lunedì 20 dicembre 2021

Perché scriviamo poesie

 


Per una storia dei moltinpoesia/Appunti

 

Riporto dal sito di POLISCRITTURE l'articolo di Donato Salzarulo e i commenti che documentano la riflessione sul perché scriviamo poesie avvenuta tra febbraio e marzo 2009 nel Laboratorio Moltinpoesia di Milano [E. A.] 


Per la gloria della lingua
di Donato Salzarulo


Tra il 2008 e il 2009 nel Laboratorio Moltinpoesia i partecipanti si assegnarono il compito di spiegare perché scrivessero poesie. Io ne facevo parte e composi il testo che si può leggere di seguito. Il suo intento didascalico è evidente.

Scrivo poesie perché

un giorno d’autunno del Sessanta tre

comprai un quadernone e

sul frontespizio scrissi “Canzoniere”

(sottotitolo: “storia di un’anima”).

Facile indovinare chi imitavo.

Il problema è che l’anima dovevo

inventarmela e quella che pensavo

di avere era tutta recitata e letteraria:

Omero, Quasimodo, Garcia Lorca,

Ungaretti, Baudelaire, Pavese…

Oh, quante voci dentro la mia voce!

In certi momenti ho avuto paura

di confezionarmi un destino da suicida

come Noschese, se non sbaglio, o altri

imitatori che soffrono

di non sapere chi sono.

 

Rileggendo ciò che andavo scrivendo,

capivo che sulla pagina si depositava

un altro Donato – per chi crede alle stelle

sono nato sotto il segno dei Gemelli -,

un Donato che manifestava una certa

inclinazione alla teatralità,

alla finzione, all’operetta: cantavo

giovanette che mi conquistavano,

m’infliggevo sofferenze amorose,

piangevo le morti improvvise

di uomini illustri del paese,

la disperazione di madri che si ritrovavano

figli spenti tra le braccia. Insomma, amore

e morte e caterve di sciagure.

“Gioire è cercare il dolore” recita un verso

paradossale del quadernone.

 

In ciò che andavo poetando c’era

qualcosa di vero e sincero. Ma tanti

esercizi, anche appassionati, somigliavano

molto ai giochi simbolici dei bimbi.

Ad una certa età la spalliera della sedia

può farsi davvero volante di una macchina

e il bastone diventare un cavallo

col quale attraversare praterie sconfinate

e combattere battaglie cruente.

Un po’ dunque mi scoprivo l’inclinazione

dell’attore, un po’ quella del bambino

che sogna ad occhi aperti.

Ma l’attore dispone di una grande

riserva di personaggi da rifare:

Achille, Romeo, Otello, Amleto…

Il mio personaggio, invece, dovevo

costruirmelo come Geppetto 

il suo burattino. Anche i miei sogni

ad occhi aperti non potevano

concludersi alla stregua di un bambino

che, di solito, si stanca e cambia gioco.

Dovevano produrre conquiste

reali, avanzamenti.

Dovevo sentire che le parole

davvero penetrassero nel cuore

di una donna e la inducessero

ad abbracciarmi,

a regalarmi un bacio.

Se amava la mia poesia,

se diceva che era bellissima,

un po’ non poteva non amare

anche il suo autore.

Come se, cantando gli occhi ridenti

e fuggitivi di una certa Silvia,

prima o poi la Silvia vivente

si facesse avanti a ringraziarmi

per l’omaggio e a propormi

suggestivi accoppiamenti.

 

Quando scrivevo il Canzoniere

era questo il mio problema più urgente,

in preda sicuramente ad accumuli

straordinari di ormoni. Non sognavo

l’immortalità ma più modestamente

cercavo di mettere le mani addosso

a una fanciulla per inebriarmi del profumo

dei limoni. «Belli questi versi!...»

«Bellissimi!...» «Grazie…»”

Da qui, da questa calda ammirazione,

a venire a letto con me scorreva

un Rubicone tempestoso

e spesso non navigabile.

Nessun dado è tratto.

Avrei dovuto saperlo:

se con la poesia cerchi amore,

dieci volte su dieci, vai in bianco.

Ecco cosa dovetti capire

a mie spese. Sbagliavo, m’illudevo,

deducevo male.

 

Amore è potere. Sedurre l’altro,

soggiogarlo. Scrivevo per piantare

una quercia nei cuori. Forse perché,

avendomi interdetto prestissimo

il suo seno (era incinta di mio fratello),

mia madre mi costrinse a cercare

sostituti senza trovarne mai

di completamente soddisfacenti.

Scrivi poesie per un Edipo

mal risolto, direbbe uno psicanalista,

perché anche dopo un accoppiamento

nel corpo vola alta l’inquietudine,

la ricerca, la tensione.

Belli e reali i seni succhiati

ma sempre un po’ lontani

da quelli ideali sognati.

 

Amore è vivere come un rimbambito

appeso al moto delle ciglia

di uno sguardo. Fare festa alle visioni,

alle apparizioni dell’amata. Conservare

accuratamente la foto in qualche libro

o nel portafoglio, stare dietro al profumo

viola di una maglia, inseguire desideri

assurdi del tipo: ascoltare la stessa

musica, leggere lo stesso romanzo,

pensare gli stessi pensieri, gioire

delle stesse gioie, viaggiare

negli stessi luoghi, dormire

nello stesso letto e coire,

coire…È il “sogno d’amore”.

Le donne lo conoscono meglio

degli uomini e io, a mia volta,

scrivendo poesie, imparavo

a conoscere la parte affidatami.

So ancora ora mostrare

entusiasmo vero per chi mi punta

e mi tiene sulla linea di fuoco

dello sguardo. Ma è l’entusiasmo

di un attore, di una recita

così ben fatta da sembrare

naturale. Sono un egoista allora?

Uno che non sa amare?

No!... Semplicemente lo faccio

in modo obliquo, per interposte

parole. Come se tra me e le labbra

da baciare ci fosse in mezzo

un vetro immaginario.

Ho la coscienza dell’attore,

a differenza di chi bacia

e pensa di porgermi in diretta

le sue labbra, mentre sta solo

eseguendo uno spartito.

A fare l’amore si sa

nel letto si è spesso più di due.

 

Tutte queste complicazioni

ovviamente le capivo solo

scrivendo e soltanto scrivendo

continuavo a cercarmi

e a conquistarmi. Capivo, ad esempio,

che ognuno di noi finisce

per abitare i pensieri che formula,

anche quando spuntano come nuvole

provenienti non si sa da dove.

Difficile che i pensieri si sciolgano

come neve al sole. A maggior

ragione i versi. Così mi porto

dietro da decenni quel “gioire

è cercare il dolore” senza sapere

da quali zone del corpo è saltato fuori.

(In quel periodo leggevo Baudelaire).

Ecco perché scrivo poesie. Per continuare

a scoprirmi.

            Per questo tipo

di scrittura mi sono dato la regola

di andare fino in fondo. Anche se,

avendo scoperto che divento un po’

ciò che scrivo – è il noto “effetto Pigmalione” –

sto attento a profezie che accelerano

la morte già intenta a scavare

nel mio corpo. Sfuggire alla tragedia

è impossibile. Accelerarla, non mi pare

il caso. Per questo, quando scoprii

che scrivendo poesie sulle malattie

di mia madre, mi educavo alla sua assenza

e inconsapevolmente ne preparavo

la morte, smisi subito di verseggiare.

 

Poetai a lungo, invece, la condizione

di un’amica affetta da un male inesorabile

che di lì a poco l’avrebbe resa invisibile.

Volevo portare con me la sua voce,

il suo sguardo sul mondo. Volevo

che non si perdessero le sue parole,

che ne restasse memoria.

Ecco un'altra ragione del mio scrivere.

Inseguire persone, eventi,

mondi che si perdono e sprofondano

in abissi di silenzio. Non dimenticarne

colori, atmosfere, sapori, allegrie,

dolori. Non dimenticare me stesso,

combattere il morbo d’Alzheimer

che quotidianamente ci affligge.

 

Poesia e identità, poesia e amore,

poesia e profezia, poesia e memoria,

poesia e verità…Tutte coppie

per ottime occasioni seminariali,

tutti sentieri che mi pare

d’avere attraversato.

 

                   Ora, però,

scrivo poesie per altro. Oltre al già

detto, sempre attivo nei neuroni,

ora scrivo “per la gloria della lingua”,

come dicevano i padri. Successo

o non successo, la poesia non mi

eviterà la morte. La lingua, invece,

è la rosa di rossetto che rinnovo,

l’atmosfera, il palco su cui provo

e riprovo le parole. Ora le sento colorate

dai toni della mia voce, le frasi

raccontano la mia storia, i versi

non temono la prosa del mondo.

La lingua della poesia è la mia donna,

quella amata più a lungo,

la matria che mi sottrasse

il seno.

 

15 gennaio 2009

 

 



Ennio Abate

A testimonianza della dialettica io-noi praticata (sia pur in modi zoppicanti e non senza contrasti) nell’esperienza del Laboratorio Moltinpoesia (2006-2012) aggiungo al contributo che Donato [Salzarulo] ha oggi pubblicato tutti i contributi di altri partecipanti che ho ritrovato nella cartella Moltinpoesia del mio PC.
Ecco il mio:

Ennio Abate 3 febbraio 2009

io faccio poesia perché…

1.
Nel dopoguerra
quando sono nato
i miei genitori
mi mandarono a scuola.

(Se non fossi andato a scuola
– unico posto in cui uno
figlio di un carabiniere
e di una casalinga
sarta e ricamatrice da giovane
poteva imbattersi
in cose dai maestri
chiamate poesie
non mi sarebbe venuto in mente
di fare poesie)

2.
Ragazzo, una volta
lessi in un libro di scuola
La fontana di Palazzeschi
mi tornò alla mente
il paese che avevo lasciato
e pieno di nostalgia
scrissi la mia prima poesia.

3.
Quando in un vicolo di Salerno
ottenni il primo incontro
con la ragazza
che poi, in una poesia
chiamai “dei preti”
– occhi strabici
ma dolcissima –
e la baciai sotto un lampione
pioveva
e la cosa mi commosse
tanto da scriverla.

4.
Mi sono strappato
dalla gialla casa mediterranea
dagli aranceti
dai passeri
dalle primavere
e volenteroso e incauto
apprendista
ho voluto iniziare a Milano
un mio particolare immigratorio
nel moderno bidone metropolitano.

5.

Altri l’hanno fatta prima di me
e chi va dietro a zoppi
come Dante, Leopardi, Pavese
e tanti altri
impara a ben zoppicare.

6.
Non posso cambiare da solo il mondo
e la poesia è la pozzanghera
che mi ha lasciato la bufera sociale:
sta nella melma
ma riflette ancora il cielo
e i suoi nembi gloriosi…

7.
… quando la vita – gli altri, le altre –
mi mette da parte
e allora fingo d’inseguirla,
di riacchiapparla
– la vita –
e ne costruisco con le parole
un doppione
che pare respirare;
ed è invece il rantolo
delicato e ancora umano
della vita morente
con cui m’addestro alla mia morte

 

 

INDAGINI POETICHE
di Sarina Aletta

Perché scriviamo?
Creare…oltre pura ambizione della forma,
è remoto sogno di stellata perfezione.
Ma l’essere umano brandisce con fatica la parola
inseguendo miti d’irraggiungibile bellezza che sfuggono…
volano via…posandosi sempre un po’ più in la.
E se le parole, come le vesti spinose dello scorfano,
fossero mimetiche difese…maschere o corazze?
E se accadesse…esattamente il contrario?
O se invece affidando il tempo alla scrittura
e la scrittura al tempo, giocassimo…ad esorcizzare la morte?
Tutte le risposte del mondo non valgono una domanda
e di domanda in domanda si rischia di incontrare l’indicibile.
Noi procediamo soltanto a caccia di ipotesi,
tra indizi e sospetti…lungi dall’istruttoria.
Se è vero che per comprendere l’attimo puoi solo mangiarlo,
e poiché l’umano ama mangiare in compagnia,
tanto più se può permettersi una fame non solo fisica,
è facile immaginare che ognuno mangi/scriva golosamente
o disperatamente,
nella voglia di comunicare ad altri, e a se stesso,
il sapore fuggevole dei propri attimi.
E dunque scrittura come difesa…
dal famigerato tempo tritatutto che,
diciamolo pure, non è mai stato straordinario…
come vorrebbe credere chi dice: “Ai miei tempi…”
Insomma perché… gettiamo dadi di parole su spazi bianchi,
mettendo a fuoco nebulose dell’anima,
in un eterno autoritratto tra cubismo e astrazione?
Indagine sterminata da rimandare saggiamente ai posteri che, come ben sappiamo, sono efficientissimi in materia.

E in noi resta il sospetto che la scrittura sia sempre un alibi
insinuando o svelando più di quanto vorremmo scoprire
e forse, ancora una volta, è pur vero il contrario.
Ma, come sempre, alle soglie del profondo ci fermiamo
su questa lieve fugace indagine piacevolmente inutile
se non ad alimentare il sospetto,
già insinuato dall’esule Anassagora
e minimizzato da Shakespeare,
che le storie, in fondo, siano pochissime, forse una sola: inevitabile, caleidoscopica e seducente,
ripetuta da sempre e diversa, in infiniti giochi di parole.

 

 

Marcella Corsi

Perché faccio poesia

Per riflettere intimamente su me stessa e il mondo
Per capire quel che non mi direi altrimenti e farlo capire ad altri che altrimenti non saprei come
Per riprogettarmi
Per produrre bellezza che attivi e duri
Per amore
Per cambiare il mondo (il mio e quello più ampio)
Per sopravvivere anche da sola (in comunicazione con i poeti i cui versi mi parlano)
Per sentirmi in comunicazione con il passato dei migliori e contribuire a configurare un futuro
Per nostalgia di quel che non vivo (o non ho vissuto)
Per rabbia di ciò che accade e desiderio di cambiamento nella percezione di chi legga
Per ricordare e immaginare
Per consegnare qualcosa di quel che ho capito e di quanto mi è stato (o mi è) caro
Perché non ho il tempo di scrivere (forse? per ora?) testi meno sintetici
Perché amo l’intreccio di squisitamente soggettivo ed evidentemente universale che la connota
Perché sono stata una bambina solitaria e curiosa, appassionata e sensitiva, un poco visionaria
Perché sento l’esigenza della vigile solitudine che attira e attiva la poesia
Perché l’arte (dello scrivere versi) mi affascina nella sua necessità di disciplina, libertà, apertura emotiva e relazionale, attenzione all’essenziale, sincerità, ricerca formale, sintesi , …
Perché una poesia dice molto di più di quanto il suo autore non voglia o sappia
Perché una poesia che riconosco significativa è un regalo in sé, e non si sa dove possa arrivare
Perché vivere il mondo da poeta (cercare verità e modo efficace di dirla) è quello che mi dà senso e forza e quando questo sguardo, questo gesto mi sfuggono il mondo mi pare un deserto sconosciuto
Perché non posso fare a meno di farlo



Paolo Pagani

intorno alla vostra discussione su “poesia”, vi faccio omaggio di questi splendidi versi di PASTERNAK, che hanno il pregio – ben raro ! – di unire asciuttezza, intensità ed originalità (paolo pagani)

Poesia, giurerò
su di te, e finirò con un raglio:
Tu non sei il bel portamento d’un fine dicitore,
Tu sei un’estate in terza classe,
Tu sei periferia e non canto”.



Luciano Roghi

Scrivo poesie perché immagino abbiano la stessa durata di un giorno, di un respiro, o di qualcosa
che abbia uno spazio circoscritto.
Preferisco la frase che, nell’inizio, ha già la sua conclusione.
Il racconto mi appare impegnativo, perché segue una traccia da cui si diramano poi mille altre
strade, delle quali è necessario unire i fili.
La poesia invece è lineare, un’istantanea raccolta di emozioni fulminee: l’infinito mi appare troppo esteso per non perdermi o per non temere di perdermi.

 


Enzo Giarmoleo

Quando pensava a Proust, si rammaricava di non “aver sfruttato meglio” l’asma e la bronchite cronica ereditata dal periodo passato con i nonni in Nuova Scozia , che avevano trascurato la sua salute. Elizabeth Bishop, grande amica di Robert Lowell, era comunque cosciente che la solitudine patita da bambina aveva dilatato la sua immaginazione in modo abnorme. Elizabeth perse il padre a otto mesi e la madre, impazzita per il dolore, all’età di cinque anni. La madre era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico e lì restò fino alla morte.

 


Leonardo Terzo

Che allegria! Ci crogioliamo nello stereotipo del genio tutto follia, sofferenza e malattia? Meglio Rabelais!

Indovinello: qual è quel personaggio che alla domanda: Lei ha avuto un’infanzia infelice? Risponde: No, ho avuto una maturità infelice! L’intervistatrice insiste: Lei conosce molti scrittori? Si, qualcuno. Ma preferisco le persone!


 

Grazia De Benedetti

POESIA PERCHE’ I

io faccio poesia
perché trabocco
e restituisco al mondo
la gioia e lo strazio
ch’ogni giorno mi sommerge

io faccio poesia
perché emozioni e pensieri
s’impuntano alle labbra
e mi perdo in loro
giocando a vestirli di suoni

io faccio poesia
quando l’onda si ritrae
e sulla rena tra le tracce flebili
raccolgo un pentagramma di parole

io faccio poesia
perché
il vento mi percuote
e nel silenzio immane che s’incunea
percepisco
il grido sommesso dell’altro
e lo propago.

POESIA PERCHE’ II

Dentro mi cantano parole
tintinnano timide
o urlano indignate.
Canzone dell’anima
sgorga a fiotti, sangue di ferita,
zampilla di passione,
erompe improvvisa e cerca tra i sassi
percorso,
non sa dove o perché,
paga d’esistere e scorrere
di rinfrescare
e lasciare
flebile traccia.

 


Giorgio Mannacio

MOLTINPOESIA : Incontro del 3 febbraio 2009
Tema : perché si scrive poesia.
Appunti per la discussione

Io porrei la domanda in termini diversi:
perché tu fai poesia ?
Allo specchio (sdoppiando quindi il mio in un alter ego cui rivolgere la domanda di cui sopra ) non mi sono mai posto una domanda così esplicita.
Oggi , “ costretto a farlo” per una sorta di dovere di ufficio risponderei così:

1) Come tutti, vivo – nell’esistenza intesa come unità – vite diverse, disparate nei loro contenuti.Per quanto mi riguarda mi sono trovato a vivere la vita del figlio, del padre, del giudice, del marito, del nonno e via dicendo. Si è trattato di vite in cui la “prassi” ha soverchiato la contemplazione/meditazione (teoria), nel corso di esse sono stati predominanti i “ rapporti di comunicazione e di scambio “ e se meditazione vi è stata è stata *con le cose* non *sulle cose*.

2) Per alcuni tali vite riempiono l’esistenza, la realizzano in pieno; per altri ciò non succede. Si tratta di differenze individuali che affondano nella nostra struttura condizionante. Io appartengo alla seconda categoria, né migliore né peggiore della prima ;solo differente.

3) Io ho trovato nella poesia uno spazio vitale per meditare sulle cose, esplicare sulle stesse (non con le stesse) una sorta di contemplazione (teoresi), lontana dallo scambio. Ciò non significa che la poesia sia l’unico mezzo per fare ciò né che sia il migliore (forse è il peggiore per cui è sempre necessario *sospettare della poesia*). Per me è stato il mezzo appropriato alle mie possibilità.

4) La scelta è condizionata da fattori diversi, interconnessi (fisiologici, socio-culturali). Vi è una propensione genetica alla poesia? Non si deve escluderlo. Quanto ai fattori soci-culturali, per chiarire il mio pensiero e non per fare autobiografia dirò quanto segue:
a – ho aperto gli occhi su una vastissima biblioteca privata stracolma di testi di poesia;
b – mio padre – letterato finissimo – la domenica mattina mi chiamava nel suo letto e mi leggeva testi poetici adatti alla mia età (meno di 10 anni). Così ho conosciuto L’albatros di Baudelaire, sonetti di Belli e Salvatore Di Giacomo, testi di Palazzeschi e dei Futuristi oltre ai soliti (Pascoli, Leopardi, etc.). Pensate che non vi sia stata alcuna influenza? Domanda retorica.

5) Per completare il discorso credo che il contesto socio-culturale influisca anche *sui modi e sui contenuti delle poesie che si scrivono*.
Mon coeur mis à nu: della guerra ho visto *solo* il primo bombardamento di Milano; un motociclista tedesco che chiedeva informazioni su una strada per la ritirata di una colonna e qualche bagliore di fuoco nello Stretto di Messina; non ho vissuto contrasti ideologici o intolleranze: nel paese nel quale fui sfollato per tre anni (nel profondo Sud) due avvocati comunisti, sorvegliati speciali, giocavano ogni giorno a tressette con una sorta di federale locale fascista, loro amico.
Freud sostiene che l’infanzia è determinante sulla qualità dei rapporti futuri. Si può predicare questo anche per le modalità del fare poesia? Questo il quadro generale. Potrei aggiungere solo dei dettagli, ma non inventarmi altre ragioni o scuse.

 

 

 

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