domenica 27 novembre 2011

Salzarulo - Abate
Sul "piacere della lettura":
libertà o ideologia?



Questo scambio di opinioni presuppone la lettura dei commenti al post di Donato Salzarulo Pomeriggio a Milano. La lettura spiegata a chi non legge (qui). Mi pare giusto continuare la discussione in un post autonomo per  mettere meglio a fuoco un tema denso di implicazioni di vario tipo.  (E.A.)

Donato Salzarulo

 Grazie a tutti per gli interventi e gli apprezzamenti. Il dibattito sviluppatosi è molto interessante. Non riesco a rispondere a tutti, a meno che non mi metta a scrivere un altro post di dieci pagine. Mi limiterò a toccare in questa replica cinque punti:

1. - Quando si diventa “librodipendenti” o “bibliodipendenti” penso che si possa correttamente parlare di “vizio” o di “malattia”. Se c’è dipendenza vuol dire, infatti, che si è di fronte ad un’abitudine, ad un comportamento coatto. Di vizio non parla solo Ferrieri. Lo fa, ad esempio, anche Vittorio Sermonti che intitola una sua antologia personale di letture proprio «Il vizio di leggere» (Rizzoli, 2009).
Il bibliodipendente è un “lettore forte”. Non si accontenta di un libro l’anno, come i lettori censiti dall’Istat. Ne legge più di uno al mese.
Comunque, stando ai dati Istat del 2009, il 45,1 % degli italiani di età superiore ai 6 anni ha letto almeno un libro non scolastico l’anno (25 milioni e mezzo). La maggioranza della popolazione si tiene ben lontana da questa pratica.
La fascia dei lettori saltuari (da 1 a 11 libri l'anno) è consistente: quasi 22 milioni di persone sopra i sei anni d'età.
Chi legge più di 12 libri l'anno, infine, rappresenta solo il 6,9 % (3 milioni e 900 mila).
Siccome il 20% dei laureati non legge MAI un libro, devo dedurre che la “passione di leggere”, se non vogliamo definirla vizio, non si contrae necessariamente frequentando le aule scolastiche o universitarie. Come si contrae?...Le ragioni che possono scatenare l’infezione sono sicuramente molteplici. Ognuno/a ha la sua storia più o meno singolare. Io ho detto la mia, Ferrieri la sua. Voi come siete diventati lettori forti?...
2. ”Il verbo leggere non sopporta l’imperativo” scriveva Gianni Rodari. Da qui l’idea, che non mi sembra balzana, del piacere. Forse, le letture fatte per piacere personale, risultano più proficue di quelle fatte per obbligo o per dovere. Piacere, in quanto sostantivo, è parola con diversi significati:
a) godimento fisico o spirituale (i piaceri della tavola, dello studio, della campagna)
b) divertimento, distrazione (un viaggio di piacere, una gita, ecc.)
c) onore, soddisfazione (E’ un piacere conoscerti!)
d) favore, servigio (Ieri ti ho fatto un piacere)
e) desiderio, volontà (Andò contro il suo piacere)
Si può negare che leggere possa produrre anche un godimento fisico e psichico? Si può negare che una poesia ben fatta, un romanzo ben architettato, un ragionamento ben condotto, un’invettiva ben costruita possano suscitare nel lettore un’intensa soddisfazione o un piacere intellettuale? Si può negare che si possano leggere libri anche per divertirsi e distrarsi? Gli autori impegnati, che hanno studiato (in questo caso leggere forse non basta!) il Capitale o i Grundrisse per capire come funziona il capitalismo, scrivono forse solo saggi? Non praticano mai le scritture comiche? Non possono ridere perché non possono dimenticare neanche per un minuto la tragedia, il male, l’oppressione, lo sfruttamento, l’infinito dolore del mondo sociale e non?...Ecco, mi sembra che non si possa negare questa dimensione “piacevole” del leggere. Anche quando si decida di leggere VOLONTARIAMENTE la “Scienza della Logica” o la “Critica della ragion pura”. Credo che nella lettura vi sia una dimensione estetica…persino erotica!

3.– Se al leggere, oltre a provarsi a definire l’atto come fa Ferrieri, applichiamo qualcosa di simile alla Regola delle 5 W: “Chi legge…Cosa legge…Dove legge …Quando legge…Perché legge...” probabilmente riceveremo risposte diverse, legate a contesti sociali, storie, eventi. Io, ad esempio, nel decennio 1967-77 ho letto pochissimi romanzi e molti saggi.
Oltre alle cinque W, bisognerebbe aggiungere il “come legge”. Esiste una storia della lettura. Quella silenziosa, intensiva, fatta in isolamento, nella mente, è frutto di una “rivoluzione” avvenuta intorno al Settecento. Studiare, per i dettagli, oltre alla ormai classica «Storia della lettura» di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, il bel libro di Rosamaria Loretelli «L’invenzione del romanzo. Dall’oralità alla lettura silenziosa» (Laterza, 2010).

4. - Ho cercato di spostare l’attenzione dal “piacere” al “desiderio” perché non mi sembra che l’uno sia zuppa, l’altro pan bagnato. Non significano, infatti, la stessa cosa. Cosa significhi piacere l’ho detto sopra. Il campo semantico di desiderio, invece, è:
a) aspirazione, moto dell’animo verso chi o ciò che procura piacere, o che è utile, buono, necessario (si può desiderare la rivoluzione, pur sapendo che non è un pranzo di gala!)
b) avidità, cupidigia (desiderio di vendetta, brama di piaceri sensuali)
c) senso di mancanza, di privazione, di bisogno (si desidera ciò che non si ha…)
d) ciò che si desidera (solo questo è il mio desiderio)
Desiderio (cupiditas) è categoria spinoziana. E mi meraviglia che Ennio la metta sullo stesso piano del piacere (categoria che nutre, in senso lato, filosofie edonistiche). Mossa dal desiderio (che può ricercare il piacere, ma non solo...il potere, ad esempio, dove lo mettiamo?), la lettura è atto culturale, vitale. Leggere con attenzione e passione, oltre che aiutarci a conoscere il mondo, ci mette nelle condizioni di poterlo trasformare; ci rende più liberi, più coscienti e consapevoli, più creativi, meno soggetti a pregiudizi e condizionamenti. Questo, in astratto. In concreto, meglio valutare caso per caso.
5. - Un’ultima cosa sul “piacere di leggere”. Che leggere soprattutto romanzi potesse essere un piacere o fonte di piaceri, prima di Barthes (che, in verità, parla di “piacere del testo”), lo pensavano fior fiore di autori, a cominciare dal Rousseau della “Novella Eloise” per il quale leggere romanzi rappresentava un attentato alla purezza femminile. «Le brave ragazze non leggono romanzi» è il titolo di un libro di Francesca Serra, che racconta questa vicenda. Le brave ragazze non devono leggere romanzi perché sono facilmente “impressionabili”, si immedesimano nei personaggi, sognano storie d’amore, non si accontentano della vita che conducono, si eccitano, si danno alla masturbazione, diventano ninfomani, ecc. ecc. Insomma, questi grandi maschi temevano proprio, guarda caso!, il piacere della lettura…
Buona domenica
Donato

***
 
Ennio Abate

 Caro Donato,
1.  è  paradossale, contraddittorio, troppo metaforico (e un po’ snob) definire «vizio» una pratica di cui poi si auspica - credo - la diffusione tra la maggioranza della popolazione che se ne tiene lontana.  Che si fa, si propaganda un «vizio»? Credo che chi parla della lettura ancora oggi la intenda come un valore. Chiameremmo«vizio» la democrazia, l’amore, la fraternità o altra cosa a cui attribuissimo significato positivo? Per me, più che al «vizio» o alla «malattia», si dovrebbe guardare allo scarto tra lettori forti,  saltuari e non lettori. Sai che io "la metto sempre in politica", ma esso è secondoi me la spia di differenze sociali (o di classe) che poi ritroviamo in tutti i campi del sapere, della politica e dell’economia. I capitalisti, i leader di partito, gli accademici che sono? Tutti viziosi? Parlare di quei ruoli sociali in termini di «vizio» o «malattia» spinge pericolosamente il discorso verso il moralismo. (Nel caso di cui parliamo, poi, chi sarebbero i buoni? I lettori forti o i non lettori? E i cattivi? E come sono diventati buoni o cattivi? Per passioni interiori, sollecitazioni di saggi adulti o della scuola, ecc. ). Insufficiente giudico anche l’autobiografismo («Voi come siete diventati lettori forti?... »), che può incuriosire, divertire o far riflettere. Ma moralismo e autobiografismo trascurano la (per me necessaria) comprensione scientifica e/o politica del fenomeno. Questo sarebbe il punto di vista da privilegiare, per ben discutere.

2. E chi nega che esista il piacere o che l’uomo non cerchi il piacere o non tenti come può di sfuggire il dispiacere? Io ho criticato l’IDEOLOGIA DEL PIACERE DELLA LETTURA, che come tutte le ideologie acceca, rende unilaterali e spinge alla rimozione delle cose NON PIACEVOLI. Che ci sono innegabilmente nella nostra esistenza (malattie, morte) e nella vita sociale (sfruttamenti, guerre, miseria, ecc.). Leopardi, che  come pensatore di felicità e piacere (tema alla fine del Settecento dibattutto dai colti di allora) se ne intendeva, mai dimenticava l’altra faccia della medaglia. La sua Natura era in parte benigna ma poi tanto matrigna. Freud stesso rifletté sulla questione andando «al di là del principio del piacere»(qui trovato a caso sul Web un riassuntino per chi fosse poco informato), ipotizzando accanto alla pulsione di vita (eros) una pulsione di morte (thanatos). E, oltre al piacere, ci sono… No, non i doveri! Non mi va di scivolare sul discorso astratto dei diritti e dei doveri. M'interessa pensare ai problemi della sopravvivenza, alla lotta contro la natura  spesso ostile alle società umane, ai problemi della loro riproduzione. Che sono stati affrontati nella storia umana gerarchizzando gli uomini in classi, imponendo lavoro servile,  guerre di conquista, miti e religioni; e poi, con il capitalismo, il passaggio al lavoro salariato, etc. Freud parlò di «disagio della civiltà», di  necessaria repressione degli istinti sessuali per salvaguardare le società. Marx, prima di lui,  ipotizzò una liberazione dal lavoro. 
È questa problematica che viene completamente abolita dalla - ripeto - IDEOLOGIA DEL PIACERE DELLA LETTURA o più in generale dall’IDEOLOGIA DEL PIACERE o della ESTETIZZAZIONE della vita. Che, tra l’altro, ieri come oggi sono comunque prerogative di fasce ristrette di popolazione: quei pochi ricchissimi o ricchi o benestanti, i quali davvero hanno accesso, tramite denaro e potere, a un certo numero di piaceri possibili in un’esistenza umana. Mentre gli altri (le masse e oggi il  ceto medio democratizzato) devono accontentarsi di ideologia. Devono, cioè, illudersi che,  grazie a una certa liberalizzazione dei consumi permessa dal capitalismo fordista e postfordista, pur essi, senza essere ricchissimi, ricchi o  davvero benestanti, posson ocomunque accedere ai piaceri della vita( cultura, spettacoli, sesso, vacanze, lettura, ecc.). Ma, come tu stesso scrivi  e Ferrieri nel suo libro pare dimostri, anche esaminando il piccolo settore della lettura le gerarchie di accesso al piacere o al vizio della lettura sono quasi inalterate. E sul perché si tace o forse si divaga.

3. La pura raccolta di dati non basta. L’inchiesta (o l’autoinchiesta che proponi con la «Regola delle 5 W») può essere utile, ma poi bisogna ragionare sui dati e sulle cause dei comportamenti di lettura o di non lettura. Ecco, sarebbe interessante spiegare perché tu «nel decennio 1967-77» hai letto «pochissimi romanzi e molti saggi». Come sarebbe interessante capire che conclusioni  uno trae dagli studi fatti sul come si è letto o si legge nella  storia delle nostre società.

4. Sì, sono stato troppo sbrigativo  presentando piacere e desiderio come «zuppa e pan bagnato». Non sono proprio la stessa cosa e fai bene a precisarlo. Ma restano entro una stessa “famiglia di discorso”, quello che, sempre sbrigativamente, indicherei come “discorso della soggettività”, e cioè discorso su ciò che uno sente (come mancanza o come cosa da possedere), desidera, crede, vorrebbe, sogna.  Questa soggettività ci può anche spingere a «conoscere il mondo», ma può altrettanto spingerci a sfuggire questa conoscenza (troppo spesso dolorosa, faticosa, "pallosa") del mondo (« Κα γάπησαν ο νθρωποι μλλον τ σkότος τ φς. - E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. Giovanni, III, 19 »). Valutiamo pure caso per caso, ma arriviamo a delle conclusioni (provvisorie) dopo aver esaminato tot casi e chiediamoci, ad es: ho letto tutti questi libri seguendo il principio del “piacere della lettura”, cosa ne ho ricavato di conoscenza del mondo, della realtà?  E cosa avevo ricavato affaticandomi «nel decennio 1967-77» su saggi “pallosi” invece che su romanzi piacevoli? Che relazione c'è tra i due modi e i due tempi di questa mia esperienza della lettura? Poi onestamente uno i conti se li fa innanzitutto con se stesso.

 

17 commenti:

  1. “…. che tra l’altro, ieri come oggi sono comunque prerogative di fasce ristrette di popolazione: quei pochi ricchissimi o ricchi o benestanti, i quali davvero hanno accesso, tramite denaro e potere, a un certo numero di piaceri possibili in un’esistenza umana. Mentre gli altri (le masse e oggi il ceto medio democratizzato) devono accontentarsi di ideologia. Devono, cioè, illudersi che, grazie a una certa liberalizzazione dei consumi permessa dal capitalismo fordista e postfordista, pur essi, senza essere ricchissimi, ricchi o davvero benestanti, posson ocomunque accedere ai piaceri della vita( cultura, spettacoli, sesso, vacanze, lettura, ecc.).”

    Sulle prime questa ‘fotografia’ mi ha colpito come se avesse colto il nocciolo del problema: i pochi hanno davvero accesso…. mentre gli altri devono accontentarsi di ideologia.
    Poi, riflettendoci meglio, ho pensato che anche quei pochi ricchissimi sono dentro l’ideologia, l’ideologia della visibilità, dell’esibizione secondo il principio dell’ idem est non esse et non probari. Devono sempre essere fornite le prove dell’esserci.
    Ma la cultura è, o dovrebbe essere, fuori da tutto ciò. La cultura, il cui accesso è favorito anche dalla lettura, è una esperienza di movimento, e il piacere sta in questa oscillazione tra il desiderio (non la cupiditas, che non accetta questa oscillazione) e la sua mancanza, o la sua frustrazione.
    L’ideologia invece è una ipostatizzazione, non fa che ripetere sempre estenuamente se stessa, i luoghi comuni di cui è infarcita. Prova ne è tutto il proliferare di incontri, manifestazioni cosiddette culturali, ecc. ecc.
    Ne siamo contagiati anche noi? Può essere. Anzi, sì. L’importante è saperlo ed eventualmente trovarne gli antidoti.

    Rita S.

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  2. Ennio Abate:

    Giusto precisare, Rita. Nessuno sfugge all'ideologia ( anche del piacere della lettura!). Per Althusser è come l'aria, tutti la respiriamo. Ma siccome la società è al suo interno divisa e conflittuale, abbiamo ideologie diverse e anche conflittuali tra loro. E quindi nell'antichità aristocratica e plebea, nel medioevo nobiliare,
    chiesastica e plebea ( e poi primo-borghese), e con l'industrializzazione borghese, piccolo borghese e "proletaria", e oggi...boh!... globalizzante- pseudoborghese, ceto medio semicolto, ex-popolo ridotto a "popolo di sinistra", "popolo di destra", "popolo delle partite IVA", "popolo verde" e chi più ne ha più ne metta.
    La cultura (da intendere filosofie, scienze, ecc.)in teoria dovrebbe rappresentare una fuoriuscita almeno parziale dalle ideologie, perché esse s'insinuano anche lì. E gli isolotti di vera cultura e di vera scienza sono continuamente minacciati o inquinati.
    Troppo spesso ci illudiamo di esserci liberati da superstizioni, pregiudizi, arcaismi, primitivismi, dogmatismi, estremismi, fondamentalismi, miti e invece ce li ritroviamo sempre tra i piedi. Il che non significa che non abbiamo nessun punto fermo. Alcuni risultati sono inattaccabili.
    Galilei, Darwin, Marx, Freud sono alcune delle montagne di cui parlavo in un commento precedente. Se si sale lassù, si può vedere che la terra non è il centro dell'universo, che l'uomo non è nato come un pupazzo di creta, che lo scambio tra capitalisti e lavoratori non è uguale o che la Legge non è eguale per tutti e che l'io è un'accozzaglia sempre in precario equilibrio di pulsioni. Poi tanti non ci pensano neppure a Galilei, quando vedono il sole sorgere al mattino; negli Usa i creazionisti sono potentissimi; la gente crede che Berlusconi è diventato ricco per merito individuale o perché furbo; e che gli psicanalisti sono soltanto degli strizzacervelli.
    Io grosso modo e per semplificare la vedo così.

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  3. Ennio, riflettiamo un attimo , ma se dovessi leggere per liberarmi dalle superstizioni,pregiudizi,primitivismi,dogmatismi,fondamentalismi,miti,estremismi, quanto avrò vissuto? Non basta una vita di letture per poter affrontare tutto queste ingiustizie e soprattutto alla fine non potrei dire "io la vedo così". E' certo che la cultura rappresenta una fuoriuscita dalle ingiustizie e dalle sopraffazioni, ma il piacere della lettura è una ideologia che può portare molto lontano peccato che non molti la conoscano. Se una lettura ti interessa , mette a nudo una forma di ingiustizia,soddisfa una tua curiosità porterà anche piacere a chi la legge. Intravedo nel'intendere il significato di "piacere" qualcosa che è molto vicino alla superficialità o a qualcosa che ha del peccaminoso, attenzione perchè poi dobbiamo recarci in chiesa a confessarci... ! Emy

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  4. Ahi! sono diventata intensa lettrice all'universtà di Salerno: ci davano mostruose liste di testi e bibliografie per ciascun esame e ti chiedevano i contenuti dei testi 'prescritti' dalla a alla z: era la strategia del Terrore.

    Poi, un mio amico filosofo, tale Gabriele Pulli, mi passava tutti i libri di filosofia che gli regalavano i rappresentanti.

    Successivamente, ho avuto la fase della passione dell'acquisto del libro di ogni specie e branca, perfino di medicina e legge.

    Quando ho iniziato il PhD a Londra era tanto stancante trascorrere le giornate sul bus per le biblioteche di Londra che mi comprai quasi 1000 libri da studiare a casa oltre ai 1000 circa necessari al dottorato su Fortini, che leggevo alla Bodleain e Taylorian Library.

    Poi sono diventata presbite (3.5) e astigmatica e anche un poco miope e ipermetrope.

    Da allora ho perso la intimità con la pagina scritta, nel senso che ho sempre bisogno di cambiare occhiali, mi stanco molto, ma devo cmq leggere un numero mostruoso di libri.

    Adesso ho iniziato il movimento opposto: regalo libri a carrette a Oxfam Bookshop a Oxford (Charity shop), li vendo a volte second-hand, se ci riesco e se sono richiesti, a Blackwell second-hand bookshop a Oxford - compro però in media altri nuovi libri nel numero di circa 100 all'anno per aggiornamento. Me ne regalano circa 15-20 all'anno amici e colleghi.

    Insomma, ho un traffico notevole di libri.

    Vorrei tanto vivere senza libri.

    Ma, ad esempio, entrambe le mie automobili hanno cofani pieni di libri per insegnare- e libri in transito per donazione o vendita o riutilizzo o trasferimento da una casa all'altra.

    Frequento biblioteche e ormai leggo con la tecnica del Martin pescatore: è l'unica possibile.


    Poi ho comprato I-pod con uno 'scan' interno e copio solo le bibliografie e i paragrafi essenziali.

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  5. ah, mio suocero ci ha lascito circa 5 mila libri. nella casa vuota, abbiamo creato nel grande salotto una 50 di pile di libri per genere e autore che arrivano quasi a 2 metri di altezza: sembrano statue di qualche antica cultura....viste nella penombra, specie di soldati...abbiamo chiesto a biblioteche di venirseli a prendere perchè li doniamo, e ne abbiamo donati tantissimi fino ad oggi.

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  6. Ma perche in questa ricchezza di fiume o laghetto oceano che sia , si continuano a frammentare le/i "con/m" versanti versazioni fronti venti etc etc ?

    c'è un particolare gusto a far/farsi del male?

    quasi quasi mi viene voglia di fare , a proposito di fiume e di libri , come il pro...prof..etc di Centocroci, mi metto eremita in una baracchetta sopra i sassi , dicendo fra me e me e non solo:
    meglio un caffè con un amico, che tutta la conoscenza del mondo,

    oppure raccontando come nelle conseguenze dell'amore, facendo una specie di "sorvilla" e narrando del mio amico Giuffrè sui pali della luce

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  7. Uno e l'altro Ro, indispensabilmente. Emy

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  8. Ennio Abate a Emilia:

    Vabbè che di cognome faccio Abate,ma tu mi vuoi far passare per forza per prete e bacchettone!
    In fondo difendi un tuo scetticismo di fondo e persino un pessimismo. “La vita è un passaggio” era un detto che ho ascoltato tante volte in ambiente cattolico che s’affianca al tuo «ma se dovessi leggere per liberarmi…quanto avrò vissuto?». Prova a ribaltare. Anche se ti rifiutassi di leggere per liberarti etc. o leggessi solo per il piacere di leggere o - addirittura - non volessi neppure accontentarti di questo piacere perché ce ne sono altri da assaggiare più forti, piccanti, esplosivi, fantastici, fighi, non dovresti lo stesso concludere che «non basta una vita»?
    Le mie obiezioni, se le rileggi bene, sono esterne alla logica moralistica bene/male, peccaminoso/onesto. E tendono a mostrare quanto è UNILATERALE il discorso del PIACERE (e del PIACERE DELLA LETTURA). Vogliono correggere questa unilateralità, ricordare l’altra faccia (fragilità umana, ingiustizia sociale), non sputacchiare sui piaceri quando ci sono e sono reali e non immaginari o a comando.

    @ In soffitta

    Ros, non capisco con chi te la prendi.
    Molla un po' le metafore ("ricchezza di fiume o laghetto o oceano") e spiegami. In breve. Non vorrei che annegassimo tutti in fiumi di parole vaghe. Sono per poche parole taglienti e ben mirate.

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  9. leggere è un dovere verso se stessi. il piace è un surplus che abbiamo aggiunto. la letteratura è segno del dolore: se leggere del dolore porta piacere, non so. a me no. quando leggo un romanzo, sento la palla di piombo della vita altrui passatami e messami sulle braccia e/o grembo. ho il dovere di reggerla.

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  10. è un dovere dunque anche verso gli altri che intendono comunicarti qualcosa.

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  11. Mi piace la definizione di “vizio”, parlerei di “vizio vitale” contrapposto al “Vizio Assurdo”, remember Pavese, all’essere schivo, solitario. Sebbene anche quest’ultimo sia particolarmente attraente, il paradosso lettura come “vizio” (vitale) fa scorrere il sangue, dà vitalità, può essere sinonimo di viaggio, di risveglio dal torpore, di ricerca di una possibilità, di un ripartire ancora una volta o semplicemente di un piacere effimero, un dolore. Quando si contrae il “vizio” è buon segno, vuol dire che si vuol contare attraverso la lettura. enzo

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  12. ad Ennio: Piaceri immaginari o a comando? Forse non appartengono alla mia spece, ho l'impressione di essere davvero ormai fuori strada per quanto riguarda il tuo parere sulla lettura. La tua grande cultura ogni volta la sento e mi fa anche invidia, ma che ci posso fare ancora una volta ti scrivo per il piacere del dialogo e continuo a leggere ciò che mi produce piacere fra queste lettura anche i tuoi scritti, forse ti sembrerà strano ma mi sento così bene quando reagisco e mi applico a qualunque cosa che davvero mi interessa pienamente ,che il piacere mi viene a trovare come il bambino alle giostrine, ah,ah, ah,! Sono sempre stata una scolara ribelle, adoravo le messe in prosa dell'Iliade e dell'Odissea, tutto quello che c'era da studiare a memoria lo scartavo e sotto il banco leggevo ciò che mi interessava anche Topolino, meglio Paperino
    Un giorno la prof. d'italiano mi beccò con un libro di Bukowski mi pare siano stati degli aforismi,la cara donna me lo prese e mi disse:
    -Questo non lo vedi più- M'incazzai tantissimo, mi scrisse una nota- La scolara è assente, durante le lezioni si fa i fatti suoi - Convocò i genitori in direzione ,ci andò mia madre , la preside le disse : - Sua figlia è perfida e ribelle- Proprio io!che di me avevo davvero scarsa stima, avevo fino allora fatto solo ciò che mi costringevano a fare e poi a casa .... ecc. ecc. Ma era l'illustre Collegio delle Suore Orsoline! Il meglio sul mercato... Ma che ti sto a raccontare ho qui da leggere Mr.GWYN di Baricco se non mi piace te lo passo. Ciao Emilia

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  13. P.s.: mi è sfuggita la i di specie, cavolo! Emy

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  14. Leggere aiuta a riflettere, ma non garantisce che si abbiano pensieri originali
    :)

    mayoor

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  15. Povera Emy, chiaramente erano le suore Orsoline perverse e malefiche (come da tradizione)....dove eri capitata!

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  16. Cara Emy, se dobbiamo parlare di ricordi , io dello stesso posto,senz'altro qualche anno prima di te, ne ho di differenti.
    Sono stata fortunata?Non lo so.
    Devo l'amore per la poesia alla mia insegnante d'italiano, era una ragazza ,si chiamava Valeria e mi portava qualche libro dei suoi.
    Le prime mostre d'arte e i primi spettacoli teatrali li ho visti con le insegnanti di quella scuola (e come dicono i miei figli, si era nel "triassico") della quale tu hai un così cattivo ricordo. Dai miei genitori non avrei mai ricevuto questi stimoli culturali,non per cattiva volontà,ma perchè non erano in grado di trasmettermeli. Hanno fatto la loro parte mandandomi a scuola e non negandomi mai nulla che mi potesse arricchire dal punto di vista culturale.
    Ciao
    Maria Maddalena

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  17. Sei stata davvero fortunata, io no. E' triste che si debba parlare di fortuna come se fossimo alla lotteria ma così è. Ciao cara amica . Emy

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