domenica 31 ottobre 2010

SEGNALAZIONE
Riflessioni e impressioni
su DONNE SENI PETROSI
di Ennio Abate


Il 22 ottobre 2010 presso la libreria Odradek di Milano Paolo Giovannetti ha presentato questa mia raccolta di poesie. Sono, benché nato nel 1941, un autore quasi sconosciuto, pur operando in vari ambiti culturali, attraverso ad esempio la rivista e il sito Poliscritture (dal 2004) o il Laboratorio MOLTINPOESIA presso la Casa della Poesia di Milano (dal 2006). Poiché questa condizione di semiclandestinità riguarda molti altri - poeti e poetesse sicuramente interessanti (se si leggessero i loro testi) della mia generazione e delle successive - non me ne rammarico più di tanto. E continuoin circoli amicali, riviste o blog - le catacombe di quest’epoca della visibilità postmoderna - l’indispensabile scambio d’opinioni e la riflessione critica che i nostri antenati si trovarono a svolgere forse in un clima di minore ristrettezza e degrado politico. Pubblico, dunque, qui, sul sito di Poliscritture, in rigoroso ordine alfabetico e a mo’ di pionieristico dizionarietto dei moltincritica (sulla scia del dizionarietto dei moltinpoesia già avviato da qualche anno), le riflessioni meditate e le impressioni veloci finora ricevute su DONNE SENI PETROSI. Altre ne aggiungerò se dovessero giungermi. Per incensarmi in piccolo? No, per provare, non tanto a quanti mi e ci trascurano, ma a un possibile io/noi in costruzione fuori dalla cerchia dell’amministrazione elitaria ed escludente di quella che fu la Poesia italiana del Novecento, che è possibile anche in condizioni difficili lavorare pazientemente e utilmente a una poesia di molti e per molti. [E.A.]
Gli interventi si leggono cliccando qui: POLISCRITTURE

DISCUSSIONE
Poeti costruttori e critici demolitori?

 





F.FELLINI Finale di OTTO E MEZZO

Mayoor -
Ma perché non hai considerato questa  frase?
"La mia affermazione, scontata, che dice che il critico demolisce va riferita proprio al metodo. Non intendevo certo dire che il critico vuol demolire per il gusto di farlo". Avrei postato questo video se avessi saputo come fare. Puoi farlo tu?
Abate -

Certamente. Ma riprecisando anche qui la mia posizione già espressa in un commento.
Mettiamola così: se oggi il poeta (o l'uomo in generale) potesse vivere in armonia assoluta (o quasi) con gli altri uomini (società) e la natura, non avrebbe bisogno né di costruire né di demolire alcunché.
Ma l'armonia è una tale falsità che da secoli le religioni, le filosofie, le arti (poesia compresa), per rimediare a un mondo che nega in mille modi ogni possibile armonia, bellezza, convivenza pacifica, felicità, devono continuamente costruire dei, Dio, Essere Supremo (Ragione), mondi superiori (o infernali) o paralleli.  Che diventano più o meno presto gabbie,
fanatismi, clausure nazionalistiche o comunitarie, gerarchie burocratiche; e fanno rinascere rabbia, insofferenza, voglia di distruggere e demolire. I costruttori (tu dicevi i poeti) sono separabili così nettamente dai demolitori (tu dicevi i critici)?
Ne dubito. Mi pare arduo che uno passi tutta la sua vita esclusivamente a costruire e un altro soltanto a demolire.
Tutto avviene in spazi e tempi precisi. Uno nasce dopo una guerra, ed è chiaro che la spinta a costruire prevarrà. Uno nasce nell'Italia attuale della deindustrializzazione, del degrado della politica, della "diddatura dell'ignoranza" (Majorino)
e mi pare più ovvio che gli venga la voglia di demolire.

Nota.  Fellini ebbe la "fortuna" di operare dopo la guerra. Noi la "sfortuna" di farlo oggi.

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Giuseppina Broccoli
AMICO MIO

 










Amico mio, cosa mi domandi?
Non so più cosa m’aspetta
né cosa mi proposi.
Reclami ancora verità e sorprese
e mi chiedi che tempo hanno
e che valore
in questo luogo stretto e qualunque?
Ti ribadisco che non comprendo più
cosa m’ imposero,
né quello che veramente inseguii.
Batto i denti al tuo futuro,
m’ acquatto nel presente
e tutto scorre con fiacco moto.
Qui le intemperie
cambiano  voce,
e cadono in dirupi le illusioni.
Torni salvo, amico mio,
rimbalzi dalla storia
senza indignazione,
ma questi figli
sono intirizziti
dal freddo e dall’attesa.

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Massimo Guidi
LUIS URZUA






Usare la parola,
la forza di ciascuno -
questo potremmo fare,
e lavorare al bene
o ricambiarne un poco,
per quanto ci fu dato. 
 
 

NOTA

Luis Urzua, il "capitano", l'ultimo a lasciare la miniera

E' stato lui a organizzare i minatori sottoterra

Miniera di San José (Cile), 14 ott  - Come ogni comandante che si rispetti, anche il caposquadra Luis Urzua, diventato il 'capitano' dei 33 minatori intrappolati sottoterra, è stato oggi l'ultimo a lasciare la miniera cilena di San José, nel deserto di Atacama.
Urzua, 54 anni, era capoturno quando il 5 agosto scorso una frana bloccò ogni uscita ai 33 minatori. Anche se lavorava da soli due mesi nella miniera di San José, è stato lui ad assumere la guida delle operazioni sottoterra dopo l'incidente. E' stato lui a razionare le scorte alimentari nei primi 17 giorni di completo isolamento dal mondo esterno, prima che una sonda sotterranea non li ha individuasse ancora vivi. Ed è stato sempre lui ad avere il primo contatto con il mondo esterno, parlando alle autorità del Paese.
 

sabato 30 ottobre 2010

ARCHIVIO MOLTINPOESIA
Autori vari dal vecchio blog
su SPLINDER


lunedì, 23 giugno 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Sud del mondo

di Eugenio Grandinetti


S'aggirano per l'Europa strani spettri:
sono emaciati ma non sono pallidi
perché hanno la pelle scura. Vengono
attratti da un miraggio che gli pare
più vero di quelli che si formano
nelle calure del deserto,e sono
invece più illusori,fatti
di promesse di oggetti
da possedere,di apparenze
piacevoli in cui mostrarsi. Vagano
per le nostre strade carichi
di cianfrusaglie da vendere,sostano
sotto i portici
accanto ai loro banchetti su cui espongono
le sigarette di contrabbando
aspettano ai semafori che scatti
il rosso e che le macchine
si fermino,per fingere
di lavare i parabrezza e chiedere
un'elemosina dignitosa,e restano
nei nostri pensieri come rimorsi
per una colpa che qualcuno
deve pure aver commesso,forse
proprio noi stessi,senza accorgercene,
con l'esibizione del benessere
e con l'occultamento dei malesseri,
perche non paia
agli altri che ci guardano che il successo
non ci abbia arriso,e che la nostra
vita sia stata tutta un fallimento.
E il fallimento
non era individuale,era
di tutta la nostra storia,che prometteva
libertà per ognuno e invece
ci costringeva ad una dipendenza
sempre più rigida,che prometteva
dignità e ci costringeva
a sempre maggiori compromessi
che prometteva
uguaglianza ed ha creato
disparità inarrivabili,tra continente
e continente,tra popolo
e popolo,tra ceto
e ceto,tra uomo
e uomo. E ognuno
vuole essere parte
di quel continente,di quel popolo,di quel ceto
che ha successo,ed essere egli stesso
quello che ha successo e supera
tutti gli altri,o almeno
non essere l'ultimo,avere
altri dietro di sé
da usare,possibilmente,o almeno
da poter dire
che gli sono inferiori,per trovare
una ragione all'inuguaglianza e non volere
che le cose cambino.

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Nicoletta Czik
Neve neve

                                                                                                                                     


Neve neve
che tolta la testa
dai campi
pur vedo
nel fianco marrone
terreo prato in riposo
o casale
tra crosta e cemento
o torrente in rapina
nell’argine vuoto
o burrone
tra fango ancestrale.
O nel volo del vento.

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Mario Mastrangelo
'O ccuttone cu 'a vocca

 


Si putess'esse róce
'o mumento
c'avimm' 'a parte pe’ gghì rint’ â notte!
Si fra tutt' 'e mistere
c'attuorno â fine stritte s'arravogliano,
na cosa almeno putess'esse certa,
ca pe’ cchillu distacco nun se resta
a suffrì ancora e cchiù,
nterra, fra 'e spàseme,
com' ê ccóre tagliate r’ ‘e llacerte.

Ma a rompe 'o filo c'a 'o munno ce attacca,
fosse nu gesto morbido e leggiero,
chiuso mmiez'a nu vaso
'e tenerezza càvera e addurosa,
come a chillo
ca fa, spezzanno 'o cuttone cu 'a vocca,
na femmena quannn’ha fenuto 'e cóse.

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Giovanna De Carli
I poeti


I poeti
li si vede attorno ad una tovaglia di carta frusciante,
i bicchieri intonati alle calze dell’editore, l’acqua;
si siedono
su sedie dalle zampe di metallo
che garantiscono bagliori d’un discreto effetto,
per il resto, una certa sobrietà,
le mani fioriscono e sfioriscono,
ma poco, una volta su tre,
e poetano davanti a undici persone, anche dodici,
incluse, però, le figlie.
L’ultimo invito
ad un incontro poetico
diceva:
“venite armati,
il luogo sarà deserto”.
Quando l’umorismo si fa sottile
qualcuno potrebbe cogliere
un che di pericoloso
e sovversivo.