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venerdì 3 giugno 2011

OMAGGIO 2
IN MORTE
DI GIOVANNI GIUDICI (1924-2011)
di Larry Massino

     
Succedon robe strane nel nostran letterativo, sopraditutto quello che dovrebbe da essere il più avanzato (a chi?): mi riferisco ai blog, che se la cantan e se la suonan e pubblican di poeti che non si posson da guarda’, ma poi...  Infatti, la poesia qui la poesia là, Sanguineti su Sanguineti giù, poi muore uno non qualunque come Giovanni Giudici e nessun gli manda nemmen un saluto. Boh.

La classifica dei blog letterari qui. L’unico che si ricorda è il bravo Giuseppe Genna  qui, che  in classifica tra i primi trenta blog non risulta (rettifico, Primo Amore si era ricordato, qui.)

venerdì 27 maggio 2011

OMAGGIO
IN MORTE
DI GIOVANNI GIUDICI
(1924-2011)


autore e titolare del copyright della foto RINO BIANCHI:rinobianchiphotographer@gmail.com

È morto in questi giorni il poeta Giovanni Giudici.  Non ha avuto gli onori della Merini. Poeta minore rispetto a lei? No, maggiore. Solo che la sua figura di piccolo borghese d’antan  - ruminatore prima    delle sue “gioie” de L’educazione cattolica (la sua prima raccolta del 1963), poi  del «vissuto dell'uomo impiegatizio nella sua versione più tetra» (Zanzotto) e infine, da vecchio, ritiratosi a Le Grazie (in provincia di La Spezia) dov’era nato nel 1924 -  non attizzava più i giornali o la TV  della società spettacolare. A differenza della poetessa Merini, tanto “folle e infelice”, la sua infelicità era troppo fredda e riservata, non  rientrava in nessuna delle  recite previste per il pubblico snob-democratico d’oggi.  Ho letto alcune anodine “preci” di poeti e critici che hanno avuto occasioni d’incontrarlo. Ne parlano compassati, attingendo ai loro antichi ricordi («Una volta, in un'intervista del 2000, Giovanni Giudici disse che Saba gli aveva insegnato la pazienza»). Una volta! Non un cenno a come si era e a come  si è  ridotta oggi l’Italia  (di sinistra), che  almeno  tra anni Sessanta e Settanta lo accolse e un po’  del suo  autobiografismo si servì.  Si buttano appunto sulla biografia (staccata dalla storia), sugli sforzi fatti da Giovannino per  uscire dalla miseria, arrivare alla Olivetti, frequentare i letterati già  col successo in tasca. Viene ricordato  pure che «letteratura e politica»  sono stati «i due interessi prevalenti della sua vita, insieme con il giornalismo». Di quale politica si tratta? Silenzio. Si rischia di dover parlare dei suoi legami col socialismo italiano e poi della sua adesione al PCI: fastidiosi fantasmi  da prima repubblica, che oggi potrebbero turbare le inossidabili speranze  dei lettori democratici.  Come fastidioso sarebbe parlare della sua vecchiaia, della malattia, della scelta di isolarsi. Un conoscente mi raccontò di come Giudici si lamentasse perché tutti l’avevano  ormai completamente trascurato o dimenticato. Capita ai comunisti. Capita ai poeti. Capita ai vecchi. Ma  per un giorno o due ci sono stati i «coccodrilli» a  piagnucolare in suo onore. Questo lo concede ancora ai poeti la Grande Stampa. Meglio lasciar perdere e rileggere o leggersi per la prima volta qualcuna delle sue poesie. Queste due che ho scelto mi paiono in tema e fuori tema allo stesso tempo. Una morte  immaginata così impiegatizia e piena ancora di sentimenti tremebondi, ma ancora “naturale”,   quasi da augurarsela rispetto a quelle che ci preparano guerre e disastri nucleari. [E.A.]