lunedì 14 novembre 2011

Lucio Mayoor Tosi
La storia dell'arte che finì

 Dopo l'incontro con Giorgio Linguaglossa  si moltiplicano gli interventi  sul destino della poesia. Pubblico questo primo di Mayoor,  apparso  sotto il post "Glossa a Linguaglossa" e poi cancellato. [E.A.]

Per contribuire al dibattito scelgo di dire la mia nella  forma di un racconto, diciamo avveniristico. Un tema scolastico verosimilmente scritto nel secolo che verrà. 

Alla fine del secolo XX  due importanti forme dell'arte che avevano accompagnato l'evoluzione dell'uomo e della società fin dall'antichità, entrarono in crisi: pittura e poesia. 
Le ragioni della loro scomparsa sono da ricercarsi nella progressiva perdita di interesse dovuta al proliferarsi di nuove forme espressive più funzionali  agli scopi della comunicazione delle istituzioni e dei centri di potere che fino ad allora le avevano promosse e sostenute. 
Fino al secolo precedente ( l'800) queste arti avevano avuto il compito di diffondere, con immagini e parole, le idee necessarie per trasmettere significati utili alle nazioni per ogni loro istanza, per magnificare, sedurre, far conoscere, appassionare o cercare consenso. 
Con l'avvento nel nuovo secolo le scoperte scientifiche e le conseguenti nuove tecnologie generarono l'intensificarsi dei mercati e l'affermazione su scala internazionale di ciò che veniva allora chiamato moderno capitalismo.

Il secolo XX si chiuse proclamando il primato di un nuovo efficacissimo mezzo tecnologico, la Televisione a colori, che ebbe una straordinaria diffusione in tutto il mondo.  Nell'arco di un solo ventennio la televisione fu presente nelle case di tutte le famiglie del mondo civilizzato. Cessava l'epoca delle immagini statiche e iniziava l'era delle figure in movimento ( peraltro già anticipata dal cinema che fu subito accolto con grandissimo interesse da parte del pubblico). 

La televisione a colori, unitamente al giornalismo e alla martellante propaganda pubblicitaria, generarono la necessità di linguaggi più adeguati a quella che fu detta in modo significativo "Comunicazione di massa".  Pertanto il linguaggio aulico, il lirismo poetico, si rivelarono inadeguati. 
Al loro posto s'impose un fraseggio di circostanza, privo di storicità, meno capace di permanenza effettiva, ma più utile per il sostenimento delle vendite di prodotti e per la ricerca rapida di un consenso sociale più malleabile e, in apparenza, più partecipativo e democratico (sol perché più diffuso). 

Le arti in questione, la pittura e la poesia, non ebbero subito coscienza di ciò che stava avvenendo. Anzi, interpretarono questa loro progressiva perdita di centralità come il segnale di una conquistata libertà, che fu vista come libertà dai vincoli della committenza. Ne derivò che il XX sec. divenne artisticamente un territorio d'indagine formale e contenutistica d'indubbio interesse, ma purtroppo, via via che ci si avvicinava alla fine del secolo, finì col rivolgersi solo ai pochi a cui interessava. 

Inoltre, e senza dubbio proprio in seguito agli approfondimenti artistici più liberi e coraggiosi, andò affermandosi l'idea che si potesse fare arte in tutte le maniere, idea pervenuta dall'artista novecentesco Duchamp. Senza ancora saperlo coscientemente,  si stava sostituendo la definizione tradizionale di artista con quella di "creativo", termine che però non fu adottato perché ancora legato ai significati industriali delle prestazioni genericamente innovative. 

Forse sarebbe bastata l'adozione di questo termine (creativo) per tentare un migliore adeguamento dell'arte nel nuovo contesto di fine millennio? Forse, ma non andò così.  
La pittura divenne un prodotto di nicchia (l'ultima corrente artistica propriamente pittorica fu la Transavanguardia risalente al 1980, dopodiché la pittura disparve dalle manifestazioni artistiche sostituita da video, performance e installazioni), mentre la poesia perse semplicemente i suoi lettori ripiegandosi su se stessa strenuamente. D'altra parte la casa della poesia è stata da sempre il libro e, a differenza della pittura, non può essere letta come prodotto in se'. Il prodotto è il libro e in quanto tale è soggetto alle regole del mercato: vende o non vende. 

Furono anni difficili, tanto che si sarebbe potuto temere perfino sul futuro della stessa scrittura. La storia dell'arte ci insegna che in prossimità di ogni cambio di secolo si assiste a fenomeni bizzarri di decadenza (indico come decadenti le figure di mezzo, o di passaggio. Ad es.: Paolo Uccello intuì appena la novità della prospettiva, e fu decadente se confrontato alla piena modernità del giovane Masaccio ), ma mai come al termine del XX sec. si poté assistere ad una fine tanto insolita, di arti che spariscono nel nulla. 

Il nuovo millennio si aprì all'insegna di Internet. A differenza dei media che lo precedettero, internet ristabilì, seppure deformandola, una comunicazione  più attiva tra gli individui. La Televisione a colori offriva moltiplicazione e diffusione di messaggi a senso unico, da produttore a consumatore, con Internet le cose cominciano a cambiare. Grazie ad Internet le persone potevano comunicare tra di loro, e non solo uno ad uno, ma uno con tutti e con tutto il mondo, e praticamente in tempo reale. Non fu esattamente un fenomeno telepatico, non consentiva ubiquità, ma in qualche modo ci si avvicinava. Va tenuto presente  che l'umanità non era ancora nella condizione di potersi privare dei fastidiosi condizionamenti dovuti all'abnorme necessità di fare commercio ad ogni costo. 

Nel primo decennio, per gli amanti della lettura, Internet fu solo o principalmente una vetrina e un mezzo (un luogo) per dibattere, scambiare informazioni, diffondere idee, conoscere e conoscersi. 
Paradossalmente la tecnologia, almeno per la durata del primo decennio, finì col favorire la scrittura come mezzo di contatto, preferendola anche al telefono. La scrittura si dimostrò adatta e resse egregiamente il confronto con video-chat e video-conferenze. 

Timidamente le arti ripresero ad affacciarsi, la poesia uscì di casa, dal libro, seppure tenendolo ancora con se'. Ma erano morti i vecchi linguaggi, l'aulico, il lirico e perfino il prosaico. Serviva più immediatezza, più capacità di dialogo verso chiunque, più universalità, più aderenza al collettivo. Dal gruppo di appartenenza verso gli altri gruppi. Serviva in altre parole un bagno tra la folla (come fece umilmente e intelligentemente il Manzoni quando risciacquò le sue cose in Arno). 

Il bisogno di poesia era comunque evidente. Versi come "senza ma e senza se" oppure "Faccia un passo indietro", non potevano certo bastare. La comunicazione di massa si stava chiaramente facendo inadeguata. 

Quanto alla pittura si dovette aspettare, più che il ritorno della committenza servivano nuove tecnologie derivanti dalla fisica e dalla chimica. I giovani Writers del primo decennio (ma d'origine ancora novecentesca), seppure confusamente, seppero evidenziare la necessità di un farsi pubblico dell'arte in alternativa al collezionismo tombale e maniacale dei pochi che se lo potevano permettere. Beninteso, fu solo un segnale, e si capì presto che anche i writers  migliori ambivano ad entrare nelle catacombe. 

E la pittura entrò negli ospedali, nei palazzi del comune, negli autolavaggi, negli uffici postali, nelle metropolitane, sui ponti delle autostrade, dovunque ci sia passaggio, dovunque si senta bisogno di cose più belle. Una pittura semplice, fatta da quelli bravi a disegnare. 

Concludo qui. Certo oggi è diverso, oggi si va a teatro potendo mixer a piacere la recitazione degli attori … recitazione più intensa, meno intensa, raggelante… le opere d'arte cambiano aspetto in base a chi le guarda, le poesie si possono affittare e sono disponibili nel mouse, con o senza musica… la musica la si può ascoltare anche al contrario oppure moltiplicando da casa la strumentazione. I critici d'arte ne sanno anche di pesca e di psicanalisi, ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza i favolosi eroi di quel secolo buio, malato e malandato che fu il Novecento. Un secolo di cui sappiamo tutto e di cui un po' ci vergognano… zero introspezione, facilità all'omicidio, schiavismo, alimentazione a base di cibi morti… tutte cose che si risolveranno.

6 commenti:

  1. A Erminia e a LUcio

    Ammiro questi testi direi scolastici, davvero utili che non rinunciano però al sogno al mistero di un'arte che verrà. Sento in essi il poeta la voce imperante che stende su tutto la giustizia della sua verità. La poesia è la casa dei poeti e non viceversa. Tutti ma proprio tutti in questa casa hanno il diritto di poter vivere e rivivere per parlarsi anche quelli "intraducibili", quelli ormai scomparsi da anni , da secoli.Qualcuno dirà che è impossibile, non per i poeti. Ciao grazie Erminia grazie Lucio. Emilia Banfi

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  2. Chiedo ad Ennio a proposito di invisibili di mettere nel blog una poesia di quel bravissimo poeta conosciuto come il bidello dei Moltinpoesia che si chiamava Tagliavento .Sarebbe davvero una grande sorpresa ,per me è già un grande visibile. Ciao Emy

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  3. Ennio Abate:

    Lucio, non te la prendere. Ma io sono un po’ stufo dei commenti-complimenti e basta. Forse su un blog - questa l’opinione di moda - un testo lungo non viene letto e tutto fila liscio. Quel che conta è la velocità, l'istante!
    Ma io, se ho tempo, li leggo i testi lunghi e attentamente. Per capire che gira nella testa di chi scrive e se dice cose su cui posso concordare o meno, se mi fa conoscere di più o rimastica cose risapute.
    E su questo tuoscritto obietto:
    1. possiamo dire che la poesia (precisando: italiana) sembra essere andata in crisi «alla fine del secolo XX», visto che la cosa ci prende più da vicino (ma altre crisi c’erano già state; e nei post su Fortini avevo ricordato l’importanza che egli dava alla frattura - “privatizzazione" della poesia - verificatasi con il romanticismo del primo Ottocento), mentre la pittura comincia ad andare in crisi verso la fine dell’Ottocento (con l’avvento della fotografia e poi del cinema, ecc.);
    2. il «moderno capitalismo» risale alla seconda metà del Settecento con gli inizi della rivoluzione industriale in Inghilterra e non all’inizio del XX secolo;
    3. La «comunicazione di massa» è una sfera che man mano si è ampliata: dal giornalismo (i “gazzettieri” di cui si lamentava Leopardi) al cinema (fratelli Lumière 1895), alla radio (Marconi 1895), alla TV prima in b/n (1925 circa) poi a colori (anni ’70 in Italia). Sono strumenti e linguaggi (come la stessa Internet) che fioriscono non per un astratta esigenza di “nuovi linguaggi”, ma ALL’OMBRA DEL POTERE IN FIORE! Vengono inventati, prodotti e poi commercializzati e diffusi sotto la spinta di un potere economico-politico-militare - questo il vero motore! - che un certo Marx riassunse nel termine ‘Das Kapital’; e altri affondano nelle nebbie di una dubbia sovranità derivata - dicono loro! - prima da Dio o, più tardi, dal Popolo. Se questo non è chiaro, ce la meniamo e basta.
    4. Le arti, la pittura, la poesia sono ASTRAZIONI. Non pensano, non hanno né subito né dopo mesi o anni «coscienza», non interpretano. Lo fanno un po’ forse gli uomini concreti che fanno gli artisti, i pittori e i poeti. C’è una bella differenza tra le Idee e gli uomini concreti. Non confondiamo le une con gli altri. (Vale anche per il «XX sec.» che anche lui in questo scritto da «territorio d’indagine formale e contenutistica» finisce per diventare una Persona o un Soggetto che si rivolge «ai pochi a cui interessava»).
    5. Artista/creativo. Quanta fede hai nella parola! Oh, se bastasse “adottarle” « per tentare un migliore adeguamento dell'arte nel nuovo contesto di fine millennio»! Abbiamo “adottato” da secoli le parole ‘democrazia’, ‘libertà’, ‘giustizia’ etc. ma gli adeguamenti si vedono poco…
    [Continua 1]

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  4. Ennio Abate [continua]:

    6. «La storia dell'arte ci insegna che in prossimità di ogni cambio di secolo si assiste a fenomeni bizzarri di decadenza». Davvero? Dovrei controllare. Ma a naso non mi pare. Avevo imparato che i periodi di sviluppo o di decadenza, brevi o lunghi, dipendono da fattori storici (economici, politici, culturali)e che non rispettano troppo lo scadere dei secoli. Tanto più che altri popoli hanno calendari diversi.
    7. « A differenza dei media che lo precedettero, internet ristabilì, seppure deformandola, una comunicazione più attiva tra gli individui». Ecco la mitologia! Ecco la visione magica della Tecnologia di cui si giovano i poteri che la controllano.
    Davvero Internet ci avvicina? Davvero agevola la scrittura? Ma che tipo di scrittura? Davvero «più immediatezza», «più capacità di dialogo», «più universalità», «più aderenza al collettivo»? Insomma, stiamo facendo un bel «bagno nella folla» meglio che ai tempi di Baudelaire o di Benjamin o cistiamo buttando in una piscina con poca acqua coi rischi del caso?
    Sulle ambivalenze di Internet ti consiglierei la lettura (una specie di doccia fredda per questa tua visione entusiasta) di Carlo Formenti:

    [http://isintellettualistoria2.myblog.it/archive/2011/10/07/benedetto-vecchi-dialogo-tra-carlo-formenti-e-franco-bifo-be.html

    Il primo, Franco Bifo Berardi, privilegia una prospettiva «antropologica»; il secondo, Carlo Formenti, è un filosofo di formazione. Entrambi però non nascondono che il loro dialogo punta a contribuire a una critica dell'economia politica della Rete. Il libro che hanno mandato alle stampe - L'Eclissi, Manni editore, pp. 96, euro 10 - suscita interesse e anche significativi dissensi, a partire, per esempio, dal diffuso pessimismo antropologico che scandisce il loro dialogo. L'aspetto tuttavia più interessante del volume è racchiuso nel sottotitolo - «Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica» - perché affronta direttamente molti dei nodi che la crisi globale ha messo in evidenza.]

    8. E torna questa contrapposizione meccanica tra folla e pubblico e catacombe e privato (i giovani writers, i collezionsti tombali) e sotto sotto tra nuovo e vecchio. Vacci piano! Io almeno parlo di un ‘io-noi’ ambivalente…E stai attento ai «favolosi eroi».
    Ciao

    [Fine]

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  5. Dunque secondo te andrebbe detto che il capitalismo moderno sta al XX sec. come il volante di un'automobile sta alle bighe romane?
    E la comunicazione di massa altro non sarebbe che una comunicazione che si è nel tempo allargata, cioè non di comunicazione di massa si tratterebbe ma di massa della comunicazione?
    E internet nasce all'ombra del potere in fiore come certi funghi che so io?
    E certo le arti in se' non pensano, lo fanno le persone che ne fanno. Qui sono stato davvero frettoloso nell'esprimermi.
    Artista o creativo: significa semplicemente che s'aggiorna un significato. In questo caso si unificherebbero certe attività con altre per le quali si richiede genericamente di avere talento. Vedi pittore - illustratore - imbianchino - pizzaiolo. Siccome però il termine creativo per l'industria ha il significato di indicare ben precise attività, se ne va anche la possibilità di poter contare su un atteggiamento umano tanto necessario qual'è quello appunto di far le cose con creatività.
    Quanto alla decadenza non andare a controllare, è una mia umile invenzione da amante della storia dell'arte ed è possibile che con lo scadere dei secoli c'entri poco.
    Io sostengo che internet favorisce l'uso della scrittura e una comunicazione più attiva ( se confrontata con la TV, dettaglio che ti è sfuggito), invece per te è una piscina. Non so chi dei due stia farneticando :) ma ti ringrazio per la segnalazione dei libri, particolarmente per quel riferimento al "pessimismo antropologico" .
    Quanto ai "favolosi eroi" vorrebbe essere una finezza del racconto che, come ho detto all'inizio, è stato pensato come verosimilmente futuribile. Non mi aspettavo certo che qualcuno l'avrebbe preso tanto sul serio. Insomma l'hai letto come si legge una tesi, che c'è ma è scherzosa.

    Tu sai certamente che il pensiero per potersi svolgere ha bisogno di spazio temporale, se vivessimo nell'istante che accade non potremmo formulare pensieri. Linguaglossa, avanzando nel suo libro, si avvicinava pericolosamente al presente, al punto in cui il pensiero si ferma. Qualsiasi pensiero, quello storico come quello estetico. Giunti a quel punto bisogna acquistare tempo e distanza che , per il pensiero, sono ossigeno.
    E per meglio respirare anch'io come lettore, mi sono inventato questa soluzione prendendo tempo dal futuro.

    mayoor

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  6. Che bello questo "prendendo tempo dal futuro"
    per me che di tempo
    il passato
    mene ha dato tanto
    ed ora che in fondo
    vedo il ponte
    il dopo mi presta
    il braccio
    e con lui vado
    a riveder la vita.



    Grazie Mayoor! per la serie "Quando le corde s'incontrano". Emilia

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