martedì 3 aprile 2012

Roberto Bugliani
Apertis verbis



un gran imbroglio, e sapevano i farabutti
guidar bene le danze, colla faccia allegra a dirci
come solerti i servi a far da sponda!
era la perdita da cui cavar profitto
quando il miraggio ci fotteva tutti senza
e ciechi ci rendeva e remissivi
ora che squilibri strutturali salgono a galla
enfi del disastro, ora che bagliori
e i latrati, quanti, dei mastini a guardia!
i vincoli esterni, che vuol dir catene
e vassallaggio e artigli nelle carni
in eleganti panni il canagliume, che lo schermo affolla
giannizzeri e scherani, sempre quelli
del guai non si esce, semmai è colpa nostra
bisogna farci tedeschi, e cinesi se non basta
se non violenza è questa, la è spaccar vetrine?
un trepestio nel vuoto, la voce roca di nebbia, non
il freddo calcolo per pietà né errore ha fine
non rimorso arresta il misfatto, finché c'è roba all'incanto
e sangue da cavare, per asimmetrico gioco e sporco  
in moneta straniera ha conio la menzogna

lunedì 2 aprile 2012

Gezim Hajdari
Poesie
con una Nota di G. Linguaglossa


da POESIE SCELTE (1990 – 2007) Besa, Nardò, 2008
     *
Quanto siamo poveri.
Io in Italia vivo alla giornata,
tu in patria non riesci a bere un caffé nero
.
La nostra colpa: amiamo,
la nostra condanna: vivere soli divisi 
dall'acqua buia.

Annamaria De Pietro
Quindici poesie


Prosopopea di Orfeo (*)


Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
Da serpe a serpe discese e scendeva
– ed io a ponente scesi, e giù strisciai
e lacerai la veste contro il sasso
dello stipite in fumo, e la bagnai
contro un’acqua che al sasso discendeva,
e io non sapevo donde avesse passo.

domenica 1 aprile 2012

César Vallejo
Un uomo passa con il pane in spalla…


Un uomo passa con il pane in spalla.

Potrò scrivere dopo sul mio sosia?

Un altro si siede, si gratta, cava un pidocchio dall’ascella, lo schiaccia.

Con che ardire parlar di psicoanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo nella mano.

Parlare poi di Socrate col medico?

Passa uno zoppo e dà il braccio ad un bimbo.

DISCUSSIONE
Ennio Abate
E' così facile lo sposalizio
di Poesia e Scienza?



Con interesse, ma sempre più scuotendo la testa, ho letto l'intervista (qui) di Paolo Polvani a Roberto Maggiani, poeta e curatore del sito La Recherche. Riallacciandomi in parte a quanto scritto nel dialoghetto n.2 tra Samizdat e il Poeta Invisibile (qui), pubblico questa lettera di commento critico, sollecitando una discussione a più voci. [E.A.] 

Gentile Roberto Maggiani,
guardo con favore ogni tentativo di scuotere i poeti dal sogno della poesia “pura”, autosufficiente, sacralizzata e per lo più evanescente. Ma - anticipo la mia opinione - ho trovato  il suo modo di impostare il problema del  rapporto tra poesia e scienza poco attento agli sviluppi storici di entrambe e rischioso per la piega “spiritualizzante” che vedo nel suo discorso.
Oggi abbiamo tanti modi di fare poesia (semplificando: tante poesie) e tanti modi di fare scienza (tante scienze). Questa  pluralità da un lato può essere un vantaggio (più voci mostrano spesso più di alcune, magari anche eccelse), ma dall’altro è un problema in più, confonde certi tracciati sicuri; ed è segno comunque di una crisi  che, come tutte le crisi, può avere esiti imprevedibili e persino disastrosi. (Nulla è scontato e gli esempi, passati e attuali, non mancano).
In passato poesia e scienza ebbero ciascuna una propria indiscussa e autorevole unità. Oggi non più. Si pone allora un problema: i molti produttori della enorme e caotica valanga di testi scritti o spesso anche  di  espressioni orali, che classifichiamo ancora col termine 'poesia', e i veri e propri eserciti di esperti in saperi formalizzati e specializzati (o iperspecializzati), che, al servizio di istituzioni (macro e micro) economiche e politiche e spesso soprattutto militari (aspetto, quest’ultimo, niente affatto trascurabile), fanno quella ‘ricerca’,  che ancora indichiamo col nome di 'scienza' (o 'scienze'), possono davvero incontrarsi,  ascoltarsi, dialogare? 
E, di conseguenza, si pone pure una serie di obiezioni angoscianti: ci sono, cioè, le condizioni minime (e indispensabili) per permettere un dialogo, un ‘rapporto’ tra poesia e scienza? E di che tipo? La convinzione (speranzosa) che, pur partendo da presupposti e strumentazioni diversi, poesia e scienza siano due modi di conoscenza che attingono allo stesso “reale”, o l’ipotesi che potrebbero attingervi, che fondamenta hanno?