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È morto in questi giorni il poeta Giovanni Giudici. Non ha avuto gli onori della Merini. Poeta minore rispetto a lei? No, maggiore. Solo che la sua figura di piccolo borghese d’antan - ruminatore prima delle sue “gioie” de L’educazione cattolica (la sua prima raccolta del 1963), poi del «vissuto dell'uomo impiegatizio nella sua versione più tetra» (Zanzotto) e infine, da vecchio, ritiratosi a Le Grazie (in provincia di La Spezia) dov’era nato nel 1924 - non attizzava più i giornali o la TV della società spettacolare. A differenza della poetessa Merini, tanto “folle e infelice”, la sua infelicità era troppo fredda e riservata, non rientrava in nessuna delle recite previste per il pubblico snob-democratico d’oggi. Ho letto alcune anodine “preci” di poeti e critici che hanno avuto occasioni d’incontrarlo. Ne parlano compassati, attingendo ai loro antichi ricordi («Una volta, in un'intervista del 2000, Giovanni Giudici disse che Saba gli aveva insegnato la pazienza»). Una volta! Non un cenno a come si era e a come si è ridotta oggi l’Italia (di sinistra), che almeno tra anni Sessanta e Settanta lo accolse e un po’ del suo autobiografismo si servì. Si buttano appunto sulla biografia (staccata dalla storia), sugli sforzi fatti da Giovannino per uscire dalla miseria, arrivare alla Olivetti, frequentare i letterati già col successo in tasca. Viene ricordato pure che «letteratura e politica» sono stati «i due interessi prevalenti della sua vita, insieme con il giornalismo». Di quale politica si tratta? Silenzio. Si rischia di dover parlare dei suoi legami col socialismo italiano e poi della sua adesione al PCI: fastidiosi fantasmi da prima repubblica, che oggi potrebbero turbare le inossidabili speranze dei lettori democratici. Come fastidioso sarebbe parlare della sua vecchiaia, della malattia, della scelta di isolarsi. Un conoscente mi raccontò di come Giudici si lamentasse perché tutti l’avevano ormai completamente trascurato o dimenticato. Capita ai comunisti. Capita ai poeti. Capita ai vecchi. Ma per un giorno o due ci sono stati i «coccodrilli» a piagnucolare in suo onore. Questo lo concede ancora ai poeti la Grande Stampa. Meglio lasciar perdere e rileggere o leggersi per la prima volta qualcuna delle sue poesie. Queste due che ho scelto mi paiono in tema e fuori tema allo stesso tempo. Una morte immaginata così impiegatizia e piena ancora di sentimenti tremebondi, ma ancora “naturale”, quasi da augurarsela rispetto a quelle che ci preparano guerre e disastri nucleari. [E.A.]