sabato 26 novembre 2011

Giorgio Mannacio
Poesia e canone


Giorgio Mannacio s’interroga e c’interroga sul percorso compiuto dalla poesia: da epoche in cui un canone - quello del potere dei pochi che sapevano scrivere - era convenzione normale e indiscussa all’epoca odierna (postmoderna)  caratterizzata dalla «babele dei canoni», perché  «tutti sanno scrivere/scrivere è facile».  La sua tesi: la critica potrebbe oggi puntare al ristabilimento di un canone (« un metro di valutazione oligarchico») pur sapendo che esso sarà «smentito dalla realtà delle esperienze plurime», a patto però di dimostrare che l’esperienza poetica stessa ha un senso «nella vita delle persone e della società». Bella sfida... (E.A.)

                                                                    I.
Sono sempre più sorpreso dalla “ rimozione “ , nel discorso sulla poesia e sulla critica , della dimensione “ politica “ . Si intende: nel senso della relazione con l’assetto concreto e storicamente ricostruibile con una determinata organizzazione politico-sociale.
                                                                   
                                                                         II.
L’esperienza poetica  è universale nel senso che essa è  concretamente riscontrabile in ogni
“ polis “ storicamente esistita ed esistente. All’interno di essa tale tipo di esperienza ne costituisce uno degli aspetti costanti.Non valgono però per tutte queste comunità socio-politiche gli stessi criteri di valutazione della qualità delle esperienze poetiche proprie a ciascuna di esse.Nel corso delle vicende storiche proprie a ciascuna di esse variano anche i criteri di valutazione  delle qualità di tale esperienza.Dei criteri di valutazione non può essere predicata la “ universalità “ né rispetto allo spazio né rispetto al tempo.
                                                                           III.
Tralasciando un pur interessante discorso di tipo antropologico sull’origine e le funzioni della poesia sono portato a porre relazioni tra oligarchia /aristocrazia del sapere e posizione dell’esperienza poetica .

                                                                           IV
Il possesso del “ sapere “ da parte di “pochi “ ( anche nella versione dei “ migliori “ ) implica necessariamente ( cioè secondo una ragionevole previsione dei comportamenti umani ) due conseguenze tra loro collegate.I possessori del sapere ( quale che sia la causa di tale possesso ) sono oggettivamente considerati“ potenti “ e come tali fonte di autorità rispetto alle discipline che essi possono esercitare e sperimentare.Rispetto all’esercizio della disciplina poetica la posizione dominante si esprime , prima di tutto, nella  valutazione dell’opera poetica come espressione di potere da parte di chi tale potere non possiede.
Allorquando un soggetto culturalmente ( che significa anche socialmente ) privo di potere esercita
una disciplina riservata all’oligarca, la valutazione della qualità delle sue esperienze non può esprimersi se non confrontando la sua opera con quella dei detentori del potere.Prima di essere effetto di un’operazione intellettuale, la posizione di “ un canone di critica letteraria “  è un evento imposto dall’assetto del potere culturale esistente.In un’epoca che non ha portato o non ha portato ancora la “ scrittura “ alla portata di tutti, il“ canone “ ( come sopra definito ) è l’unico strumento di valutazione.In un certo senso in tale periodo la “ critica “ letteraria è biografia.(  In epoca più tarda e rispetto ad arti “ difficili ” perché implicanti specifiche abilità e perché produttrici di oggetti con valore oggettivo di mercato il valore astratto del canone è destinato a diminuire )

                                                                   V
Il possesso del “ sapere “ da parte ( tendenzialmente ) di tutti ( polis democratica ) comporta la distribuzione del potere tra tutti e , come prima conseguenza, il disfacimento del potere dei pochi.
Riconoscendo il potere a tutti si svaluta oggettivamente la posizione non solo di chi lo possedeva ma anche  delle discipline che quel potere concentrato permetteva oggettivamente di esercitare.Possiamo dire: fine della posizione taumaturgica del poeta ( e dell’artista in genere ). Ognuno si crea il proprio canone, non più riconoscibile in quello fino ad allora ricavabile dalla posizione dei pochi dominanti.Tale conseguenza è particolarmente evidente nelle dottrine ( non scientifiche ) legate alla scrittura. Banalmente : tutti sanno scrivere/scrivere è facile.

                                                                         VI
La pretesa di operare “ selezioni di qualità “ tra le varie esperienze poetiche si presenta oltremodo difficile e, in un certo senso, oggettivamente arbitraria.     Arbitraria perché la “ legittimazione “ in qualche modo attribuibile per il solo fatto che il potere apparteneva agli oligarchici  deve essere riformulata in relazione ad altro quadro di riferimento.Difficile perché la legittimazione dell’oligarca che portava ad una sorta di legittimità del “ canone “ deve essere rifondata.Difficile perché la proliferazione delle esperienze rende difficile un “ comune denominatore” e l’individuazione di un valore medio di riferimento.La poesia non ha propriamente valore di mercato come oggetto e, almeno in linea generale, non viene incontro ad esigenze di abbellimento e decorazione di arredi urbani e domestici.La critica – nel suo  nobile aspetto – si pone come testimone della crisi del canone e come tentativo di ricostruzione di “ criteri oggettivi di valutazione” al posto di quelli naturalmente non più utilizzabili. Nel suo nobile aspetto la critica “ è sempre militante “.  Sarei perciò molto cauto nel parlare di “ critica militante “ come di una sorta di “ aristocrazia della critica “.
 La critica ricrea, all’interno di un sistema di libertà assoluta di esperienze , un metro di valutazione oligarchico smentito dalla realtà delle esperienze plurime. Essa conserva la propria nobiltà solo riconoscendo il valore convenzionale del proprio operare e la stessa parzialità dei materiali sui quali esercita le sue scelte. Non c’è critico – militante e non ( ammessa la distinzione ) – che“ abbracci “ la totalità “ delle esperienze poetiche.Non dichiarando espressamente i propri limiti, la critica si manifesta come la ricreazione di una“ oligarchia “ del sapere  mascherata da falsi nomi dietro strutture realmente discriminatorie.
Nel panorama “ postmoderno”, che io molto semplicemente definisco come “ babele dei canoni “,
il circuito culturale si avvede che è quantomeno opportuno utilizzare anche per la poesia gli strumenti “ pubblicitari “ che rendono gradevole o utile un prodotto. In questa direzione la critica non onesta si affida all’industria culturale e alla confezione di messaggi e/o slogan diretti a convincere sull’utilità o gradevolezza di un prodotto poetico.

                                                                        VII                                              
 Resta da approfondire la questione – che almeno all’origine è antropologica e non strettamente letteraria – delle ragioni per le quali si intraprende una esperienza poetica e perché questa assuma un “ valore “ ( questo valore è un dato di fatto emergente )  nella vita delle persone e della società.Se questa ricerca dovesse sfociare nell’affermazione che l’esperienza poetica ha un “ peso specifico” diverso rispetto ad altre esperienze umane e se ne dovesse individuare attendibilmente “ il senso o la funzione “  nel momento attuale, anche la ricerca di criteri di valutazione il meno opinabili possibile riacquisterebbe la propria dignità.
Alzi la mano , dico, chi non desidera di essere aiutato nell’individuazione di una esperienza altrui che realizza in qualche misura  “ il senso o la funzione “ specifiche dell’esperienza poetica.C’è un falso e un vero verde di quasimodiana memoria o più prosaicamente è vero che “ di notte tutti i gatti sono grigi”? 
           
novembre 2011.   

6 commenti:

  1. "Incantata" da questa lettura dico perchè.

    Di sostanza sostantivizzo in una sola parola:
    contaminazioni.

    Aggettivizzo in formula interrogativa: contaminazioni possibili?impossibili?

    lo scritto "militante" di Mannacio ha la sua bellezza nel saper tener aperto. E' uno scritto che in altre ruote meno poetiche, quelle di altre corse e canoni, son della motocicletta:
    nel dubbio tieni aperto.

    Ha certezze ma non fino al punto di dettare una visione troppo personalizzata sulla soluzione dell'intero conflitto, che rispecchia quello piu grande in cui FORSE si inserisce e che riguarda una tematica che non si limita alla comunita di poeti e critici,o ibridi meravigliosi sia poeti che critici.

    il conflitto è aumentato in una visione politica demagogica , della famosissima "pubblicita" :democrazia dal basso.
    In realta tale operazione di vero e proprio marketing (in)civile, nasconde una costruzione crescente di di quel range o forbice o altezza piramidale, fra chi detiene il potere ( anche della conoscenza) e chi deve essere meglio gabbato credendo di parteciparvi.

    Se non si sana la contraddizione anche di una certa "critica militante" , di quanto danno , male allo stato puro, hanno fatto tutte le èlites ( o oligarchi, chi in un modo chi in un altro chi in altro ancora) alleloro basi, non c'è verso che tenga : non avvicinare quel basso stesso, che magari vorrebbero in teoria meno schiavo o addirittura liberare, ma poi in realtà deprezzano( o disprezzano), porta un sacco di guai che riconfermano la incomunicabilita ad esempio all'interno di identiche comunità o sottoinsiemi fra poeti, scrittori, critici, canoni etc etc

    "di notte tutti i gatti sono grigi" è proprio perchè anche per la comunita di certi canoni, poetici o critici, sta il centro del discorso sull'animale politico,sociale o asociale, bestia pensante o meno, chiamato uomo.e se ad esempio voglio fare musica è assolutamente necessaria quella parte presente anche nello scritto di Giorgio chiamata disciplina , tradotta in altri termini, richiamati anche da Ennio in altro commento su argomento attinente, chiamasi "fatica".
    In un mondo velocizzato, e particolarmente attrezzato sull'ottenimento di un facile "risultato" , difficile che ci possa essere "risultato poetico" impostato su ragionerie lontanissime dal nucleo madre di certe muse.

    I critici oligarchi o meno, lontani da queste contabilita apoetiche, dovrebbero spogliarsi del loro potere, a "fatica" guadagnato e giustamente meritato, per diventare giardinieri amorevoli di tutte quelle piantine sfuggite agli ogmlirici..mettersi "politicamente" a servizio di coloro , che hanno conservato uno spirito autentico delle muse, e come in conservatorio umilmente ma decisamente trasferire la disciplina ( che è anche tecnica) perche il vero corpo poetico, non faccia vincere coloro che hanno gia vinto.

    Alzo la mano a favore della barricata poetica, entro tutti i suoi canoni e critici,consapevole delle "politiche commerciali" che ahnno ottenuto utili e soprattutto mutazione genetica dei gusti,degli sguardi e delle visioni dei lettori,compresi quelli da allevare come polli utili a fini politici di propagande bipartisan sul centro del discorso cosi caro ai Poeti:il gatto grigio altrimenti detto Uomo.

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  2. A Giorgio;

    Ho letto anzi stampato e poi letto (mi riesce più facile) il tuo post e devo dirti che lo condivido pienamente, Se il critico esiste ed è riconosciuto come tale, penso che come minimo un altro critico gli avrà dato la possibilità di esserlo. Oppure si fa come nella Chiesa che il Santo viene eletto da chi Santo non è? Partendo da questo presupposto o tutti potrebbero essere critici o solo qualcuno, che la poesia non solo la conosce ma anche la produce (termine orrendo meglio la fa) a questo punto insisto col dire che il coraggio ,l'audacia del poeta ,spesso dal critico non vengono prese in considerazione perchè non rispondono a quei canoni che tu qui hai ben spiegato . Il critico deve essere il grande esploratore dell'intelligenza e della capacità del poeta ,se così non fosse il poeta stesso diventerà il critico della critica ma lo deve fare indispensabilmete! E la sua voce deve essere forte , altrimenti non servirà ne all'uno ne all'altro quell'aver dialogato appassionatamente per difendere una certa forma di poesia. Grazie con ammirazione Emy

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  3. Ro hai davvero fatto centro! Emy

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  4. Emy, grazie del tuo dirmi..se è così come dici, voglio immaginare quel " centro ", ben diverso da quanto questa parola è stata stravolta nel nostro paese,per indentificarlo in quello schifo massimo della convergenza del peggio delle destre(dc e pci)e ogni traformismo e pentapartitismo , passato poi a "rinascita democratica" come l'ultimo ventennio bipartisan e confluito nella "coesione" propaganda dell'era postberlusconista.
    Quel centro che dici , e di cui ti ringrazio per quanto ci riguarda è fatto da una tensione verso l'assenza e gli assenti, grazie l'enorme ricchezza dei presenti.

    La molteplicità è la nostra energia basica, all'interno del singolo ( individuo o soggetto che lo si voglia chiamare) tanto più all'interno di più singoli.

    questo luogo è molto ricco di "singolitudini" giustapposte o contrapposte che siano, danno lievito..se ho fatto centro come dici è grazie a tu/voi/loro/noi/io

    ma se ho fatto centro , è ANCHE perchè lo smarrimento provato ( o come dice esodo Ennio, o spaesamento qualcunaltro etc etc) è grazie all'assenza e agli assenti ..da una parte l'assenza che i critici non omologati ( vedi Linguaglossa, ma anche Abate etc etc) sentono sotto il peso dei loro studi, delle avanguardie poetiche. Dall'altra l'assenza che provano i poeti autentici ANCHE della critica , nonchè disciplina e tecnica .
    Inoltre l'assenza dei vivi e dei morti( poeti e critici, lettori o scrittori etc etc), che si chiamino Sanguineti o Fortini o pinco pallo sconosciuto, che siano il poeta vivente e fino a poco prima assente ( per esempio , per il caso piu recente vivente assente, possiamo dire Alfredo Panetta)

    Solo mettendo in relazione assenza /presenza si fa centro?
    è come nella vita e nella morte?
    forse
    :-)
    tua emirò

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  5. @ Giorgio Mannacio & Emy
    1) Giorgio ha posto correttamente il discorso della critica in un quadro di «oligarchie», quindi di Istituzioni chiuse, le quali hanno la finalità di legittimare se stesse e soltanto se stesse. Giustamente tu metti in evidenza che le «selezioni di qualità» sono oggettivamente «arbitrarie», ovvero, mirano a legittimare e ad accrescere il «proprio» discorso e a delegittimare il discorso «altrui».
    2) In questo senso non mi meraviglia che le Istituzioni universitarie si mostrino ostiche al mio discorso critico il quale mira appunto a sconvolgere e a terremotare la «stabilizzazione» che il discorso critico universitario fa per sua intima vocazione e finalità istituzionale.
    3) La risposta delle Istituzioni universitarie ed editoriali dinanzi ad un discorso critico come il mio (che proviene da un non-allineato non legato agli uffici stampa di alcun editore o Istituzione pubblica o privata riconosciuta) non può che rispondere che con il silenzio in quanto qualsiasi atto di confronto intellettuale verrebbe a legittimare (indirettamente) il discorso critico di un non allineato.
    4) Il fenomeno della diffusione parossistica della simil-critica e/o della critica accademica si pone all'interno di questo quadro di linguaggi istutuzionali funzionalizzati alla riconoscibilità; quel discorso critico è funzionale alla stabilizzazione intellettuale e sociale e del più ampio versante della stabilizzazione (stilistica) delle società del mercato globale.
    5 Di qui il fenomeno dei linguaggi omologi, funzionalizzati, miranti ad ottenere subito una riconoscibilità e una funzionalità del prodotto «culturale» appunto omologato.
    6) In questo contesto, gli uffici stampa degli editori svolgono un utile e indispensabile ruolo di funzionalizzazioen e di stabilizzazione del gusto medio nelle società a gusto medio mediatizzato.
    7) Ritengo che in questo quadro problematico non ci sia via di uscita. Per un critico che voglia fare un discorso critico non funzionale alla stabilizzazione totalitaria delle società mediatizzate, non resta altra via che continuare una belligeranza ad oltranza diretta contro tutti i Centri di Potere Oligarchici, pur sapendo che sarà una fatica sprecata (ma non inutile)...
    8) Lo ripeto: non credo che resterà altro che un cumulo di macerie di questo nostro tempo...

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  6. Grazie a Giorgio Linguaglossa ed alla sua dettagliata "critica". Nessun tempo ha lasciato nient'altro che un cumulo di macerie , spero che sia davvero così anche per il nostro. Crediamoci
    Emy

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