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venerdì 30 dicembre 2011

Giorgio Linguaglossa
La grande casa
immersa tra gli aranci


G. Zannini

La grande casa immersa tra gli aranci.
U
n vento freddo la percorre a ritroso.
Nel cofanetto, i gioielli di mia madre, il bocchino d'avorio,
le lettere avvolte in un nastro azzurro, il quaderno viola dove è scritto
                                                                                           
[ il destino.
Sullo stipite del tempo, l'algida immortalità dell'angelo:
"Vivete in casa e la casa non crollerà."

martedì 25 gennaio 2011

CONTRIBUTI
Donato Salzarulo
«Cartoline dai morti»
di Franco Arminio.
Appunti di lettura













  So che morirò, ma non lo credo
                                                                    J. Madaule

Al termine della lettura dell’ultimo libro di Franco Arminio, «Cartoline dai morti» (Nottetempo, 2010, pagg.137, euro 8,00), mi è tornata in mente una massima di Spinoza. Cito a memoria: l’uomo libero su nessuna cosa riflette meno che sulla morte. La sua sapienza non è meditazione della morte, ma della vita.
In fondo, mi sono detto, i morti non scrivono nulla e chi attribuisce loro delle cartoline è un abile e sperimentato scrittore vivo (io preferirei di più definirlo poeta) che utilizza questa intelligente finzione per parlare d’altro. Della vita, direi. Della vita dei singoli e di tutti che sappiamo tragicamente mortale. Ogni storia deve finire / ogni pigna di glicine sfiorire.
E’ probabile che il filosofo olandese, come Epicuro - ricordate? La morte non ci riguarda, finché viviamo non esiste e, quando sopraggiunge, noi non ci siamo più - , mascherasse dietro quel suo pensiero la disperazione, l’angoscia del dover, comunque, morire. Probabile che volesse convincersi di un pensiero di cui forse non era intimamente convinto; non è escluso che stesse esorcizzando. E’ vero, però, che della morte parlano solo i vivi. In chiusura, è l’autore stesso a confessarlo: «I morti non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina.» (pag. 136)

giovedì 2 dicembre 2010

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Lucio Mayoor Tosi
Non avendo figli, non avendo













Non avendo figli, non avendo
guardo quelli degli altri. Un bel pericolo scampato da me che
ho per madre una margherita e so farmi fiume cantando
e poi figlio specchio parlante e distratto dalla vita di un filo
di lana. Non comune. Non comunemente e disgraziatamente
padre uomo generoso dalle scarpe enormi...

Figli, diventare angeli custodi e poi morti da ricordare 
diventare i morti dei figli, e solo di loro. Anche da morti? 
E poi, come ci si va sulle stelle se si hanno ancora pannolini 
da cambiare a persone di quarant'anni?

I padri restano come non si spengono le candele prima
di essersi consumate. La lirica insegna alle fiammelle
come rimanere luce sulle fotografie anche dopo, anche quando
la candela si sarà consumata... anche se non ci fosse mai stata
la candela. 

Morendo non avrò nulla da consegnare, nulla che non sia
già stato dato. Non dipende da me, come non dipende dai padri
e dalle madri essere ciò che sono. Nessun ricordo
ma la continua presenza senza fatica o morte.

Morte, bella parola per finire.