poesie su Cologno Monzese (2)
di Ennio Abate
A CURA DI ENNIO ABATE
di Emma Pretti
Morso di lupo
La notte che le stelle giacquero
m’insegnarono il male.
Se ne stava col pelo ritto
fuori dalla porta
e bestemmiava sé stesso.
Io proprio non capivo
dove ruzzolassero le sue parole
fuori dalla fosca cortina della
nebbia.
Gobbo mi sembrava e straricco
e rapido a sparire
lasciando come traccia solo
l’impronta
della propria lingua.
Rappresentava il lupo la civetta
l’avvoltoio
o una colonna supersonica di fuoco
-
tutte
le disumane difformi apparenze.
L’unico colpevole rimasto
con gli occhi roteanti nelle orbite
vuote
mi raccontò del suo bosco perfetto
dove si raccolgono solo funghi
velenosi.
Sacrificio
Serpenti senza legge
nella catapecchia manicomio
che tende verso la scarpata:
com’è possibile confrontare
la cornacchia e la lepre
rispetto a una simile posizione?
Non c’è idiota che non conosca
La strada sdrucciola
che fa di caino omicida
il miglior donatore.
Afasia del male
Se i colpevoli non ci sono più
la memoria tace.
Dio sceglie il silenzio per salvare
le insensate ragioni del male
inconcepibile
che cavalca i margini delle ombre e
i loro tentacoli
e in lui dimora carbonizzato dal
suo sguardo.
Il sole brucia senza far rumore
E l’odio adesso è una risorsa.
Non costa niente, come un pezzo
di pane comune.
Segatura sotto i denti
Brace accesa tra i capelli.
Non sa leggere e non sa scrivere
Ma canta, canta al suono
Possente dei tamburi.
Canta e divora
-
Divora
e geme.
Istant poem
nel singhiozzo della tortora
l’alba è domani.
Manca pace e pioggia.
Componimento inedito
Scrivere uno scritto satirico è come
abbattere due uccelli con una sola pietra
(Baudelaire, da «La ville des
anges»)
di Ennio Abate
ah, come l’ho
imparata la lezione del gatto nero
che quand’ero bambino mangiò il passero
lasciando soltanto una zampetta stretta
nello spago con cui l’avevo legata
al piede d'una sedia di paglia
andò così: tanta cura avevo di quel passero
- dono di un mio intrepido cugino di campagna
d’animali più di me sapiente cacciatore
ma qualcuno - chi? - lasciò socchiusa una
porta
ed ero assente quando arrivò rapido e furtivo
dal giardino assolato nella stanza in
ombra
dopo lo scempio l’ inseguii a sassate e
per giorni quel maledetto gatto nero nero
la neve fredda
assassina
suo umile complice
Guglielmo
ragazzo e cugino
prepara tagliole
oh, pettirosso!
oh, passero!
(e la pioggia, il vento
gli alberi lì intorno?)
(1dicembre 2017)
Giorgio Linguaglossa è mancato a Roma il 20 aprile 2026. Il rapporto burrascoso che ho avuto con lui tra il 2010 e il 2013 e la successiva rottura non impediscono un mio omaggio sincero alla sua combattiva figura di poeta e di critico. Rifletterò sul suo lascito e forse ne parlerò ancora pubblicamente. Per ora ospito volentieri su Poliscritture i versi a lui dedicati da chi gli è stato fraterno amico e interlocutore puntiglioso per lunghi anni. [E. A.]
ah, sì, sì | Italia | nel gorgo |dicono | della “disoccu-flazione”| la chiamano così | posti (tanti) di lavoro distrutti| e non ti dico che fine farà | il potere d’acquisto | così equamente distribuito |da nord a sud | dall'alto all'alto
un paese che non c'era | nacque nel 1948 | sfollando 700.000 persone | occupando | distruggendo | villaggi | con le cattive o le buone maniere| ma distruggendo | erano amici nostri | ammirati | gli abbiamo preparato il terreno | nemici d'oggi | temuti
ah, ah | vecchi del '68| piacerebbe imbarcarci | eh | con la Flotilla | e non invidiare più | i giovani presi a botte e | torturati | ma non | come capita ai palestinesi | un po' di meno | come s'addice a schiatta occidentale
il lampo non mi sfioreràadesso che
un cane in guardia per una finta sassata
pochi amici di svista
mi sono bastati per mesi
Ero giovanissimo, cominciai a dodici
scrivendo versi
già impegnati, inclini
a esser già
duri col mondo, Pasolini
delle
"Ceneri" già scartava i più facili
approdi e agli
esperimenti mi guidava
con disciplina
di luce, come gli angeli;
e così io non
fui mai come lui: un nini
muart, un giocoso Narciso fanciullino
ma presto
adulto fui dentro i codici
della poesia
civile che in alto brillava
e nel basso
così presto poneva il donzel
nella fossa,
con un terribile abominio.
Nei miei
dodici, già i suoi cinquantatre!
di Ennio Abate
comincio a leggerti
caro Sohn- Rethel
e mi stai simpatico
con la tua idea fissa
ancorarsi al Capitale
e per quel tuo scrivere
montagne di fogli
esaminanti
ogni espressione
delle prime sessanta pagine
del lavoretto di Marx
di Ennio Abate
appunti per poesie del 19 settembre 1963
di Ennio Abate
una
donna
ninna
nanna
segreta
che tien desto
ciò che
di vivo possiedi
ritmo di cuore qualunque
fino allo spasimo che penetrare l’immobilità delle cose
***
Il
vecchio divano
Dolce
sponda
che mi
accogli
sgusciata
in un
groviglio di umori,
i corpi
affastellati
nella
tua memoria
mendicanti
riposo e
pace
tregua
da battaglie impari
e
ricarica di speranze
smarrite!
Un lungo
universale
respiro
e il
fiore sgualcito
si
rianima
in
fragile equilibrio
Noi
mendicanti
Serve
altro?
Luce e
fuoco
Serve
altro?
I colori
e un pugno di terra...
E per il
via?
una
semplice nota, Maestro!
Ritorni
eppur
non ancora nata
alla
vita,
la meta
vedi lontana
anzi si
allontana,
come in
certi sogni ricorrenti
e sei
nuovamente gettata
nella
mischia.
Nascite
e rinascite
in
eterni incompiuti
rompicapi
e aneliti
la vita
La donna nei millenni
piegata dal giogo severo
della fatica,
schiava o mucca
nei campi assolati.
Il tempo riporta
alle origini,
spietato,
nel ruolo per cui nacqui:
‘O così vivi
O muori!’
Ma già anche la madre
e prima di lei la nonna...
Ribellarsi, giusto!,
ma poco ripaga
la frusta.
Se il tempo asseconda
libera infine sortire,
vecchia d’anni,
nelle celesti praterie
laddove precluse
furono
quelle umane
Contro la guerra
ma non vien garantito
Il diritto alla pace.
Così i potenti
scantonano
e tradiscono,
per potere e possesso,
il diritto stesso
alla vita.
Ugualmente
l’abiura alla pena
di morte
per legge affermata
è poi negata
su larga scala,
a innocenti di ogni età
è inflitta
la pena capitale
nella guerra imperiale!
Per non parlare
del furto di ogni bene,
salute istruzione arte
abitazione...
dignità e speranza!
Quanti diritti
La guerra calpesta!
di Ennio Abate
mentre su
letture mi puntello
chi più le
trova sublimi? -
con trepido
imbarazzo
annoto gli
altrui amorazzi
Eterna benedizione
Cosa porta chi se ne va
Cosa rimane a chi resta
Nella testa e nel cuore
O nel corpo che pure
Sussulta e pena
Costretti all’altalena
Tra “avrei fatto o detto”
E propositi di riparazione
Che la morte e la paura
Accendono per poco
A una coscienza flebile
Che poco dura
Santo è il pianto
Di chi ancora in vita
È riuscito a dare e a dire
E non lascia arenare
O andare a fondo
Il fuoco vivo e sacro
Di terrena trasmissione
Via Crucis
Croci che ci portiamo
Solo per farci vedere
Nel buio di costrizioni
Croci che vi portiamo
Per far quadrare conti
Che non torneranno
Croci nella carne viva
Che assorbe violazioni
E conserva il dolore
Croci di generazioni
Pregando che possa
Estinguersi ogni male
Croci da bruciare
Per illuminare le vie
Per le resurrezioni
* Nunzio Di Sarno è docente e psicologo. Ha pubblicato tre
raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica
2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu
project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da
alcuni anni su siti e social.
Paolo Valesio, “Contemplazione, distrazione”, (Bohumil
Edizioni), 2025
di Emma Pretti
Con questa sua ultima raccolta di poesie Paolo Valesio ci consegna un'opera di piena maturità che si sviluppa tra due cardini, include come cifra fondante la tensione tra due poli dell'esperienza moderna: da un lato la ricerca di senso e silenzio propria della contemplazione, dall'altro la dispersione della concentrazione tipica della vita contemporanea che crea continue contaminazioni, intersezioni, declassamento delle emozioni e del pensiero in caotici " regni intermedi" come li definisce appunto Valesio, all'insegna della rapidità, mediamente purgatoriali, universi da noi stessi creati pieni di specchi e distrazioni, fin troppo adiacenti e comunicanti tra loro, trasmettitori incessanti di nozioni, dati sensibili, informazioni esterne che spesso si accavallano e contraddicono, in una rete di notizie e rapporti che non creano un vero pensiero conoscitivo, ma paradossalmente solo superficialità, solitudine e isolamento.
nessuno sapeva la
fine
il destino
o poesia, o poesia,/ perchè non rendi poi/ quel che
prometti allor? perchè di tanto/ inganni i figli tuoi?
"La maggior parte dei morti tace.
Non dice più niente.
Ha - letteralmente - già detto tutto.
Per i poeti non è così.
I poeti continuano a parlare."
E come succede ‘sto miracolo?
I poeti, come tutti gli altri
se morti, tacciono.
E, a rigor di logica, sono sempre i vivi
che continuano a parlare
dei poeti o dei loro versi.
Ma anche degli altri morti.
E solo in sogno
solo se esce 48
"'O muorto [...] pparla".
La struttura del libro è triadica, ma libera da preoccupazioni dialettiche. Nell'Apertura vengono accennate alcune idee di metodo. Nella corposa sezione centrale, Opere e vissuti - articolata a sua volta in tre zone cronologiche: L'evidenza della realtà, Il sogno critico e l'arrivo delle cose, L'epoca del gremito - gli autori e i testi vengono interpretati più da vicino. L'ultima parte procede ad una Chiusura, "falsa", tanto è affollata e problematica[1], ironica nel provvisorio commiato[2] e testarda nell'evocare l'altro, non metafisico ma tutto corporeo, della poesia[3].
Ci sono due vie per capire a che punto siamo: la storia del secolare dibattito sulla questione della lingua,[i] l’esperienza di alcune generazioni di figli delle classi subordinate che si sono acculturate nella scuola italiana del dopoguerra.
Entrambe confermano che:
1. la lingua non è uno strumento neutro, accessibile a tutti in egual misura con un po’ di studio e buona volontà, ma strumento di dominio politico delle classi dominanti, che fanno di tutto per impedire alle classi subordinate di usarlo come strumento di emancipazione e di indipendenza;
2. i tentativi di emancipazione - (alfabetizzazione delle masse promossa a partire dai movimenti socialisti dalla fine dell’Ottocento, acculturazione dei figli delle classi subordinate nella scuola di massa dell’Italia repubblicana) - sono stati frenati, deviati e alla fine bloccati.
Infatti, nel nostro Paese, il passaggio dalla lingua materna (dialetto) a quella nazionale, che sembrava progresso e conquista di libertà, ha portato man mano alla subordinazione, ormai accolta con rassegnazione,[ii] anche dell’italiano alla lingua dei dominatori statunitensi a cui il destino dell’Italia, con la fine del fascismo, è stato legato. E oggi ci aggiriamo confusamente tra il vicolo cieco della sottomissione all’inglese globish sottoposte al Mercato e il vicolo altrettanto cieco del ritorno nostalgico di alcune minoranze intellettuali ai dialetti, intesi illusoriamente come lingua dell’autenticità perduta o della poesia perduta. [iii]
Come uscire da questo cortocircuito paralizzante tra passato irrecuperabile e presente comunque subordinato, è problema tuttora irrisolto. Un compito forse non più nostro ma dei nostri figli e nipoti. Se si sveglieranno da questa condizione, che a loro appare ”naturale” e non servile.
Note
[i] Vedi ad esempio:
- https://www.sissco.it/recensione-annale/la-politica-linguistica-in-italia-dallunificazione-nazionale-al-dibattito-sullinternazionalizzazione/
- https://www.raco.cat/index.php/QuadernsItalia/article/view/247564
[ii] Vedi: https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/passato-presente-e-futuro-dei-dialetti-e-dellitaliano/45204
[iii] Vedi dibattito del 2011 sul blog Moltinpoesia:
https://moltinpoesia.blogspot.com/2011/12/blog-post.html#more