martedì 27 dicembre 2011
lunedì 26 dicembre 2011
Critica
Alessandro Ettore Cimò
La poesia, ahimè, non è morta!
Nel presentarla, avverto i moltinpoesia che si tratta di uno scritto teorico non di agevole lettura e che tocca una questione - l’ambivalenza del rapporto tra poesia (o cultura) e potere - che oggi sembra per pochi, mentre fino agli anni Settanta è stato in primo piano nel dibattito culturale italiano in tutta l’area della «poesia critica» (Pasolini, Fortini, Leonetti, Volponi, Majorino, ecc.), più o meno influenzata da Marx. Chi vuole può benissimo saltare.
domenica 25 dicembre 2011
Segnalazione
Questionario di poesia
a cura di Mario Fresa
sul sito de L'Arca felice
Tabea Nineo: Contesa
(2011)
Sul sito de L'Arca Felice (qui) Mario Fresa (qui) sta pubblicando le risposte di vari poeti a dieci domande fisse da lui preparate. Queste sono le mie. Quelle degli altri si possono leggere scorrendo all'indietro e cliccando poi in basso a destra su 'post più vecchi' . [E.A.]
Mario Fresa
Questionario di poesia (26)
Ennio Abate
Qual è il segreto progetto a cui tende
la tua scrittura?
In una poesia del ’92-’93, quasi in tema, avevo dichiarato: «La mia scrittura scriptura / non è progettabile / interrompibile è pienamente / da voi dal freddo / da familiari e amici».[1] E perciò il pensiero che la mia scrittura (poetica) possa essere stata “a progetto”, segreto per giunta, mi ha fatto subito sorridere. Riflettendoci, però, devo dire che nelle raccolte pubblicate tardi e fortunosamente,[2] un progetto s’è delineato: narrare in forme “lirico-epiche” la mia esperienza dentro l’immigratorio italiano; cioè dentro la vicenda storica dell’immigrazione, che mi ha spostato, assieme a tanti, dal Sud Italia contadino-artigianale al Nord metropolitano-industriale negli anni ’60-’70 del Novecento. In un primo momento prevedevo una ricomposizione di tre conglomerati di episodi, luoghi e persone: una sorta di trilogia lineare, progressiva, ascendente, “simil-dantesca”. Ne pubblicai un’anticipazione nel 1989, intitolandola Salernitudine/Immigratorio/Samizdat. Successivamente, complesse ragioni, che sarebbe lungo spiegare, mi convinsero a spezzare quella linearità fin troppo ascensionale. Ho, quindi, trattato e pubblicato pezzo per pezzo ciascun blocco, riordinato la materia attorno a personaggi-maschere (Samizdat e/o prof Samizdat; Vulisse); e continuato, in parallelo, a scandagliarla, oltre che in poesia, anche in prosa e in forme grafico-pittoriche. Al momento (alla fine?) ho dato più risalto a Immigratorio[3], che non considero più sezione della primitiva “trilogia”, ma simbolo riepilogativo della biografia e della storia “fondative” della mia scrittura.
sabato 24 dicembre 2011
Lucio Mayoor Tosi
Natale
Mario Mastrangelo mi ha inviato un ottimo commento critico per la poesia di Natale che vi ho letto ieri.Trovo
interessante questa alleanza tra critica e poesia, e se possibile mi
piacerebbe metterli entrambi sul blog come hai fatto per la poesia "I
rapaci" di Flavio Villani. Grazie. Ancora tanti auguri.
A natale spuntano le margherite
le mucche svizzere suonano coi loro batacchi
come fa il cucchiaino su questa tazza.
Fuori c'è un sole che spacca, preparo la borsa
per la piscina scandinava, mi trucco
mi specchio e ascolto le parole del TG.
La voglia di morire non sta negli ospedali
viene prima, viene a vent'anni anche se oggi
si vive più a lungo, più a lungo con la voglia
di morire.
Flavio Villani
I Rapaci
con un commento
di Leonardo Terzo
-
I rapaci s’alzano in volo
Poco prima dell’alba
Silenziosi volteggiano
In alto
Oltre i cirri più ostili
In cerca di prede
Acuminati incidono il ghiaccio
Sottile
E mentre feriscono il cielo
Attendono il momento propizio
(Proprio il momento più giusto)
Per fare ciò che i rapaci
più amano al mondo
mercoledì 21 dicembre 2011
Laboratorio MOLTINPOESIA
« Cenai
con un piccolo pezzo di focaccia,
ma bevvi avidamente un'anfora di vino;
ora l'amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla. »
ma bevvi avidamente un'anfora di vino;
ora l'amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla. »
(Anacreonte,
traduzione di Salvatore Quasimodo)
per un saluto e uno scambio di auguri
c’incontriamo a Milano
c’incontriamo a Milano
venerdì
23 dicembre alle ore 17
nella sala Dopolavoro
Ferroviario sottopasso via
Tonale/Pergolesi Stazione Centrale
(si consiglia di entrare nel sottopasso dalla parte di via Tonale tenendo il lato sinistra)
Portate una poesia da leggere
[L’incontro-festicciola è aperto a tutti i simpatizzanti]
Di seguito qui sotto un'infornata di poesie natalizie composte o suggerite da amici e amiche. Altre potete aggiungerne voi stessi negli spazi commenti.
martedì 20 dicembre 2011
Experimentum moltinpoesia:
Testi poetici da immagini
Leonardo Terzo ci ha segnalato questo suo articolo:
Nei commenti siete invitati a costruire dei testi poetici a partire dalle immagini che illustrano il suo testo. [E.A.]
1
domenica 18 dicembre 2011
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
PER I COMMENTATORI
DEL BLOG
Visto che in diversi lamentano la scomparsa del commento che era apparso pubblicato, sono andato a documentarmi, ponendo il problema su Google e ho trovato che qualcosa di simile accade anche in altri blog di BLOGGER. Invito nuovamente a mantenere copia del commento in modo da poterlo nuovamente inserire, se scomparisse. E a tentare qualche tempo dopo il primo fallito tentativo. O in casi estremi a inviarmelo a: moltinpoesia@gmail.com
Ecco il link dove ho trovato la discussione:
Essa fa capire che il problema non dipende dall'amministratore del blog, ma non dà la soluzione. Se ci fosse qualche esperto che può dare suggerimenti, un grazie anticipato. [E.A.]
Ecco il link dove ho trovato la discussione:
Perché i commenti che lascio nei blog che seguo scompaionosubito ...
www.google.com › Forum
di assistenza › Blogger
› Altro
23 risposte - 9 mag
Perché i commenti che lascio nei blog che seguo scompaiono subito ... che il commento è stato caricato correttamente poi in
realtà sparisce nel nulla. ...
correttamente il commento e compare la scritta che verrà pubblicato in ..
Essa fa capire che il problema non dipende dall'amministratore del blog, ma non dà la soluzione. Se ci fosse qualche esperto che può dare suggerimenti, un grazie anticipato. [E.A.]
sabato 17 dicembre 2011
Giorgio Linguaglossa
«Lingua delle maschere»
(o lingua delle nacchere?)
Ci salveranno i dialetti (e i dialettali)? Tra le varie strade tentate per uscire dalla crisi (per chi l'ammette; poi ci sono quelli che, anche nella palude, sognano cieli sublimi alla Tiepolo) quella del "ritorno al dialetto" o del "recupero dei dialetti" (o delle "radici") sembra attirare molti; ed avere una sua patina persino "politica": i dialetti sarebbere un argine, una forma di resistenza, ai linguaggi commercializzati e all'anglo-americano globalizzato. I dialetti? Quelli che oggi affondano le loro radici in comunità sempre più "provvisorie"o "di plastica" o "elettronificate"? Come non vedere che l'autenticità (dei dialetti, delle comunità, del "popolo", dello stesso "io borghese") è un'invenzione di una tradizione (Hobsbawm) a fini consolatori o politici (si lensi alle "piccole patrie" leghiste)?
Lo scetticismo di questa nota di Linguaglossa, al di là dei giudizi sui singoli poeti su cui qualcuno dissentirà, mi pare condivisibile. Troppa mitologia ( o ideologia pseudo-resistenziale o solo nostagica) pesa sulle operazioni condotte almeno dai dialettali "programmatici" (voglio salvare quelli "spontanei" o naif ) La discussione sul tema non è nuova. Ritorna di tanto in tanto; ed è sintomo della crisi che "ci lavora", più che l'indicazione del varco da cui uscirne. Lo dice uno che il "suo" dialetto non l'ha dimenticato. Ma conservare una reliquia cara non significa resuscitare un mondo perduto. E non si può solo conservare. Si deve cercare. Abbiamo da affrontare una "malattia delle lingue", che colpisce contemporaneamente lingua nazionale e dialetti. Non si sa per quale miracolo questi ultimi ne sarebbero immuni. Insomma, in tempi di "sacrifici" non ci si venga a dire che dobbiamo accontentarci dei dialetti - i "meno abbienti" - o della "sublime lingua borghese" letteraria (Fortini). Esodanti e contrabbandieri, continuiamo a cercare...[E.A.]
Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto a cura di Piero Marelli LietoColle 2011 pp. 270 € 18,00
(Ivan Crico, Anna
Maria Farabbi, Renzo Favaron, Fabio Franzin, Francesco Gabellini, Vincenzo
Mastropirro, Maurizio Noris, Alfredo Panetta, Edoardo Zuccato)
Mettere mano ad una antologia della poesia in dialetto
significa preliminarmente fare i conti con alcune questioni di fondo, innanzitutto:
dobbiamo credere veramente e ciecamente alla tesi zanzottiana del dialetto
quale «lingua matria»? Quale linguaggio in grado di attingere una immediatezza
più immediata di quanto sia possibile con la lingua maggiore? E che tale
presunta immediatezza sia anche il precipitato di una autenticità altrimenti inattingibile?
Dobbiamo credere che mediante il dialetto si possa raggiungere il porto sepolto
del ritorno a casa? Che il dialetto permetta un rapporto «ingenuo»,
«inconsapevole» e magico con il «reale»? Dobbiamo ancora credere all’assioma
della lingua irta ed asprigna di un Albino Pierro come quella vetta estetica
irraggiungibile? Personalmente, ho dei dubbi: si tratta di una vulgata, di una
mitologia che, come tutte le mitologie ha un inizio e una fine.
A tal fine citiamo le parole di una intervista di Zanzotto
rilasciata a Renato Minore uscita in questi giorni per i tipi di Donzelli:*
Paolo Pezzaglia
Giunca giunchiglia
Vorrei che fosse “postato” questa mia poesia “giunca giunchiglia” - che in realtà parla di un tumble weed – a commento del bell'articolo di Enzo Giarmoleo.
Grazie e statemi bene.
Vento di terra.
Un secco cespuglio
strappato alle radici.
Un vascello di paglia,
una giunca giunchiglia.
Ti porti al mare
il forte vento di terra.
Ormai sei paglia.
Anche il nome mio
via puoi portare.
venerdì 16 dicembre 2011
Enzo Giarmoleo
Addio George Withman !
Parigi, luglio 1962
Lungo la Senna Jacopo a gambe levate, inseguito dai commessi
di un supermercato del libro. Proiettato in avanti cercando di correre il più
possibile, nelle sue tasche buona parte dell’esistenzialismo francese, Jean Paul
Sartre, Camus, pocket book, edizioni economiche. I commessi segugi gli stanno
alle calcagna, cercano di raggiungerlo. I bateaux mouches lenti tifano per lui,
sta risalendo la Senna, suole di vento, direzione Notre Dame. L’unica via per
salvarsi è tuffarsi nel labirinto del quartiere latino, uno dei luoghi non
sventrati dall’urbanistica poliziesca di metà ottocento che favoriva la
costruzione di vie rettilinee abolendo le vie strette e irregolari che
favorivano focolai di insurrezione. Ancora uno slancio, ora è sul pavè di Quai
de Tuileries. Se arriva a Pont Neuf è fatta! Rue Dauphine e poi un tuffo nei
mille vicoli di Saint Germain des Près che conosce come le sue tasche. Scompare
nell’atrio interno ad un palazzo, trafelatissimo, aspetta.
giovedì 15 dicembre 2011
Ennio Abate
Sulla gestione dellle "buone rovine"
di Franco Fortini
UNA PERSONALE, EXTRA-ACCADEMICA, OPINIONE.
«…‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di
buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela
vostra, trasformatela. Combattete!’ »
(Le rose
dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani, Boringhieri, Torino, 2000)
1.
Nel dibattito dei moltinpoesia ho, quando ho potuto, richiamato l’attenzione su Franco Fortini
(1917-1994). Su questo blog tra l’ottobre e il novembre 2010 ho dedicato vari
post (si trovano facilmente scrivendo il suo nome in ‘cerca’) per commentare una sua intervista del 1993
concessa alla RAI, «Che cos’è la poesia». È un esempio di discorso
extra-accademico (non automaticamente antiaccademico) sui suoi scritti e la sua figura, che per me ha una lunga
storia alle spalle. Fortini ha influenzato indirettamente la mia ricerca (qui), pur restando per me, anche quando ho avuto modo d’incontrarlo di
persona, «maestro a distanza». Quel mio rapporto con lui fu tardivo e
problematico, ma profondo; e ne ho dato un dettagliato rendiconto (qui).
Dopo la sua morte nel 1994, ho -
prima in samizdat poi sul Web[1] - praticato,
com’egli suggerì, un buon uso delle
rovine: della tradizione culturale e politica del comunismo (usiamola questa parola, anche se sporcata, demonizzata e
divenuta incomprensibile ai più); e, quindi, anche dei suoi libri, che alla
storia di quel grande movimento, in modi sempre vigili e sofferti, si richiamarono
senza i pentimenti o gli sbrigativi autodafé di tanti voltagabbana.
Anna Maria Moramarco
Sette dicembre...
All’inizio
fu un canto disteso.
Come di sentinella
che ha vegliato e sente l’alba
nel cielo ancora scuro di notte.
Poi fu alla fine.
La bara dentro la terra
i fiori a far da cornice,
mestizia.
Il canto si accese inatteso:
il passero era fratello del primo.
Se ne stava, su un albero gemello,
striminzito nel freddo della sera.
Se ne stava su una striscia di sole rosso cupo.
Dall’alba al tramonto,
l’ultimo giorno che vidi il volto di mia madre.
mercoledì 14 dicembre 2011
Ennio Abate
Omaggio a
Gianfranco Ciabatti
Faccio circolare anche tra i moltinpoesia alcune poesie di Gianfranco Ciabatti (1936-1994). Le
prelevo dal «medaglione artigianale» curato da Roberto Bugliani a quindici anni
dalla sua scomparsa su Nazione indiana (16 aprile 2009, qui),
dove si trovano anche informazioni sulla sua vita, la sua militanza politica e un
prezioso rimando al n. 34-35 della rivista Allegoria (gennaio-agosto
2000), che gli dedicò una sezione con interventi di Timpanaro, Luperini,
Fortini, Cataldi, Commare.
Le riprendo perché
Ciabatti, non intaccato né dalla sconfitta politica né dalla malattia, ha
voluto e saputo parlare fino al momento della morte in «prima persona plurale», usando un «tu»
collettivo e di classe o il «noi» della
storia ormai di un’altra epoca. Ha mantenuto, cioè, un rapporto conflittuale di fronte alla realtà sociale modellata dal Capitale. Non si è “dato pace” (neppure con il "piacere della lettura", aggiungo maliziosamente!).
Quel «noi», oggi, se siamo vecchi, è svanito dai nostri discorsi, tornati fin troppo facilmente all’«io» o al massimo a un inquieto «io-noi». E, se giovani, non è quasi più pensato come possibile, anzi è spesso deriso. Lo dico senza moralismo. Come presa d'atto di una realtà (ostile e da combattere per me).
Quel «noi», oggi, se siamo vecchi, è svanito dai nostri discorsi, tornati fin troppo facilmente all’«io» o al massimo a un inquieto «io-noi». E, se giovani, non è quasi più pensato come possibile, anzi è spesso deriso. Lo dico senza moralismo. Come presa d'atto di una realtà (ostile e da combattere per me).
Riporto l’attenzione
a questa sua poesia per un’altra ragione. Ciabatti, pur scrivendo poesie (tra
altre cose), adottò, come sottolinea Bugliani, «un lirismo rovesciato o
negativo» e mai abbandonò certi temi “bassi” e “ignobili” alla Brecht. E fu consapevole - per dirla con Fortini - dei confini della poesia . E cioè? Lo spiega bene un commento di ng
sotto lo stesso post di Nazione Indiana: «a differenza di tanti autori che pure
mirano a politicizzare il segno, [Ciabatti] aveva ben presente la differenza (e
la contraddizione) tra la prassi poetica e quella politico-ideologica; ben
sapeva che l’azione nella parola, quand’anche condotta in opposizione, è ben
poca cosa rispetto a quella nel reale, unica veramente capace di trasformare
una situazione». Che, si deve aggiungere, ora che i tempi sono diventati ancora
più bui, è ipotesi più ardua, ma mai da
abbandonare, anche se fossimo costretti per quel che ci resta da vivere soltanto a scrivere poesia. [E.A.]
Dal di
dentro
Poiché dobbiamo
viverci,
teniamo pulita la nostra prigione,
apriamo i vetri all’aria del mattino
zufolando immemori
teniamo pulita la nostra prigione,
apriamo i vetri all’aria del mattino
zufolando immemori
che un giorno il
sole ci accecherà
e la strada sarà troppo grande, per noi,
tremanti passi di convalescente
deboli sotto la madida pelle.
e la strada sarà troppo grande, per noi,
tremanti passi di convalescente
deboli sotto la madida pelle.
Noi dovremo
allora richiamare
gesti antichi alla mente, ricusare
la pace che consente con la legge del silenzio,
tollerare la dura libertà
(aprile 1962)
gesti antichi alla mente, ricusare
la pace che consente con la legge del silenzio,
tollerare la dura libertà
(aprile 1962)
martedì 13 dicembre 2011
Giorgio Linguaglossa
Sull'"Almanacco dello Specchio 2010-2011"
Partendo da un punto alto di riflessione di
cui abbiamo perso memoria - quello
raggiunto agli inizi del Novecento dal poeta russo Osip Mandel’stam, convinto
assertore di un’idea mai mimetica della
poesia, per cui essa « non è parte della natura[…] tanto meno un suo
rispecchiamento», ma semmai la sua “recita” «con l'ausilio di quei mezzi detti
comunemente immagini», Giorgio Linguaglossa può mostrare la gracilità della poesia che si
va facendo, specie in Italia. Di certo, salendo sulle
spalle di un gigante come Mandel’stam, i poeti d’oggi appaiono anche più nani di quello
che sono e troppo severi parrebbero i giudizi sugli autori italiani scelti nell’«Almanacco
dello Specchio» 2010-2011. Eppure la questione che il critico romano pone non è trascurabile: se siamo
a dopo la lirica, il vuoto da essa lasciato può essere colmato da «una gigantesca massa prosastica grigia e informe»? L'impressione che nella produzione
odierna «si vada un po’ alla rinfusa, per tentativi al buio, per privatissimi
sperimentalismi» è difficile da smentire. Resta il fatto che, dichiarando un suo precisoparametro di giudizio, Linguaglossa assolve onestamente a un compito critico oggi fin troppo trascurato. [E.A.]
Almanacco
dello Specchio 2010-2011 a cura di Maurizio Cucchi e Antonio
Riccardi, Mondadori, Milano, 2011 pp. 260 € 16.00
In un famoso articolo sulla poesia di Dante Alighieri degli anni
Venti del Novecento il poeta russo Osip Mandel’stam parlava, a proposito della
poesia del suo tempo (ed è la prima volta, a mio avviso, che viene impiegata
questa terminologia), di «discorso poetico». A lui la parola:
«Il
discorso poetico è un processo incrociato e si genera da due risonanze la prima
delle quali, da noi udibile e percepibile, è la metamorfosi dei mezzi propri
del discorso poetico che emergono via via nel suo erompere; la seconda è il
discorso vero proprio, cioè il lavoro tonale e fonetico che risulta grazie a
quei mezzi.
lunedì 12 dicembre 2011
SEGNALAZIONE
A Milano: Poesia della vita,
Una vita di poesia
Centro Puecher
Spazio
del Sole e della Luna
(ex Casa della Pace)
Via U. Dini 7 – 20141 Milano
(tram 3 e 15; MM2-capolinea piazza Abbiategrasso)
Venerdì 16 dicembre 2011
Ore 20.45
POESIA DELLA VITA,
UNA VITA DI POESIA
Presentazione dell’opera poetica di
Laura Cantelmo,
Eugenio Grandinetti
Attilio Mangano
Carla Spinella
con la partecipazione straordinaria di
Benny (Baroukh Maurice) Assael
Modera
Giuseppe Deiana, presidente
dell’Associazione Centro Comunitario Puecher
Intervengono
gli autori che leggono le loro poesie:
Laura Cantelmo, docente di Lingua
e letteratura inglese
Eugenio Grandinetti, docente di
Lettere
Attilio Mangano, docente di
Lettere
Carla Spinella, docente di
Lettere
Benny Assael, medico, musicista,
letterato
Un critico letterario:
Pasqualina Deriu, poetessa, docente
di Lettere
Dibattito
STUDENTI E CITTADINI SONO INVITATI
Agli studenti verrà rilasciato un attestato di partecipazione
Giorgio Mannacio
Sulle poesie di Emilia Banfi
1.
Il percorso poetico di E.B si snoda tra la lingua e il
dialetto ( lombardo ). Di fronte a manifestazioni di tale tipo si è tentati ,
oggi, ad attribuire l’adozione del secondo modulo ad una volontà di
“esperimento “. Si pensa che tale adozione sia il tentativo di trovare una
sorta di “ via di fuga “ o di “ uscita di sicurezza “ da una lingua che sta
consumando e banalizzando sempre di più il proprio patrimonio di senso. Ma vi è
anche un’altra direzione o tentazione di indagine , a cavallo di discipline
incerte, come l’antropologia e la psicanalisi . Tale indagine pretende di
ricondurre i due differenti momenti di espressione ad istanze o istinti più
profondi e originari: dialetto come linguaggio naturale o materno; lingua come
idioma culturale o paterno. C’ è qualcosa di arbitrario e insieme di fondante
in questo tipo di indagine dato che nell’esperienza poetica non c’è mai
qualcosa che sia solo istintivo e naturale ovvero solo culturale. Ma la
distinzione può servire a misurare l’esistenza e il peso delle influenze e la
loro concreta incidenza sui risultati del lavoro poetico.
domenica 11 dicembre 2011
Attilio Mangano
Cattolica cultura anni Cinquanta
Cattolica cultura anni cinquanta.
L'anno santo svelava i suoi misteri
di quella jungla che i tigrotti di Mompracem
violavano giocando al dottore.
Scuola privata "Santa Caterina
da Siena", i maschi col grembiule nero
e le bambine col grembiule bianco,
il segno della croce ogni mattina.
Famiglia patriarcale, il padre in testa
Mamma con il tailleur proprio elegante
poi sette figli tutti in fila indiana
che indossano il vestito della festa.
sabato 10 dicembre 2011
SEGNALAZIONE
I moltinpoesia uno per uno
ore 18
alla Palazzina Liberty,
P.zza Marinai d’Italia 1
Milano
Luca Ferrieri e Donato
Salzarulo
parlano di
IMMIGRATORIO
di
Ennio Abate
«Di qui, non serve dirlo,
il titolo forte e attualissimo dell’opera. Questo libro non è però la storia di
una migrazione interna, né solo l’allegorizzazione, per mezzo di quella, dei
grandi movimenti migratori di oggi: è soprattutto la ricostruzione di una
condizione stabile della civiltà moderna, e del modo in cui il soggetto ha
trasformato in destino la scelta dell’emigrazione»
(dalla prefazione di
Pietro Cataldi edizioni CFR - ottobre 2011)
*
*
Oh,
quando l’evidente tornò nel disordine! Come in sospensione: rimescolato il
bestiario d’infanzia assieme ai busti di padri dominatori o inetti del
Novecento e alle fanciulle alle prese con la storia di Carlo V e Lutero.
Oh,
quanta brutta, indigesta metafisica nell’orcio dell’immigratorio d’improvviso
buio! Interamente nella disciplina d’un duraturo purgatorio. O nelle sporche
pause di quieta apparenza, senza code in paradiso. Assillati da notizie storte
di lontani inferni, riattizzanti i vicini. All’opera nella storia i nostri
coetanei delle sacrestie e delle sezioni. O i loro turgidi allievi da rissa.
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