Nella nostra mailing list Enzo Giarmoleo ha posto un problema: se uno mette in versi (trascrive più o meno fedelmente) un articolo in prosa, fa poesia? Qui propongo un altro "esperimento": se uno afferra qualcosa di reale dell'altro e ha cognizione del suo dolore e lo scrive "bene", fa della prosa o della poesia?
Proviamo a parlarne a partire da questo pezzo di Luciano Roghi...[E.A.]
Mario è nato e cresciuto nella stessa casa dove ha abitato sino a due giorni prima della morte.
Settantaquattro anni di vita all’interno delle stesse mura, prima con i genitori, e successivamente con l’unico fratello, con il quale da anni non condivideva quasi nulla più . Troppe rabbie immotivate (rancori che nel tempo si erano trasformati in silenzio), avevano diviso inesorabilmente i due.
Un buco alla gola era l’esito di un intervento che Mario aveva subìto molti anni prima a causa dell’insorgenza di una grave malattia. Come un proiettile che in un lampo gli aveva asportato la massa malata e con essa le corde vocali, egli si era ritrovato senza più voce.
Alcune vite, di per sé già silenziose, sembra necessitino per una strana beffa, di un ulteriore mutismo, quasi a suggerire che il loro racconto oltre a non avere importanza, non meriti neppure di compiersi.
