lunedì 28 novembre 2011

SEGNALAZIONE
Paolo Pezzaglia
Il mio circolo è di lettura




«Come sai anche per me la lettura è importante. Con il mio gruppo a Monza abbiamo letto (o riletto) in ordine Il Castello di Kafka, Ulisse di Joyce, Proust Chez-Swan, Gogol Le anime morte, il Riccardo III e Antonio e Cleopatra di Shakespeare. Ora stiamo leggendo Tolstoi e andiamo avanti con le nostre regolette con grande soddisfazione». Paolo Pezzaglia, amoroso cultore dei miti, lo sguardo volto ad Oriente, contro il Lucifero (televisivo) propone l’antidoto  del circolo di lettura. E gli trova antecedenti antichissimi: i circoli che si formavano spontaneamente, di notte vicino al fuoco nel mondo contadino. «I circoli di lettura hanno un’incredibile forza magnetica, tutta da esplorare ed utilizzare», dice. Non ci avevo pensato, ma  da sempre, quando ci riuniamo in Palazzina Liberty, ci mettiamo in circolo per discutere. Magnetismo o  spirito democratico? Nel circolo di Pezzaglia si legge «bene, lentamente, a voce alta, senza esagerare; un tono medio leggermente impostato, senza voler fare gli attori». Ma è meglio lasciargli la parola…(E.A.)

Ho recentemente organizzato un mio piccolo circolo di lettura.
Se dicessi che è stata un’idea mia, originale, sarei un po’ troppo  egocentrico e, in realtà, è invece solo una vecchia storia: niente invenzioni, né privative quindi.
Io sono sempre alla ricerca di qualcosa che smuova la coscienza, la mia per prima.
L’amata preda è sempre lei, Sofia, la conoscenza, sorella della coscienza…ma avendo la fatale tendenza ad assopirmi, ho ritrovato con gioia questo vecchio arnese dimenticato, come nuovo! La lettura ad alta voce!
Potrebbe essere considerata una strana vecchia mania, un po’ da stranotti, come dicevano una volta i milanesi bene.

Giorgio Linguaglossa
Commento a un commento
di Erminia Passannanti
a "Neve e faine"
di Franco Fortini

Acquaforte di Girolamo Battista Tregambe
 

"C’è in Fortini l’idea marxista propria del suo tempo secondo cui la poesia deve essere capace di esercitare un ruolo di guida e di educazione dialettica dei lettori di poesia verso i prodotti di poesia nella prospettiva escatologica della lotta di classe". E' possibile ancora oggi pensare alla poesia come la voleva Franco Fortini? E cioè non "aroma spirituale" (per le élites) né "vino dei servi" (per un ceto medio ubriacato dalla società dello spettacolo), ma strumento per "espandere le facoltà critiche dei lettori"? Questo il problema che pone il commento di Linguaglossa a "Neve e faine", un testo che respira ancora  in un'epoca di grandi speranze storiche. [E.A.]

Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

domenica 27 novembre 2011

Salzarulo - Abate
Sul "piacere della lettura":
libertà o ideologia?



Questo scambio di opinioni presuppone la lettura dei commenti al post di Donato Salzarulo Pomeriggio a Milano. La lettura spiegata a chi non legge (qui). Mi pare giusto continuare la discussione in un post autonomo per  mettere meglio a fuoco un tema denso di implicazioni di vario tipo.  (E.A.)

Donato Salzarulo

 Grazie a tutti per gli interventi e gli apprezzamenti. Il dibattito sviluppatosi è molto interessante. Non riesco a rispondere a tutti, a meno che non mi metta a scrivere un altro post di dieci pagine. Mi limiterò a toccare in questa replica cinque punti:

1. - Quando si diventa “librodipendenti” o “bibliodipendenti” penso che si possa correttamente parlare di “vizio” o di “malattia”. Se c’è dipendenza vuol dire, infatti, che si è di fronte ad un’abitudine, ad un comportamento coatto. Di vizio non parla solo Ferrieri. Lo fa, ad esempio, anche Vittorio Sermonti che intitola una sua antologia personale di letture proprio «Il vizio di leggere» (Rizzoli, 2009).
Il bibliodipendente è un “lettore forte”. Non si accontenta di un libro l’anno, come i lettori censiti dall’Istat. Ne legge più di uno al mese.
Comunque, stando ai dati Istat del 2009, il 45,1 % degli italiani di età superiore ai 6 anni ha letto almeno un libro non scolastico l’anno (25 milioni e mezzo). La maggioranza della popolazione si tiene ben lontana da questa pratica.
La fascia dei lettori saltuari (da 1 a 11 libri l'anno) è consistente: quasi 22 milioni di persone sopra i sei anni d'età.
Chi legge più di 12 libri l'anno, infine, rappresenta solo il 6,9 % (3 milioni e 900 mila).
Siccome il 20% dei laureati non legge MAI un libro, devo dedurre che la “passione di leggere”, se non vogliamo definirla vizio, non si contrae necessariamente frequentando le aule scolastiche o universitarie. Come si contrae?...Le ragioni che possono scatenare l’infezione sono sicuramente molteplici. Ognuno/a ha la sua storia più o meno singolare. Io ho detto la mia, Ferrieri la sua. Voi come siete diventati lettori forti?...

sabato 26 novembre 2011

Giorgio Mannacio
Poesia e canone


Giorgio Mannacio s’interroga e c’interroga sul percorso compiuto dalla poesia: da epoche in cui un canone - quello del potere dei pochi che sapevano scrivere - era convenzione normale e indiscussa all’epoca odierna (postmoderna)  caratterizzata dalla «babele dei canoni», perché  «tutti sanno scrivere/scrivere è facile».  La sua tesi: la critica potrebbe oggi puntare al ristabilimento di un canone (« un metro di valutazione oligarchico») pur sapendo che esso sarà «smentito dalla realtà delle esperienze plurime», a patto però di dimostrare che l’esperienza poetica stessa ha un senso «nella vita delle persone e della società». Bella sfida... (E.A.)

                                                                    I.
Sono sempre più sorpreso dalla “ rimozione “ , nel discorso sulla poesia e sulla critica , della dimensione “ politica “ . Si intende: nel senso della relazione con l’assetto concreto e storicamente ricostruibile con una determinata organizzazione politico-sociale.
                                                                   
                                                                         II.
L’esperienza poetica  è universale nel senso che essa è  concretamente riscontrabile in ogni
“ polis “ storicamente esistita ed esistente. All’interno di essa tale tipo di esperienza ne costituisce uno degli aspetti costanti.Non valgono però per tutte queste comunità socio-politiche gli stessi criteri di valutazione della qualità delle esperienze poetiche proprie a ciascuna di esse.Nel corso delle vicende storiche proprie a ciascuna di esse variano anche i criteri di valutazione  delle qualità di tale esperienza.Dei criteri di valutazione non può essere predicata la “ universalità “ né rispetto allo spazio né rispetto al tempo.

Luigi Fabio Mastropietro
La poesia è morta viva la poesia



Il libro di Giorgio Linguaglossa Dalla Lirica al discorso poetico continua a ricevere  commenti e riflessioni. Questo intervento  di Luigi Fabio Mastropietro presenta una prima parte di denuncia risentita (e moraleggiante) del « MinCulPop di una letteratura e di una poesia anodine e neutrali» gestito «dai poetarchi e dai loro porno protettori governativi» e una seconda in cui ipotizza una visione  salvifica e sacrificale del compito dei poeti. (E.A.)


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Questa ultima opera di Giorgio Linguaglossa – critico dalla sensibilità finissima quanto eversiva, impegnato da anni in una solitaria lotta contro la satrapia mediatica di poetarchi e poetastri che da decenni costringe in catene la poesia e la fa marcire – non è solo uno studio storico–critico sulla poesia italiana contemporanea che riannoda i fili di un epos letterario tanto ampio e articolato, per ricondurlo ad una omogenea cornice critico–ermeneutica e per colmare una lacuna storica ormai annosa. Questa storia della poesia è anche e soprattutto un’arma a disposizione del libero pensiero. Una delle poche armi oggi disponibili per pensare. Una cartina di tornasole che rivela il vuoto autoreferenziale che si cela dietro l’entertainment pseudominimalista dominante in poesia e in letteratura.

venerdì 25 novembre 2011

Donato Salzarulo
Pomeriggio a Milano.
La lettura spiegata a chi non legge.

   

Dalla videopoesia  del post precedente a questa cronaca simpatetica da lettore classico, incallito, anzi "nevrotico consumista"confesso. Si parla della presentazione a Milano di un libro che di lettura e lettori tratta. Ferrieri - scrive Salzarulo - parla della lettura, accentuandone la dimensione del piacere. Lettura come «promessa di felicità». E aggiunge:...e definisce clinicamente il lettore un ammalato, una persona che ha contratto il vizio di leggere. Tra lettura e poesia il passo è breve o lungo? La videopoesia è un mezzo per sfuggire alla malattia del lettore o no?   [E.A.]

    


1. - Non ricordo l'ultima volta che ho preso la metro. Mesi fa, sicuramente. Sono un habitué della periferia, un amante degli angoli colognesi. I miei percorsi quotidiani sono quasi sempre gli stessi: casa, edicola, ufficio, villa Casati, libreria Celes, piazza della Resistenza, piazza Castello, piazza XI Febbraio...Un consumo veloce, indaffarato e, a tratti, inavvertito dell'esistenza e dei giorni. Decido di riprendermi questo pomeriggio, il venerdì pomeriggio di questo 14 Ottobre, col sole e i primi freddi, un po' malinconico e luttuoso. L’estate è durata un altro mese (ancora ne indosso i panni), ma s’appresta celermente a morire.

Decido di riprendermelo perché l'occasione è buona. A Palazzo Sormani, nella Biblioteca civica milanese, verrà presentato l'ultimo libro di Ferrieri. Luca me lo regalò a fine maggio. Lo lessi con curiosità e attenzione partecipe. Ho ancora l'impressione di una scrittura mossa e intelligente, affinata e sapiente. L'argomento, paradossale sin dal titolo («La lettura spiegata a chi non legge»), è nelle mie corde. Mi gira in testa pure qualche pensiero. Meglio, però, ascoltare presentatori autorevoli, sentire i loro argomenti. Più facile e anche più rilassante. L’accidia  non è un vizio capitale che detesto e ho proprio bisogno di distendere nervi e muscoli.