lunedì 14 marzo 2011

DISCUSSIONE
Tito Truglia @ Ennio Abate
Sul post "Poesia e vicende libiche"
di domenica 13 marzo 2011



In neretto la parte dei tuoi commenti a cui rispondo in blu. Risposte parziali. E’ praticamente impossibile argomentare su tutto...
Ecco comunque alcune note.

1.
Non credo però che ci sia una “natura della poesia” da rispettare.
Su questo sono d’accordo.
Ma subito dopo  hai bisogno di un archetipo forte su cui fondare la poesia. E lo trovi nel linguaggio poetico.  Seppur interpretato come soggetto a modificazioni storiche.  Infatti...

2.
Esiste senz’altro (anche per i giovani poeti) un linguaggio  poetico da conoscere e da cui (possibilmente) partire, che si è storicamente costituito (che “viene da lontano”), ma esso  ha le sue «incrostazioni storiche» e può essere  sia base d’appoggio  sia ostacolo. E poi si trasforma col tempo  e non ha quella fissità che mi pare Linguaglossa tende ad attribuirgli.
Beh, a questa affermazione si deve rispondere anzitutto richiamando “I Linguaggi” possibili della poesia. Se noi evitiamo il singolare e partiamo dal plurale molte questioni potrebbero risolversi.
3. Tito Truglia, invece, aggira nel suo commento un problema oggi cruciale, che Linguaglossa pone chiaramente quando sostiene: o poesia o politica (aut aut che rimanda a uno più antico: o poesia o vita) e tenta una sorta di “compromesso storico” tra le due alternative: «Si potrebbe dire che un testo poetico mira sempre a scatenare una “azione” (e per azione si deve intendere anche un “moto di emozione”, o un “movimento di pensiero”)». In queste affermazioni sento echi delle teorie performative del linguaggio e echi della lezione pasoliniana, che so  cara a lui e alla rivista FAREPOESIA, che nello stesso suo titolo mette assieme i due termini che Linguaglossa  separa. Ci sono molti trabocchetti nella posizione che Tito abbraccia e spero che riusciremo a ragionarci su col tempo anche con il contributo di Linguaglossa. 

L’antitesi vita / poesia mi sembra davvero fuori  luogo. Se non è del tutto illogica lo è sicuramente rispetto all’oggetto. La poesia, sia in partenza sia in arrivo, ha come riferimento la vita. Non c’è da dimostrare nulla secondo me.
Sulla questio “Poesia e Azione”... neanche qui mi dilungherei in analisi. Da qualsiasi punto si osservi la letteratura, io vedo sempre azione.
Cosa si intende con il termine azione? Manifestazioni della vita.
La distinzione Poesia / Politica se posta come aut aut mi sembra anche questa irragionevole. Si può e si devono approfondire tanti e diversi aspetti. Ma, senza separazioni assolute. Le separazioni poste in senso assoluto possono avere una valenza laboratoriale, ma spesso servono agli specialisti per difendere il proprio ruolo, e quasi sempre vengono superate dalla concretezza della realtà.
Un tal Omero ha scritto uno dei grandi poemi della storia della letteratura argomentando variamente sulla guerra tra Achei e Troiani. E soprattutto annoterei che probabilmente tal Omero non ha fatto altro che mettere su “carta” ciò che i greci si sono raccontati per un paio di secoli. Affermazione semplice semplice ma carica di significati. Può servire per dire che... La letteratura non è stata inventata nelle università. La letteratura è propria della vita dei popoli e della gente (dei molti?). Certamente qualcuno ha pensato bene di farla nel migliore dei modi, studiando, elaborando, programmando, ecc. Ma è anche vero che in seguito alcuni hanno pensato di appropriarsi di questo sapere collettivo e di renderlo esclusivo per alcune categorie, rinnegandone le origini. I popoli della terra dovrebbero fare causa e chiedere i diritti d’autore per tutto ciò che gli è stato rubato dai cosiddetti specialisti. Quando poi intorno al 1200 nascono le università il gioco è bello e chiuso. La distanza è affermata. Il basso nella melma, l’alto con gli allori e con i denari.

4. Un altro problema "tormentoso" raccolgo dalla mail di Tito. È questo: cosa pensare, come giudicarel’invasione di testi scritti  (o letti o recitati) che si vogliono poetici e sono tipici di questo periodo di “democratizzazione” (apparente? reale) di tante cose (compresa la poesia)? Anche su questo punto la posizione di Linguaglossa ha il merito della chiarezza. Egli distingue tra «composizione» (alias «non poesia»; e qui ci rientra di tutto: la poesia sfogo adolescenziale o d’occasione, etc.) e «poesia» (ed è chiaro a chi leggerà i suoi libri quale sia per lui).  Tito mi pare invece combattuto e incerto. Tende, credo, a non guardare in  faccia la contraddizione tra quantità e qualità di questa “proliferazione poetante” (o “moltitudine poetante”). Per averne tante volte discusso nel Laboratorio MOLTINPOESIA  io gli suggerirei maggiore prudenza.  Non si può estremizzare fino a dire che “tutto è poesia” o che “tutti fanno poesia”  appena aprono bocca o  mettono qualcosa per iscritto. A Tito, mi pare, un po’ viene la tentazione di dirlo («Dalle cancellature, alle grafie futuriste, allo spontaneismo operaio, alle allergie fonetiche... Tutto ormai ha dignità di stare nella poesia»). Subito dopo, però, tende ad attenuarea tirando fuori un «dovere di qualità» davvero troppo generico. (Chi poi lo dovrebbe sentire? Il poeta o l’aspirante poeta? Spontaneamente?).  

Incertezza? Si, forse. Sulla democratizzazione non avrei problemi a controfirmarla senza indugi. D’altra parte è così. Alcuni milioni di persone praticano la poesia? Le volete chiamare “composizioni”? Va bene, sta di fatto che sono una realtà. A volte la norma viene creata dall’uso...
Inoltre... Faccio un altro salto... Se intorno agli anni ‘50-‘60-’70 alcuni poeti  non avessero preso il coraggio a quattro mani e si fossero messi a scrivere (pur con tutti i limiti sul piano della forma e delle competenze tecniche) sulle fabbriche ora non avremmo nessuna testimonianza su questo argomento (in poesia). Sono poesie sghembe? Componimenti? Brutte poesie? Solo pensieri immediati? Versi che vanno a capo senza ragione? Forse, in parte lo sono. Ma per fortuna tra le tante facezie Brugnaro ha anche scritto Vogliono cacciarci sotto... e questa poesia se la sognano anche i grandi poeti di quell’epoca... E non ha nulla da invidiare ai migliori testi di Sanguineti o di Zanzotto.
Mah, sinceramente a me piacerebbe che le cifre dei poetanti fossero quadruplicate. In realtà penso che i numeri siano davvero altissimi. Quanta poesia ho scoperto trascrivendo proverbi in dialetto calabrese. Quanta poesia ho ascoltato nel parlato (dialettale). Poesia che non verrà mai scritta da nessuno.
Poesia / non poesia. E’ un dilemma? È un dilemma reale? Boh!?  Qualche settimana fa Paolo, in terza media, dopo aver letto Soldati di Ungaretti ha esclamato: “Ma prof, questa non è poesia!”
Allora, io direi, ripetendomi... Sul piano stilistico non è necessario porre la separazione poesia/non poesia. Se lo si facesse in questo senso, si agirebbe in malafede ideologica. E sono in tanti ad usare questo metro... Tanti che non  riconoscendo alcune possibilità stilistiche (o giudicandole sorpassate o non adatte ecc) allora giudicano un testo non-poesia.
Appunto, la storia della letteratura ci permette mille formalizzazioni. Dalla poesia fatta con lo starnuto alle cristallizzazioni dantesche del Paradiso, tutto ci sta. Niente di meno e forse qualcosa di più...
Invece tutto si può e si deve dire sul piano concreto della testualità. Poesie riuscite o meno, capolavori o giochetti anagrammatici, poesie che illuminano o meno. Inoltre, tutto si può e si deve dire sul piano programmatico, sul piano della coscienza estetica e culturale con cui si affronta la realizzazione del proprio fare poetico. I critici, se vogliono, possono operare alla grande e senza avere in mente il rasoio che separi l’aglio dall’oglio...
Questo non significa coccolare la dimensione occasionale. Voglio dire che il fare poetico può agire in tanti modi. Tendenzialmente preferisco una dimensione progettuale. Ma a volte... E poi quanto è difficile... E comunque anche il più perfetto dei programmi estetici a volte genera topolini...
La poesia di Salvatore Dell’Aquila, mi sembrava comunque una poesia occasionale... Eppur l’abbiamo presa sul serio... Come è giusto che sia.
Mettere l’accento sulla “qualità” sembra troppo generico? Forse lo è ma...
Mi permetto di suggerire una traccia per realizzare un contributo forte alla rinascita della “poesia” in generale. Facciano (i critici) severamente il pelo ai grandi autori che sono sulla piazza. Li costringano a tirare fuori dei capolavori. O vogliamo andare avanti con l’orecchiato di discreta fattura (che vende 70 copie anche se pubblicato da Einaudi o da Mondadori o da Effigie)? Il problema della qualità si pone per tutti. Se non li stanate questi auctores resteranno nelle loro sedi all’infinito, seduti, comodi, a dettare concorsi o endecasillabi. Da qualche tempo hanno smesso anche di far laboratorio...
Quello di dare addosso ai “molti” è un lavoro facile facile e poco produttivo.
Piuttosto, poniamoci il problema del come realizzare una bella poesia, un bel libro di poesie, di come formare una schiera di poeti che sappiano camminare con proprie gambe e senza le spintarelle degli auctores di prima...
Insomma, è questo che vorrei dire in definitiva... Vediamo di porci delle domande adeguate...
Facciamo dei passi in avanti a partire dalle domande.


3 commenti:

  1. Ennio Abate (replica):

    1.
    Il linguaggio poetico non è un «archetipo». È una della tante forme (più elaborata, al limite “specialistica”) del linguaggio.

    2.
    D’accordo a parlare di linguaggi invece che di un unico linguaggio (o Linguaggio). Invece della Storia le storie, invece della Religione le religioni, invece della Filosofia le filosofie, invece della Scienza le scienze, invece della Poesia le poesie etc. Ma le insidie del ‘plurale’ non sono da meno di quelle del ‘singolare’. Al conformismo monolitico si è sostituita una frammentazione pluralistica che non è segno di maggiore libertà o di democrazia (o lo è in parte).

    3.
    Non sono d’accordo. Non bisogna farla facile con certe antitesi o contrasti o contraddizioni. Vuol dir poco che la poesia (ma si potrebbe dire la filosofia, la politica, la scienza) «sia in partenza sia in arrivo, ha come riferimento la vita». Quella che noi chiamiamo “vita” viene poi NECESSARIAMENTE interpretata dai vari saperi, COLTA SOLO IN PARTE secondo punti di vista diversi e spesso contrastanti. E non è facile districarsi tra le varie interpretazioni. Bisogna sudarci su e non semplificare con l’accetta. E dire da parte tua che «da qualsiasi punto si osservi la letteratura, io vedo sempre azione», cioè «manifestazione di vita» è una mossa eccessivamente semplificatrice. Impedisce, ad es., di distinguere tra “azione letteraria” e azione che trasforma la natura o tanti altri tipi di azione.
    [Continua]

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  2. Ennio Abate (continua):

    Posso concordare sulla necessità di non assolutizzare o sul fatto che oltre agli "aut aut" nella esperienza della vita e della storia, sia individuale che sociale, ci sono anche gli "et et".
    E possiamo ben vedere che oggi in Italia tra poesia e politica c’è – a me pare – un "aut aut" (per la miseria a cui s'è ridotta soprattutto la politica...), ma non ci fu in altri periodi (nell’immediato dopoguerra, attorno al ’68-’69), quando si ebbero esperienze (neorealismo, neoavanguardia) discutibilissime ma che legavano poesia (o letteratura o arte) e politica.
    Lasciando da parte la questione omerica, non mi sento neppure di concordare con la tua visione in fondo romantica e populista della nascita della letteratura. Mi sembra una visione quasi alla Rousseau: prima c’è una letteratura «propria della vita dei popoli» (vicina o più vicina alla vita dei popoli?), poi c’è qualche cattivone che se n’è appropriato magari con la scusa « di farla nel migliore dei modi, studiando, elaborando, programmando, ecc». La storia che ha portato alla formazione degli “specialisti” (nelle società antiche e feudali:sacerdoti, guerrieri; nelle moderne: industriali, tecnici, scienziati) non si può fare con l’accetta e ricorrendo al criterio del furbastro che s’appropria di un sapere collettivo e lo rende “privato”. Indubbiamente c’è stata un’appropriazione violenta ma c’è stata anche formazione di nuovo sapere (specialistico) che ha alimentato o trasformato anche il più o meno mitico “sapere del popolo”. Ne parleremo perché qui entra in gioco un attore, DAS KAPITAL, che i poeti e i critici fanno finta di non vedere...

    4. È dal 2000 che vado scrivendo di “moltitudine poetante” e dal 2006 che ho messo su il “Laboratorio moltinpoesia”. Credo di avere il passaporto per l’ingresso in questo “nuovo paese” dove i “poetanti” si contano a migliaia o a milioni. Sono stato il primo ad aver tentato anche una mini-inchiesta i cui risultati sono poi rimasti nel cassetto per difficoltà varie. Eppure fin dall’inizio non ho mai creduto di essere di fronte ad una «democratizzazione» della poesia. Ho parlato sempre di ambivalenza del fenomeno. E, anche se il Laboratorio MOLTINPOESIA è solo un bicchier d’acqua dove si deposita una minima parte di questa “massa poetante”, ho avuto la conferma di questa ambivalenza. Se quello che scrivono i “moltinpoesia” fosse poesia o poesia di qualità, avremmo risolto ogni problema. Il “quarto stato” dei poeti avanzerebbe come nell’augurale quadro di Pelizza da Volpedo collocato sul nostro blog e occuperebbe le Case della Poesia sparse in varie città, spazzando via con le buone o con le cattivei «grandi autori» veri o presunti. Non è così. E concordo con te su un punto: « Il problema della qualità si pone per tutti». Ma davvero. Perché «l’orecchiato» (di pessima, discreta o decente fattura) lo si ritrova tra i moltinpoesia e i pochinpoesia . Il bene (o il buono) non sta da una parte sola. « Quello di dare addosso ai “molti” è un lavoro facile facile e poco produttivo». Ma lo è altrettanto quello di giocare al bersaglio ( spesso con i pettegolezzi e non con una critica seria) contro i pochinspoesia. Dobbiamo – è vero – ancora porre le «domande adeguate» ai molti e ai pochi. E perciò insisto con quella semplice e quasi indefinita: quale poesia oggi?


    [Fine]

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  3. A tutti i proletari: il mitico sapere del popolo non è sapere fino a quando si scopre che il popolo ha in mano tutto ciò che necessita di materiale e spirituale che dà alla poesia una vera qualità , quella del fare per poi comprendere perciò pura e inestinguibile. Igrandi maestri? eccoli: la natura, il lavoro che ti fa vivere, l'amore, la protesta, la libertà, l'amicizia e soprattutto la sopportazione che si trasforma in coraggio quando si esaurisce. Voi mi direte -eeh già,ma questo vale solo per i proletari?- Io vi risponderò -Sì-. Cercate cercate bene e ve ne renderete conto. Ciao Emilia

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