci,che distruggono
comunque la nostra umanità
anche nel caso
che i nostri rifugi restino inviolati.

Ma in qualche luogo
c’è una fame inappagata,c’è il timore
di rimanere come cose inerti
senza lavoro e senza dignità,di aspettare 
promesse,di sentire
rifiuti. Ma è possibile
se il fisico lo consenta
di trovare un posto durevole
facendo il militare:il salario
è accettabile,ma bisogna accettare
di essere esseri che non possono
pensare con la propria testa,ma che devono
adeguarsi al precetto che impone
di credere ed ubbidire ciecamente
e,se richiesto,anche di combattere
o,per dir meglio di abbattere
gli ostacoli che si frappongono
a una pacificazione universale,magari
con qualche guerra particolare
dove peraltro non sia  necessario
sporcarsi le mani,ma basti
premere qualche pulsante
o azionare qualche levetta.

Ma pure così
a volte si può morire
per l’atto di un attentatore suicida:
Lo scoppio allora nella piazza gremita,
il sangue che schizza,la gente che corre 
impazzita,i feriti che rantolano,l’accorrere
cauto di quelli che portano aiuto;
oppure l’esplosione
di una mina sul margine
di una strada,
l’autoblindo che sbanda,
che si rovescia,e se non si muore
schiacciati e si riesce
ad uscire dall’auto,magari feriti,
il colpo nascosto
da dietro un riparo di roccia e la corsa,
inutile spesso,al più vicino ospedale;
o comunque la morte
per altri mille modi diversi:la guerra
in fondo non è che tentare
di sfuggire alla morte
o di dare la morte
a qualcuno che cerca a sua volta
di sfuggire alla morte.

Ma per qualcuno c’è almeno il conforto
della cerimonia solenne
all’eroe che ritorna da morto,
a cui rendon gli onori
le autorità religiose
e quelle civili e militari,
con i riti solenni  e il finto compianto
di quelli che devono fingere dolore,
ma con la disperazione
di quelli che restano
soli e senza capire
perché un loro caro doveva morire.


Eppure la morte è un evento
in sé naturale:si muore per compensare
le nascite e così mantenere
un equilibrio instabile,si muore
nel proprio letto
consunti dagli anni o stroncati
da malanni incurabili;si muore
di morte cruenta,per incidenti
casuali o per infortuni
su lavoro magari causati
da un’impalcatura che cade
o della colata di un altoforno
che si versi in maniera incontrollata
o perché una pressa ci schiacci
o perché ci si impigli
in un qualche ingranaggio,
o perché cada dall’alto
di un’impalcatura un pezzo
dei tubi Innocenti,o semplicemente
perché si perda il lavoro e allora
si pensa che è meglio morire per non soffrire
l’affronto di sentirsi impotenti
ad assicurare a se stessi e ai propri cari
una vita decente.



Insomma si muore
per infinite occasioni:si muore
perché non si verifichino
accumuli  insostenibili
di popolazione. E se anche non basta
la mortalità naturale
occorre che a volte intervenga qualche 
epidemia che decimi la popolazione
eccedente almeno fino a quando
non si scopra un qualche rimedio
da applicare dapprima ai più ricchi
e poi al rimanente della popolazione,
oppure bisogna aspettare che si verifichino
o l’esplosione di un qualche vulcano
o un terremoto o uno tsunami
e intanto si lascian morire di fame
le persone o  i popoli interi
che sian marginali e magari
si offra loro del cibo di scarto
o dei medicinali scaduti
per sentirsi dire
di esser pietosi e solidali.


Ma il modo migliore
e il più controllabile
di accelerare la morte è senz’altro la guerra
che è sempre la strada più certa
che porta alla morte.
Ma la morte di tanti per altri
Significa una vita migliore. Migliore
per chi si arricchisce
con la fabbricazione delle armi
o con le forniture militari
e migliore per chi semina odio
per raccogliere consensi popolari.
E allora ben venga la guerra
che -come diceva qualcuno – è la sola
igiene dei popoli
e serve a dare soddisfazione
a disumane passioni o a limitare
nelle società più affluenti
la disoccupazione,per evitare disordini
e forse magari –dio ne liberi!-rivoluzioni
e si mantenga o si accresca
magari il divario
tra quelli che han tanto
e quelli che devon penare
per vivere giorno per giorno,e alla fine
morire di stenti con una magra pensione.


3 commenti:

  1. Ennio Abate:

    «O morte,morte,sii pietosa,portaci/ in un mondo diverso dove gli uomini/
    non si odiino reciprocamente» invoca Grandinetti in questa poesia tutta spostata su una riflessione ormai senza speranza e per l’impossibilità nella situazione odierna di una lettura storico-politica o coerentemente pacifista o coerentemente rivoluzionaria. Da qui il tono depresso e anche il ritmo appesantito delle immagini evocate con una sorta di fatalismo. La mente esplora un cumulo di immagini (case crollate, gente che si rifugia sottoterra, paura della disoccupazione, l’arruolamento negli eserciti o in truppe mercenarie al posto del lavoro che manca, attentati di kamikaze, autoblindo squarciate da una bomba collocato al margine di strade sconosciute, funerali dove i religiosi convalidano l’ipocrisia patriottica). Immagini che sono poi in fin dei conti quelle che ci passano la TV o i giornali, allineati dietro i generali e i politici che votano le spese militari e tagliano la spesa pubblica cancellando persino il fantasma del Welfare.
    È certo che viene distrutta «comunque la nostra umanità/ anche nel caso/ che i nostri rifugi restino inviolati». Ma c’è un rischio: che per disperazione si finisca per passare dalla constatazione della mortalità naturale a una sua giustificazione “scientifica” apparentemente ineccepibile («si muore / perché non si verifichino/ accumuli insostenibili/ di popolazione» all’accettazione, sia pur con parole di amaro sarcasmo e di parodia del manirettismo della guerra «sola igiene dei popoli», del fatto ( o dell’ideologia?) che « il modo migliore/ e il più controllabile/ di accelerare la morte è senz’altro la guerra/ che è sempre la strada più certa che porta alla morte» e produce vita migliore per gli altri ( i dominatori, i vincitori e le truppe dei servi o delle loro masse di manovra).
    Questo non lo concederei mai.
    Il pensiero e la poesia non si possono adagiare sulle “verità” dei dominatori. Hanno come minimo da rispondere allo sguardo delle vittime ( e perciò come immagine del post ho messo il volto interrogativo e spaurito della fanciulla africana…).

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  2. da Rita Simonitto

    Impresentabile presente

    Corrose le mie vene
    strade di febbre i passi
    le stoppie ai margini di polvere
    o marcite di piogge
    piegati gli equiseti orgogliosi
    e il sole che comunque splende
    e il mio urlo si fa roco
    e in-audito perché altri muoiono
    in battaglia
    e cadono le bombe
    e il martirio di un nemico sempre alle porte.

    Quale elegia può sostenere il ritmo di un cuore spezzato?
    Racconteremo delle perse lucciole di maggio
    con la stessa attitudine con cui si crea
    la ‘stabilizzata’ rosa, così perfetta
    che non invecchia mai, ma non profuma?

    E quando mi si dice “Come puoi piangere tu
    che qui e non là stai e che non sai
    che cos’è morire”, invece io so.
    So che ci sarà un’epica a tenere
    con canzoni di battaglia il posto delle lacrime.

    Perché io so, vili canaglie, che avete ucciso
    ogni memoria e senza indugi sui vuoti
    avete steso le trappole del politically correct.
    E perché so di queste subdole morti
    che non ne faccio un’abitudine.
    Di potere. O un gioco. O un rischio.


    (30.06.11)

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  3. Eugenio Grandinetti:

    caro ennio,avevo cercato di rispondere alla tua critica ma purtroppo non sono riuscito a far partire il mio commento (o almeno così penso,perché quanto avevo scritto non compare in calce alla mia poesia insieme alla tua critica e alla bellissima poesia della rosa che non profuma.lo faccio adesso mediante e mail.accetto la tua osservazione a proposito della disperazione non costruttiva.purtroppo corrisponde a volte a certi miei stati d'animo,forse non ingiustificati.ma questo interessa solo me e non dovrebbe far parte di quanto voglio avere in comune (comunicare) con gli altri.probabilmente modificherò in qualche parte il testo e te ne terrò informato.quanto al resto,non c'è accettazione se non fortemente sarcastica,e che in questo mi sia fatto capire.c'era ( e continua ad esserci nella mia testa) l'idea di distinguere tra una morte contro cui l'uomo è impotente e una morte in cui una diversa organizzazione sociale,una diversa cultura,una diversa ideologia potrebbero far da argine.se riuscirò a realizzare anche questa idea te ne terrò informato.cordialmente eugenio

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