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sabato 13 marzo 2010

Ennio Abate: UNA PICCOLA DON CHISCIOTTE, FORSE... Otto appunti su «Katana e altre poesie» di Anna Ciufo ( gennaio 2008)

1.

Katana e altre poesie non è un’autobiografia distesa in versi. Nel libretto (una cinquantina di pagine pubblicato nel 2007 da Spring Edizioni, prefazione di Gerardo Zampella e postfazione di Maria Olmina D’Arienzo) gli indizi che incoraggerebbero in tale direzione sono assai scarsi e cifrati. Ciufo allude alla sua vita nei modi sempre obliqui della poesia. Facile supporre che il «tu», a cui si rivolge, è maschile, è la persona amata-odiata, col fantasma della quale fa i conti, da quando il legame deterioratosi ha lasciato soltanto rovine (le «nostre rovine», p. 9). Ma, in tutta la scena di questa poesia, gli altri (i «voi», la gente: amici, conoscenti, o anche sconosciuti) sono labili comparse. Sola eccezione la Madre - maiuscola! - a cui è dedicato L’ultimo canto (pag. 47). In questo componimento gli altri sono chiamati per attimi come testimoni quasi per accertare la fisicità della dolente figura materna («Voi l’avete vista camminare come in trappola, / misurare la lunghezza della propria inquietudine / navigando vie senza timone né rosa dei venti», p. 47), per svanire subito. Resta solo la figlia invocante: «Madre, lontana, / madre sfuggita al mio pianto in un assaggio d’alba / che ha leccato il buio con violenza» (p. 47). Gli altri, la società, il mondo “reale” fanno, dunque, da fondale sfuocato, ma minaccioso e fonte di insicurezza. La seconda sezione (Cronache), sviluppandosi in discorso meno secco e più disteso della prima, accenna pure a una «città frolla, sfaldata» (p. 33) e alla tipologia dei suoi abitanti: «quelli che anneriscono il buio con la violenza, / gli ometti con le pose da grand’uomo, / gli oratori senza convinzioni, / i giornalisti che sterzano fra false notizie, / chi senza vanga dissoda terre / e le semina a pietre» (p. 34). Ma, come per il «tu» e il «voi», questa folla, catturata da attività poco indagate e rese per vaghe metafore, che disturba e che sta comunque per conto suo, non interessa davvero: è anzi da mandare «al diavolo» (p. 34).