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martedì 10 aprile 2012

Rita Simonitto
Senso, religiosità, chiese e poesia.


Riflessioni sul post * IMoltinpoesia (2). La sporca religione dei poeti.Dialoghetti a puntate tra Samizdat e Poeta Invisibile” del 17 marzo 2012 

Quasi a voler chiudere frettolosamente il post del 17 marzo 2012, Ennio dice: “Sapevo che questo secondo dialoghetto sarebbe stato accolto con gelo o irritazione. Ringrazio comunque i pochi commenti finora ricevuti”.
Credo invece che sia il tema ad essere un po’ ostico in quanto si presta a discorsi troppo carichi emotivamente e ideologicamente per cui si passa con facilità dal registro dell’analisi a quello delle opinioni. Ma, pur riconoscendo questi limiti, potenziati anche da quel particolare mezzo di comunicazione che è il Blog, da qualche parte bisognerà pur incominciare.
Un ulteriore limite, di natura diversa e ben più importante, è anche costituito dagli strumenti interpretativi di cui oggi possiamo disporre: purtroppo non è possibile fermarsi ai soli “illuminismo e marxismo come solida base”, come farebbe intuire Samizdat, in quanto ogni strumento interpretativo muta (o dovrebbe mutare!!) conformemente alla realtà che esso interroga.

martedì 13 settembre 2011

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Rita Simonitto
Casa miseria




Luna allo spasimo alla finestra
tra listelle e vetri insudiciati,
ginocchia col sale che brucia alle giunture
per scale senza fine, estraneità percettiva
che porta a contare i passi dei gradini
e sale impudica la voglia, segnare i pianerottoli
di piscio come liberi gatti
eppur legati anch’essi a un territorio.

Casa miseria che non dai pace né pur la prendi
dalle pene di un mondo che invano arrota i denti
e invano tu mostri quaderni dove hai segnato
con cognomi e nomi i traditori
ma se nessuno ascolta
si impiglieranno le voci come refoli d’aria
su dai camini spento ogni fuoco. Oramai.


05.08.2011

lunedì 13 giugno 2011

SCRIVERE AL PRESENTE
Rita Simonitto
Sulla velocità del tempo
e la poesia
come tentativo di presentificare l’assente


A volte, e non solo a volte, la velocità del tempo e degli eventi supera le nostre misere risorse per cui facciamo davvero fatica a starci dietro: dopo pochi giorni ciò che avevamo in animo di dire sembra essere già in via di superamento, nel senso che dell’altro ha preso quel posto.
Proprio in risposta a questa situazione di continuo (anche se a volte apparente) superamento dei fatti, io tento di intervenire utilizzando il dire poetico, ovvero tento di rappresentare attraverso di esso (poi non so con quali risultati) le sensazioni, i ricordi e le riflessioni che mi sono state sollecitate nell’immediato da quel particolare evento. Il quale, a questo punto, cessa di essere delimitato/definito da un nome, o da una situazione ‘precisa’ (a meno che questa stessa non richieda esplicitamente di essere nominata) e si trasforma invece in un personaggio, in una “funzione rappresentativa”. In questo modo, la poesia ricorda a me quel singolo momento e al lettore momenti analoghi in cui si sono verificate quelle specifiche congiunture.
Il problema che si pone, e che è un grosso problema, è quello di riuscire ad esprimere nel particolare una risonanza universale. Credo sia questa una delle funzioni della poesia. Qui rimane lo sforzo della memoria storica personale/collettiva affinchè il tempo che passa non si trasformi in un tempo ormai senza parole. Con tutta la pena che il ricordo comporta quando si rapporta con la luce della verità, ma anche il confronto con l’abuso del ricordo come arroganza o melanconico rifugio. [R.S.]

Illusioni perdute

Immagina che venga giorno, anche se mutevole di sole
e di equilibri stanco e di promesse. E che ogni senso
tenda ancora antiche corde irriconoscibili a dirsi
e sleghi ipotesi di nebbia a pali ormai vetusti.

lunedì 21 febbraio 2011

CONTRIBUTI
Rita Simonitto
Sulla poesia
(che scrivo rigorosamente
in minuscolo!)



Lettera a E.A.

Caro Ennio,

anche se non ho avuto il tempo materiale di rispondere volta per volta, ho seguito con interesse il dibattito sulla poesia fra te e Leonardo Terzo sul blog MOLTINPOESIA.

Vorrei esprimere qui alcune mie riflessioni che non hanno certo una competenza specialistica ma penso possano servire, così come, immagino, possa servire ogni valutazione che viene da un osservatore esterno.

Ci fu un tempo in cui anch’io credevo nella Poesia, nell’Arte, nella Psicoanalisi, nella Lotta di Classe, nel Comunismo… (ovvero quello che tu descrivi come “ciò che abbiamo desiderato o sperato: cose o persone o mondi, che allo stesso tempo ci apparivano (o credevamo potessero essere) belli e buoni e giusti e umani o magari santi”) [da E. Abate, Sulla Bellezza e oltre]…e poi, purtroppo non molto POI,  ho scoperto che si creava uno stato di  perniciosa confusione non solo tra il nostro, sia pur legittimo, desiderio e la realtà, ma anche, metodologicamente, fra quello che è il lavoro di astrazione (che poi deve confrontarsi, volta per volta, con il concreto, anzi, con i vari aspetti del concreto) e quello che è il processo di assolutizzazione e generalizzazione.
Nello stesso tempo, però, poiché ‘esiste’ anche la percezione soggettiva di quell’istante fugace in cui si realizza quella specie di unione ‘mistica’ fra il desiderio e la sua realizzazione, o, in campo estetico, tra contenuto e forma -  e questo non lo possiamo negare -, rimane il problema di come ciò che potrebbe essere un puro ‘delirio soggettivo’ (anche in senso clinico) si possa trasformare in un patrimonio esperienziale della collettività. Ed è qui che, secondo me, iniziano i problemi.

giovedì 7 ottobre 2010

Rita Simonitto POESIE


Sera

Lievità di sera il cavallo piange.
Nebbia d’unghia bruciata
rende lattescente la contrada
e offusca i contorni delle cose.
La soffusa dolcezza illanguidisce
i sensi ma non paga
la perduta ebbrezza della corsa
miraggio ormai vetusto
seppur ancora valido
a contrastare il tiro quotidiano.
E il morso.

(30.03.1982)