mercoledì 6 maggio 2026

La ragazza dei preti


 di Ennio Abate


La città

 

 

 

 

 

 

 

La compagnia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I vicoli

 

 

 

 

 

 

 

La coppietta

 

 

 

 

 

 

 

 

I fantasmi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ragazza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Attese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dissacrazione

Pioggia. Sotto i portici

ci aggiravamo in attesa.

Monsignore era al caldo

dietro i vetri dell'arcivescovado.

A lungomare uno scalpiccio

negozi illuminati

la tonaca violacea della quaresima.

 

La mia città

(nacqui dal suo ventre calcinato)

amavo come una carcassa.

Gioacchino leggeva quattro righi sull'amore.

Carlo già si scherniva, dolore senza sfogo.

Filodemo sorvolava la materia

e  to' Dafne!

un codazzo di ragazzini

l'inseguiva per i vicoli.

 

Ore e ore in appostamenti.

Antri umidi, buio, scalette

sporche e puzzolenti.

Rapacità senza respiro.

Merda, piscio, urla e lupanari:

incollati ornamenti

addosso a palazzoni fraudolenti.



Due qualsiasi

che facevano baci

e pochi toccamenti

nella stradina dietro san Domenico

a testa bassa

e poi ansiosi d'annegare

cercavano davvero ciclamini

in un posto tranquillo.

 

Randagi annusano, indagano.

Dalle grondaie i colombi bersagliano.

Segnalano gli scugnizzi

i nostri spostamenti.

Passanti già ci palpano ghignanti.

E la pioggia non smorza

quel sole d'occhi cocenti

di gente miserabile che spia

se là, per caso, sotto i loro sguardi d'astio

riesci un po' di gioia ad arraffare.

 

Di ragazze: una già sfatta

se ne sta muta nel portone di fronte

al pianoterra della sua tristezza

poi quella incinta e la caramellaia.

Ugo naviga giulivo fino a lei.

Noi restiamo di qua a cincischiare.

 

La mia ragazza è malaticcia

seria perciò

sguardo patetico, strabico

deciso al dolore.

Si fida di me

crede ch'io sappia decifrare

il senso ostile di questa città ansiosa.

 

L'attendo

ai lati d'una cappella.

Due scheletri marmorei

Minacciano apocalittici sermoni.

Resisto nel mediocre vuoto.

Mi fingo in difesa.

Fischietto.

 

È passato il cantante stempiato.

Poi il filosofo magro e foruncolotico.

La testa canuta che conteggia i nostri segnali

è spuntata alla finestra del terzo piano.

Non ho bestemmiato.

 

Le tue persiane erano socchiuse.

Dentro c'era luce. Tu aprivi, sparivi.

Il lampione ha dondolato.

Col vento la strada s'è asciugata.

Solo negli incavi della pietra

l'acqua persisteva.

 

Musiche d'organo, cori, incensi

erbe del giovedì santo.

M'inebriavo.

Tra lei e me, un prete, due preti

e gli amici dei preti

la scuola (coi preti).

Lei era più sola. Soltanto

un'amica e forse una zia.

 

Il parroco disinvolto

mi tira l'ostia in bocca.

Anche lei sta al gioco.

Sale con le altre, s'inginocchia

e dall'altare lui, sudante, l'imbocca.

 

Ma a Pasqua me la strappano.

La stendono a terra

e a turno la baciano tutti.

Il prete assiste, disinfetta

le parti più sfiorate del suo corpo.

 

Io non voglio guardarla.

Ma già mi spingono da lei.

Occhi ipocriti e saggi

suggeriscono la finzione

e severissimi poi l'impongono.

Mani callose mi premono robuste

sulle scapole.

 

Nel pozzo colorato di luce

(ah le vetrate dei miei artigiani!)

ora la scorgo

anelante, equivoca, umiliata.

La bacio amaro per l'ultima volta.

 

So che senza lei e con nessuno di loro

più andrò.

 

 


* da "Salernitudine", Ripostes, 2003

** Immagine di accompagnamento  da LE GIOIE DELL'EDUCAZIONE CATTOLICA
(Serie 1976: 1-25)
 https://narratoriografico.wordpress.com/2026/05/05/le-gioie-delleducazione-cattolica-1976-23/


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