giovedì 23 febbraio 2012

CRITICA
Traduzioni: a che punto siamo oggi?


Il problema del tradurre ricompare a sprazzi nei discorsi che si vanno facendo sul blog o nella mailing list dei moltinpoesia. Se ne è parlato  di recente a proposito di una poesia di Wislawa Szymborska e adesso nella segnalazione del poeta Weldon Kees. In passato in un post, stranamente  a zero commenti, erano apparse le traduzioni di Marcella Corsi dai "Poems" di Katherine Mansfield (qui). Sarebbe ora di ripensare l'arte del tradurre e del tradurre poesia affrontando  il senso che hanno tali operazioni oggi, quando culture varie s’intersecano, si sovrappongono o confliggono nel dramma di una globalizzazione caotica. Per dare una spinta alla riflessione pubblico  due testi: il primo di testimonianza diretta, quella di Francesca Diano, traduttrice di professione (Cfr. sua nota biobibliografica qui ), "L'arte del tradurre"  tratto dal blog "Il Ramo di Corallo" (qui); il secondo (di inquadramento  della storia della traduzione poetica nell’Italia del Novecento) è un intervento di Luca Lenzini del Centro F. Fortini di Siena in occasione della presentazione del libro «Lezioni sulla traduzione di Fortini» curato da Maria Vittoria Tirinato (qui).


Francesca Diano, L'arte del tradurre

Tradurre, è un’arte o una scienza?


Per chi è convinto del secondo caso, in italiano è ormai in uso il termine, che io trovo orribile, di “traduttologia”, esso stesso traduzione del francese “traductologie”. Meglio, molto meglio, se è questo il modo in cui la si intende,  ”teoria della traduzione”, che si apre a campi molto più vasti del freddo traduttologia, che tanto mi suona come tuttologia e che relega in una sorta di obitorio livido le competenze e le qualità letterarie che un traduttore deve avere.
Siamo sommersi da studi, saggi, convegni sulla traduzione, ci sono dipartimenti universitari ad essa dedicati eppure, e so di suonare blasfema, di essere una voce fuori dal coro, di scandalizzare gli “esperti” arroccati nella loro accademia, sono convinta che tutto questo a poco serva.

mercoledì 22 febbraio 2012

SEGNALAZIONE
Weldon Kees


Questa qui sotto, nella versione di Damiano Abeni e assieme ad altre poesie scelte e a brevi notizie sull'autore, si legge sul sito Le parole e le cose (qui).[E.A.]

RAGAZZA A MEZZANOTTE
Poi cammina avanti e indietro, o rigirati nel letto
mentre i proiettili, freddi, ciechi, sibilano a ritroso dal centro del bersaglio,
e di’: “Non rifarò quel sogno. Non sognerò
sussurri da tempo consumati che svaniscono per i corridoi
che attraversano palazzi che non ho mai conosciuto;
lo schiocco dei guanti di gomma; il bimbo alto, cieco,
che grida il mio nome; le lenzuola macchiate
di un’altra ragazza. E poi una campana cupa,
che risuona dentro le ombre al freddo,
disturba lo schermo che è la mia testa nel sonno.
—Il tuo volto non è mai sereno. Rimani sempre
su soglie carbone, al buio. Parte del tuo volto
è scomparso. Dici ‘Solo farla finita con questo accidenti di mondo.
Nebbie contagiose calano. Cristo, potremmo morire
come a volte fanno i cervi, le corna impigliate,
marcendo nella neve’.

martedì 21 febbraio 2012

Mario Mastrangelo
Pe' carnevale



Pe'  carnevale                                                   

Aggio deciso,                                                                
pe' carnevale                             
me voglio veste                                     
ra uno normale,                                                 
e ghì' giranno,                            
allegro, sicuro,
miez'  a curiandule
'e tutt' 'e culure.

lunedì 20 febbraio 2012

Ennio Abate
Su sacro e poesia



Marilena De Angelis, Sacro e profano
  La rilettura attenta di un post “vecchio”  e dei suoi commenti è un esercizio criticoche permette di capire meglio cosa carichiamo sulla navicella del Laboratorio Moltinpoesia. Mi sono riletto in questi giorni lo scambio di opinioni espresse su poesia e sacro nel post intitolato "Rita Simonitto, Sugli ultimi commenti  apparsi in Moltinpoesia" [qui]. Ed ecco le mie riflessioni. [E.A.]

Tanti i dubbi (spero fecondi) leggendo i vari commenti. Li sistemo per punti schematici e li ripropongo magari in tutta la loro  immediatezza e probabile rozzezza, ragionandoci a modo mio, senza  troppe stampelle teoriche, con l'intento di rilanciare la discussione e trovare anche qualcuno/a  che mi aiuti a dipanarli:

1. Il sacro sarebbe «ciò che non muta»? Ma c’è davvero qualcosa (sacro o meno) che non muta? C’è qualcuno/a che l’ha raggiunto ed ha accertato (intellettualmente) o sentito (emotivamente) questa sua immutabilità? E come si fa a dichiarare immutabile qualcosa se non si ha la possibilità di conoscerla o sentirla? Qualcosa, cioè, d’ignoto, di cui - si dice (dice Mayoor, ad es.) - si sente «l’influsso… notevole… come quando vai al mare e lo senti ben prima di arrivare». Al mare ci arrivo e posso accertarmi in qualche modo che ho sotto gli occhi  proprio mare. Il sacro, invece? Chi mi assicura che il qualcosa a cui mi avvicino o che vedo/sento sia proprio il sacro?

venerdì 17 febbraio 2012

Donato Salzarulo
Il gatto di Fortini


Caro Ennio, ho trovato il tempo, oggi pomeriggio, di dare un’occhiata al blog dei Moltinpoesia e ho letto…Incredibile! Ho pensato che il modo migliore di rispondere a certe sciocchezze sia quello di cominciare a pubblicare il materiale dormiente nei file. Ho scritto “Il gatto di Fortini” nel novembre 1997. Servì da base alla conferenza tenuta nello stesso periodo al Centro “Guido Dorso” di Avellino. Insieme a me c’era Graziella Spampinato. Lei parlò di Zanzotto. Confrontammo i due poeti…A distanza di quasi 15 anni, ritengo, senza falsa modestia, che il pezzo regga ottimamente e dica ancora molto al sottoscritto e a tutti noi. Penso che vada molto bene per avviare, dopo l’appello, scioccamente contestato, il “cantiere” su Fortini. Puoi pubblicarlo sia sul blog dei Moltinpoesia che di Poliscritture Ciao Donato 

 Del tuo timido gatto...

Del tuo timido gatto
che scendeva la scala
dell'orto la mattina
con la sua ombra fina
lungo le terrecotte

cosa è rimasto? Nulla
fuor che l'impronta impressa
dalle sue zampe nella
gettata di cemento
dove annusava incerto

Maria Maddalena Monti
e Lucio Mayoor Tosi
Oltre il paesaggismo

Maria Maddalena Monti e Lucio Mayoor Tosi aprono qui, con una introduzione in comune e due loro poesie, una riflessione sul rapporto con la natura devastata dall'intervento umano. [E.A.]

E' nella natura che possiamo scorgere la via da intraprendere, e forse ce ne stiamo dimenticando. Siamo così presi da noi stessi e dalle nostre faccende che non ci accorgiamo dell'aria che respiriamo, della devastazione che stiamo creando intorno a noi. Non ci preoccupiamo del pianeta dove abitiamo, forse perché non ne sentiamo individualmente la responsabilità. Ma la responsabilità di cosa stiamo diventando è in ciascuno, riguarda individualmente tutti. Avere uno sguardo capace di guardare alla vita nel suo insieme non significa abbandonare le necessità quotidiane, non significa rinunciare a battersi per i propri diritti. Al contrario, significa dare alle istanze un obiettivo che va oltre le questioni economicistiche, è questione di sopravvivenza in senso lato. Offre obiettivi che, pur comprendendoli, vanno oltre gli interessi delle categorie sociali. I responsabili della devastazione sono gli stessi che ci costringono a vivere secondo leggi idiote perché distruttive, e che quindi ci vorrebbero idioti e distruttivi al pari di loro. Per i poeti però non si tratta più di fare paesaggismo, serve ben altro. I poeti possono generare attenzione alle cose, risvegliare memorie, aiutare la gente a rendersi conto delle ragioni per cui sono/siamo al mondo. E non occorre essere militanti teorici, non occorre schierarsi, non è più questione di ideologie. Capire e vedere aiuterà a capire e a vedere. I poeti non hanno da far sentire alcunché  perché la sensibilità è già nelle persone, non proviene dai poeti. I poeti possono farci affidamento. Se così intesa, anche una breve poesia sulla neve può fare più di tante chiacchiere. Non risolverà le difficoltà ma darà un senso, una direzione diversa che oggi quasi non si vede perché occultata da interessi di parte che sfiorano la pazzia. Altrimenti, se non è già così, pazzi lo diventeremo tutti.

giovedì 16 febbraio 2012

Francesca Diano
Il Minotauro


Io mi sono perduto in quest’abbaglio
Di terra e pietre il cui disegno esatto
Mesce follia e ragione.
Io nacqui alla vendetta che mia madre
Pasifae – tacque agli dei. Il mio nome
È Asterione e pur del nome m’hanno depredato.
Ma io divino sono
Ché in me riverberando
L’impronta della luce di Elio
Si fa bestiale traccia dell’origine
Tutta della stirpe dell’uomo.

mercoledì 15 febbraio 2012

SEGNALAZIONE
Cantieri di "Poliscritture":
Su Fortini (per "Poliscritture" n. 9)



Pubblico la traccia di lavoro approvata dalla redazione di "Poliscritture". I collaboratori possono inviare suggerimenti, proposte e contributi (testi non superiori alle 15mila battute, spazi inclusi) a poliscritture@gmail.com [E.A.]
“Poliscritture” n. 9 in preparazione/ invito alla collaborazione sul tema: 
FORTINI (1917-1994):  BUONE ROVINE PER ESODANTI VECCHI E GIOVANI

«…‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela vostra, trasformatela. Combattete!’ » (Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani,  Boringhieri, Torino, 2000)


1.C’è il “Fortini poeta” (titolo dei saggi su di lui scritti da Luca Lenzini). Riproporlo a quanti dopo di lui hanno continuato o cominciato a scrivere poesie. Misurarsi coi suoi versi di una vita, da Foglio di via a Composita solvantur, può essere un primo percorso di lavoro. Farlo liberamente (su  alcuni testi o raccolte ritenute “esemplari” o che parlano alla soggettività del lettore-critico) o in modi mirati (ad es. scegliendo  alcuni suoi testi “difficili”) e vedere come reagiscono di fronte ad essi  i moltinpoesia d’oggi: come interrogano questa sua poesia, come sono interrogati da essa; potrebbe essere interessante tentare degli “esercizi di rifacimento” ( non di imitazione) proprio per misurare vicinanze e distanze.

lunedì 13 febbraio 2012

SEGNALAZIONE
Stefania Portaccio a Milano
e 5 poesie
da "Brodskij di notte"

giovedì 16 febbraio,  ore 18.30

LIBRERIA LINEA D’OMBRA
via San Calocero 29 - Milano
lettura di poesie e presentazione di
LA MATTINA DOPO
di Stefania Portaccio
Passigli Editori

Sarà presente l'autrice, a dialogo con Stefano Levi Della Torre, saggista e pittore, 
e Giulia Niccolai, fotografa e poetessa
Scompaio da una vita appaio in posa
ammiraglia
sola in coperta – il vento gonfia
la nave solca e i pasti
si preparano soli
e i tasti picchiano
e le frasi s’inseguono
come delfini a prora
muto e solerte è l’equipaggio mentre
scompaio da una vita
d’altrove vivo
di questo
scrivo

Gianmario Lucini
La polis che non c'è (4).
Su "Pergamena dei ribelli"
di R. Bertoldo


Proseguendo il discorso su La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile  ecco gli appunti della lettura di G. Lucini  su "La pergamena dei ribelli" [E. A.]
Appunti su La pergamena dei ribelli, di Roberto Bertoldo
“Pergamena” rimanda alla testimonianza di una vicenda ormai chiusa storicamente. I “ribelli”, nell’intenzione della raccolta, sono coloro che non accettano le regole (incivili, inumane o inumanistiche) un “sistema”, che però si dà per vincente. Un messaggio alla posterità, visto che oggi nessuno vuole udirlo. Tono, dunque, di forte pessimismo, ma non di scoramento. Se “resa dei conti” deve esserci, lo sarà dopo questa era, in un futuro salvifico ma che deve avvenire (la speranza – nell’uomo, anche). Messaggio a futura memoria, dunque, perché col presente non è possibile alcun dialogo.

Gianmario Lucini
La polis che non c'è (3).
Su "Immigratorio" di E. Abate

Proseguendo il discorso  su La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile pubblico pubblico gli appunti di di lettura di G. Lucini sulla mia raccolta Immigratorio [E. A.]
Appunti per una lettura di “Immigratorio”, di Ennio Abate
“Immigratorio” è un’opera polimorfa, non nel senso di avere più di una forma (è, anzi, un qualcosa in sé unico, anche se sulla scia di diverse scritture, anche italiane: mi viene in mente ad esempio a Giovanni e le mani, di Fortini) ma nel senso che sta dentro la logica di diverse forme di scrittura. E’ un romanzo storico, ma è anche un poema, è un racconto personale di vita e di identità ma è anche un racconto paradigmatico e generazionale o anche di classe (quella degli immigrati), è un’opera di poesia, ma anche una testimonianza sociologica che tratta dell’incontro di due realtà ambientali molto diverse e, infine, capace di alludere anche alla realtà dell’immigratorio contemporaneo, dai paesi poveri al nostro Paese. E infine vi è il risvolto linguistico che fa dialogare lingua e dialetto in maniera viva e sinergica.

domenica 12 febbraio 2012

Giorgio Linguaglossa
Su "Sensi e sentimento dei sogni"
di Laura Sagliocco

Laura Sagliocco Sensi e sentimento dei sogni Campanotto, Udine, 2011
Scriveva nel 1969 Franco Fortini: «L’attitudine (e l’uso) del dialetto, e dei gerghi e – al limite – della lingua privata è l’altra faccia della costituzione di nuovi linguaggi internazionali. Scrivo un verso in italiano e so di scrivere in una lingua morta, in un dialetto agonizzante; scrivo invece queste righe traducibili in qualsiasi congresso con prenotazione alberghiera, presidenza e microfoni, e so di star scrivendo una specie di latino, nella lingua della clericatura. La dolce e infame anarchia del ghetto fa fiore e muffa per entro il Sacro Capitalistico Impero».
Questo libro d’esordio della romana Laura Sagliocco è un tipico prodotto del Sacro Mediatico Impero, e lo dico nel senso migliore, nel senso che la Sagliocco mette in mostra l’autobiologia delle proprie esperienze di vita in modo davvero sorprendente; una poesia di rabbia e d’amore, passionale, ben scandita su un verso libero che corre veloce senza mai tradire alcun impaccio.

giovedì 9 febbraio 2012

SEGNALAZIONE
Prossimo incontro
del Laboratorio Moltinpoesia



martedì 14 febbraio 2012, ore 18
I MOLTINPOESIA UNO PER UNO 
a cura di Ennio Abate
GIORGIO MANNACIO, DALLA PERIFERIA DELL’IMPERO

Di quel delitto atroce,
di quegli atti meschini e innominabili
solo un ritratto fu testimone
e non ha voce

Introduce Sandro Bajini 
  La Casa della Poesia, Palazzina Liberty, Largo Marinai d'Italia 1,Milano 
 Ingresso libero

Giorgio Linguaglossa
Su "Senso comune (2004-2009)"
di Jacopo Galimberti


Jacopo Galimberti Senso comune (2004-2009)Le Voci della Luna, Milano, 2011



Recentemente mi è stato chiesto di commentare una mia affermazione che qui riporto per comodità del lettore: «La poesia che ha luogo nel Moderno è come un compasso che giri a vuoto o un binocolo che spii l’orizzonte immobile; disarcionata dalla sua sella, la poesia moderna è costretta a un perenne ricominciare daccapo, una fatica di Sisifo se volete, un riprendere a tessere la tela che la notte disbroglia, ad un tempo Cloto, Lachesi e Atropo...».
In premessa, resta un punto da illuminare: quello della differenza tra il discorso poetico di finzione e il discorso poetico (e narrativo) referenziale: il romanzo poliziesco versus il rapporto di un commissariato di polizia, la verosimiglianza contro la verità (il documento a validità legale contro il documento a validità estetica). Il racconto storico versus la Storia.

martedì 7 febbraio 2012

Ennio Abate
La polis che non c'è (2)
Su "Il disgusto"
di Gianmario Lucini

Pubbblico la seconda parte dell'intervento (rivisto e approfondito) fatto durante l’incontro  del  Laboratorio Moltinpoesia del 31 gennaio 2012 intitolato La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile. Essa è dedicata a "Il disgusto" di Gianmario Lucini. [E.A.]
 
 
1.  L’affermazione nella Nota dell’autore (Bertoldo) in Pergamena dei ribelli:  “la poesia non proviene dal nostro gusto ma, piuttosto, dal disgusto”  può ben introdurre alla raccolta di Lucini.

Il ‘disgusto’ è, infatti, non solo il titolo di queste poesie, ma anche il sentimento che vi domina. Rispetto a Bertoldo, però, quello di Lucini  è un disgusto espresso da un “io minore”. Il suo sguardo  è dal basso ed ansioso. Non è l’io eroico (romantico) di Bertoldo. Egli muove da una “morale di servi” di matrice cristiana, non quella di signori. Ne parlò con grande realismo storico e antropologico Fortini in  un passo di Insistenze che riporto in nota.[i] Lucini proviene da questa cultura cristiana combattiva e non chiesastica. E mentre Bertoldo contrappone “ribelli” e “uomini mediocri”, egli distingue i poveri, termine antico (e problematico),  dalla gente, termine oggi abusato, che occulta  le differenze sociali, specie quelle di classe, ed è, qui in Italia, diventato emblema di un’epoca politicamente vischiosa e ben distinguibile, quella berlusconiana:


lunedì 6 febbraio 2012

Rita Simonitto
Sugli ultimi commenti
apparsi in Moltinpoesia

Sui commenti al post “Omaggio a Wislawa Szymborska” (qui) tornano queste osservazioni puntigliose e appassionate di Rita Simonitto. Vuol dire che a quei temi che avevo elencato in uno dei miei interventi intitolato “Riepilogando” non si può apporre nessun conclusivo Amen!, come auspicava Emy. Continuiamo dunque, se possibile, la discussione. Forse è questa la via stretta su cui proseguire per arrivare, senza alcuna garanzia, a "un grado più alto di verità" [E.A.]

La velocità in questi giorni degli inserimenti e il numero impressionante dei commenti che – come in ogni blog che si rispetti - sono in parte significativi e in parte “rumore”, renderanno forse questo mio intervento obsoleto, superato dall’incalzare dei passi di chi viene in successione. Così come accade nella vita di oggi, né più né meno. Tuttavia mi sono decisa a portare la mia quota di “rumore” e, spero, di significatività.

Partirei dalla considerazione di Mayoor sul sacro e la poesia, in una sua risposta a g.b. Egli sostiene:

“Ma il sacro è altra cosa, giusto distinguerlo dalle religioni. Il sacro è ciò che non muta. Le verità cambiano ma non cambia la ricerca della verità. Pertanto è sacra la ricerca e non la verità. E' sacra la poesia, non è sacro il modo di scriverla, almeno non lo è fin quando l'autore non abbia incontrato se stesso”.

sabato 4 febbraio 2012

Marcella Corsi
Una poesia

Marc Chagall


il prolungato non uso rende impossibile
lo scatto, peccato: immobile inaspettata
un’ innocenza incoerente allarga lo sguardo
al risveglio – 4 febbraio, anno duro di crisi

ma una sposa incauta ha steso la sua gonna
sulle chiese di Roma, adesso in silenzio
riposa il respiro nel respiro fermo degli alberi
finché piede di uomo non calpesti –

e la rabbia che corrode il mattino non regge
a tanto immacolato splendore

(come si conserva il volo dei passeri
sotto una notte di venti
centimetri di neve 



(4 feb. 2012)

Ennio Abate
La polis che non c’è.
Su "Pergamena dei ribelli"
di Roberto Bertoldo



L’incontro del 31 gennaio 2012 del Laboratorio Moltinpoesia era intitolato La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile. Si partiva da tre recenti raccolte (la mia, Immigratorio; quella di  Roberto Bertoldo, Pergamena dei ribelli e quella di Gianmario Lucini, Il disgusto), chiedendo a ciascuno degli autori di pronunciarsi su quelle degli altri due. Pubblico per ora sul blog  i miei appunti di lettura sulla raccolta di Bertoldo. Successivamente pubblicherò quelli sulla raccolta di Lucini. Ed invito entrambi a rendere noti, quando possono e se vogliono, i loro. [E. A.] 

1. Vorrei che non parlassimo in generale sul tema della polis che manca, ma partendo dalle nostre raccolte recenti. In quelle cercherei i segni di questa mancanza, di questo vuoto (della polis, della società civile).

2. La ragione dell’accostamento, improvvisato ma non capriccioso o casuale, delle nostre tre raccolte si giustifica per un elemento che le accomuna: tutte e tre tendono a un bilancio, a un rendiconto: di un vita di un certo Vulisse[i]  e di un pezzo di storia dell’Italia (dal dopoguerra agli anni Settanta) la mia; di un’epoca più generale e senza date (Bertoldo); di un vicinissimo biennio 2009-10 (Lucini).