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domenica 29 gennaio 2012

SEGNALAZIONE
Laboratorio Moltinpoesia
martedì 31 gennaio 2012, ore 18


Palazzina Liberty, Largo marinai d'Italia 1 - ingresso libero
La Casa della Poesia di Milano

Cari amici
vi segnaliamo l'incontro del Laboratorio Moltinpoesia a cura di Ennio Abate, con un pomeriggio dedicato a tre raccolte di poesia.
martedì 31 gennaio 2012, ore 18

Moltinpoesia: LA POLIS  CHE NON C'E'
Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile
Ennio Abate , Roberto Bertoldo , Gianmario Lucini 
dialogano  sulle loro recenti raccolte di poesia: 
Immigratorio, Pergamena dei ribelli e Il disgusto.

Dove andare? e correre ancora?
o ubriacarsi dondolandosi sulla soglia?
*

La tonaca dei versi mi sta stretta, 
è una benedizione falsa,

*

Mi fanno tenerezza quei che salgono sui tetti a protestare 

e vorrebbero tornare nel mondo di ieri

martedì 25 gennaio 2011

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Ennio Abate
Lettera di lamento di Karl Bis
Da "IMMIGRATORIO" (inedito)












 Alla stazione si erano salutati commossi. Si interrompeva la loro lunga amicizia. Per anni si erano frequentati quasi ogni giorno. Adesso si erano tolti ai reciproci sguardi. Ora il filo residuo con SA erano le lettere di Karl Bis, che cercò di farlo tornare. Ma Vulisse, estraneo tra estranei, s’aggirava  per stazioni, strade e solo in qualche parco per attimi si  riposava, rimuginando quelle parole. Sì, erano moti di gabbia in gabbia i suoi e  sapeva che all’amico ormai giungevano opachi e indecifrabili. Lui dal presepe s’era tolto e accusava l’altro d’esserci rimasto  e di non intendere più quel suo dolore da supermercato, le acrobazie che faceva tra pensioni e strade, il vento di folla ignota che lo sfondava e  portava via la comune, giovanile elegia. La speranza sua stava in quel vento. Ma sentiva di esagerare quando diceva che l’amico era rimasto nello stagno, nella pausa, sotto i cieli calmi o le cupole gloriose da secoli inerti.

Per la comune miseria assieme condivisa
e il duraturo malessere che s’ammucchiò poi
alla rinfusa nei giorni, per la marcita di silenzio
ch’oggi copre quel passato, ripeterò ossessivo
il saluto, l’atto paziente e gentile della parola
dinanzi all’oscura maturazione che ti staccò da noi.
Una volta servì a vigilare - ricordi? -
sul continuo morire della vita circostante.


(Ma cumm’e fatt a te ne ì, a stà senza nuie?
Nun putive sta ccà, sì, miezz’a sta miserie?
Nu vire quanta marvagità s’accocchia juorne
doppe juorne? Cumm’uve abbandonate
a vita nun sona chiù. Ah, si te truvasse e te
putesse chiamà pe nnome! Tenghe pronte
na parole gentile cumm’a chelle ca mettene
tranquille e malate ca tenene paure e murì.[1])