giovedì 13 settembre 2012

Eugenio Grandinetti
Due poesie


         Il Savuto

Si vedeva
dall'alto di Potame il mare
tremulo tra i castagni.Si tornava
con gli occhi pieni di stupori.Il mare
era un sogno lontano,una promessa
vaga,un'attesa inappagata :
la sola acqua possibile era il fiume
a un'ora di cammino,
attraversando il bosco,la pietraia
e la strada asfaltata.E sull'asfalto
c'erano le bisce appena nate,
sottili come diti,già stordite
dalla calura.E c'era
qualcuno che tassava l'acqua o che faceva
esplodere la dinamite
cercando di pescare qualche anguilla
che non c'era.Ma c'era
sulle rive del fiume un bosco folto
di pioppi,e le grida dall'argine
e gli sciacqui di braccia nella roggia.
E c'era il sole caldo e i pomodori
tenuti al fresco nella fonte.
E poi c'era il ritorno : la salita
ansimante,l'affanno silenzioso,
e c'erano i propositi
di ritornare.
                      Però non era il mare :
il mare era lontano,oltre Potame,
era l'attesa,il sogno irrangiungibile
se non solo con gli occhi e i desideri.



         Aquilino

Dalla pietraia nuda il sole ardente
brucia con il riverbero ogni fronda
e spegne ogni voce.
Il Savuto impigrito dall’arsura
indugia tra le arcate al ponte nuovo
timoroso di scorrere su un greto
scabro ed asciutto.
Ritto e nodoso come un tronco secco
Aquilino sull’uscio della torre
guarda le stoppie della scorsa annata
pronte al prossimo debbio,
guarda la vigna che tra gialli pampini
spinge al sole arrossati radi grappoli
che spera arriveranno alla vendemmia.
Il tempo della memoria si è fermato
a quel meriggio di una calda estate,
ma gli anni invece son passati ed hanno
cambiato molte cose.Forse
Aquilino è già morto ed i suoi figli
sono sparsi tra Melbourne e Vancouver.
Al posto della torre c’è la sede
di un’autostrada
dove automobili inseguono percorsi
già predisposti.
Quelli ch’erano coltivi a gran fatica
strappati alla pietraia son tornati
sterili,dove stenti
spuntano radi cisti e calcatreppole.
Solo il Savuto a ponte nuovo ancora
pare seccarsi nell’estate e aspetta
le piogge dell’autunno per gonfiarsi
e scendere iroso verso il mare.
Nella mente s’inseguono pensieri
che si fanno rigagnoli e ristagnano
senza farsi parole,generando
memorie come anofeli,inutili
e fastidiose.
Ma il tempo è indifferente,che trascorre
uguale,senza magre che ne rendano
più lento il corso e senza piene
che lo affrettino
e quando è l’ora giunge al punto estremo
del suo percorso
si smemora di sé per farsi salso
e fondersi col mare che non ha
un suo percorso univoco ma vive
fluttuando da una sponda all’altra sponda.



12 commenti:

  1. Spesso in questa finestra mancano commenti proprio quando una poesia è buona. Dovè Potame?
    Paolo Pezzaglia

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  2. Rita Simonitto

    Sono davvero splendide queste due poesie e potenti nel sollecitare l’immaginario, la forza dei ricordi e la loro musicalità. E anche per darci la possibilità di pensare al rapporto memoria/storia.
    Centrale è il tema del tempo sotto la metafora del torrente (o fiume?) Savuto e delle sue trasformazioni lungo il percorso e le stagioni.
    Mi aveva fatto venire alla mente la musicalità de ‘La Moldava’ ma anche il contrasto tra la visione di una natura ‘libera’ di potersi esprimere nelle sue rudezze, le sue asperità, i suoi slarghi ed i suoi segreti notturni (se non altro nella concezione ottocentesca di Smetana) e una natura che invece è contaminata * qualcuno che tassava l'acqua o che faceva/ esplodere la dinamite* (Grandinetti).
    L’uomo non è più l’osservatore che può trarre beneficio dall’oggetto osservato, bensì vi è implicato; vediamo il personaggio di Aquilino quasi in un rapporto di mimesi con il torrente *[l Savuto] timoroso di scorrere su un greto/scabro ed asciutto./Ritto e nodoso come un tronco secco/Aquilino sull’uscio della torre/*.
    Per il ritmo del componimento e per alcuni passaggi, mi ha ricordato anche la poesia di B. Brecht, ‘Ricordo di Marie A.’ quando il poeta scrive *Forse i susini fioriscono ancora/ e quella donna ha forse sette figli/*. Se in quella poesia anche l’effimero, la nuvola, può rendere vivo un ricordo, qui la memoria, e la domanda su quel che ne è stato della memoria, trova una eco drammatica: *Forse/Aquilino è già morto ed i suoi figli/sono sparsi tra Melbourne e Vancouver*. Il tempo passato si deve scontrare con un presente di snaturamento concreto della realtà senza possibilità di 'inversioni' : * Al posto della torre c’è la sede/di un’autostrada/dove automobili inseguono percorsi/già predisposti.*
    Nonostante ci siano stati dei cambiamenti, * Il tempo della memoria si è fermato* e * Nella mente s’inseguono pensieri/che si fanno rigagnoli e ristagnano/senza farsi parole,generando/memorie come anofeli,inutili/e fastidiose*.
    Anche il mare che, nella prima poesia, rappresentava, a valle, *l’attesa, il sogno irraggiungibile*, adesso diventa qualche cosa di chiuso, condizionato da quell’ indistinto, indifferente che viene percepito ‘a monte’.
    Certo, queste poesie potrebbero anche essere parabola del tempo che passa, ma credo che ci sia anche qualche cosa di altro. Il tempo che passa permette di passare ad altri il testimone. Qui, ciò che viene passato è una regressione: * Quelli ch’erano coltivi a gran fatica/strappati alla pietraia son tornati/sterili,dove stenti/spuntano radi cisti e calcatreppole*.

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  3. Ci si accomoda, si ascolta. La mente si decongestiona. Poi si va a letto, come bambini.
    A differenza della poesia Pandora, pubblicata qui qualche tempo fa, i giudizi non sono moraleggianti, sono offerti dall'osservazione e dalla memoria che insinua l'amarezza struggente per cose che si sono perse. Parla, senza salire in cattedra, di un rapporto umano con la natura che è di profondo rispetto e riconoscenza. Vi si legge dell'incuria, della devastazione creata dalla corsa forsennata e ignorante della modernità, perfino il saccheggio... perfino il tempo, quel nemico che ci porta alla morte, diventa un gigante buono.
    La scrittura in prosa non appartiene al parlato quotidiano, non compete. E' calda, sa di pane. E' di giovamento alla poesia, le dà una casa e le offre il corpo, ma senza cenni di cristianità, con saggezza.
    mayoor

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  4. Anche a me sono piaciute molto queste due notevoli poesie di Grandinetti. Ho terminato la lettura sentendo che qualcosa di quei paesaggi mi s'incideva dentro. E' nelle cose la Verità. Non una parola di troppo.
    Grazie.
    Flavio

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  5. Dall'intervista al filosofo Giorgio Agamben, segnalata su questo blog da Giorgio Mannacio:

    "...distruggendo col cemento, le autostrade e l’Alta Velocità il paesaggio italiano, gli speculatori non ci privano soltanto di un bene, ma distruggono la nostra stessa identità. La stessa dicitura “beni culturali” è ingannevole, perché suggerisce che si tratti di beni fra gli altri, che possono essere sfruttati economicamente e magari venduti, come se si potesse liquidare e mettere in vendita la propria identità."
    mayoor

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  6. non metto in dubbio che oggi si possano ancora scrivere "belle poesie" elegiache sulla natura come queste di Grandinetti... fatto sta che purtroppo io sono allergico alla natura e alle poesie sulla bella natura (deturpata), non riesco proprio a digerire le poesie sulla natura fin da quando ho capito che la "natura" è soltanto una merce da valorizzare, una fonte di ricchezza, di profitto e di plusvalore. Della bella natura di cui ci parla l'esttica di Kant ci è rimasta la cattiva coscienza dell'estetica che vuole imbonire l'interlocutore visto quale futuro cliente di una merce. Detto in termini sodi e crudi: ho il sospetto che l'elegia serva a rendere più malleabile il cliente che deve acquistare un terreno per edificarci una bella villetta. Guardo con sospetto all'elegia, guardo con sospetto e noia anche alla anti elegia zanzottiana, è una merce rivoltata ma resta sempre una merce. la bella "natura" è una fonte di profitto e nulla più; e se ci dà benessere è il benessere del profitto.
    Insomma, ritengo che non si debbano più scrivere poesie (né dipingere quadri) sulla bella natura. Quello che ci resta del concetto di una natura bella è ideologia del profitto e del benessere, un concetto da vetrina. Anche la natura messa in una "bella" vetrina semantica mi procura un certo disagio e una certa irritazione. Meglio non scrivere nulla che abbia a che fare con la "bella" natura. Meglio il silenzio.
    Questo ovviamente non significa che le due poesie di Grandinetti non siano "belle".

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    1. Non mi pare che Grandinetti voglia fare una poesia elegiaca o parlare della natura, semplicemente questo poeta ha scelto di trarre dall'osservazione della natura le parole attraverso cui fare il suo discorso. Tali parole sono evocative, con un suono ed un ritmo evocativo. Il loro suono diventa parte integrante del messaggio. Questo rende così interessanti le poesie di Grandinetti. Secondo me quando si fa una lettura critica di un testo bisogna prescindere dalle proprie allergie o indigestioni.

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  7. Grandinetti è bravo e ha scritto cose più belle.car

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  8. Davvero belli questi testi, come quelli che affiorano dalle nostre letture e che ci hanno accompagnato nella scoperta e nell'amore per la poesia.
    Grazie a Eugenio Grandinetti per queste due poesie dove la memoria sostanzia lo sguardo che rievoca con "realismo lirico"( si può dire?) luoghi, persone,fatti e lo volge anche ad un amaro presente.
    Ripensamento non nostalgico, ma a volte dolente e disilluso.."C'era qualcuno che tassava l'acqua.."
    "Aquilino è già morto e i suoi figli sono sparsi fra Melbourne e Vancouver.."Ma,secondo me, il pregio del poeta è quello di farci meditare sul nostro destino con pacatezza "partecipativa", che probabilmente attinge dalla sua consuetudine con i classici.
    ..Ma il tempo è indifferente, che trascorre/ uguale,senza magre che ne rendano/ più lento il corso e senza piene/ che lo affrettino/e quando l'ora giunge al punto estremo/ del suo percorso si smemora di sè per farsi salso/ e fondersi col mare che non ha/ un suo percorso univoco ma vive/ fluttuando da una sponda all'altra sponda.
    Maria Maddalena Monti





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  9. I giudizi sulla natura sono sempre e soltanto nostre interpretazioni, come nostre sono le domande. In realtà la natura si rivela per vie che non sono intellettive, se ne fa in ogni istante l'esperienza. E l'esperienza è conoscenza, ma d'altro tipo. La differenza sta tra essere in un luogo e osservare (Grandinetti), oppure valutarlo interpretando una mappa (altri).
    mayoor

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  10. Eugenio Grandinetti a Ennio Abate:

    Caro Ennio ,l'altro giorno ti ho mandato delle poesie come continuazione di un discorso fatto su moltimpoesia all'interno della discussione che si è sviluppate sulle mie composizioni sul Savuto. Premesso che trovo sia un diritto per ciascuno criticare e anche stroncare motivatamente il lavoro letterario di un altro,facevo notare due cose a Linguaglossa : 1)che non trovo corretto stilare degli elenchi di argomenti che possono e di quelli che non debbono esser oggetto di un discorso poetico;
    2)quando si vuol fare una critica occorre prima leggere (e magari cercar di capire) il testo che si vuol criticare. I miei versi non costituiscono una elegia della bella natura,tanto più che la natura descritta non è piacevole (la pietraia,le stoppie,le viti stente,le premesse di una mancata vendemmia).Ma evidentemente a Linguaglossa interessava fare un discorso contro gli ecologisti che predicano bene perchè si possa impunemente razzolar male:è come dire protestano contro il seppellimento in chiesa di un criminale perché in realtà ne vogliono ottenere la beatificazione.Lascio comunque che gli ecologisti si difendano da soli. Quando a me intendevo,attraverso le poesie che ti ho inviato,far conoscere agli amici che hanno partecipato al dibattito la mia visione della natura,che non è quella "bella" che mi attribuisce Linguaglossa.
    Naturalmente lascio a te la scelta se far conoscere il contenuto di questa mia

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  11. Grande questa natura vissuta e da vivere, vera come solo la natura sa essere. Mi sono persa nella musica e poi tornata improvvisamente al mio posto. Mi ricordano tanto la voce di Ungaretti come solo lui sapeva recitare. Grazie per avermi fatto vivere questi momenti. Emy

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