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domenica 22 gennaio 2012

Luca Ferrieri
Cinque poesie


*
Mia madre aveva l'auto bloccata nel traffico
e io l'attendevo al cancello col cuore in gola.
Per un ragazzo è semplice capire che la vita
cessa: è quando non ha più suono quel grembo.
Mi è capitato anche dopo, nelle corsie,
l'ho vista controluce sul mare che rovesciava
la notte. Appena il medico ha scosso la testa
ho riconosciuto la mano dal finestrino.
La mia infanzia al muro come un quadro
o un'esecuzione. Non ha avuto più asilo.
E la notte mi sveglio pensando: come potrò
portarla al pronto soccorso se è già morta.
Mia madre è stata l'infanzia, la sola vita
vera. Quando aprì il gas la salvarono
quelle due cucciole batuffole, noialtri
eravamo tutti via.

venerdì 30 dicembre 2011

Giorgio Linguaglossa
La grande casa
immersa tra gli aranci


G. Zannini

La grande casa immersa tra gli aranci.
U
n vento freddo la percorre a ritroso.
Nel cofanetto, i gioielli di mia madre, il bocchino d'avorio,
le lettere avvolte in un nastro azzurro, il quaderno viola dove è scritto
                                                                                           
[ il destino.
Sullo stipite del tempo, l'algida immortalità dell'angelo:
"Vivete in casa e la casa non crollerà."

sabato 13 marzo 2010

Ennio Abate: UNA PICCOLA DON CHISCIOTTE, FORSE... Otto appunti su «Katana e altre poesie» di Anna Ciufo ( gennaio 2008)

1.

Katana e altre poesie non è un’autobiografia distesa in versi. Nel libretto (una cinquantina di pagine pubblicato nel 2007 da Spring Edizioni, prefazione di Gerardo Zampella e postfazione di Maria Olmina D’Arienzo) gli indizi che incoraggerebbero in tale direzione sono assai scarsi e cifrati. Ciufo allude alla sua vita nei modi sempre obliqui della poesia. Facile supporre che il «tu», a cui si rivolge, è maschile, è la persona amata-odiata, col fantasma della quale fa i conti, da quando il legame deterioratosi ha lasciato soltanto rovine (le «nostre rovine», p. 9). Ma, in tutta la scena di questa poesia, gli altri (i «voi», la gente: amici, conoscenti, o anche sconosciuti) sono labili comparse. Sola eccezione la Madre - maiuscola! - a cui è dedicato L’ultimo canto (pag. 47). In questo componimento gli altri sono chiamati per attimi come testimoni quasi per accertare la fisicità della dolente figura materna («Voi l’avete vista camminare come in trappola, / misurare la lunghezza della propria inquietudine / navigando vie senza timone né rosa dei venti», p. 47), per svanire subito. Resta solo la figlia invocante: «Madre, lontana, / madre sfuggita al mio pianto in un assaggio d’alba / che ha leccato il buio con violenza» (p. 47). Gli altri, la società, il mondo “reale” fanno, dunque, da fondale sfuocato, ma minaccioso e fonte di insicurezza. La seconda sezione (Cronache), sviluppandosi in discorso meno secco e più disteso della prima, accenna pure a una «città frolla, sfaldata» (p. 33) e alla tipologia dei suoi abitanti: «quelli che anneriscono il buio con la violenza, / gli ometti con le pose da grand’uomo, / gli oratori senza convinzioni, / i giornalisti che sterzano fra false notizie, / chi senza vanga dissoda terre / e le semina a pietre» (p. 34). Ma, come per il «tu» e il «voi», questa folla, catturata da attività poco indagate e rese per vaghe metafore, che disturba e che sta comunque per conto suo, non interessa davvero: è anzi da mandare «al diavolo» (p. 34).