venerdì 6 aprile 2012

Ennio Abate
Il poeta e la morte.
Omaggio a Armando Tagliavento.

Armando Tagliavento (1930-2012)
E' morto ieri pomeriggio all'Ospedale Sacco di Milano Armando Tagliavento, il "bidello-scrittore", di cui avevo pubblicato su questo blog alcune poesie e una mia riflessione del 2006 sulle sue scritture (qui e qui). Per ricordarlo ancora, pubblico  le poesie uscite sulla rivista Il Monte Analogo n.1 del 2003  e un inedito (credo...), che mi  consegnò negli ultimi anni durante alcune visite nel suo appartamento di Via Chiari 3 a Milano. [E.A.]

DISCUSSIONE
Ennio Abate
E' così facile lo sposalizio
di Poesia e Scienza? (2)

 

Questo post riprende la discussione sviluppatasi nei commenti di quello precedente dallo stesso titolo (qui). [E.A.]

 

SECONDA LETTERA A ROBERTO MAGGIANI.

 

Caro Roberto,

avviatosi il dialogo tra noi, mi permetto ora il tu. Per scrupolo intellettuale, per evitare di spostare l’attenzione sul mio punto di vista, per non sembrare uno che parla solo sulla base di un’intervista, trascurando il discorso più completo  da te svolto, ho  riletto  il  tuo saggio «Poesia e scienza: una relazione necessaria?» (CFR 2011). E aggiungo a quanto finora detto le seguenti considerazioni:

mercoledì 4 aprile 2012

Laboratorio Moltinpoesia
alla Libreria Linea d’ombra di Milano
del 2 aprile 2012
su "La morte e la fanciulla".
Resoconto di Giorgio Mannacio.


L'incontro si è aperto con una riflessione un po' estemporanea sul sostantivo Morte che in tedesco è di genere maschile e in italiano femminile. Il tedesco consente un senso quasi romantico  al titolo del lied La morte e la fanciulla, più impervio in italiano. Di seguito si è parlato, in termini generali, del rapporto morte/tempo e dell'atteggiamento dell'uomo rispetto all'evento morte. Giovanna ha dato alla propria riflessione un taglio " filosofico" con echi heideggheriani ( l'uomo che vive nel tempo ed è egli stesso tempo), direzione che comporta connessioni importanti con la memoria e, quindi, la letteratura. A questo punto ho suggerito agli amici il libro di Giorgio Agamben Il linguaggio e la morte ( Einaudi 1982 ), saggio molto suggestivo anche se - forse - un tantino " cerebrale ". Evelina ha insistito "stoicamente" - nell'affermata assenza di paura per la morte - sulla dignità della vita attiva e responsabile, (unico ) aspetto veramente da considerare. Sono seguite letture di poesie (dei presenti e di altri poeti ) rispetto alle quali vorrei rilevare - uscendo da una elencazione puramente notarile - la  presenza di una impostazione religiosa in una poesia di Maria Maddalena  ribadita anche dalla sua riproposizione di un testo di padre Davide Maria Turoldo. Le altre - e ciò mi sembra coerente con il riaffermato rilievo che noi sperimentiamo solo la morte degli altri e come effetto sulla nostra sensibilità - hanno, con accenti diversi " descritto" situazioni di perdita, abbandono, lontananza. Non è mancata una esorcizzazione in chiave satirico-grottesca (Braccini).  Grazia mi è parsa singolarmente drammatica (con tratti " ungarettiani " ); Luisa sempre coerente (l'immagine dei morti/farfalle è inusitata, ma non peregrina ) al suo accostarsi gentilmente alle cose; il recupero del dialetto in Ennio una riaffermazione di un radicamento "storico" difficilmente estirpabile. Ho confessato la mia impotenza - che mi ha portato a non leggere testi miei - nel trovare una soluzione esteticamente valida al tentativo di definire la morte nella sua struttura , indipendentemente da ciò che essa provoca in noi in termini di dolore. Un grazie di cuore per la partecipazione.

martedì 3 aprile 2012

Roberto Bugliani
Apertis verbis



un gran imbroglio, e sapevano i farabutti
guidar bene le danze, colla faccia allegra a dirci
come solerti i servi a far da sponda!
era la perdita da cui cavar profitto
quando il miraggio ci fotteva tutti senza
e ciechi ci rendeva e remissivi
ora che squilibri strutturali salgono a galla
enfi del disastro, ora che bagliori
e i latrati, quanti, dei mastini a guardia!
i vincoli esterni, che vuol dir catene
e vassallaggio e artigli nelle carni
in eleganti panni il canagliume, che lo schermo affolla
giannizzeri e scherani, sempre quelli
del guai non si esce, semmai è colpa nostra
bisogna farci tedeschi, e cinesi se non basta
se non violenza è questa, la è spaccar vetrine?
un trepestio nel vuoto, la voce roca di nebbia, non
il freddo calcolo per pietà né errore ha fine
non rimorso arresta il misfatto, finché c'è roba all'incanto
e sangue da cavare, per asimmetrico gioco e sporco  
in moneta straniera ha conio la menzogna

lunedì 2 aprile 2012

Gezim Hajdari
Poesie
con una Nota di G. Linguaglossa


da POESIE SCELTE (1990 – 2007) Besa, Nardò, 2008
     *
Quanto siamo poveri.
Io in Italia vivo alla giornata,
tu in patria non riesci a bere un caffé nero
.
La nostra colpa: amiamo,
la nostra condanna: vivere soli divisi 
dall'acqua buia.

Annamaria De Pietro
Quindici poesie


Prosopopea di Orfeo (*)


Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
Da serpe a serpe discese e scendeva
– ed io a ponente scesi, e giù strisciai
e lacerai la veste contro il sasso
dello stipite in fumo, e la bagnai
contro un’acqua che al sasso discendeva,
e io non sapevo donde avesse passo.

domenica 1 aprile 2012

César Vallejo
Un uomo passa con il pane in spalla…


Un uomo passa con il pane in spalla.

Potrò scrivere dopo sul mio sosia?

Un altro si siede, si gratta, cava un pidocchio dall’ascella, lo schiaccia.

Con che ardire parlar di psicoanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo nella mano.

Parlare poi di Socrate col medico?

Passa uno zoppo e dà il braccio ad un bimbo.

DISCUSSIONE
Ennio Abate
E' così facile lo sposalizio
di Poesia e Scienza?



Con interesse, ma sempre più scuotendo la testa, ho letto l'intervista (qui) di Paolo Polvani a Roberto Maggiani, poeta e curatore del sito La Recherche. Riallacciandomi in parte a quanto scritto nel dialoghetto n.2 tra Samizdat e il Poeta Invisibile (qui), pubblico questa lettera di commento critico, sollecitando una discussione a più voci. [E.A.] 

Gentile Roberto Maggiani,
guardo con favore ogni tentativo di scuotere i poeti dal sogno della poesia “pura”, autosufficiente, sacralizzata e per lo più evanescente. Ma - anticipo la mia opinione - ho trovato  il suo modo di impostare il problema del  rapporto tra poesia e scienza poco attento agli sviluppi storici di entrambe e rischioso per la piega “spiritualizzante” che vedo nel suo discorso.
Oggi abbiamo tanti modi di fare poesia (semplificando: tante poesie) e tanti modi di fare scienza (tante scienze). Questa  pluralità da un lato può essere un vantaggio (più voci mostrano spesso più di alcune, magari anche eccelse), ma dall’altro è un problema in più, confonde certi tracciati sicuri; ed è segno comunque di una crisi  che, come tutte le crisi, può avere esiti imprevedibili e persino disastrosi. (Nulla è scontato e gli esempi, passati e attuali, non mancano).
In passato poesia e scienza ebbero ciascuna una propria indiscussa e autorevole unità. Oggi non più. Si pone allora un problema: i molti produttori della enorme e caotica valanga di testi scritti o spesso anche  di  espressioni orali, che classifichiamo ancora col termine 'poesia', e i veri e propri eserciti di esperti in saperi formalizzati e specializzati (o iperspecializzati), che, al servizio di istituzioni (macro e micro) economiche e politiche e spesso soprattutto militari (aspetto, quest’ultimo, niente affatto trascurabile), fanno quella ‘ricerca’,  che ancora indichiamo col nome di 'scienza' (o 'scienze'), possono davvero incontrarsi,  ascoltarsi, dialogare? 
E, di conseguenza, si pone pure una serie di obiezioni angoscianti: ci sono, cioè, le condizioni minime (e indispensabili) per permettere un dialogo, un ‘rapporto’ tra poesia e scienza? E di che tipo? La convinzione (speranzosa) che, pur partendo da presupposti e strumentazioni diversi, poesia e scienza siano due modi di conoscenza che attingono allo stesso “reale”, o l’ipotesi che potrebbero attingervi, che fondamenta hanno?

venerdì 30 marzo 2012

Massimo Parizzi
Da Seamus Heaney
a Katherine Mansfield


Per continuare e approfondire anche sul blog i temi trattati nell'incontro del 27 marzo (2012) alla Palazzina Liberty di Milano sulle traduzioni di Marcella Corsi dai Poems di Katherine Mansfield pubblico l'intervento di Massimo Parizzi che va letto idealmente assieme a quello di Patrizia Villani (qui). [E.A.]  

Ho letto i racconti di Katherine Mansfield, e poi le sue poesie, oltre una ventina d’anni fa. Ora Ennio Abate e Marcella Corsi, invitandomi qui, mi hanno obbligato a rileggerla, e a leggere per la prima volta altre sue poesie e pagine di diario. E di questo, oltre che dell’invito, davvero li ringrazio. Ma, quando della Mansfield ancora non avevo letto nulla, dei versi di un altro poeta mi avevano messo su di lei, come dire, una pulce nell’orecchio. E, facendo i compiti, mi sono accorto che non mi uscivano di mente. Ho quindi deciso di proporvi uno sguardo su Katherine Mansfield attraverso quest’altra poesia. È di Seamus Heaney, mi piacque molto e provai a tradurla. Il suo titolo è Apprendistato. Ve la leggo.