mercoledì 8 agosto 2012

Lorenzo Pezzato
Altre osservazioni su
"Per una poesia esodante"
di Ennio Abate



Ho letto gli spunti di Ennio Abate Per una poesia esodante e i commenti agli stessi.
Devo dire che dal mio punto di vista la discussione si concentra in pochi argomenti.
« [….] oggi certe tematiche non ci dicono più nulla, sono diventate talmente di pubblico dominio che, come una massa monetaria, passano di mano in mano in modo irriflesso e subliminale. In modo simile, riempire una poesia di “oggetti” riconoscibili porta fatalmente quella poesia verso l'insignificanza, la noia, non risveglia più la nostra attenzione; davanti a certe poesie il nostro cervello dorme [….].La post-poesia (o poesia che esonda dai propri argini e si riversa all'esterno della forma-poesia) va alla ricerca di una nuova serie di “oggetti linguistici”. [….] si tratta di munirsi di un pensiero critico che sia critico verso una intera cultura che ha prodotto certi oggetti e altri ne ha invece interdetti. È che occorre essere coscienti che l'esaurimento di una certa cultura implica anche l'esaurimento, la fine della poesia che quella cultura ha prodotto [….] » – scrive Linguaglossa.
                    Dormire dinanzi alle poesie dei simbolisti russi non è scandaloso ma non credo si tratti della querelle des anciennes et des modernes.Non c’è alcuna querelle in materia, la tensione tra i due poli esiste in ogni vicenda ed esperienza umana e alla fine il nuovo vince sempre.Tornare ciclicamente alla questione è soporifero quanto i simbolisti russi.

mercoledì 1 agosto 2012

Rita Simonitto
Osservazioni su
"Per una poesia esodante"
di Ennio Abate



Pubblico queste dense riflessioni sul mio lungo scritto Per una poesia esodante. La poesia passata a contrappelo. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia, che si legge interamente qui nell'Appendice del post. [E.A.]

Caro Ennio,
sento molta gratitudine per il lavoro importante (e, direi, necessario) che hai portato avanti e che hai messo generosamente a disposizione di Moltinpoesia.
Mi sento però in difficoltà ad intervenire poiché non ho le competenze necessarie quindi esporrò un mio punto di vista a partire dalle sollecitazioni che il tuo testo mi ha sollevato (tenendo conto anche degli interventi di Francesca Diano relativamente all’illusorietà del “credere di poter fare a meno dell'enorme peso del passato, del gigantesco bagaglio culturale che ci portiamo dietro”, e poi - come questione di Metodo - “PRIMA si deve sapere, POI si può distruggere e ripartire nudi”; e pure di Emy quando sostiene l’importanza di credere nelle capacità di un passato che senza di esso nessun futuro avrebbe senso).

martedì 31 luglio 2012

Giorgio Linguaglossa
Sul problema della "libertà" del poeta

Eugène Delacroix, La zattera della Medusa

Per la ricchezza di domande cruciali contenute, evidenzio in un post autonomo  questa riflessione-commento di Giorgio Linguaglossa, estraendola dal post in cui la discussione sul problema è iniziata (qui). [E.A.]


Cari amici della scialuppa
...ancora al tempo del periodo blu e rosa Picasso era un pittore del tutto tradizionale che non aveva detto nulla di nuovo. La sua pittura non si era presa alcuna «libertà» nelle condizioni date del suo tempo. Con "Les demoiselle d'Avignon" inizia il periodo cubista, Picasso decide di prendere la rotta della «libertà» del pittore sulla tela. È il periodo delle avanguardie storiche, un proliferare di avanguardie in tutta l'Europa. «Libertà» contro «necessità», dereglement contro il ritorno all'ordine. Quando Rilke vide per la prima volta i quadri di Picasso ne rimase profondamente sgomento e atterrito. Dove poteva andare una simile arte? questo si chiedeva Rilke che qualche anno dopo avrebbe prodotto i suoi capolavori poetici (Le elegie Duinesi e i Sonetti a Orfeo)ma in direzione inversa rispetto a quella intrapresa da Picasso.

Emilia Banfi
Trasport



El fiulin el sunava la fisarmonica
cunt un andà lent, semper quel
el pader l’acumpagnava cunt ul viulin.

Stavan in pè, in mès al can chel durmiva
e ul sac di cuèrt  e strasc
el riflès negher di cavèi al smagiava
ul tailleur rus dèla vedrina.

lunedì 30 luglio 2012

Valentino Campo
Lamentazione


  
Considerate e osservate
se c’è un dolore simile al mio dolore,
al dolore che ora mi tormenta...
                                          giudicate,
pesate,
con la selce raschiate
ogni suo grumo.

Mi tolgo la giacca
                          l’appendo al muro,
lavo le mani per poterti parlare.

sabato 28 luglio 2012

Maria Teresa Rossi (1916 -2002)
Sette poesie



Maria Teresa Rossi era professoressa al Liceo Parini di Milano nel 1967, quando scoppiò il  caso de “La Zanzara”:  i redattori del giornalino scolastico furono processati per aver aperto un dibattito interno al liceo su argomenti sessuali. Fu l’unica insegnante che si schierò con gli studenti.  E fu ancora l'unica a stare con loro nel ’68, quando essi occuparono la scuola e il preside si rifiutò di chiamare la polizia, che intervenne "d’ufficio" scacciando gli occupanti e  portando fuori di peso anche la professoressa. Fu poi una delle figure di spicco in Avanguardia Operaia. Le poesie che  qui pubblico, traendole da un libretto delle Edizioni Punto rosso del 2004 curato da una sua ex allieva e amica, Erica Rodari, sono, sì, innanzitutto un omaggio postumo a  una «bella persona, una persona non comune» (p.6): era stata antifascista; aveva poi rotto con la famiglia d’origine borghese e cattolica («nella sua famiglia c’erano uno zio vescovo, una zia suora e un fratello presidente nazionale dell’Azione Cattolica», p.19) e con il primo marito fino a separarsi  anche dai figli, lasciati al marito; fu con  tenacia e severità  una militante fino a quando una malattia non la colpì nei suoi ultimi anni di vita. Ma esse vanno anche lette come riprova che la poesia, anche in chi ha scelto  una dimensione pubblica e politica di espressione,  è termometro di verità e di mai sopita  interrogazione sul “resto”. Il ‘noi’ di Maria Teresa forse trascurava l’’io’ di Maria Teresa, ma non lo dimenticava. E queste poesie, al di là del valore letterario  da discutere, lo provano. Ad esse  è affidata  la possibilità di alludere al  drammatico (e  apparentemente contraddittorio) senso di solitudine di una donna che pure aveva trovato la sua "dimensione pubblica": «… non cercare il sogno che t’illude / nel volto del vicino / Lascia intatto il segreto di ciascuno / e serba il tuo / Ogni incontro è rovina» ( p.121). [E.A.]

Distaccami da te
verso che premi
nell'orecchio proteso
ad ascoltar la tua parola amica
Portami via dal cuore questa pena
fanne la nota lieve che consoli
la mente affaticata
Vorrei cantare come l'usignolo
o stormir come il pioppo sotto il vento
Trovare il ritmo uguale e modulato
Senza soffrire

venerdì 27 luglio 2012

Giorgio Linguaglossa
Su "Nessuno sa
quando il lupo sbrana"
di Maddalena Capalbi



Maddalena Capalbi Nessuno sa quando il lupo sbrana La Vita Felice, Milano, 2012


Questo libro di Maddalena Capalbi mi fa venire in mente alcune considerazioni in ordine ai mutamenti  del «parlato» e del «personale» del tardo Novecento. Questo della Capalbi è un «parlato» e un «personale» sciolto, liquido, snodabile, immediato per un «contenuto», o meglio, per un «contenitore» misto tra diario, occasione, storie periferiche e accadimenti vari ma sempre nell’ambito dei legami parentali e affettivi. È una poesia legata al mondo delle esperienze primarie; è il suo modo di restare attaccata al «reale».

mercoledì 25 luglio 2012

Eugenio Grandinetti
Pandora


Cousin, Pandora

Dimmi:le cose che sai ti sono note
Per sapienza infusa o sono il frutto
Di ricerche e di ripensamenti?
A me niente di ciò che so è stato dato
In modo gratuito e permanente.
Sapere è non avere
Nessuna certezza mai
E’ confrontarsi sempre
Con ogni presunta verità, e comunque
Considerarla sempre provvisoria
E costruire sempre con la mente
Un qualche edificio che ci sembri
Possa reggersi in piedi,consapevoli
Però che se una parte minima
Vacilli o cada
Tutto trascinerà nel proprio crollo
E allora occorrerà a fatica ricostruire
Fin dalle basi un edificio nuovo,
Sperando che regga alle intemperie
Dei dubbi e degli eventi.
Certo uno che creda di sapere
Per sapienza infusa potrà vivere
Soddisfatto di sé,senza cercare
Quale invece sia la verità. Ma ogni ricerca
Ha origine dal dubbio e il dubbio è ribellione:
E’ la mela che ci offre il tentatore
O è il fuoco nascosto nella canna
Ed è la consapevolezza che la sorte,
Qualunque essa sia,sarà comunque
L’espulsione dal falso paradiso
Dell’ignoranza e l’utilizzo ancipite dei doni
Racchiusi nel vaso di Pandora.

lunedì 23 luglio 2012

PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (5)



Tabea Nineo 1990
Questa è la quinta e ultima parte del mio saggio. Per comodità del lettore che vorrà leggerlo lo pubblico completo in appendice [E.A.]
   
13. Progettare? Ma scherzi! «Buone rovine» e storie che scottano

 Non posso al momento mostrare esempi pienamente convincenti di poesia esodante (i miei  li considero, con modestia indispensabile, dei tentativi in tale direzione). E poi oggi, in tempi di crisi, invitare a parlare di progetto (o a presentare dei  progetti da confrontare e scegliere) fa storcere il naso.
Diciamocelo lealmente. Di solito ciascuno di noi segue, se non con sufficienza, con la coda dell’occhio qualsiasi discorso “progettuale”. Lo vive come “calato dall’alto”, roba “da critici” o “da intellettuali”. E, se partecipa a iniziative pubbliche, lo fa con saltuaria eleganza (in modo da esserci e non esserci). Si tratterebbe di riti, ai quali presenziare per cortesia o convenienza.
Ora è pur vero che scrivere poesia è atto compiuto in solitudine e l’intervento altrui è previsto semmai a stadio avanzato o ad operazione compiuta. Ma è proprio così? È sempre stato così ed è irrimediabilmente destinato ad essere così?

domenica 22 luglio 2012

PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (4)


 Tabea Nineo 1990


11. Riepilogando. Un criterio politico-poetico come misura delle poetiche

 

Come ho detto nella tesi 1 (qui) credo che siamo in una insoddisfacente Babele poetante, subiamo una cattiva globalizzazione e operiamo in un “cattivo” ceto medio, che non è in grado, così pare (in assenza di una più precisa analisi), di porsi i problemi poetici e politici della “globalizzazione” o farsi voce del nostro tempo. Riproduce, invece, in piccolo il caos globale e frammentato. E in tale caos c’è spazio - tanto la frammentazione è ormai  dominante - per il “nuovo” e per il “vecchio” purché devitalizzati: il Web, la rivoluzione dei trasporti, le biotecnologie ma anche le piccole patrie, i dialetti (magari “meticciati”), i ritorni al mito (ma congelato e privatizzato).

Nessuna nuova polis (globale) si sta costruendo mentre gli stati-nazione vengono sconvolti. La falsa democratizzazione (non solo della poesia) convive con le false élite. L’opposizione storica pochi/molti  rimane intatta nell’ideologia e nell’immaginario in ogni campo, pur svelando ogni campo una microfisica dei poteri che non corrisponde alla macrofisica ufficiale e convenzionale.