di Ennio Abate
mentre nella mia stanza solitario accumulo appunti
di fronte a me altri - imponente - hanno elevato
un palazzaccio e trasalendo me ne accorgo
quando - cemento d'oggi dimensioni d'oggi -
l'enorme quinta ha sigillato il rettangolo
di mutevole cielo che vedevo dalla mia finestra
e se m'affaccio controllo quanto ad ovest
ne ha ritagliato e come due ore quasi prima
sottrarrà - per sempre - il sole alla vista
attorno altri casermoni ingentili dall'uso
un prato che pur fiorisce a primavera
una sua spellacchiata esistenza
nugoli di bimbi in movimento impavido
fra stagioni di luci e nebbie
undici piani dunque
lavoro a un centinaio di muratori e tecnici
appartamenti a seicento famiglie
profitti alla cooperativa che mai coscienza illuminerà
il braccio della gru ha ruotato lento silenzioso
e seminato carichi per due anni un altoparlante
ha gracchiato avvisi la sirena distribuito intervalli
i muratori - fantocci di Breughel accanto a fuochi
mattutini li ho visti entrare e uscire lentamente o di corsa
e comparirmi davanti dal panettiere o al bar qui sotto
contemporanei fotografabili televisivi
per tornare poi sui ponteggi affacciarsi a gruppi
guidare i moti della carrucola scomparire
nelle cornici spoglie dei piani in spazi d'altra luce
dai bimbi ho saputo anche che i cani da guardia
ululanti a notte - hanno avuto la loro leggenda:
una cagna ha figliato è morta e il cane nero
a lungo l'ha vegliata
gli appartamenti pronti a breve
custodiranno parti della vita normalmente orrenda
di seicento famiglie che hanno risparmiato
e litigato per risparmiare
pure i miei appunti scritti all'ombra del palazzaccio
tratterranno parti della mia vita altrettanto orrenda di questi anni
e l'interrogazione su quella a noi tutti mancante
(anni '90-'95 | 1 luglio 2026)

