Sempre
tenemmo fermo lo sguardo
sul nero mantello di spaventevoli parole
che coprono le piaghe del mondo.
E sempre, pur feriti, lo scuotemmo.
((2011-2020
A CURA DI ENNIO ABATE
Eterna benedizione
Cosa porta chi se ne va
Cosa rimane a chi resta
Nella testa e nel cuore
O nel corpo che pure
Sussulta e pena
Costretti all’altalena
Tra “avrei fatto o detto”
E propositi di riparazione
Che la morte e la paura
Accendono per poco
A una coscienza flebile
Che poco dura
Santo è il pianto
Di chi ancora in vita
È riuscito a dare e a dire
E non lascia arenare
O andare a fondo
Il fuoco vivo e sacro
Di terrena trasmissione
Via Crucis
Croci che ci portiamo
Solo per farci vedere
Nel buio di costrizioni
Croci che vi portiamo
Per far quadrare conti
Che non torneranno
Croci nella carne viva
Che assorbe violazioni
E conserva il dolore
Croci di generazioni
Pregando che possa
Estinguersi ogni male
Croci da bruciare
Per illuminare le vie
Per le resurrezioni
* Nunzio Di Sarno è docente e psicologo. Ha pubblicato tre
raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica
2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu
project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da
alcuni anni su siti e social.
Paolo Valesio, “Contemplazione, distrazione”, (Bohumil
Edizioni), 2025
di Emma Pretti
Con questa sua ultima raccolta di poesie Paolo Valesio ci consegna un'opera di piena maturità che si sviluppa tra due cardini, include come cifra fondante la tensione tra due poli dell'esperienza moderna: da un lato la ricerca di senso e silenzio propria della contemplazione, dall'altro la dispersione della concentrazione tipica della vita contemporanea che crea continue contaminazioni, intersezioni, declassamento delle emozioni e del pensiero in caotici " regni intermedi" come li definisce appunto Valesio, all'insegna della rapidità, mediamente purgatoriali, universi da noi stessi creati pieni di specchi e distrazioni, fin troppo adiacenti e comunicanti tra loro, trasmettitori incessanti di nozioni, dati sensibili, informazioni esterne che spesso si accavallano e contraddicono, in una rete di notizie e rapporti che non creano un vero pensiero conoscitivo, ma paradossalmente solo superficialità, solitudine e isolamento.
nessuno sapeva la
fine
il destino
o poesia, o poesia,/ perchè non rendi poi/ quel che
prometti allor? perchè di tanto/ inganni i figli tuoi?
"La maggior parte dei morti tace.
Non dice più niente.
Ha - letteralmente - già detto tutto.
Per i poeti non è così.
I poeti continuano a parlare."
E come succede ‘sto miracolo?
I poeti, come tutti gli altri
se morti, tacciono.
E, a rigor di logica, sono sempre i vivi
che continuano a parlare
dei poeti o dei loro versi.
Ma anche degli altri morti.
E solo in sogno
solo se esce 48
"'O muorto [...] pparla".
La struttura del libro è triadica, ma libera da preoccupazioni dialettiche. Nell'Apertura vengono accennate alcune idee di metodo. Nella corposa sezione centrale, Opere e vissuti - articolata a sua volta in tre zone cronologiche: L'evidenza della realtà, Il sogno critico e l'arrivo delle cose, L'epoca del gremito - gli autori e i testi vengono interpretati più da vicino. L'ultima parte procede ad una Chiusura, "falsa", tanto è affollata e problematica[1], ironica nel provvisorio commiato[2] e testarda nell'evocare l'altro, non metafisico ma tutto corporeo, della poesia[3].
Ci sono due vie per capire a che punto siamo: la storia del secolare dibattito sulla questione della lingua,[i] l’esperienza di alcune generazioni di figli delle classi subordinate che si sono acculturate nella scuola italiana del dopoguerra.
Entrambe confermano che:
1. la lingua non è uno strumento neutro, accessibile a tutti in egual misura con un po’ di studio e buona volontà, ma strumento di dominio politico delle classi dominanti, che fanno di tutto per impedire alle classi subordinate di usarlo come strumento di emancipazione e di indipendenza;
2. i tentativi di emancipazione - (alfabetizzazione delle masse promossa a partire dai movimenti socialisti dalla fine dell’Ottocento, acculturazione dei figli delle classi subordinate nella scuola di massa dell’Italia repubblicana) - sono stati frenati, deviati e alla fine bloccati.
Infatti, nel nostro Paese, il passaggio dalla lingua materna (dialetto) a quella nazionale, che sembrava progresso e conquista di libertà, ha portato man mano alla subordinazione, ormai accolta con rassegnazione,[ii] anche dell’italiano alla lingua dei dominatori statunitensi a cui il destino dell’Italia, con la fine del fascismo, è stato legato. E oggi ci aggiriamo confusamente tra il vicolo cieco della sottomissione all’inglese globish sottoposte al Mercato e il vicolo altrettanto cieco del ritorno nostalgico di alcune minoranze intellettuali ai dialetti, intesi illusoriamente come lingua dell’autenticità perduta o della poesia perduta. [iii]
Come uscire da questo cortocircuito paralizzante tra passato irrecuperabile e presente comunque subordinato, è problema tuttora irrisolto. Un compito forse non più nostro ma dei nostri figli e nipoti. Se si sveglieranno da questa condizione, che a loro appare ”naturale” e non servile.
Note
[i] Vedi ad esempio:
- https://www.sissco.it/recensione-annale/la-politica-linguistica-in-italia-dallunificazione-nazionale-al-dibattito-sullinternazionalizzazione/
- https://www.raco.cat/index.php/QuadernsItalia/article/view/247564
[ii] Vedi: https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/passato-presente-e-futuro-dei-dialetti-e-dellitaliano/45204
[iii] Vedi dibattito del 2011 sul blog Moltinpoesia:
https://moltinpoesia.blogspot.com/2011/12/blog-post.html#more
verso vecchi cimiteri di campagna
i cipressi d’allora ai lati
urla e rantoli dei nemici che uccidemmo
dal gelo delle menti più feroci non ci protesse più
- campionesse di pazienza, perdute donne -
lo splendente calore dei vostri corpi
* Immagine: Tabea Nineo, Morente, carboncino 1990
Non fate morire quell’albero gramo
che nella mente matura ribelli semi vermigli.
Ambascia ci porta, ma insieme pensieri
tolti alla morte. E carezze al futuro.
(2010)
di Ennio Abate
Oh parrocchietta del sud, teca di vetro
dove con quei loro gracili corpi
che poco e male conoscevano
se ne stavano serrati!
1995
1994-1995 Appunti e disappunti su Manocomete (qui)
Romano Luperini e i Ladri di ciliegie
Incontro conclusivo del gruppo di lettura su Franco Fortini con
la partecipazione di R. Luperini
di Ennio Abate
Dubiti.
Non sai come stringerai la mano
a Carlo V, dov’è la via per
Anversa
e
se Lutero, adocchiandoti, non ti sbaverà.
Una
baldracca feroce, annidata in anfratti rugosi
discariche fetide,
oscuri broli, ti pare la storia
fanciulla, occhi guizzanti e
televisivi
e snobbarla, sfuggirle, vorresti.
I tuoi
dolorini di pancia, però
già suoi travagli si direbbero.
Non dilettoso il monte in vista
e
malandato Virgilio sono io.
Ma rassicurati. Un po’ la conosco.
Andiamole, dunque, incontro!
Bisogna
amare l’altera fanciulla
che lieve viene nella mia abitazione
per studiare la storia.
Qui pare le si plachi il
groppo alla gola
e, attratta dai biscottini, assaggi
la
tremenda, scottante pozione.
Bisogna
sugli eventi lasciarla ronzare.
Succhierà
umori acri
e
sgomenta, poi stizzita
chiederà incoraggiamenti.
Sorriderle bisogna
tacere, correggerla poco.
Perché
viene dal silenzio lei.
I semi ne porta
e ha appena cominciato
a viaggiare nella storia
scalza, torpida, mal
equipaggiata
chimere ancora inseguendo.
Perciò
sempre tremo, m’inceppo, m’arresto.
Non vorrei che di botto
la scuotesse
l’immane
urlio e che servitù, morte, nulla
appannassero lo
specchio del suo sorriso.
Prima
deve passarle la
paura.
Prima deve maturare ma nella storia
un nuovo sogno.
Lei
chieda distratta. Lei scelga la danza.
mentre se lo costruisce da sé.
Io solo buone macerie
le porgo
E,
vedete, è quasi pronto.
Fra le mie mani lo trattengo.
Poi,
quando sveglia sarà:
- Eccoti il sogno tuo! – le dirò.
L’ho protetto, mentre lo crescevi
e, per covarlo, dormivi.
Adesso la pancia non ti dorrà
più.
Adesso
puoi portarlo in giro tu.
maggio-dicembre 1994
di Massimiliano
Gusmaroli
Borbotta, Frabotta e ci rimbrotta
direbbe un falsetto poeta d'oggi
(ma godendo magia di poesia e
parola poetica) contro (contro?)
il Clima che tutto devasta,
ma i giochi dei poeti magrelli
ancora nessuno rimette
come debiti ai loro autori
Siamo tutti epigoni di una vecchia storia, vero. E portati alla nostalgia, vero. Ma adesso state a rivendicare cosa? La dignità umana? E che senso ha rivendicarla a genocidio avvenuto? E perché proprio in 100? E perché dovrebbero rivendicarla a parte e soltanto i poeti?
La bomba cade
Ho scelto queste undici poesie, scritte da Franco Fortini in tempi da noi oggi lontanissimi, con in mente una domanda: aiutano a riflettere sulla tragedia di Gaza? La mia risposta è sì.
Sono morti ormai
Sono morti ormai tutti i prigionieri,
le porte sono aperte, sparsa la paglia, il fango è indurito,
non c’è più nessuno. I nemici
li hanno portati in fondo al bosco e uccisi.
Pensavo: con quanta gioia correranno, con quanta
ansia, dai luoghi oscuri! Ma tu sai bene:
si crede di aspettare e la speranza si inaridisce
si spera di ricordare e non si ricorda.
Più oltre li incontreremo: sarà l’orlo viscido
della fossa dove i nostri migliori, anime di una volta,
si corrompono. Non guarderemo, li coprirà la calce.
Siamo soldati, un giorno vale l’altro.
1952
Pag. 141
Persona super attiva