mercoledì 16 maggio 2012

Robert Walser
Sui poeti



da  R. Walser, Storie,   Adelphi  Ed.,  Milano 1982

1.  DI UN POETA
Un poeta si china sulle sue poesie, ne ha fatte
venti. Sfoglia una pagina dopo l'altra e trova che
ogni poesia risveglia in lui un sentimento tutto par-
ticolare. Si tortura penosamente il cervello per sco-
prire cosa sia mai quel non so che di sospeso sopra o
attorno alle sue poesie. Preme, ma non viene fuori
niente, spinge, ma non esce nulla, tira, ma tutto
rimane qual
è, vale a dire oscuro. Si abbandona sul
libro aperto tra le braccia conserte e piange. lo
invece, quel briccone di autore, mi chino adesso
sulla sua opera e scopro con infinita disinvoltura
qual
è il mistero.
Si tratta molto semplicemente di
venti poesie, di cui una
è semplice, una pomposa,
una magica, una noiosa, una commovente, una
deliziosa, una infantile, una molto brutta, una be-
stiale, una impacciata, una inammissibile, una in-
compr
ensibile, una ripugnante, una affascinante,
una mi
surata, una sublime, una schietta, una spre-
ge
vole, una povera, una ineffabile, e una non può
essere più niente perché sono soltanto venti singole
p
oesie che hanno trovato per voce mia un giudizio,
s
e non proprio equo, quanto meno rapido, il che mi
costa sempre la minor fatica. Ma una cosa è certa, il
poeta che le ha fatte piange tuttora, piegato sul
libro
; il sole splende su di lui; e la mia risata è il
vento che gli scorre impetuoso e freddo nei capelli.


                                                                           2.
Ora mi sovviene che una volta viveva un poeta
povero, molto oppresso dai suoi umori
, il quale,
avendo contemplato a sazietà la libera e divina
natura, aveva preso la risoluzione di lasciar poetare
oramai soltanto la propria fantasia. Egli sedeva una
sera, un mezzogiorno o un mattino
, alle otto, alle
dodici o alle du
e, nell'oscuro spazio della sua stanza
e diceva alla parete della medesim
a: parete, io ti ho
nella testa. Non darti la pena di ingannarmi c
on la
tua fisionomia strana e placida. D'ora innanzi sei
una prigioniera della mia fan tasia. Dopo di
che
disse la stessa cosa alle finestre e alla tetra veduta
che esse gli offrivano giorno dopo giorno
. Quindi,
infiammato dalla sete d'avventura, intraprese una
passeggiata che lo condusse per campi, boschi, pr
a-
ti, villaggi, città, su fiumi e laghi, sempre sotto il bel
cielo. Ma a campi, prati.
rsentieri, boschi, villaggi,
città e fiumi egli continuava a dire
: bricconi, vi ho
ben saldi nel cranio. Non immaginatevi oltre, mia
gente, di farmi impressione
. Tornò a casa e conti-
nuava a ridere tra sé: li ho tutti, li ho tutti nella
testa.
È dunque da presumere che egli li abbia
tuttora lì dentro, da dove (come avrei voluto aiutar-
li!) non escono più. Non
è questa una storia piena di
fantasia???

                                    3.
C'era una volta un poeta a tal punto innamorato
dello spazio della sua stanza che sedeva tutto il
giorno nella poltrona e covava le pareti che stavano
dinanzi ai suoi occhi. Da queste pareti egli tolse i
quadri affinché nessun oggetto lo infastidisse di-
straendolo e portandolo a contemplare qualcosa
d'altro che non fosse la piccola parete macchiata e
ostile. Non si può dire che studiasse quello spazio di
proposito, ma bisogna confessarlo: egli stava senza
un pensiero nei lacci d'una fantasticheria infinita,
in cui il suo umore non era né lieto, né triste, né
allegro, né malinconico, bensì freddo e indifferente
come quello di un folle. Egli trascorse tre mesi in
quello stato e il giorno in cui doveva iniziare il
quarto non era più capace di alzarsi dal suo posto.
Era incollato. È qualcosa di singolare e c'è dell'im-
probabile n
ella promessa del narratore, il quale
as
serisce che seguirà immantinente qualcosa di
ancora più singolare. In quel tempo infatti un ami-
c
o del nostro poeta andò a trovare il poeta nella sua
stanza e, non appena ne ebbe varcata la soglia,
cadde nella medesima fantasticheria malinconica o
il
are di cui era prigioniero il primo. Qualche tempo
d
opo, a un terzo scrittore di versi o di romanzi che
ve
niva a informarsi del suo amico, capitò la stessa
sventura, nella quale caddero uno dopo l'altro sei
scrittori che venivano a cercare notizie dell'amico.
Or
a siedono tu tti e sette nel piccolo spazio oscuro,
triste, ostile, freddo, spoglio e fuori nevica. Sono
in
collati ai loro sedili e certamente non faranno mai
più uno studio di natura. Siedono e guardano fisso,
e la risata gentile che premia questa storia non è in
grado di liberarli dal loro triste incantesimo. Buona
n
otte!
                                                            4. IL BEL POSTO
La storia, sebbene dubiti della sua verosimi-
glianza, mi h
a molto divertito quando me l'hanno
raccontata; e io ve la do, come meglio posso, con
l'unica condizion
e tuttavia che non mi si interrom-
pa con sbadi
gli sino a che non abbia terminato:
c'erano una
volta due poeti, uno dei quali si chia-
mava Emanu
el ed era un giovane molto nervoso e
sensibile. L'altro, di natura più grossolana, si
chiamava Hans. Emanu
el si era scovato un angolo
nel bosco al riparo da tutto il mondo, e dove egli era
solito poetare con molto piacere. A tale intento
scriveva versettini garbati e di poca importanza in
un taccuino che aveva ereditato da suo nonno, e
sembrava assai soddisfatto di questa sua occupa-
zione. E in verità, perché non doveva esserlo? Il
posto nel bosco era così quieto e gradevole, il cielo al
di sopra così sereno e azzurro, le nuvole così diver-
tenti, gli alberi di fronte, al margine del bosco, così
svariati e di colore così squisito, il prato così morbi-
do, il ruscello che irrigava quel prato solitario così
rinfrescante, che il signor Emanuel sarebbe dovuto
essere un pazzo se si fosse sentito altrimenti che
felice. Al suo innocente poetare il cielo, dall'alto,
rideva altrettanto azzurro e bello quanto agli alberi
del bosco; e la pace di questo idillio sembrava così
indistruttibile che il turbamento che subentrerà di
qui a un istan
te, come un fulmine a ciel sereno, deve
appar
ire assai incredibile. Ma le cose stanno come
segue
. Vi ho già fatto il nome di Hans. Questo
secondo poeta si aggirava un giorno, sospinto lui
pure dal caso, in quel bosco e in prossimità del
posto solitario
, e in quell'occasione scoprì l'angoli-
no e il suo occupante, il con fratello Emanuel
. Subi-
to Hans riconobbe in Emanuel, benché non si fosse-
ro mai veduti prima, il poeta, così come un uccello
riconosce immediatamente l'altro. Si avvicinò
quatto quatto alle sue spalle e
, per farla breve, gli
assestò un bel colpo sulla guancia, sicché quello
lanciò un urlo e, senza più guardarsi attorno per
vedere chi lo avesse servito a quel modo, se la diede
a gambe, e tanto velocemente che in un attimo era
scomparso. Hans trionfò! Poteva sperare di aver
cacciato per sempre il suo rivale da quel bel posto
così propizio e subito prese a riflettere su come
avrebbe potuto rappresentare nel modo più efficace
l'amenità di quella solitaria plaga boschiva. Lui
pure aveva con sé un taccuino pieno di versi, cattivi
e buoni, che sperava di pubblicare quanto prima.
Trasse dunque fuori questo libro e prese a scara-
bocchiarvi ogni sorta di sciocchezze, come usano
fare i poeti per porsi nello stato d'animo acconcio
.
Tuttavia pareva durare molta fatica a costringere
in tenere sillabe la quieta, mite bellezza del paesag-
gio ch
e si era conquistato, che ancora facesse
capolino un barlume di vera vita; e mentre era
intento ad affliggersi a quel modo, una nuova affli-
zione gli si parò dinanzi o d
ietro, di tal fatta da
guastare pure a lui quel paradiso che, come un cane
ringhioso, aveva strappato all'altro. Comparve sul-
la sc
ena una terza persona nella figura di una poe-
tessa. Hans
, che aveva alzato gli occhi spaventato
dal rumore, la riconobbe subito per tale, non sprecò
tempo in galanterie, bensì scomparve all'istante
come il suo predecessore. - Qui il bel racconto si
ferma e io approvo e comprendo perfettamente il
suo venir meno poiché, al pari di quello, sarei inca-
pace di continuare là dove ogni proseguimento do-
vrebbe condurre nell'abisso d
ell'oziosità. Non sa-
rebbe forse qualcosa di ozioso s
almodiare ancora
sul contegno della poetessa quando sono stati cele-
brati già du
e poeti? Mi limito a riferire che la pri-
ma non trovò nulla di bello nella bellezza del posto
nel bosco, e nulla di singolare nella singolarità di
quello
, e scomparve altrettanto silenziosamente
di quando era comparsa. Lasciamo pure che il dia-
volo faccia il po
eta.


Robert Walser (Bienne, 15 aprile 1878 – Herisau, 25 dicembre 1956) è stato un poeta e scrittore svizzero di lingua tedesca. Nacque in una famiglia composta da otto fratelli (il maggiore, Karl, era un pittore, illustratore e scenografo di fama) e crebbe a Bienne, cittadina di confine in un'area linguistica posta tra il tedesco e il francese. Frequentò la scuola elementare e le superiori, che però dovette abbandonare prima dell'esame finale visto che la famiglia non era in grado di mantenerlo agli studi.Ancora bambino era entusiasta spettatore di teatro. La sua opera preferita era I masnadieri, di Friedrich Schiller. Un acquarello lo raffigura nelle vesti di Karl Moor, il protagonista del dramma. Il suo sogno era quello di diventare un attore. Morì nel pomeriggio di Natale del 1956 dopo una solitaria passeggiata in un campo di neve. Il suo valore di letterato gli fu riconosciuto solo post-mortem e in Italia le sue opere furono pubblicate solo a partire dagli anni sessanta. 
[Da http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Walser]

3 commenti:

  1. "Hans riconobbe in Emanuel, benché non si fosse-
    ro mai veduti prima, il poeta, così come un uccello
    riconosce immediatamente l'altro."
    Ogni poeta, penso, potrebbe confermare questa esperienza. Ed è buffo che accada in una fiaba, ma mi fa piacere che si confermi l'aspetto multiforme con cui la poesia sa presentarsi. Indifferente a metriche e prosaicismi, s'accomoda dovunque signorilmente, e mi sa che irride chi pensasse che debba esistere un suo luogo ideale. Nemmeno nella storia.
    mayoor

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  2. Sì, Mayoor "signorilmente" niente di più voglio aggiungere alle tue parole. Emy

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  3. "Ma una cosa è certa, il
    poeta che le ha fatte piange tuttora, piegato sul
    libro; il sole splende su di lui; e la mia risata è il
    vento che gli scorre impetuoso e freddo nei capelli."
    non ho capito se costui amasse o disprezzasse i poeti, nella sua ironia. Per il brivido che mi danno queste righe penso che li amasse.

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