di Ennio Abate
Ricami - come quelli sulla pagina FB di Gabriela Fantato di cui ho detto qui - sono pure quelli di Alessandro Carrera sul blog "Le parole e le cose 2" (qui).
Affondi quelli di Franco Fortini in questa intervista del 1993 a RAI Educational, ora non più in circolazione ma che può essere letta interamente qui
Ricopio il commento che ho lasciato su "Le parole e le cose 2" con lo stralcio dall'intervista a Fortini che ben chiarisce uno dei punti che Carrera tratta vagamente:
« Perché mai la poesia dovrebbe sempre avere un destino pubblico, quando la sua natura è spesso così intensamente privata?» (Carrera)
« E’ difficile pensare a un giovane adolescente studente che non si sia cimentato, perlomeno una volta, con la scrittura di una poesia. Ecco, perché in ogni età, cultura e condizione si scrivono versi?
Effettivamente con la successione delle tendenze letterarie e delle tendenze culturali o, diciamo ideologiche, degli ultimi due secoli a partire pressappoco dall’età della Rivoluzione francese, la scrittura in generale e la scrittura poetica in particolare sono diventate uno strumento di introspezione, sono diventate una via alla ricerca della propria identità. Insomma ogni scrittura che non abbia delle finalità puramente pratiche, sembra guidare alla scoperta di se stessi: allora scrivere versi diventa, in misura minore, anche tenere un diario o scrivere delle lettere reali o immaginarie. Scrivere versi diventa un modo rapido, un modo economico e, ahimé, un modo illusorio di risparmiarsi una crescita psicologica o un trattamento psicanalitico. Per esempio è diffusa l’idea che le scritture poetiche private siano alcunché di gratuito che uno può fare o può non fare, invece ci si accorge che questa è la conseguenza del fatto che le classi dominanti a partire dall’inizio dell’Ottocento avevano investito la categoria degli intellettuali di quelle funzioni che erano state nei secoli precedenti propri della casta sacerdotale, e esaltarono all’interno di questi intellettuali i letterati e i poeti come dei portatori di qualcosa di particolarmente rilevante, libero, gratuito, sublime e hanno continuato a mantenere questa sorta di illusione attraverso l’educazione di massa, attraverso i media audiovisivi, nonostante che appunto l’educazione di massa e i media audiovisivi, l’industria culturale dei nostri tempi, abbiano tolto ogni mandato sociale, ogni compito collettivo al letterato. So benissimo che mi si dirà che questo non è del tutto vero. Certo, fittiziamente vengono mantenuti, ma vengono mantenuti con una funzione analoga a quella che hanno i corazzieri al Quirinale. Il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio, come vedremo supposti, ma non del tutto falsi. Insomma per risolvere dei problemi affettivi, morali, psicologici, religiosi, metafisici è meglio non fare assegnamento sulla scrittura dei versi. Se si scrivono o se si leggono dei versi senza qualche coscienza critica o storica della tradizione letteraria per un verso e della loro destinazione, della loro collocazione nella realtà di oggi, si fa una strada falsa, non dimenticando che una letteratura di consumo di apparente immediatezza esiste ed è quella che troviamo per esempio in molte forme pubblicitarie, nell’uso della parola nei testi pubblicitari o nelle canzoni di consumo.»
(da Franco Fortini, Cos’è la poesia? Intervista a RAI Educational, 8 maggio1993
https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/10/proposta-di-lavoro-n1-ottobrenovembre.html#more)

Io non ho mai creduto a una crisi della poesia. C’è, semmai, una crisi della società e questa provoca una crisi in tutto ciò che è qualitativamente “alto”, a causa della sempre maggiore incapacità critica della maggioranza.
RispondiEliminaFioriscono perciò iniziative volte al ribasso, alla mera acquisizione di una briciola di potere e/o visibilità e questo genera l’impressione di una crisi generale.
Ma la poesia, come qualunque forma d’arte pura, è così pervasiva che una vera crisi non la conoscerà mai. Ci saranno generi che “passeranno di moda” (ma anche altri che torneranno, o che si evolveranno), il restringersi del campo d’interesse… Ma di vera crisi non si potrà mai parlare.
"Io non ho mai creduto a una crisi della poesia. C’è, semmai, una crisi della società " (Rizzi)
RispondiEliminaMa hai una visione idealistica. Tra poesia e società non ci sono legami? La società si trasforma (o s'ammala, o si corrompe, o decade, o rinasce) e la poesia starebbe in un altro mondo incorrotto e incorruttibile?
" se c'è poesia c'è vita"? Per me è l'esatto contrario: se c'è vita c'è poesia", dunque la poesia va indagata nel suo farsi, non negli esiti formali ed estetici.
RispondiElimina"la poesia va indagata nel suo farsi, non negli esiti formali ed estetici."
EliminaE perché non in entrambe queste sue dimensioni?
A parte il fatto che gli "esiti formali ed estetici" sono oggettivi (il testo finale o sue versioni precedenti) e possono essere letti, approfonditi, interpretati mentre il "suo farsi" non sempre è accertabile o chiaro.
Se diamo per vero che l'arte è continuità con l'esperienza, il compito del poeta è anzitutto vivere e trasformare l'esperienza in consapevolezza, da cui far derivare la poesia. A me interessa che la poesia sia vera.
RispondiEliminaL'arte non è "continuità con l'esperienza" se non in apparenza.
EliminaIn certi casi - nelle poetiche realistiche - si può fingere questa continuità. Ma per fare arte, bisogna che l'esperienza si nterrompa. Su cosa s'intenda per "poesia vera" ci sarebbe parecchio da discutere.
Temo di essermi espresso male.
RispondiEliminaNon penso che le arti in generale siano avulse dalla società, ci mancherebbe: quello che in sintesi sto dicendo è che è la crisi della società a riverberarsi sulle arti, non che – per esempio - la Poesia è in crisi in quanto tale.
Quello che intendo, è che la crisi della società toglie sostegni strutturali alle arti (distribuzione, analisi qualitativa), perciò ci viene prima dire “la Poesia è in crisi”, anziché “la crisi della società colpisce la Poesia, non a livello di contenuti, ma per la sua visibilità e per il suo apprezzamento critico”.
Qualsiasi arte continuerà a produrre lavori di alto livello e ben centrati all’epoca in cui vengono prodotti: su questo sono tranquillissimo.
Elimina1. Stiamo nel campo della poesia e perciò constato: “la Poesia è in crisi”. In tutti i miei numerosi interventi (da decenni) non faccio che insistere sul legame con la crisi della società (capitalistica).
2. "Qualsiasi arte continuerà a produrre lavori di alto livello". Determinismo puro.
Riguardo al dialogo “Anonimo – Ennio”:
RispondiEliminaAvete ragione tutti e due: vanno indagati entrambi gli ambiti e il “farsi” è un po’ più complicato, mancando parametri oggettivi (per quanto sempre discutibili), come quelli che si applicano a forma ed estetica.
E d’altronde, che significa che la poesia “dev’essere vera”? Già qui siamo molto sul soggettivo…
Quando leggo una poesia di Mahmud Darwish, faccio esperienza del vero. Non mi sogno di andare a indagare l'aspetto formale. Sai perché? Perché in quei testi forma e contenuto, quindi vita, vissuto, coincidono.
Elimina"Quando leggo una poesia di Mahmud Darwish, faccio esperienza del vero"
RispondiEliminaA parte il fatto che bisognerebbe capire cosa intendi per 'vero', se leggi Dante o Cervantes, etc., potresti dire lo stesso.
Per vero intendo vita vissuta, sangue versato...In Palestina tutti scrivono poesie. Non occorre un editore che le pubblichi. Vero vuol dire VERO! O non abbiamo più il senso delle parole?
EliminaSenza troppi giri di parole, considerate quale, fra le due poesie è autofiction.
RispondiEliminaCome abbiamo fatto a perderci,
ad essere solo un altro amore,
ad essere uguali agli altri,
proprio noi,
prima persona plurale,
essere singolari deficienze,
sottrarci,
schivarci,
mancarci così,
io non lo ricordo.
E "io"
è così piccolo adesso:
sembra un vagito,
nella culla
che non dondoli più.
Non mi ricordo
come abbiamo fatto
a prendere l’incastro
del nostro corpo esemplare
e a farne una somma
di due qualunque;
a trasformare in ricordo improbabile,
l’unica vita possibile.
Beatrice Zerbini
*
La tenda è un corpo fragile,
la sua pelle di stoffa stanca,
le sue costole bastoni esili
oscillano a ogni sussurro del vento.
Il vento non chiede permesso,
entra da ogni fessura, apre le porte su un vuoto infinito,
ruba il calore dell’istante
e lascia dietro di sé un silenzio tremante.
La tenda non è una casa,
è una promessa d’attesa,
e ogni impeto di vento
ti ricorda che sei di passaggio
su una terra che non porta il tuo nome.
Poi arriva la pioggia,
pesante come un’antica tristezza,
colpisce il tetto della tenda
come a mettere alla prova la sua resistenza.
S’insinua all’interno,
disegnando mappe di macchie d’acqua
su un suolo che mai si asciugherà.
Il vento scuote la tenda,
la tenda abbraccia la pioggia,
e la pioggia lava via tutto,
ma non la memoria di chi ci vive.
Così la tenda rimane in piedi,
a testimoniare che la fragilità
è l’altro volto del Sumùd.
Yousef Elqedra
@ anonimo
Elimina1."In Palestina tutti scrivono poesie. Non occorre un editore che le pubblichi."
Mi pare un'affermazione delirante che davvero ignora la tragedia in cui oggi sono stati scaraventati i palestinesi.
2. " Vero vuol dire VERO! O non abbiamo più il senso delle parole?". No, sei tu che non vedi quanto sia stato e sia sempre più difficile stabilire cosa sia 'vero'. Basti pensare al nuovo marchingegno dell'IA. E ti consiglierei di leggere questo scritto di Brecht:
https://moltinpoesia.blogspot.com/2012/11/ennio-abate-sulle-cinque-difficolta-per.html
3. questi indovinelli (Yousef Elqedra o Beatrice Zerbini) non mi interessano. La poesia è una cosa seria.
Per Ennio:
RispondiElimina1) – Allora, almeno in linea generale, su questo siamo d’accordo. Ma, per specificare, trovo che la crisi sia nell’affollarsi e nel dare visibilità a persone che “scrivono”, anziché “fare poesia”; nelle storture della distribuzione e dell’editoria: e questi sono problemi che nascono, appunto, dalla crisi della società, non della Poesia in quanto tale.
– “Arte” non è una “categoria del fare”: è una “qualità nel fare”. Pertanto la Poesia produrrà sempre scritti qualitativamente validi; si potrà poi discutere se tanto, o abbastanza validi: ma se non ci fosse questa qualità, non sarebbe Poesia. Tautologico.
Non concordo. Insisti sul tuo impianto idealistico. La crisi non riguarderebbe la poesia (anzi per te - sintomatico - la Poesia) ma al massimo il "pubblico della poesia" ( ricordarsi di questa antologia di Berardinelli-Cordelli) che tu vedi come una massa di "scriventi" pretenziosi. Oppure l'editoria, che La inquinerebbe. Basterebbe studiarsi le risposte che diede Fortini nell'intervista del 1993 che ho linkato per misurare la distanza tra il tuo "platonismo-idealismo" astorico e una visione storica della poesia, cioè legata (non in maniera automatica) ai mutamenti sociali.
EliminaPer "Anonimo":
RispondiEliminaPurtroppo il fatto che una poesia sia fatta “sul campo” non basta a renderla “vera”.
Chiarito questo, il concetto di “vero” è piuttosto soggettivo: io potrei rispondere che “provo il vero” davanti a “Ode al verme solitario” di Regazzoni. Vi sento tutta la sofferenza di detto animale per la propria solitudine, pur se l’autore mai fu una tenia; a meno di non tirare agli estremi la teoria della reincarnazione…
A proposito dei rapporti poesia/realtà/storia e dei temi affrontati in questa discussione, trovo la riflessione di Franco Fortini tratta da "I confini della Poesia" centrata e per me fondamentale: "...è impossibile e suicida separare le condizioni della scrittura e della lettura dalla riproduzione materiale della esistenza biologica, dunque dal principio di realtà o per essere meno chiari ma più allusivi dai modi dei rapporti di produzione (...). Ho sempre saputo che una parentela c'era e di alto grado fra i contratti sindacali dei nostri anni e il modo di intendere una canzone del Petrarca come pure fra il grado di manipolazione delle procedure cognitive indotto dai consumi contemporanei e le scelte lessicali e sintattiche delle frasi che sto pronunciando."
RispondiEliminaIntanto liquidiamo il problema delle maiuscole: io le uso per identificare una Categoria: come scrivo “Poesia” per intenderla nel suo complesso e non come singolo testo, o gruppo di testi di un singolo autore, posso scrivere “Letteratura”, “Musica sinfonica”, “Chimica”: se tu poi ci vedi dell’altro…
RispondiEliminaPer il resto, in parte stiamo dicendo le stesse cose; ma mentre tu identifichi – mi sembra – il problema col modello Capitalistico in quanto tale e lo applichi al tutto, per me il problema è circoscritto ad alcuni componenti del tutto: non il “fare Poesia” per me è in crisi, perché sempre ci saranno autori in grado di creare opere qualitativamente notevoli e legate alla realtà.
La crisi riguarda, dicevo, alcune componenti: la folla di autoproclamatisi poeti (incapaci di capire come si fa ad esserlo), gli strumenti promozionali e distributivi. È ciò una prova dei “disturbi” che crea il Capitalismo (e anche un applicare a vanvera i criteri della democrazia, aggiungo io)? Sia pure: ma visti i risultati di due secoli di tentativi, è evidente che il Capitalismo non si combatte attaccandolo frontalmente. Semmai occorrerà (come nel caso del sistema politico) uscirne, per poi creare alternative: che è ciò che – inutilmente, per forza di condizionamenti mentali – mi sforzo di proporre io.
Quanto scritto risponde anche, secondo me alla riflessione di Fortini da “I confini della Poesia” (noto con piacere che anche lui usa la maiuscola…), da riportata da Chiaresi.
1. Si, magari non in te dopo questa precisazione, ma in chi usa ‘Poesia’ (con l’iniziale maiuscola) ci vedo “dell’altro”: un’enfasi sacralizzante, idealizzante e spiritualistica che tende a sottrarre questa attività alle dinamiche contraddittorie della storia.
Elimina2. Crisi della poesia. Non mi pare che diciamo “le stesse cose” e il “modello Capitalistico” c’entra fino ad un certo punto. La differenza mi pare consista in questo: tu sei convinto che il “fare Poesia” non sia mai messo in crisi e che anche nei momenti peggiori (della storia) sempre “ci saranno autori in grado di creare opere qualitativamente notevoli e legate alla realtà”, per cui la casa della poesia, grazie a loro, sarà sempre lì intatta; io, invece, tendo a pensare che essa possa essere persino demolita o trasformata in altro (magari lasciando la vecchia etichetta invariata); e che, quindi, non c’è alcuna garanzia che gli avvenimenti storici non la distruggano o ne deformino la funzione che ha avuto nei secoli passati.
3. Uscita dal “Capitalismo”. Problema irrisolto. (Vedi ora la discussione su “Libercomunismo” di Brancaccio, che ripropone - nuovamente e nei soliti modi accademici o scolastici - lo scontro tra il Marx “filosofo” e il Marx “scienziato”). Ci dibattiamo ancora (e intellettualisticamente) tra le due ipotesi classiche: demolizione (o rivoluzione), correzione (o riforma). Né capisco come se ne possa uscire “per poi creare delle alternative”.
4. No, ho controllato. In Saggi italiani 2, il titolo è ‘Sui confini della poesia’. In minuscolo.
"funzione analoga a quella che hanno i corazzieri al Quirinale. Il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio"... La strada della poesia è difficile e maledettamente seria, per pochi. Le bellurie, di cui si adorna, la tradiscono.
RispondiEliminaNoi siamo le emozioni sbigottite
le scarne idee e la lingua prudente
il bastone le scarpe e il fagotto
della poesia mendicante
in agguato alle svolte delle strade
e batte alle porte delle case
per una minestra o una moneta
da incastonare tra i versi.
Intanto che confeziono la risposta per Ennio, rispondo a Cristiana:
RispondiEliminaSe vogliamo dirla fino in fondo, per qualsiasi artista è praticamente impossibile non schierarsi politicamente, visto che anche il non farlo è un atto politico. Inoltre è vero che nei secoli dei secoli l’artista s’è affidato alla committenza dei potenti (fermo restando che, nei momenti nei quali quella nobiliare o ecclesiastica mancarono, l’artista si affidò al mercato, coi noti risultati), ma anche qualora si affidasse “all’opposizione”, una volta che questa andasse al potere, sarebbe di nuovo un servo…
Ricordiamoci anche che i regimi totalitari sono soliti disfarsi degli artisti più validi, preferendo allevare covate di lecchini.
Quindi – per dire che la tua affermazione mi sembra un po’ troppo generica – che facciamo? Cancelliamo (quasi) tutte le opere d’arte, da Fidia a Cattelan, da Virgilio a Fortini?
"e batte alle porte delle case/per una moneta o una minestra/da incastonare tra i versi". La poesia è *mendicante*.
RispondiEliminaChe si fa ai mendicanti? Lo lascio alla tua fantasia/esperienza.
Per Cristiana:
RispondiEliminaNon è che mi hai risposto: hai glissato rimpallandomi elegantemente la domanda… Ma va bene lo stesso.
Che si fa ai mendicanti? Si può dar loro una moneta, o ignorarli; a piacere.
Peccato però che il paragone sia un po’ strettino: nulla da dire a livello etico o morale, in tantissimi casi ci sta.
Ma ribadisco, nella pratica che facciamo? Io non voglio rinunciare a tutte le angolazioni, i punti di vista particolari che la fruizione di un’opera d’arte mi dà, per meglio comprendere un determinato argomento, un periodo storico, un rapporto sociale: perché la mia mente non campa di slogan. In più non voglio nemmeno rinunciare a quelle vette di bellezza, che la maggior parte delle opere d’arte mi danno.
Tu?
buon per te, che non rinunci! ma il discorso di Fortini era più generale.
RispondiEliminaPer Cristina:
RispondiEliminaFortini o no, quanto a generalità il tema di cui stiamo discutendo (sudditanza degli artisti al potere) mi pare generale assai. Specie perché è uno dei pochi punti che un po’ di crisi alla Poesia – sia per qualità che come trattazione di un argomento – possono darla.
Ci sono anche dei corollari: come le censure alla presenza di artisti di una ben nota nazione nelle manifestazioni nazionali: quando, dal mio punto di vista, se c’è una porta che non va mai chiusa è proprio quella della Cultura.
Oppure la “questione morale” in ambito artistico e culturale: argomento che di solito fa sorridere, quando lo sollevo; ma che per me invece pesa molto: perché in una società in decomposizione come quella italiana, non c’è ambito che ne sia immune, né potrebbe essere altrimenti. Così, volendo fare un esempio al di fuori della gestione mafiosa, che molti degli addetti ai lavori fanno del loro orticello: se mi trovo di fronte un autore a livello di Nobel, ma che so aver collaborato coi Servizi di un Paese non proprio democratico, per spiare i dissidenti, che faccio?
Ma vedo che al mio punto di vista, per la seconda volta, non vuoi rispondere; e allora va bene così, sorvoliamo pure e passiamo – eventualmente – ad altro.
Eppure ci sono scrittori e poeti, grandi, che assunsero posizioni politiche corrive al potere. Come te lo spieghi? È proprio dei nostri anni recenti DOVER far coincidere arte e posizione politica. Ma sei sicuro che sia vero in generale? Il nostro '600 lo dimostra. Tra Tasso e Ariosto, per esempio.
RispondiEliminaMi pare che tu identifichi l'arte con la poesia, che è intima, personale, e non ha bisogno che di carta e penna. Gli architetti hanno bisogno di campare e quindi di essere pagati. Ma tutti gli artisti hanno bisogno di campare. Vendono la loro arte. Solo che... non tutti vendono arte, perchè non la sanno fare.
RispondiEliminaPer Anonimo:
RispondiEliminaIl legame tra Arte e politica con la prima suddita della seconda è purtroppo vecchissimo: se rimaniamo in campo letterario, l’Eneide è un panegirico per Augusto, che doveva dimostrare ai Romani il suo diritto al potere assoluto per discendenza divina.
Lo svincolamento da questo paradigma avviene dopo la Rivoluzione Industriale, che porta al potere una classe sociale troppo ignorante, per essere interessata alla cultura (e quindi all’Arte) fine a se stessa: con nel contempo il rarefarsi delle commesse politiche e religiose.
Il che non è poi un gran vantaggio, visto che il mercato prenderà a sua volta le redini degli Stati: non è un caso se tantissimi bei cervelli della creatività lavorano oggi per pubblicità e propaganda. E comunque, come ho fatto notare in altri commenti, anche chi sceglie l’impegno politico finisce per asservirsi a una parrocchia come tante.
Per Ennio:
RispondiElimina1) – Riguardo alla crisi della Poesia, allora sì c’è della differenza nel nostro modo di pensare, perché confermo il mio punto di vista in toto.
Proprio la Storia ci insegna che non s’è mai verificata l’ipotesi che dici. Questo perché qualsiasi Arte registra e critica la realtà e, in qualche raro caso, l’anticipa. Ma anche nei punti di passaggio peggiori dell’Umanità (l’ultimo dei quali fu probabilmente la Seconda Rivoluzione Industriale), le varie Arti si limitarono a prendere atto dei cambiamenti, adeguandosi nella forma (p. es.: accettazione del rumore e poi dell’improvvisazione; rinuncia alla rappresentazione della realtà; abbandono delle “forme chiuse” a favore del verso libero – e così via) e casomai criticandola per contenuti e risultati.
Ma mai accadde quello che tu, per quanto sia tuo diritto, paventi.
Per Ennio:
RispondiElimina2) – Spiegare la differenza tra le due ipotesi principe per uscire dal Capitalismo (e relativo sistema politico) e il “creare delle alternative” allo scopo di sostituirlo, è faccenda un po’ lunghetta; comunque ci provo.
In primo luogo bisogna partire dal modello di pensiero che è quello che ha trionfato dalla prevalenza del Monoteismo (ma probabilmente anche da un millennio prima) e che chiamo “pensiero bipolare”. Nella fattispecie le categorie opposte ed uniche esistenti sono “rivoluzione” e “riforma”. A pochi viene in mente di prendere in considerazione quella che in Oriente viene chiamata “Terza Via”, tramite la quale si dovrebbe costruire qualcosa di nuovo prendendo a prestito il meglio dai due estremi e perseguendo la ricerca di un equilibrio: ma chi sceglie il “pensiero bipolare” aborre ogni sforzo mentale e cerca disperatamente la pappa pronta.
Secondariamente bisogna riflettere sul fatto che un sistema sociopolitico è paragonabile a un essere vivente: come tale nasce, cresce e, possibilmente dopo aver figliato, muore.
A questo punto la prima cosa da chiarire è: entro quanto tempo e fino a che punto posso introdurre modifiche significative ad un essere vivente? Senza entrare nei dettagli, se ci rapportiamo a un essere vivente complesso come l’uomo, la finestra è piuttosto ristretta, sia come tempo che come possibilità.
Per l’opzione “Riforma” questo comporta che, più passa il tempo e più il Sistema si “solidifica”, meno è possibile fare riforme importanti: si potranno modificare dei dettagli, ma poco altro. Ok, chi si contenta, gode; e chi si illude, ancora di più. Ma questo limite per me basta e avanza.
E per la Rivoluzione? La Rivoluzione presupporrebbe una sostituzione e che quindi ci sia pronto qualcosa di nuovo, di alternativo. Magari è vero, ma siccome si parte dalla cima, cioè dalla sostituzione di un vertice, qui entra in gioco il fattore umano: da chi è formato il nuovo vertice? Da squali analoghi a quelli che dovrebbero sostituire: la Storia dimostra che il prodotto della Rivoluzione Francese non fu “Libertè, Ègalitè, Fraternitè”, ma due criminali psicopatici come Robespierre e Bonaparte. E non mi pare che, da allora, gli altri tentativi siano andati molto meglio.
Questo perché essendo una soluzione che mira a sostituire un vertice con un altro vertice, questo significa che la base è impreparata a gestire il processo, ovvero sarà stata facilmente manipolata da chi prenderà il potere.
Come uscirne, seguendo la “terza via”? Beh, devo stare molto sul generale, per non aver bisogno di pagine; comunque:
- Un gruppo di persone ricerca una soluzione ad un problema comune e particolare (l’autosufficienza alimentare, la sicurezza, la condivisione della cultura…) nell’intorno in cui vive e in controtendenza rispetto a ciò che vorrebbero le Istituzioni.
- Una volta che ci è riuscito, se può, passa ad un altro, secondo la stessa logica.
- Che ci riesca o no, prova a “federarsi” sia con altre realtà attorno a loro che abbiano risolto lo stesso problema (per essere più elastici nel caso di crisi più serie), o che ne abbiano risolto un altro, per migliorare la qualità della propria vita.
Non vedo cosa si possa fare di diverso; certo – come faccio sempre notare – non permetterà di vantarsi che si sta cambiando l’Italia, né garantirà quella piacevole frustrazione che accompagna chi regolarmente fallisce questo compito. Però magari vivrà un po’ meglio; e darà l’esempio a chi si sta chiedendo “ma cosa posso fare io?”, nell’attesa di decidersi se continuare a lamentarsi nei social (ormai al bar non va più di moda), o prendersi finalmente le proprie responsabilità.
Per Cristiana:
RispondiEliminaContinuiamo a girarci intorno… Va bene lo stesso.
Allora, io non identifico la Poesia con l’Arte: pesco esempi da dove mi viene in mente meglio, per meglio spiegare quello che penso: pertanto posso citare uno scultore, quando parlo di Poesia, o un poeta mentre parlo di Musica. Perché poi, come tu stessa ammetti “tutti gli artisti tengono famiglia”: e dunque il problema del vassallaggio al potente di turno (o a chi potrebbe diventarlo) è davvero generale.
E, tra l’altro, a livello di mercato e specie quando c’entra la propaganda, non è che un artista “non tanto bravo”, sia in svantaggio, anzi…
Tra parentesi, perché si va un po’ fuori tema: ma da dove hai pescato la balzana idea che “(la poesia) è intima, personale, e non ha bisogno che di carta e penna”? A parte che qualsiasi arte ha un suo lato “intimo e personale”, è come se avessi scritto che la pittura ha bisogno solo di un pennello e di una tela; o che anche la musica non ha bisogno d’altro, perché anche lì parliamo di segni su un pezzo di carta.
Una poesia ha bisogno di parole, intese come significati e – prima ancora – come suoni; oltre che di una buona conoscenza dei simboli in vari campi, altra cosa che la accomuna a qualsiasi altra arte. E se la si vuole portare al pubblico, anch’essa ha bisogno delle sue spese e genera (o dovrebbe generare in una società civile) un certo giro di denaro. Non saremo a livello di un film, per esempio; ma anche la Poesia funziona così.
Ammetterai che le spese necessarie a un architetto siano *un poco* diverse da quelle di un poeta? Infatti di c.d. poeti ce ne sono un sacco, di architetti no.
RispondiEliminaLe arti non sono tutte eguali. I mezzi necessari alle une non sono necessari alle altre.
Infatti i cosiddetti poeti abbondano, i cosiddetti architetti non esistono.
Per Anonimo
RispondiElimina(Immagino che questo commento sia rivolto a me…)
Conta il concetto, non la proporzione: se voglio dedicarmi a un’arte a livello professionale, ho delle spese ben precise; e se lo faccio, entro nel mercato – in un modo o nell’altro – generando dei profitti. Punto.
Se poi vogliamo buttare la cosa un po’ in vacca, “i cosiddetti poeti abbondano, i cosiddetti architetti abbondano pure loro e sono i geometri”.
gli architetti sono i geometri? mah! comunque non tutte le arti richiedono solo (le economiche) carta e penna. I colori costano, e anche le tele. La musica costa in quanto richiede una educazione che le scuole non forniscono.
EliminaSe poi con l'arte vuoi, non dico mantenerti ma almeno rifarti delle spese, allora sei nel mercato automaticamente.
E, del resto, è solo il mercato che fa circolare la tua arte: di parole o altro che sia.
Siamo nel capitalismo, no?
Io ho conosciuto molti poeti attraverso i loro libri.
Le gallerie espongono e guadagnano.
La musica riempie rai e auditorium: a pagamento.
In rispostaall'ultimo commento di Alberto a me indirizzato:
RispondiEliminaIn tutta sincerità non so come proseguire questo nostro dialogo. Mi sento a disagio quando poni i problemi in termini che mi sono estranei, perché secondo me parti da domande che non poggiano su analisi storiche concrete. Non capisco cosa tu intenda per «prendere in considerazione quella che in Oriente viene chiamata “Terza Via”, tramite la quale si dovrebbe costruire qualcosa di nuovo prendendo a prestito il meglio dai due estremi e perseguendo la ricerca di un equilibrio». Mi pare un’intenzione buona ma vaga e velleitaria. A meno che tu non mi mostri in cosa consisterebbe questo «qualcosa di nuovo» o di «meglio» - che so – analizzando il conflitto tra Israele e palestinesi (nel contesto del Medio Oriente o mondiale) o quello tra Russia e Ucraina (sempre nel contesto mondiale). Non penso poi che « un sistema sociopolitico [sia] paragonabile a un essere vivente: come tale nasce, cresce e, possibilmente dopo aver figliato, muore». E neppure mi va di mettermi a pensare se «la Rivoluzione presupporrebbe una sostituzione e che quindi ci sia pronto qualcosa di nuovo, di alternativo». Tale tipo di “ripensamento”(o piuttosto di elucubrazione) mi appare condizionato o indirizzato dal tuo pregiudizio (per me) o convinzione (per te) che, per capire cos’è una rivoluzione, si debba partire «dalla cima, cioè dalla sostituzione di un vertice». Dando per scontato che essa contenga in sé una conclusione già prevista e per te certa (istaurare un regime diretto da «criminali psicopatici»).
Per Cristiana:
RispondiElimina1) – “gli architetti sono i geometri? mah!” – Se non capisci una battuta, non so che farci e posso solo scusarmene: dimentico (quasi) sempre che siamo comunque in un social e che la fretta nella lettura e nell’interpretazione – che non ci sarebbe vis-à-vis – porta a queste incomprensioni. Non è un problema.
2) – Certo, c’è un problema di costi; che spesso per la letteratura in generale sono inferiori a quasi tutte le altre Arti. Non è per caso se, alla fine sono approdato proprio alla Poesia, dopo aver frequentato varie forme di Arte Visiva: con costi ed energie decisamente minori, arrivo col mio “prodotto” a molte più persone.
Questo ragionamento sposta lo sguardo sul mercato, che sappiamo essere fuori e fine a se stesso (o meglio, a quelli che l’hanno impostato come puro e semplice ritorno economico): ma nessuno vieta di immaginare l’esistenza ancora al giorno d’oggi e magari non nell’evoluto e democratico Occidente, di critici e mercanti che mantengano un rapporto corretto con l’artista.
Ma, come che sia e anche se non possiamo costringere chi si ciba di merda a cambiare menù, un’alternativa al mercato “capitalista” si impone, visto come son messe le cose; e questo significa solo la creazione di un sistema promozionale e distributivo “altro”, su logiche completamente differenti, in primis riguardo ai legami mafiosi che si sono creati ormai tra le varie figure professionali.
Mi pare impossibile "un'alternativa al mercato capitalista": dove siamo? Nel capitalismo. Comunque ho conosciuto poeti/e attraverso i loro libri (sul mercato!) Quanto al creare un sistema promozionale e distributivo "altro": ma ci credi davvero? E chi lo costruisce? Tu e pochi altri?
EliminaLa magnifica Amelia Rosselli ha pubblicato con Mondadori, Maria Zambrano con Adelphi, io qualcosa con La Tartaruga... Come ti tiri fuori dal mercato? Tirandoti i capelli, come il famoso barone di Munchausen?
Per Ennio:
RispondiEliminaSì, capisco che ci sono, dietro a questo “problema di comprensione”, due modi di pensare profondamente differenti. Però io ci provo lo stesso: non per volere l’ultima parola, ma a beneficio anche di altri che possono seguire la discussione; perciò:
a) – La “terza via”: la “terza via” è quella per cui, di fronte a un problema con due soluzioni contrastanti, se non addirittura opposte, un soggetto sceglie di costruire una soluzione in equilibrio tra le due, prendendo ciò che ritiene meglio dall’una e dall’altra.
Solo la lettura dei testi Zen, del Tao, può chiarirti ulteriormente le idee a livello di approfondimento.
Applicandola in maniera semplicistica a uno dei conflitti che dici, si tratterebbe di far interagire le “fazioni” moderate delle due parti in causa, portandole al potere nei rispettivi Paesi a prescindere da quale sia il loro orientamento sociale, politico ed economico.
Tu capisci che questa soluzione è alquanto complessa e articolata e solo in minima parte è alla portata delle persone comuni; ma mi hai chiesto un esempio su temi del genere e questa – per quanto generica – è la risposta.
b) – Sulla Rivoluzione: pregiudizio o convinzione che sia, secondo me la Storia insegna che le rivoluzioni si giocano tutte sul cambio al vertice. Certo, la ricetta da applicare era in qualche modo testata: la borghesia francese aveva le idee ben chiare e i proletari russi le avevano altrettanto su cosa dovesse essere – per esempio – una comune agricola: ma il “sistema” prende corpo e si concretizza quando è cambiato il vertice. E purtroppo abbiamo visto come al vertice arrivino sempre dei criminali che, per prima cosa, hanno cura di sbarazzarsi di chi all’avanguardia e in buona fede c’era davvero. E questo (oltre alla pretesa che quella ricetta sia applicabile sempre e comunque come una formula magica) è il principale tallone d’Achille di chi ha scelto questa strada.
c) – Sul concetto di “essere vivente”: temo che qui siamo proprio su posizioni divergenti… Tieni presente che per me qualsiasi elemento del Creato è “essere vivente”: dal virus alle galassie (divinità incluse), qualsiasi “forma” nasce, cresce, arriva a maturità (e se possibile si riproduce) e muore. Purtroppo – o per fortuna – non so che farci…