di Ennio Abate
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La città La compagnia I vicoli La coppietta I fantasmi La ragazza Attese Dissacrazione |
Pioggia. Sotto i portici ci aggiravamo in attesa. Monsignore era al caldo dietro i vetri dell'arcivescovado. A lungomare uno scalpiccio negozi illuminati la tonaca violacea della quaresima. La mia città (nacqui dal suo ventre calcinato) amavo come una carcassa. Gioacchino leggeva quattro righi sull'amore. Carlo già si
scherniva, dolore senza sfogo. Filodemo sorvolava la materia e – to' Dafne! un codazzo di ragazzini l'inseguiva per i vicoli. Ore e ore in appostamenti. Antri umidi, buio, scalette sporche e puzzolenti. Rapacità senza
respiro. Merda, piscio, urla e lupanari: incollati ornamenti addosso a palazzoni fraudolenti.
che facevano baci e pochi toccamenti nella stradina dietro san Domenico a testa bassa e poi ansiosi d'annegare cercavano davvero ciclamini in un posto tranquillo. Randagi annusano, indagano. Dalle grondaie i colombi bersagliano. Segnalano gli scugnizzi i nostri spostamenti. Passanti già ci
palpano ghignanti. E la pioggia non smorza quel sole d'occhi cocenti di gente miserabile che spia se là, per
caso, sotto i loro sguardi d'astio riesci un po' di gioia ad arraffare. Di ragazze: una già sfatta se ne sta muta nel portone di fronte al pianoterra della sua tristezza poi quella incinta e la caramellaia. Ugo naviga giulivo fino a lei. Noi restiamo di qua a cincischiare. La mia ragazza è malaticcia seria perciò sguardo patetico, strabico deciso al dolore. Si fida di me crede ch'io sappia decifrare il senso ostile di questa città ansiosa. L'attendo ai lati d'una cappella. Due scheletri marmorei Minacciano apocalittici sermoni. Resisto nel mediocre vuoto. Mi fingo in difesa. Fischietto. È passato il cantante stempiato. Poi il filosofo magro e foruncolotico. La testa canuta che conteggia i nostri segnali è spuntata alla finestra del terzo piano. Non ho bestemmiato. Le tue persiane erano socchiuse. Dentro c'era luce. Tu aprivi, sparivi. Il lampione ha dondolato. Col vento la strada s'è asciugata. Solo negli incavi della pietra l'acqua persisteva. Musiche d'organo, cori, incensi erbe del giovedì santo. M'inebriavo. Tra lei e me, un prete, due preti e gli amici dei preti la scuola (coi preti). Lei era più sola.
Soltanto un'amica e forse una zia. Il parroco disinvolto mi tira l'ostia in bocca. Anche lei sta al gioco. Sale con le altre, s'inginocchia e dall'altare lui, sudante, l'imbocca. Ma a Pasqua me la strappano. La stendono a terra e a turno la baciano tutti. Il prete assiste, disinfetta le parti più
sfiorate del suo corpo. Io non voglio guardarla. Ma già mi
spingono da lei. Occhi ipocriti e saggi suggeriscono la finzione e severissimi poi l'impongono. Mani callose mi premono robuste sulle scapole. Nel pozzo colorato di luce (ah le vetrate dei miei artigiani!) ora la scorgo anelante, equivoca, umiliata. La bacio amaro per l'ultima volta. So che senza lei e con nessuno di loro più andrò. |
* da "Salernitudine", Ripostes, 2003
** Immagine di accompagnamento da LE GIOIE DELL'EDUCAZIONE CATTOLICA
(Serie 1976: 1-25)
https://narratoriografico.wordpress.com/2026/05/05/le-gioie-delleducazione-cattolica-1976-23/

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