venerdì 7 gennaio 2011

CONTRIBUTI
Ennio Abate
"Memoriré" di Marco Ceriani
Quattro poesie e una nota


Da Memoriré

Ne parleranno alla LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO 18 lunedì 10 gennaio alle ore  18: Ennio Abate, Paolo Giovannetti, Marina Massenz e Patrizia Valduga. Sarà presente l'autore. 

Pag. 28

Ora occhio al sicariante
che se va menando pacche
sulle spalle in bolgia è avante
di chi viaggia certe lacche
che viaggiammo mercé il drastico
apoftegma della morte
quando stira l’egro elastico
da un conscio asilo a inconsce porte –
Ora occhio in più a quel killer
che ti biffa anche la firma
come un Goethe a neve o Schiller
nei rigiri dello scisma
della manna soprannumeraria all’ilio
s’è dall’ilio in giù la taglia
se da cinta in su va il villo
di un tatuaggio in fé canaglia...

Pag. 30

Prestami il tuo anello divorzile
– l’allodola fa all’allodolessa –
nel campo del fieno minorile
che ha uno zoccolo con un’unghia fessa!
Prestaci il tuo anello per le nozze
– dice la folla strabica dei grilli –
nel campo del granturco che commosse
il vento con il suo dondolo di spilli.

Pag. 89

Non riesco a saper del suo volto...
E le mani? Ha mani d’una qualunque?
Quello sanguina da un archivolto?
Queste pregano, pregano giunte?
E il suo grembo? Non so... Ella è fons boni...
Fons mali... E le bugie, c’è da crederle?
Il suo sorriso è volo di rondini
cucito dietro file di perle.
Ma dopo guardatele i piedi... Puzzano ahimè da non credere...
E le scarpe? Scalcagnate da quante mai leghe?
Lei entra in casa... Tu la inviti a sedere...
Lei da beghina ti racconta delle sue beghe.

Pag. 93

C’è l’odio. Veste all’inguine né tristi né lieti
vestiti di pelle ferina... C’è. Porta alle spalle
pelliccia di vischio di abeti
che scarpinano dal monte giù fino a valle.
C’è l’odio... Come tutti frequenta l’asilo...
C’è. Poi alle elementari diventa quel discolo
che vorrebbe spezzare il bel filo
che l’arianna della morte fa uscire dal circolo.


NOTA DI Ennio Abate

Ho ricevuto subito due commenti viscerali e respingenti appena ho fatto circolare la mia proposta di leggere alcune poesie di Marco Ceriani, il poeta oscuro (poco noto, “che non si capisce”), in vista della presentazione della sua ultima raccolta Memoriré Lunedì 10 gennaio [2011] alla Libreria popolare di Via Tadino 18 a Milano.
Non mi sono scandalizzato. Anch’io non capisco queste poesie. Sono lontane dal mio modo di scrivere e dall’idea più o meno precisa che mi sono fatto della poesia da scrivere. Ma non  ne faccio motivo di vanto (né di colpa). Mi sento invece incuriosito, sfidato e spinto a cercare in qualche maniera una strategia d’avvicinamento a una ricerca tanto insolita, diversa.
Ceriani mi appare come  un uno che la poesia se la fa per conto suo, un eremita, un mistico, uno scalatore  che preferisce trovare e praticare  da solo percorsi sulle montagne  più ardue. Non si cura delle  chiese dei poeti (c’erano, ci sono?), né della comunicabilità (e quindi dell’obbrobrio raggiunto oggi dalla comunicazione). Non è oscuro  per gioco, per voglia di stupire o polemizzare contro  i chiari (i lucidi, gli intrattenitori, i simpatici, i pedagogici). Non ha nulla a che vedere con avanguardie e neoavanguardie (o coi poeti che aprono un dizionario o altri libri per eruditi o  per la ggente a caso e poi si fanno guidare dall’associazionismo più capriccioso e incontrollabile  di immagini, di idee, di suoni). E , se proprio vogliamo collocarlo in quache posto  tra i discorsi che si fanno in poesia,  starebbe nella scia dello sperimentalismo più solitario e ascetico. Persino attardato, fuori stagione forse.  
Nella parola egli insegue un senso che non ha nulla a che fare col “buon senso”, col “senso comune”, coi discorsi sul “comune”. Quale?
Egli avanza a colpi di neologismi (tantissimi),  di gabbie metriche con tanto di rime, versi e strofe,   disciplinate  e pesanti come corazze antiche su un corpo lessicale spesso iperletterario, che viene sbattuto lì o ricomposto (con  lunga cura? con eccessivo amore?) attorno ad alcuni temi prevalentemente di morte e di disfacimento. (C’è o no un filo tra morte e oscurità?). E dopo una sedimentazione di letture e meditazioni interiorizzate e tenaci. Credo - è la prima volta che leggo suoi testi, anche se ne ho sentito parlare da amici - attinga ad alcune fonti precise e saldissime:  Ceriani traduttore di Holan,  i richiami evangelici e biblici, il lessico di un mondo  ancora contadino e umanistico-letterario allo stesso tempo.
Gli arti e le giunture impreviste di questo corpo linguistico alludono a significati del tutto spiazzanti , alogici e quindi – a prima vista – insignificanti o senza significato. Ma non è così. Non c’è gioco disincantato, ma una visione seria, tragica del mondo e dell’esperienza umana nel mondo.
Ma che poesia è questa? La domanda  va posta, è legittima. In tono ingenuo, ma più spesso sottilmente provocatorio. Perché quando parliamo di poesia oggi, temo che siamo tutti (anche quelli che si travestono da semplici, da lettori comuni)  troppo scafati, leggeri e  pronti a ingozzarci coi pot-pourri di puri significanti, con la musicalità dei versi, la bella immagine sorprendente. Sempre più spesso  i critici hanno fatto dell’analisi metrica  o formale una scorciatoia fine a sé. Ed è così facile nella società dello spettacolo abbandonarsi  anche in poesia al barocco, alla baldoria delle parole.   
Perciò le poesie di Ceriani vanno incontro sia a reazioni repulsive, di cui ho detto all’inizio, sia agli alleluia degli esteti. «Che eleganza scritturale»,  «Suono puro! Pura musica! Parola inaudita!», «[Versi?] rilucenti allo sguardo. Circolarità onnicomprensive e perfettamente conchiuse, aprenti e vibranti d’umanità»:questi i commenti su un sito in coda ad alcune poesie di Memoriré.
 A me pare sterile (e comodo) sia il rifiuto  ostile sia l’adagiarsi nel commento ammirato e non argomentato. Ma non ho la ricetta giusta per evitare questi vicoli ciechi. Né mi posso improvvisare accompagnatore di uno scalatore simile. Ci vorrebbero ore e ore di studio (sì, di studio!) per frequentare e interrogare questi versi uno per uno, e poi ogni componimento e poi l’intera raccolta e poi il percorso  poetico dell’autore. Non ce la facciamo e rinunciamo. Forse anche giustamente. Oggi più di ieri  siamo tutti intrappolati in varie forme di individualismo proprietario che si riflette anche nell’uso recintato della lingua ( e dei saperi) e abbiamo la nostra strada da seguire e alla quale siamo semplicemente più abituati.
Ma in teoria la possibilità di avvicinarsi con più generosità a questi versi  e di tradurli  persino in linguaggi più comunicativi ci sarebbe. Ci vorrebbe la pazienza di uno psicanalista (e di un enigmista), l’erudizione di uno studioso, la disponibilità di Ceriani stesso – visto che è vivo ed è tra noi -  a  svelare ( a “volgarizzare”, uso un brutto termine) quello che lui sa (o crede di sapere) su come ha costruito questi componimenti, quando li ha costruiti, il contesto temporaneo e spaziale  della cova e del lavorio da filologo.  E poi ancora addosso ai versi, a rimuginarli, ad ascoltarli, a rileggerseli, a ridirli ad alta voce, a commentarli  assieme fuori dalla sacralità e dal diplomatismo. Ma è tardi e sta per cominciare Anno zero. Tuttavia sarebbe già bello affacciarsi almeno sulla soglia di questo laboratorio di Ceriani.

8 gennaio 2011

13 commenti:

  1. Caro Marco Ceriani,
    non volermene ma sono troppo umana per capirti o forse tu capisci troppo per essere un umano.
    Con grande ammirazione per il tuo immenso amore per la poesia , ti saluto caldamente. Emilia Banfi

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  2. Ennio Abate:

    "ma sono troppo umana per capirti o forse tu capisci troppo per essere un umano".

    Beh, sciogliamo il dilemma.
    A volte ci affezioniamo a una parola e la carichiamo di valore, ma a rifletterci...

    Se si è "troppo" umani non si capisce.
    Se si capisce "troppo" non si è umani (quindi si è disumani?).
    Basterebbe allora essere semplicemente umani?
    Ma allora viene in mente Primo Levi: "Se questo è un uomo"...

    E allora come la mettiamo?

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  3. Sì,l'umano può andare oltre la sua dimensione e scorgere molto più di quanto la vita gli possa presentare, arrivare cioè ad un senso nuovo delle cose e a vivere proiettato in questo mondo che potrebbe e dico potrebbe non sembrare umano ma certo non disumano visto che egli stesso lo ha scoperto. All'umanità abbiamo dato molte spiegazioni e Marco Ceriani deve assolutamente spiegare le sue. Peccato che io abbia l'influenza , spero Ennio che tu ci possa dare
    poi un resoconto dell'incontro. Ciao a tutti Emy

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  4. Scusate, correggo ....Marco Ceriani deve assolutamente dare le sue. Ah! la solita fretta....Ciao Emy

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  5. Oltre alle poesie inviate da Ennio ne ho lette altre su internet. Marco Ceriani è umanissimo. Incomprensibile, mescolato, enigmatico, solitario, imperscrutabile, oscuro, tenebroso, sconnesso………come l’essere umano preda delle sue emozioni. “Come ti capisco, mi dispiace…” “No, non ti capisco, non so fino a che punto mi dispiace” dovremmo onestamente dire. Certe emozioni sono di chi le prova in quel momento e di nessun’altro. È qui l’incomprensibile. Ceriani esprime l’impenetrabile che divide gli individui. Siamo tante monadi e fingiamo di capirci, di sostenerci, ma facciamo finta. Ognuno può interpretare i suoi versi come gli pare e a seconda di come sta. Ceriani fa bene ad amare la solitudine e farsi esempio del modo di vivere oggi. Nelle sue poesie gli argomenti convergono, si propagano, sfuggono, ma mi conducono in un unico luogo e in un unico tempo in cui soffermarmi e forse restare.

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  6. "certe emozioni sono di chi le prova" poesia/emozione bene! l'avevamo rinnegata mi pare... . "Ognuno può interpretare i suoi versi come gli pare a seconda di come sta" e la critica a cosa serve? O meglio cosa ne pensa? Ela poesia IO/NOI? Tutto da rivedere? Comprendersi attraverso la non comprensione? Forse si ma avvicinandosi e questo Marco Ceriani lo sta facendo per esempio lunedi. Spero. Ciao Ema tutti Emy

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  7. Ennio Abate @ anonimo 8 gen 12.12:

    1. Sveglia! Ceriani, proprio perché (o visto che)scrive, e scrive poesie e scrive poesie complesse e metricamente elaboratissime, non è "come l'essere umano preda delle sue emozioni".

    2.Un'emozione è un evento singolarissimo e affermare che "certe emozioni sono di chi le prova in quel momento e di nessun altro" è in parte vero. E con questo? Perché saremmo condannati all'"incomprensibile"?
    Abbiamo il linguaggio che è uno strumento
    complesso (quindi anche anche usato per ingannare, mentire e non sempre o automaticamente per svelare la verità o le verità) per SONDARE quello che ci appare incomprensibile (o "impenetrabile" fino a che qualcuno non riesce ad aprire dei varchi:una volta gli uomini pensavano che la terra fosse piatta, che il sole girasse attorno alla terra, che l'atomo fosse indivisibile..ora non più).

    3. "Siamo tante monadi e fingiamo di capirci, di sostenerci, ma facciamo finta. Ognuno può interpretare i suoi versi come gli pare e a seconda di come sta".
    Meglio dire: io credo che gli uomini siano delle monadi. Altri credono che, senza una società minimamente organizzata, l'individuo (mettiamo il caso di Ceriani o di uno qualsiasi) che si isola (per contemplare la natura, per scrivere una poesia, per sfuggire al chiasso, per fare il monaco) non sarebbe possibile. L'INDIVIDUO è cosa recente nella storia dell'umanità. Tra isolamento e relazione (tra IO e NOI)la partita è sempre aperta: c'è la possibilità di creare ponti e la possibilità
    di erigere muri.

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  8. A proposito di umanità, segnalo:

    http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2011/01/come-%C3%A8-umano-lei-stupidit%C3%A0-a-arte.html

    L.T.

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  9. Ho dimenticato di inserire il mio nome allle 12.12.
    1. Non ho detto che Ceriani è preda delle sue emozioni, ma la sua poesia è smembrata e imperscrutabile come sconnesso è l’essere umano in balia delle sue emozioni. Quindi rappresenta bene l’uomo contemporaneo. La sua arte ha le sembianze dell’ insensatezza e dell’idiozia del presente, è poesia dell’inferno, è l’ evidenza di aspetti propriamente umani come l’ insulsaggine, l’ incomunicabilità, la grettezza, l’idiozia.
    2. Saremmo condannati all’incomprensione perché l’essere umano è in gran parte una fiera e la fiera è egoista, menefreghista, pensa per sé. Ha il suo unico e inconfondibile linguaggio, è parte della natura e lotta per la propria sopravvivenza. Il linguaggio è un’altra goffa maschera che si aggiunge alle mille altre che ogni giorno ci mettiamo. Non basta fare gli equilibristi tra le parole, bisogna agire, bisogna procedere, quello che l’uomo di quest’epoca non sa fare.
    3. Chiamala società organizzata!
    (pag 93)
    C’è l’odio. Veste all’inguine né tristi né lieti
    vestiti di pelle ferina... C’è. Porta alle spalle
    pelliccia di vischio di abeti
    che scarpinano dal monte giù fino a valle.
    C’è l’odio... Come tutti frequenta l’asilo...
    È qui che capisco che Ceriani è oscuro realista, riceve dal mondo i messaggi propri della balordaggine di quest’altro millennio.
    Giuseppina Broccoli

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  10. Ennio Abate:
    Anche se sfiora quanto qui stiamo discutendo, stralcio da http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2011/01/come-%C3%A8-umano-lei-stupidit%C3%A0-a-arte.html (suggerimento di L.T.):

    Come giudicare l’opera-performance di Marina Abramovic che si fa colpire con schiaffi e altro dagli spettatori? O i branchi di persone nude portate in giro in vari luoghi metropolitani o naturali, da Vanessa Beecroft e da altri, come bestie al pascolo? Quali sono i significati, se non i valori, incorporati in queste azioni? Ci sarà del masochismo per esempio? O la denuncia di vari mali dell’umanità? O la degradazione della dignità esposta e volgarizzata (alla maniera di Castelvetro con la Poetica di Aristotele)?

    Ma non è, appunto, forse semplicemente il manifestarsi della stupidità umana, che esige anch’essa la sua incorporazione in oggetti e situazioni esemplarmente stupidi? Sono stupide le persone, che poi si fanno artisti? Credo di no. O piuttosto le antenne più sensibili degli artisti ricevono dal mondo i messaggi propri della stupidità epocale? E se ne fanno coinvolgere.

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  11. Ennio Abate:

    Riflettendoci, prenderei questo passaggio dell'articolo di Leonardo Terzo:
    'Sono stupide le persone, che poi si fanno artisti? Credo di no. O piuttosto le antenne più sensibili degli artisti ricevono dal mondo i messaggi propri della stupidità epocale? E se ne fanno coinvolgere' per tornare al tema dell'OSCURITA' in poesia ( e a quella della poesia di Ceriani).
    I fenomeni di STUPIDITA' e OSCURITA', presenti in un'epoca, in un personaggio, nella "ggente", se non vogliamo che siano per la nostra intelligenza (reale o presunta) l'HIC SUNT LEONES, la zona di fronte alla quale ci fermiamo, vanno interrogati.
    Da tutti quelli che hanno curiosità e appena un po' di sale in zucca. Non so se le antenne più sensibili le hanno soltanto gli artisti. (Magari solo per certe cose da cui si fanno "coinvolgere", mentre ce ne sono tante di cui se ne fregano, perché le temono...).
    Ecco perché mi sento nel giusto a scervellarmi sull'"oscurità" delle poesie di Ceriani, che è poi un'allegoria dell'oscurità ancora più tremendoa del mondo.

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  12. Certo Ennio, hai ragione ma io il perchè di questa incomprensione , di questa oscurità lo voglio capire e andare oltre . Per non sentirmi stupida.
    Certo è che raccontare la stupidità in maniera stupida potrebbe dare molte soddisfazioni, raccontare l'oscurità in maniera oscura anche, ma allora tutto è possibile in questo nostro tempo che trovo parecchio stupido, tutto sta nel come farlo e qui casca l'asino! Emy

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  13. "E , se proprio vogliamo collocarlo in quache posto tra i discorsi che si fanno in poesia, starebbe nella scia dello sperimentalismo più solitario e ascetico. Persino attardato, fuori stagione forse."
    Condivido, tranne che sul "solitario" perché, se non ricordo male, tra gli anni '70 e '90 furono in molti a darci dentro con lo sperimentalismo verbale. Alcuni poi cambiarono strada, rivelando quel niente che c'era dietro, talvolta. Eppure a me piace, al punto che considero quel periodo tra i migliori del novecento italiano. Non trovo che sia casuale il fatto che Ceriani sia traduttore di Holan.

    mayoor

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