lunedì 25 maggio 2026

Poesia come lavoro o “essere vivente”?


di Ennio Abate

Questo è il mio intervento nella discussione aperta oggi da Gabriela Fantato sulla sua pagina FB. In Appendice il suo articolo.


1.
La poesia - uso il minuscolo per segnalare subito al lettore lo spazio storico in cui colloco questo mio intervento - metaforicamente, sì, “appartiene alla vita, entra nel flusso del mondo, si agita ... vive ”. E può essere vissuta soggettivamente come “un essere vivente”. Perché è un prodotto o artefatto particolare e ambivalente. Ma non è esattamente un “essere vivente”. È come un tavolo, una bici, una musica. Un elemento non naturale, ma prodotto del lavoro: quello creativo, quello non subordinato al capitale, che domina coartando e sfruttando la potenza-lavoro umana in generale.

2.
“se c'è Poesia c'è Vita, trasformazione, mistero...e c'è il sacro.”

Può darsi. Ma fino a che punto possiamo spingere la poesia (o la Poesia) in direzione del mistero (o del Mistero), del sacro (o del Sacro)? E senza danni per la sua autonomia, cioè senza cancellare la sua dimensione di prodotto del lavoro umano? E senza confonderla con la religione? Certamente, c’è stata e c’è una poesia influenzata dalla religione (o dalle religioni) e attratta dalla ricerca del Sacro o del Mistero, ma resta poesia. Non può diventare un surrogato di quel tipo di ricerca. Forse gioverebbe riflettere ancora sul monito di Franco Fortini contro “la sporca religione dei poeti”. O rileggere “Il dissidio storico d Clemente Rebora”. [1].

3.
”La Poesia non appartiene al mondo attuale di consumismo, narcisismo e tracotanza”.

E' scontato. Però, può sfiorarlo. O immergervisi fino a spettacolarizzarsi. Oppure assorbire elementi materialistici, fangosi, sudici o kitsch. Attenzione a non fare della poesia (o Poesia) una verginella. O ridurla a “pane degli angeli”. E neppure imporle altri compiti più o meno di moda (scuotere, rifondare, essere atto rivoluzionario, parola “corsara”, ecc.). La poesia è soprattutto ricerca. Non si sa mai cosa può trovare. Né dove lo trova. Magari lo si saprà anni o secoli dopo.

4.
“Fare dei nomi?”

È rischioso, sì. Quelli/e che tentano la via della poesia sono uomini e donne come altri/e. Hanno medesime o analoghe passioni (spesso oscure). Subiscono o fanno i conti con la conflittualità, che è norma nella nostra società. E questa condizione impone, presto o tardi, delle scelte. Ad esempio, si sceglie di identificare poesia e vita. E allora accogliamo o dovremmo accogliere indistintamente tutta la produzione dei poeti e degli “scriventi versi” (G. Majorino), intendere i “moltinpoesia” come tutti poeti o quasi. Perché anche loro, come la vita, appaiono oggi un conglomerato caotico e quasi indistinguibile. (Ma allora perché affannarsi tanto a definire cos’è la poesia? Basterebbe sostituirla con la parola vita). Possiamo scegliere, invece, di distinguere. Perché nella vita - per conservarla o ampliarla o liberarla dalle offese - distinguiamo male e bene, bello e brutto, giusto e ingiusto, morale e immorale, costruzione e distruzione. Lo facciamo a fatica, dubitando, sbagliando, correggendo. E senza garanzie. Proprio per “trovare una direzione, un varco nel vuoto che ci assale”. E, in qualche misura, nominarlo, afferrarlo, comprendere di cosa sia fatto o potrebbe essere fatto. E, allora, si possono, anzi, si debbono “fare dei nomi”. I nomi di chi più o meglio di altri mostra il valore che chiamiamo poesia o Poesia. Fino a tempi recenti questa è stata la funzione (indispensabile) della critica. Che oggi manca. La sfida o scommessa resta: dichiarare qual è la scelta che si fa, motivarla.

[1] Vedi F. Fortini, I poeti del Novecento, pag. 30-40, Laterza, 1977
RIFERIMENTI
G. Majorino, Poesie e realtà 1945-2000.
F. Fortini, Dei confini della poesia.


Appendice


La Poesia è un essere vivente.
💥💥💥
Ogni volta che scrivo, mi assale la domanda:
"Come si fa a scrivere un testo che viva, che respiri, che sfugga eppure non ti lasci mai?
Come si fa a riuscire a scrivere una Poesia?".
Oggi ci sono tantissimi autori che scrivono poesie discrite, alcuni anche belle poesie, formalmente o per contenuti, ma solo in pochissimi casi la poesia che leggo mi resta addosso.
In quel caso la Poesia è un essere vivente, appartiene alla vita, entra nel flusso del mondo, si agita ... vive .
Ecco, solo questa, secondo me, è Poesia: un essere vivente, che respira, che si agita e si fe
rma, che si fa conoscere solo in parte, che nasconde ombre ed il echi dentro...
Proprio per questo, se c'è Poesia c'è Vita, trasformazione, mistero...e c'è il sacro.
La Poesia non appartiene al mondo attuale di consumismo, narcisismo e tracotanza, ma scuote e rifonda, è atto rivoluzionario, parola "corsara" che si allontana dal mondo...ma crea nuova realtà.
Fare dei nomi?
Certo, potrei, ma aprirei un enorme polemica e non mi interessa.
Non è qui una questione di registro di voti, di elenco di "bravi " e di "cattivi".
È questione di trovare una direzione, un varco nel vuoto che ci assale.
Trovare Poesia significa trovare linfa vitale....
Imbarcarsi in una sfida.
E qualcuno lo sa.
Qualcuno la pensa come me?
Ditelo, e su Messanger, se vi va...fatevi vivi.
🔥
P.S.
Nei commenti ho messo un testo di Poesia .
Ecco questo è ciò che dico in parole altre qui. 🌈🌈
Se vi va, leggetelo.
Grazie

7 commenti:

Alberto Rizzi ha detto...

1) - Mah… Se seguiamo il tuo filo logico, entriamo in distinzioni molto particolari, molto personali e spesso subordinate (quasi sempre in negativo) al proprio sostrato ideologico.
Per esempio si potrebbe far notare che la maggior parte dei capolavori artistici prodotti almeno fino al XIX secolo è stata sempre legata a chi deteneva il Potere, o a chi l’avrebbe voluto detenere; e questo a prescindere che la società fosse o non fosse capitalistica.
Perciò sarebbe forse il caso di focalizzarsi sui fini (che – attenzione - non giustificano mai i mezzi…) e anche lì con parecchi distinguo; e così una bici sarà anche un “non vivente”, ma l’uso che ne faccio la potrebbe nobilitare fino al punto che… Ma anche questa distinzione farebbe entrare in una sorta di campo minato: perché allora potremmo togliere lo status di “opera d’arte” – che ne so – alle Stanze Vaticane di Raffaello, visto il pochissimo nobile scopo a cui erano destinate.

2) - Funzionalmente parlando, la possiamo spingere fino al punto in cui l’intento di condizionamento ideologico o religioso, non travalica le ricerche (musicali, ritmiche ecc.) sulle quali si fonda la Poesia (e qui, scusa, uso il maiuscolo); il che non implica che, tecnicamente parlando, certe liriche di tal genere siano però ineccepibili.

3) – Qui, caro Ennio, siamo del tutto d’accordo. È un problema che riguarda qualsiasi forma d’arte e i nomi di tutti/e quelli/e che si sono prostituiti (e continuano a prostituirsi) a chi detiene un minimo di potere, è legione…
Semmai il rischio che si corre è quello di cadere nella logica di ciò che chiamo – come sai – “pensiero bipolare”: cioè che coloro i quali si prostituiscono alla forma di potere che ritengo giusta siano buoni, mentre gli altri…
Ma, anche se so quanto ride di questa mia affermazione chi è in malafede, continuo a ritenere che ci sia una “questione morale” anche in ambito artistico; e che se si vuole una società diversa da quella attuale, si dovrà fare i conti anche con tale problema.

4) – Certo che occorrerebbe fare nomi! Ma allora dovremmo finalmente chiederci perché se ne fanno così pochi, o almeno perché è così difficile farlo?
Chiediamoci chi ha demonizzato la meritocrazia, eh?
Forse quelli che, di sicuro per proprio tornaconto, hanno ipocritamente tentato (e ancora tentano) di democraticizzare un ambiente che di democratico non ha proprio nulla? Quelli che “siamo tutti poeti”, coi risultati che vediamo attorno a noi e che tanto comodo fanno a questi buonisti di (omissis)?
Già. Anziché rischiare in proprio cercando di costruire canoni sempre discutibili, ma oggettivi, si è preferito rifugiarsi in una critica d’accatto, buona a far racimolare all’ipocrita di turno un po’ di like, di visibilità. Di voti: in mezzo ai ciechi, il guercio è un re.
Va bene così: il cambiamento non si fa cercando di convincere altri a pensarla come noi, fino ad avere una democratica maggioranza: ma costruendo ciò in cui crediamo, o almeno mostrando la strada per farlo a futura memoria. In attesa che la bolla esploda (o imploda), lasciando alla superficie ciò che vale.

Ennio Abate ha detto...

@ Alberto Rizzi

1.Nel punto primo ho parlato del rapporto tra poesia come lavoro (tesi che preferisco) a quella della poesia come “essere vivente” (tesi di Gabriela Fantato ed altri/e). Non ho neppure sfiorato il problema del rapporto tra poesia (o Poesia) e potere (o Potere). Che ovviamente è stato variamente posto nelle società antiche, moderne e contemporanee; quindi sia prima della società capitalistica che dopo (e non solo “fino al XIX secolo”).

Per la riflessione su questo punto, suggerirei la lettura di un’intervista a Fortini, “Cos’è la poesia” (Rai Educational 1993)
[La si legge qui: https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/10/proposta-di-lavoro-n1-ottobrenovembre.html]. Ma per ora riporto un passo, che tra l’altro accenna al rapporto della poesia sia con il sacro che con il potere:
« L’idea che il poeta sia ispirato dalle muse o dall’inconscio o da qualche demone segreto o dalla divinità è qualcosa che effettivamente accompagna direi tutte le tradizioni perché vi è stata un’epoca nella quale la funzione della poesia era quella di comunicare con una zona oscura, esterna alla cerchia illuminata dal fuoco della tribù, nella quale e dalla quale lo sciamano, il sacerdote e il poeta, il cantore facevano pervenire, dicevano che pervenivano i loro messaggi. Spesso mi è occorso di ricordare, in queste circostanze, il passo assolutamente straordinario della Odissea quando Ulisse ha compiuto la sua vendetta sui Proci, ha compiuto la terribile strage a colpi di frecce e tra i morti e gli agonizzanti si fa avanti il cantore, colui che in sostanza cantava narrazioni epico-liriche alla mensa dei Proci; gli si fa incontro, gli abbraccia le ginocchia, lo scongiura di non ucciderlo e lo scongiura di non ucciderlo dicendo: "sì, è vero io ho cantato per questi usurpatori ma l’ho fatto perché vi ero costretto e d’altronde sappi che io sono prontissimo a cantare anche per te; ma astieniti dal sangue di colui che in qualche modo è consacrato ad Apollo e che è quindi un personaggio sacro". Qui troviamo nello stesso tempo affermata l’elemento di diciamo di grandezza e di miseria della tradizione letteraria, per cui per un verso c’è una sorta di invisibile tonsura sacra sul poeta, e nello stesso tempo c’è l’abiezione di colui che vive mendicando alla tavola dei padroni e dei potenti. Naturalmente Ulisse non uccide il cantore e da quel momento il destino del poeta e del letterato nella cultura occidentale è segnato.»

[continua]

Ennio Abate ha detto...

[continua]

2. Il punto due del mio intervento riguarda il legame della poesia con la religione e il sacro. Nella tua osservazione o replica non capisco cosa intendi con quel “Funzionalmente parlando”. Né afferro quale sia la tua posizione sull’argomento.

3. Sì, forse siamo d’accordo. Ma su “questione morale” e volontà di una società diversa oggi siamo quasi al buio.

4. Credo di aver spiegato a quali condizioni sia giusto "fare i nomi". Forse al momento esse non ci sono. Viviamo (o sopravviviamo) in una società – la nostra è quella cosiddetta occidentale - che è in crisi.
Ma di che crisi si tratta? Come se ne esce? Con le guerre e, in prospettiva, con la Terza guerra mondiale (totale dopo quella “a pezzi”)? O con la IA dei transumanisti alla Musk?
La poesia (in questa ottica che tiene conto della storia) non può non essere anch’essa in crisi. E come ne esce?
I poeti - (quelli italiani che riesco a mettere a fuoco) – vivono questa crisi e la tematizzano?
Molti non ci pensano. Altri sì, ma indirettamente e confusamente: o cercando di “democratizzare” fino all’estremismo del “siamo tutti poeti” il loro campo; o rivalutando «il valore artigianale dei propri manufatti» da “veri poeti”; o inventandosi cervellotiche poetiche di “poetry kitchen o poesia buffet” o di “realismo terminale”; o recuperando in extremis echi sbiaditi di “poesia civile” o di ricerca “d’avanguardia”. O, come in questa pagina, aggirandosi attorno ai concetti di Poesia-Vita-Sacro.

Ho spesso chiarito sia l'importanza del fenomeno della scrittura di massa (o dei “moltinpoesia”) ma anche che esso è sintomo di crisi e non la soluzione. Sintomo di crisi è, però, anche la "meritocrazia", a te troppo cara.
Insomma,tutti sembriamo lontani dal mettere a fuoco sia la crisi della società che della poesia.

Alberto Rizzi ha detto...

1) – Grande verità, purtroppo, e che vale per tutti i lecchini, a prescindere dal colore politico del loro padrone; non a caso ho citato le “Stanze Vaticane”: che se da un lato sono senza ombra di dubbio uno dei capolavori della pittura europea tra Rinascimento e Manierismo, dall’altro sono uno dei manifesti politico-religiosi cardine della Controriforma.
E se vogliamo approfondire, c’è sì un cambiamento con l’Illuminismo, ma solo perché questa corrente di pensiero apre a una categoria sociale che, per conformazione mentale, non capisce l’utilità dell’Arte, finché non ha un ritorno economico: tanto che, se vogliamo andare a cercare al giorno d’oggi grandi artisti di successo, li dobbiamo cercare in coloro i quali lavorano per la pubblicità e settori contigui, o che comunque creano direttamente o indirettamente un guadagno all’interno del mercato capitalistico.
Come dire che gli “indipendenti” sono (sempre stati) una minoranza e di solito parecchio antipatici.
Ma sulla faccenda dell’ispirazione (così chiarisco anche il mio pensiero riguardo al punto 2), trovo logico che chi fa capo a filosofie che ritengono inesistente il mondo sovrasensibile (in qualunque modo poi ce lo rappresentiamo), non possa nemmeno prendere in considerazione l’idea che l’ispirazione risieda “altrove” dall’autore stesso. Mentre per me l’autore è “antenna” tra questo mondo e il sovrasensibile, anche a volerlo considerare solo come una “memoria collettiva”, dalla quale più o meno inconsciamente si pesca.

3) – Assolutamente. Finché non ci si decide ad uscire dalle logiche care alla massa (che parliamo di logiche capitaliste, o “socialiste” la Storia prova che la loro posizione verso la Cultura è la stessa, anche se in forme diverse), che per questo sono sfruttate da chi governa, il buio sarà sempre alquanto pesto.

4) - Purtroppo in questo momento di caos terminale, la Poesia non può fare eccezione dallo stato in cui versa la società tutta: non ci sono settori che “stanno meglio”; possono esserci differenze, ma sono marginali, come qualche punto percentuale, o qualche lieve “distinguo”.
Perciò continuano a nascere come funghi le parrocchiette autoreferenziali e dunque l’unica risposta può essere cercare col lanternino quelle proposte che non lo sono; e sempre senza farsi condizionare da lenti deformanti ideologiche o religiose.
Quanto alla “meritocrazia come sinonimo di crisi”, mi sembra un assurdo: la qualità non può mai essere segno di crisi; semmai può essere manipolata (in primis quando l’artista si prostituisce, come ben sappiamo): ma è l’assenza di linee guida, seppur discutibili, a essere segnale di crisi.

Ennio Abate ha detto...

Bene, abbandonata la pagina FB della Fantato, continuiamo il confronto qui. Per punti:

1. «gli “indipendenti” sono (sempre stati) una minoranza e di solito parecchio antipatici».

Bisogna evitare la retorica dell’indipendenza, però. Sì è indipendenti da certi poteri ma si resta dipendenti da altri (fosse pure il gruppo di amici o di affini). Insomma, per me l’indipendenza non è un valore in sé. Va misurata per quel che costruisce o produce.

2. «trovo logico che chi fa capo a filosofie che ritengono inesistente il mondo sovrasensibile (in qualunque modo poi ce lo rappresentiamo), non possa nemmeno prendere in considerazione l’idea che l’ispirazione risieda “altrove” dall’autore stesso. Mentre per me l’autore è “antenna” tra questo mondo e il sovrasensibile».

Vedi che io ho una posizione più problematica di questa che tendi ad attribuirmi. E, infatti, in replica al punto che la Fantato aveva espresso così «“se c'è Poesia c'è Vita, trasformazione, mistero...e c'è il sacro.», avevo scritto: «Può darsi». Dunque, non mi scandalizza che «l’ispirazione» - (termine di cui sospetto perché copre e a volte giustifica di tutto) - non sia dominio indiscusso dell’autore. Riassumendo: sentiti o sentitevi pure «“antenna” tra questo mondo e il sovrasensibile», ma bisogna giudicare e fare i conti con il prodotto o il testo o il “servizio” che arriva dall’”antenna” che afferma di averlo ricevuto dalla Musa, da Beatrice, da Dio, dall’Inconscio.

3. «Finché non ci si decide ad uscire dalle logiche care alla massa (che parliamo di logiche capitaliste, o “socialiste” la Storia prova che la loro posizione verso la Cultura è la stessa».

A patto che sia chiaro cosa intendiamo per “Cultura”. Spesso è un Feticcio, una parola vuota.

4. «le parrocchiette autoreferenziali e dunque l’unica risposta può essere cercare col lanternino quelle proposte che non lo sono; e sempre senza farsi condizionare da lenti deformanti ideologiche o religiose»

Prova a fare degli esempi, dei nomi e vediamo se possiamo essere d’accordo.

5. «Quanto alla “meritocrazia come sinonimo di crisi”, mi sembra un assurdo: la qualità non può mai essere segno di crisi».

Una cosa è il merito, cioè il riconoscimento di un valore che viene definito e contestualizzato, altra cosa la meritocrazia, che è l’ideologia (ambigua) che sui comportamenti meritevoli viene costruita. Ma anche qui preferirei degli esempi.

Alberto Rizzi ha detto...

1) - La retorica andrebbe evitata sempre… Certo, le dipendenze esistono per il semplice fatto che esistono le relazioni, non essendo noi (per fortuna…) monadi isolate nel tempo e nello spazio. Col termine “indipendente”, perciò, io designo chi cerca di stare più possibile alla larga da poteri “fuori etica”. Dalle persone che cercano il consenso di chi ci governa, o che ne vengono manipolate, ora come ora.

2) – “Musa” ecc. sono solo parole di comodo; condizionate da formazione, cultura, società e fedi di appartenenza: per questo preferisco sempre tenermi sul generale e parlare di contatti col mondo sovrasensoriale, o spirituale; e fermarmi lì. Affermare “sono ispirato da Apollo – o vedi tu chi” potrebbe essermi utile solo per relazionarmi con qualcuno che, nei suoi schemi mentali, ha bisogno di identificare l’ispirazione artistica con un’immagine antropizzata.
Perciò io mi limito a dire che il poeta (visto che stiamo parlando di tale soggetto, anche se il mio modello vale per tutti gli artisti) parte sì da input propri e “reali”; ma che la composizione poi prende spunti anche da elementi che gli arrivano in modo irrazionale e senza che lui possa darsene una spiegazione precisa; e che possono persino essere più importanti di quanto viene dalla sua mente o dal suo cuore, non solo all’interno del singolo testo, ma dell’intera opera.
Che tali elementi gli arrivino da una sorta di “memoria collettiva”, o da singoli tramite telepatia inconscia, da un’ispirazione “più o meno divina”, sogno e chi più né ha più ne metta, è per me un dettaglio che non incide sul concetto generale.

3) - Il termine è così articolato che qui sono io a chiedere un esempio a te; a chiederti cosa intendi tu per “Cultura”, così da riprendere il discorso.

Alberto Rizzi ha detto...

4) – Al momento il discrimine è quanto una proposta si mette in direzione opposta ai desideri del mercato; ed evita autoreferenzialità e clientelismi finalizzati ad acquisizioni di potere e visibilità.
Ti porto l’esempio della casa editrice che mi ha pubblicato “Pseudo haiku” e “Una distanza immane”: totalmente gratuita, tiratura di cento copie per titolo; metà distribuite tramite l’indirizzario dell’editore, metà date all’autore che si arrangia nello stesso o in altri modi.
Mi piacerebbe dartene qualcun altro che venisse dal polo opposto, cioè dai lettori: una qualche forma “societaria” che organizzasse presentazioni, senza buffet, senza sponsor di dubbia reputazione (politica ma non solo) e con la clausola che almeno la metà dei presenti acquisteranno una copia del libro proposto. Ma non ne conosco e probabilmente questa ipotesi è ancora nel limbo della fantadistribuzione…

5) – Allora, provo a fare un po’ di chiarezza, almeno dal mio punto di vista: “meritocrazia” è un concetto che di per sé è neutro, cioè dipende dai parametri sui quali si basa: nel senso che c’è meritocrazia anche nel mondo dei killer professionisti, ma non mi sento di dire che essi seguano le vie dell’Etica, quindi meglio non prenderla in considerazione.
Per ulteriore chiarezza vediamone altri, di questi concetti, ai quali per convenzione si dà un significato negativo “a prescindere”: “conservatore” e “aristocrazia”
Ma perché “conservare qualcosa” dev’essere un segno di negatività? Nella logica bipolare per cui il Progresso è buono, ovvio che la Conservazione sia l’opposto; ma per chi usa un pensiero critico, visto a cosa è servito per lo più il progresso finora, siamo sicuri che ad ogni novità occorra buttar via il vecchio e che chi non lo fa sia un idiota?
“Aristocrazia” significa “Governo dei migliori”: scusa, non va bene e vogliamo esser governati dai peggiori? A parte che ci stiamo riuscendo benissimo, il termine è quasi un sinonimo di “meritocrazia”: il primo si concentra (forse) più sul lato politico in sé, il secondo è più generale, affermando che in sostanza si devono fissare dei criteri il più oggettivi possibile.
È la logica del cronometro, secondo la quale tutti abbiamo due gambe, tutti possiamo correre, ma ai Campionati Regionali ci si arriva in un centinaio, a quelli Nazionali in una decina, più su se va bene in tre o quattro. E chi è fuori da questa rosa, non si presenta al pubblico dicendo “io sono un atleta” (anche se magari una volta alla settimana si fa una decina di chilometri corracchiando sulla riva di un fosso), perché se lo fa rimedia pernacchie.
Certo, in un contesto culturale c’è più soggettività che usando un cronometro, o un’asticella per l’altezza: ma meglio una regola, per quanto discutibile, che nessuna; illudendosi che “si è tutti artisti”.