Qualche ragionamento su Poesie e realtà 1945 - 2000
di Giancarlo Majorino
di Ennio
Abate
La struttura del libro è triadica, ma libera da preoccupazioni dialettiche. Nell'Apertura vengono accennate alcune idee di metodo. Nella corposa sezione centrale, Opere e vissuti - articolata a sua volta in tre zone cronologiche: L'evidenza della realtà, Il sogno critico e l'arrivo delle cose, L'epoca del gremito - gli autori e i testi vengono interpretati più da vicino. L'ultima parte procede ad una Chiusura, "falsa", tanto è affollata e problematica[1], ironica nel provvisorio commiato[2] e testarda nell'evocare l'altro, non metafisico ma tutto corporeo, della poesia[3].
Se
guardiamo al genere cui appartiene il libro (antologia di poesie), i suoi
meriti sono indubbi: non c'è paragone con le incessanti ruminazioni sulla
poesia che, in un vuoto di riflessione critica,
avvengono in cenacoli e caffè letterari di ogni metropoli e periferia;
nulla o ben poco d'impressionistico o "amicale"[4] vi traspare;
il discorso non è sintonizzato sulle parole-chiave della critica accademica
(“avanguardia”, “postmodernità”, “canone”);
e non solo nel titolo i due poli (poesie, realtà), che, specie negli
ultimi decenni, si è fatto di tutto per
divaricare e separare, vengono accostati e mantenuti in tensione. Si potrebbe
dire con una battuta che Majorino fa l'elogio di una congiunzione
contro la moda del disgiungere. Riproporre poi concetti “medi”
(criticità, ambiguità della letteratura. autonomia ed eteronomia dell’arte), da
troppi liquidati, quasi saldi sui banconi della Svendita Totale, è operazione
saggia e confortante. Infine - altro merito - il confronto col passato non è
eluso.
Abbiamo
oggi, infatti, due Poesie e realtà; e il confronto fra Poesie e
realtà 1945-2000 e il suo antecedente Poesie e realtà 1945-1975,
uscito da Savelli nel 1977, è ineludibile. Lo affronta, prima di tutti e in modi non autocelebrativi, lo
stesso autore.
Dopo più di
un ventennio, il “punto di vista dell’oppositore” (25) operante nell'antologia
savelliana del '77 è ripudiato. È
l'affermazione più forte dei ragionamenti di fondo del libro. Non è di poco
conto per uno della generazione di Majorino staccarsi dal moto oppositivo che
ha caratterizzato l'intero Novecento e che, in forme più sotterranee o
indecifrate, sembra a molti sussistere.
Al suo posto, egli ritiene
indispensabile uno spostamento: “la necessità di togliersi e cercare di
guardare le cose da un punto di vista più magnanimo, compresa la propria
scrittura. Altrimenti ogni no diviene il no di un sì, e quindi ne
dipende”[5].
È una ritrattazione? una conversione ad
altri modi di pensare più o meno "post"?
Non
pare. Majorino nulla concede alle tesi nichiliste del caos, della confusione,
del venire meno di ogni principio speranza. Resta fra i pochi che
continuano a ritenere “fondamentali certe lucide e generose idee di Marx, e,
non meno, con esse e oltre ad esse, la tessitura ininterrotta di lotte,
rivolte, sacrifici, sogni di persone che tentarono e tentano, spesso rischiando
la vita, di mutare questo cosmo ingiusto” (26);
e forse tale inestirpato legame con “l'altro da sé” della poesia
contribuisce alla disattenzione dei critici accademici nei confronti di
Majorino.[6]
Quando
poi - cosa insolita oggi e non solo fra i poeti - Majorino afferma: “È che si
discorre, si argomenta, si giudica ma il divario tra chi ha e chi non ha
(neppure da mangiare) non diminuisce, non s’attenua, cresce” (22), non si può
dire che il problema cruciale su cui quella tradizione oppositiva crebbe in
passato, venga dimenticato o taciuto.
Tuttavia
le parole contano: spostamento non è più opposizione. E anche “i
fatti contano” (26), specie per una teoria come quella marxista che nella
pratica collocava la sua prova di verità e proprio lì s'è dimostrata
fallimentare. Le attese di una modificazione, “rispuntata nel '68”, sono
svanite. Trovarsi, per la scelta dello spostamento, “su terra ignota”, è
atto di coraggio che ha propri costi e
ben specifiche ambiguità; e Poesie e realtà 1945 - 2001, che - va
tra l'altro riconosciuto - è “un'opera nuova” e non “una trascrizione
allungata” dei due colorati volumetti del '77, questi costi li affronta e le
sue feconde ambiguità non le camuffa.
Costi
e ambiguità non sono quelli che attirano di solito l'attenzione complice di
chi legge l'antologia da vicino,
diciamo pure dei lettori-scrittori di poesia. Non riguardano tanto la scelta
degli autori e dei testi proposti.
Questa ha i suoi riti, i suoi miti e i suoi pettegolezzi; e Majorino vi
si muove dentro da conoscitore disinvolto e però in coerenza con le coordinate
critiche prescelte.
Ad esempio: La
bufera e altro di Montale è riconosciuto come “un grande libro” (41), ma
non si tace quanto quell'ammirabile
stile è cresciuto su una base ristretta
“inesorabilmente individualista” (41); Fortini resta “figura centrale di quel
crocicchio [Officina], e dell'opposizione in genere” (40), ma è
ridimensionato, conseguentemente a quanto Majorino afferma su opposizione e spostamento; viene dato più spazio
alla Neoavanguardia e al suo “nuovo modo di scrivere” (126), ma senza
dimenticare che il suo successo è stato tutto “endocorporativo” (42); e, se -
per gli ultimi 25 anni - abbiamo aggiunte, ridimensionamenti o esclusioni
(alcune ovvie, altre discutibili[7]), siamo nel campo fluido dei lavori in corso,
e tutto sommato non è il caso di
prendersela.
I costi e le ambiguità che ci
interessano e che sono del resto
inconfondibili coi limiti di chi se ne sta, in un conformismo sostanziale, nell'ambito protetto del pensiero consolidato,
affiorano solo se si considera il libro collocandosi lontano, fuori o ai
margini del discorso corrente sulla poesia.
Prendiamo ,
ad esempio, il fatto che l’attuale edizione appare più milanocentrica (o
lombarda) dell'altra. Non mancano buone ragioni per negare che questo
carattere sia un limite: Milano è, non solo per Majorino, “città centrale anche
per la poesia, anche per la Poesia Critica” (39, 43), è “sede e specchio del
capitale privato dominante (con la Fiat, naturalmente)” (39), vi “hanno scritto... poeti come Rebora,
Tessa, Montale, Sereni, Sergio Solmi” (40) ed è stata punto vitale di scambio
per riviste importanti (Ragionamenti, Il Menabò, Rendiconti, Quaderni
piacentini, Il corpo, Officina).
E tuttavia in
questo milanocentrismo si può vedere un sintomo delle durezze dello spostamento
e degli effetti di corrosione de “la giornata faticosa”[8] evocati da
Majorino stesso. È come se, nei decenni
intercorsi dalla vecchia Poesie e realtà 1945-1975, il suo respiro poetico e critico si fosse dovuto
non solo concentrare, ma anche contrarre, su un'area culturale saldamente
condivisa e vissuta a fondo, mentre essa
si scollegava non solo da altre aree culturali mortificate, ma soprattutto dall'altro, ben più
mortificato, della poesia stessa.
Ne risulta - ecco l'ambiguità feconda -
che lo spostamento non è gesto sovrano o pienamente autonomo. Non è
tempo il nostro di manifesti. Il nuovo cammino non s'intravvede. E “su
terra ignota” non si può certo procedere danzando. Lo spostamento si
rivela meglio anche nella sua drammaticità, se inteso come atto guardingo,
compiuto dopo un tracollo e per
resistere ad una incombente ma sempre meno nominabile minaccia.
Nel '77
Majorino poteva inquadrarla, senza mezzi termini, nella cornice oppositiva e
alternativa dichiaratamente marxista critica
e sperare di mostrarla a destinatari ben definiti[9] con
l’intento - esplicito e fiducioso - di combatterla, legando il fare poetico
(diciamo pure il piacere della poesia
o della scrittura) alla realtà, anzi ad una realtà: quella della lotta
di classe.
Oggi i
destinatari sono indeterminati (gli “specialisti della vita che dovremmo essere
tutti”) e fragili: “sballottati tra bailamme e vuoto” fanno i conti con il
ridimensionamento della “vita” a “vitetta” (13); e quella realtà (la
lotta di classe) s'è inabissata di
sicuro nella coscienza comune, mentre la nuova ignota realtà si presenta in controfigura, in
quel virtuale che sa solo simulare “stalle di realtà” (9).
La
minaccia assedia lo stesso spostamento, che tuttavia non resta astratta
predicazione, auspicio, figura autoconsolatoria. Ha innanzitutto alcune radici nel passato, in
quella che Majorino indica come Poesia critica, nei moti sempre carsici di
riviste e autori, ecc. E può soprattutto essere già praticato; e lo è
infatti nel linguaggio stesso di Poesie
e realtà 1945 - 2001, che non a caso sfugge al genere
saggistico della critica storico-letteraria e attinge in
profondità alla ricerca poetica condotta da Majorino negli ultimi decenni.
Un’attenta
analisi lessicale anche di poche pagine-campione del libro evidenzierebbe il
lavorio di lunga lena[10] compiuto per
distanziarsi dal linguaggio massmediale (a cui spesso Majorino fa il verso), ma
anche da quello della liturgia letteraria; e persino dalle provvisorie e
volenterose koinè tentate dopo ogni
trauma storico, che pur parrebbero più vicine alle sue intenzioni.
Il linguaggio slegato dalle
gabbie disciplinari e dagli automatismi della comunicazione coatta di Poesie
e realtà 1945-2000 insegue il vissuto, i corpi, le emozioni - in una
parola il “vivente” - ed è nel solco
degli accaniti sperimentatori di fine Ottocento e del Novecento, da Majorino
studiati e amati.[11]
Confrontandolo con quello dell’antologia
del '77[12], sembra che
egli si sia mosso più decisamente in
solitudine. Fa pensare a un nuotatore
che caparbiamente si trattiene
sott'acqua e si sposti in profondità per inseguire innanzitutto e soprattutto
“impressioni dal vivo” (16), che sono poi quelle stesse che guidano il suo fare
poesia.
Il linguaggio
di Majorino risulta sempre
orgogliosamente lontano dai gerghi specialistici e accademici e da
quello babelico dei mass media - con le loro frasi fatte, la chiacchiera,
l'ossequio ipocrita ai Valori fissi, è ora
più denso e riflessivo, ma come
costretto in un bozzolo. Raggiungetemi qui, sembra dire, e poi
cominceremo a ragionare...
Non è del
tutto il linguaggio comune (da intendere in senso positivo) che andiamo
nuovamente cercando, ma si può far di più oggi?
Un linguaggio comune (o uno
somigliante, a voler dire le cose con prudenza) è venuto meno assieme ad
attività condotte in comune. Un linguaggio che volesse essere
critico-comunicativo in comune o una koinè diciamo meno
provvisoria dovrà forse costruirsi anche in comune, in luoghi
comuni, ma quelli di cui ora disponiamo sono soprattutto luoghi di falsa
cooperazione che selezionano anche falsa comunicazione.
Alcuni amici si sono detti respinti dal linguaggio spostato
di Majorino. Spero che non si fermino a questa impressione, non si accartoccino nei vecchi dilemmi dello scrivere
chiaro, scrivere oscuro e non sfuggano alla sua sfida. Che bisogna
accettare, perché questo linguaggio critico-poetico, spesso arduo e
spiazzante, non solo nasce da un tentativo ammirevole di dar forma adeguata all'“assillo del vivente”[13] ma registra
la perdita di comune (Majorino preferisce parlare di comunanza)
che ha investito la vita e i linguaggi
di tutti noi.
Insomma, oggi che ci aggiriamo confusi
fra stratificazioni sociali e linguistiche terremotate, teniamocelo caro,
proprio perché Majorino è rimasto più fedele di
tanti altri, e non per inerte appartenenza al ceto dei poeti,
alle premesse conoscitive della Poesia critica. Pur sorvegliando da vicino la
poesia di mestiere e non sdegnando gli appuntamenti mondani dei
circuiti di poeti e aspiranti poeti, di essa mai s'è disamorato né l’ha
castigata per eccesso di moralismo o vitalismo.
È una
posizione che ha mantenuto in passato, evitando le mode: del rifiuto della poesia in nome della
politica, quando c'erano le barricate e - pare appena ieri - della parola
innamorata; e che mantiene oggi, quando, spianate le prime e avvizzita la
seconda, impera Internet con annessi e connessi mondializzati.
Ma prevale in
lui l'esplorazione in solitudine. È vero. Dal teorizzatore del nostro
essere singoli di molti (18), corpi di corpi (19) e dell'unica vita (19) ci si
aspetterebbe un linguaggio più immediatamente "dialogante" e forse
nell'antologia si fatica a trovarlo.
È una sua
contraddizione? Forse non è una contraddizione, ma il segno della mutata
situazione storica, che ha depotenziato il lavoro di gruppo, di cenacolo, di
rivista[14] e l'ha indotto a trovare più "dentro" che
"all'esterno" le manifestazioni del “corpo dei corpi”. La sua
solitudine felicemente rumorosa[15] è scelta
etica e non chiusura solipsistica.
Tuttavia la riduzione degli altri a
fantasmi, che si fa sentire anche in Poesie e realtà 1945-2001, c'è e
avviene contro le nostre volontà. E questa è un'altra ambiguità (del libro,
della realtà) da comprendere a fondo. In assenza di fili solidamente
cooperativi con gli altri - non i vicini, gli amici, i colleghi, ecc., ma gli ignoti, i distanti, il non-prossimo - cosa
diventano gli altri?
Ombre, che invano
si sta tentando di afferrare con strumenti debolmente solidaristici,
movimentisti, ideologizzanti, politicanti, intellettualizzanti, ecc.
“È che si discorre, si argomenta, si giudica
ma il divario tra chi ha e chi non ha (neppure da mangiare) non diminuisce, non
s’attenua, cresce”. Torniamo a questo passaggio decisivo che permette di
prendere sul serio il discorso di spostamento. Qui c'è un discrimine, la soglia che dà su un
vuoto da esplorare e nominare.
Da qui è
possibile misurare le intenzioni non solo
dei poeti (la "stoffa" di cui si coprono) ma in genere di chi
sa o ha strumenti di sapere (quelli che una volta si dicevano gli
intellettuali) e anche degli “specialisti della vita che dovremmo essere
tutti”. S'affaccia solo da queste parti “la consapevolezza dell'altro
che la forma poetica nasconde e vela”[16] di un altro
non metafisico, ma corporeo: “quei quattro quinti del mondo consegnati alla
miseria, esclusi dal sapere e dallo stesso principio speranza”.[17] E si
coglierà forse solo qui il senso, la direzione che dall' “ignoto del noto” ci
porti all'“ignoto vero e proprio”[18] che - non so
se tiro per la giacca Majorino - il suo spostamento teorizza
e poetizza:
andavamo
tutti come fosse un'emigrazione
chi
per acqua chi per terra, allarmati
notammo
che un leone ci oltrepassava
ma
era come quando nella tundra incendiata
fuggivamo
insieme felini e prede uccelli e serpi
cos'era
cosa poteva esser stato nulla ricordo
non
fatti precisi non odore di bruciato migravamo
(da Gli alleati viaggiatori, Mondadori 2001)
Su
questa soglia - se la raggiungiamo, magari anche per via poetica, e ci
sporgiamo oltre - ci porremo domande e domande. Se davvero siamo in spostamento,
di quanto ci siamo spostati o ci stiamo spostando anche dalla Poesia (di una volta, di oggi?) e
dalla/dalle Realtà (di una volta, di oggi)? Di quanto si è spostato
Majorino stesso da queste due polarità,
cominciando prima a riscrivere il suo vecchio lavoro del '77 e poi, ad un certo punto, scompigliando del tutto le carte predisposte e scegliendo questo
catalogo di poeti, di testi e
collocandoli in questa cornice
tripartita? Cosa dicono o possono dire da lì, su quella soglia questi
poeti italiani e i loro testi in italiano? Fanno apparire errore o pericolo le
vicende che ci stanno mescolando ad
altri (in gran parte ancora sconosciuti)? Ci aiutano a smarrirci e a mescolarci
meglio in mezzo a loro? Scatenano nostalgie delle nostre precedente visioni del
mondo mediate attraverso la Letteratura e la Poesia (la "nostra"
Letteratura, la "nostra" Poesia)?
Ora che una Realtà più grossa
(addirittura di Guerra) ci percuote e fa impallidire tutte le mediazioni precedentemente adottate
e consuete fino ad anni recenti
(l'Ideologia, la Politica, la Cultura, la Scienza, ecc.),
ridimensionandole a quasi-sogno, è più facile o più difficile abbandonarsi con fiducia a queste poesie?
Solo
dalla suddetta soglia (artificiale
quanto volete), si controlleranno le cose (non solo l'antologia, non solo la
poesia) “da un punto di vista più magnanimo”, e anche più drammatico e forse
tragico.
Ma c'è di più. Arrivato a questa soglia, Majorino propone di
“avere a che fare” con un doppio silenzio (quello che accompagna lo scrivere e
quello “non meno essenziale, quello degli oppressi” (22). Gli oppressi - va
ricordato - non sono sempre silenziosi, neppure oggi. E la bella proposta di
“connettere o far respirare insieme i due tipi di silenzio” dovrà produrre (sta già producendo?) una
scrittura e una parola esodante, incespicante e balbettante; e pensiamo
alle figure che si sono affacciate nelle poesie più recenti di Majorino, figure
allegoriche, animali che non sbarrano più il passo a pellegrini smarriti dalla
dritta via, ma che li trascinano con sé (“nel suo trotto a zig zag cinghiale irsuto / con famiglia a fianco
bimbo su bici”) in una - si spera - doppia e ininterrotta migrazione (da noi a loro, da loro a noi...).
Perciò contro
le esitazioni di amici più giovani o di amici
ancora "militanti", bisogna prendere sul serio lo
spostamento tentato da Majorino con Poesie
e realtà 1945- 2000 ed evitare, proprio perché Majorino dice cose
pienamente condivisibili (37-39) sulla Poesia Critica, il rischio di una
versione rappacificante e neutrale (una versione cetomedista lui la
chiamerebbe?) dello spostamento, che pur dal suo discorso potrebbe
desumersi.
Contraddittorie,
ad esempio, con l'elogio prevalente della poesia critica paiono sia
l'approvazione troppo incondizionata dell’etica del quotidiano di
Cucchi e Giovanardi (43) sia le scarse
riserve sul quotidiano in genere. Un rischio sottile di apologia del quotidiano
contro il non-quotidiano (non voglio neppure dire: la storia, i popoli,
ecc.) s'insinua in quell'etica
e, trascurandolo, si coprirebbero le ambiguità, le umiliazioni e anche la
colonizzazione del nostro vero quotidiano.
Si può anche
cogliere forse una tentazione di medietà (quasi oraziana) continuamente
ribadita nello stesso né.. né delle frasi[19], nella
stessa successione di pezzi gravi e pezzi lievi del discorso (13), che ne
rallentano il dinamismo. E la concezione di fondo che Majorino riassume nelle
tre formule: singoli di molti (18), corpi di corpi (19), unica vita (19) può
servire a spostarsi dalle ripetizioni mortuarie e false, ma anche -
diciamolo - a riaffermare soltanto neutralità, sospensione delle scelte o
equidistanza dall’ideologia basata sul “singolo” e da
quella basata sul “coro” che fingono il
Conflitto venuto meno.
Quale
spostamento, dunque?
Contro ogni
illusione che “spostarsi” significhi
solo spegnere la tv, evitare le “bambinizzazioni mediali”, bisogna aver
presente quanta conflittualità
drammatica è richiesta a chi - come
Majorino suggerisce, in continuità con Poesie e realtà del
1977 - cercasse ancora oggi “autonomia”, “felicità”, “scritture dotate il più
possibile di libertà”. E come
dimenticare che la Poesia critica crebbe
perché fu legata all’anticapitalismo, all’opposizione, a movimenti comunque
anche sociali di enorme impatto sul mondo chiuso della Cultura (41,42)? Certo
“i fatti contano”. Anzi incombono addirittura nuovamente fatti di guerra. Ma
muovo l'unica obiezione di fondo al discorso di Majorino: la critica non
trascina necessariamente con sé un qualche grado di opposizione? Lo spostamento
non contiene implicitamente in sé
un'opposizione (una qualche opposizione)
a ciò da cui ci si sposta?
Un
ultimo ragionamento: sui poeti moltitudine o gli scriventi di massa.
Il
cenno al centinaio di poeti che in attesa di “consacrazione” (48) dovranno
essere antologizzati tradisce, visto da vicino, una presa di
posizione paternalistica e liberale, confermata
anche dalla ribadita e indiscussa centralità dell’autore (24). Pare una
scivolata trascurabile specie in questi tempi dove contano solo i Personaggi,
le Èlites. Da lontano, invece, il problema appare più importante.
All'ombra di
poche fortezze corporative che amministrano la Qualità Poetica, sono accampati
miriadi di scriventi che poetano con gli scarti delle prime[20].
È
un brutto segno, omologo a tanti altri che riguardano la Proprietà, il Potere,
le Risorse, ecc.
Si
capisce lo sconcerto di un critico come Luperini quando vede che “oggi si
scrivono spesso poesie così come si cammina sui prati, o come si fa un
qualunque lavoro specializzato”[21], o
di un poeta-critico come Majorino quando è costretto a calpestare “un fondo
culturale degradato” (216), giustamente infastidito da chi va a caccia “di poterino, di
microrinomanza” (220-21).
Ma
perché non si dovrebbe capire anche lo sconcerto di chi non ha fatto in tempo ad infilarsi attraverso
i ponti levatoi quando erano aperti o li vede arrogantemente sorvegliati oggi
da certi cerberi editoriali?
Questa
“proliferazione poetica... non s'attenuerà” (226), anche perché la
verticalizzazione corporativa non s'è mai attenuata negli ultimi decenni.
La
si può snobbare, disciplinarla dall'esterno o dall'alto? Ed è sopportabile la
canonizzazione corporativa dei Poeti Magni fatta dai loro cortigiani?
È
tutto il fenomeno della scrittura di massa che, assieme ad un nuovo ripensamento della Poesia e della
Letteratura di Qualità, andrebbe fatto coraggiosamente riemergere e non
guardato dal buco della serratura di una disciplina universitaria. Non basta lucidare alcuni nuovi criteri
di critica dei testi. Non basta
l'allargamento della corporazione poetica o una maggiore inclusione di meritevoli,
neppure in antologie spostate fuori dalla corporazione, come pare
prospettare Majorino.
Cosa
vuol dire, piuttosto, per questi poeti-massa spostarsi?
La
comprensione di come la moltitudine poetante possa organizzare un suo vero spostamento
(non una cooptazione-incursione nelle fortezze della Qualità Poetica) è
inseparabile dal problema di come altre
moltitudini di migranti, di esclusi, di
profughi e perseguitati possano spostarsi, sfuggendo alle nuove
fortificazioni del potere imperiale e delle società, "chiuse" e a
stretto controllo, a cui siamo avviati.
Il
problema Majorino l'ha posto,
apparentemente ai margini del suo
discorso generale. È proprio quello: “l'enorme rimanente giace nella penombra”;
“e le ombre qui che fanno? Parlano le ombre? Pensano le ombre? Scrivono le
ombre? La massa matassa dei muti e dei semimuti, dei senza cibo, degli
accoltellatori per forza, quattro quinti del mondo, cosa fanno?” (364).
Le
ombre: quelle della moltitudine poetante, quelle dei semimuti etc.
C'è
qualcuno che saprà interrogarle e non scegliere solo le "migliori" o
le più "presentabili" in Tv, all'università, nelle case editrici,
nelle istituzioni cosiddette civili ma "nostre"?
2 ottobre 2001
*
Giancarlo Majorino (Milano, 7 aprile 1928 – Milano, 20 maggio 2021). Poeta e
critico letterario. Ha insegnato storia e filosofia nei licei e poi Estetica
presso NABA - Nuova accademia di belle arti a Milano. Tra le sue numerose
pubblicazioni: La capitale del Nord (Schwarz, 1959), Autoantologia (Garzanti
1995), Poesie e realtà 1945-2000 (Tropea, 2000) e Viaggio nella
presenza del tempo (Mondadori,2008).
NOTE
[1] “una
grandinata di concetticona tolti dalle centocinquanta pagine di righe formiche”
[2] “Tu,
invisibile lettore che certamente scrivi, confido saprai discernere, scartando;
e, discutendo di Poesie e realtà”
[3] “la
massa matassa dei muti e dei semimuti, dei senza cibo, degli accoltellatori per
forza, quattro quinti del mondo cosa fanno?”
[4]
Com'è, invece, l'antologia Garzanti, Il pensiero dominante, di Franco
Loi e Davide Rondoni.
[5]
Dall'intervista a Raffaeli, Una solitudine felicemente rumorosa, in il
manifesto 17 luglio 1999.
[6]Tranne
un'attenta segnalazione di Antonio Prete su L'immaginazione 178, giugno
2001, non ci sono stati echi rilevanti alla pubblicazione del libro in
questione, riconfermando così anche a distanza di tempo un'amara osservazione
fatta da Franco Fortini: “Giancarlo Majorino è uno di quegli autori che sono
stati mantenuti in ombra perché non ha receduto da certe posizioni politiche e
morali” (in F. Fortini, Trentasei moderni. Breve secondo Novecento,
Manni 1996)
[7]
Cfr. ad es. Massimo Raffaeli, Fuori collana poeti italiani, in Alias N.
11 17 marzo 2001. Anche se l'autore dell'antologia ha spiegato chi sono per lui
quelli da escludere:“i subordinati all'ideologia dell'arte per l'arte (di
stampo neoromantico, esaltante la purezza, il sapere altro, la voce assoluta:
oppure di valorizzazione in esclusiva del significante a spese del
significato);... i subordinati all'ideologia dell'arte rappresentativa
(impegnata, mimetica, rispecchiante; polemica; diaristica) (47), certi
"buchi" restano.
[8] È il
titolo del primo passaggio dell'Apertura.
[9]
“Si può tranquillamente definire proletario il destinatario” scriveva nel '77
Majorino nell'introduzione, mentre oggi
si rivolge agli “specialisti della vita”.
[10]
Come esempi minimi e casuali di tale lavorio, vedi: tonalizzazione (11),
concetticona (11), esternet (14), snotizie (17), ecc. Oppure certi ripetuti
slittamenti di significato all'inseguimento dell'inconscio: attraenti, a sé
traenti (21), la vita è vitetta (13). Oppure certi ripetuti slittamenti di
significato all'inseguimento dell'inconscio: attraenti, a sé traenti (21), la
vita è vitetta (13).
[11]
“da Baudelaire a Rimbaud e a Mallarmé, da Kafka a Musil, da Proust a Joyce, da
Mandel'štam a Eliot a Brecht, da Céline a Beckett” (33) . Oppure certi ripetuti
slittamenti di significato all'inseguimento dell'inconscio: attraenti, a sé
traenti (21), la vita è vitetta (13).
[12]
che ebbe qualche rimbrotto da F. Fortini, il quale in una recensione del 24
dicembre 1977 su il manifesto riscontrava un sovrappiù di “atletismo
verbale, di grinta, di virilismo”.
[13]
Antonio Prete su L'immaginazione 178, giugno 2001
[14]
intenso negli anni Sessanta e che Majorino
registra, ad esempio, a pag. 38.
[15]
Sempre Raffaeli, il manifesto 17 lugglio 1999
[16]
Prete sempre su L'immaginazione 178, giugno 2001
[17]
Prete sempre su L'immaginazione 178, giugno 2001
[18]
Sempre nell'intervista a Raffaeli, il manifesto 17 luglio 1999
[19] es.
“non ritenendo meraviglie vere né il tappeto volante né la cura della partita
doppia” (12); “quotidianità a mezz’aria rispetto al suolo e al sottosuolo di
chi lotta per non precipitare, privo di parola o quasi” (12).
[20]
che Majorino così "ammucchia":“Rirealisti, Diaristi, Neoromantici,
prosecutori di Avanguardie, Visionari, Sperimentalisti per varie traiettorie,
Viscerali, Ipertestuali, Miscelanti psicanalisi o altre scuole di pensiero e
poesia” (227).
[21]
L'osservazione è tratta da un'intervista a Luperini di Massimo Raffaeli (il
manifesto 31 marzo 2001) a proposito di un recente convegno senese, Genealogie
della poesia nel secondo '900, a cura di R. Luperini e M.A. Grignani,
Pontignano 23-25 marzo 2001. In esso, oltre all'elenco dei sintomi esterni,
immediati e ormai ben noti, dello stato di crisi della poesia italiana nel
secondo Novecento, e al riconoscimento di una certa vivacità della ricerca
poetica in corso, il problema della moltitudine poetante è affrontato
col "bastone" del canone.
La contrapposizione fra
canone immobile alla Bloom, fissato all'Iperuranio degli “spiriti magni” e rifiuto "nichilistico" di ogni
canone, è però una di quelle contrapposizioni
"sinistra/destra", che tengono il discorso in un ambito scolastico,
ermeneutico, habermasiano, da democrazia
"sfondata" e non vogliono misurarsi a fondo con il fenomeno moltitudine,
fosse pure soltanto quella sua sezione che pressa più da vicino le corporazioni
letterarie ed editoriali: la moltitudine poetante o scrivente appunto. Ripercorrendo, per suo conto e lateralmente rispetto alla critica
letteraria universitaria, lo stesso arco storico, Majorino arriva anch'egli,
nella riflessione sull'epoca del gremito, a questo scoglio della
“novità più che ventennale di una crescita impressionante di scriventi versi”
(226), ma lo pensa, purtroppo, solo in termini di "aggiungiamo qualche
altro posto a tavola".

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