lunedì 25 luglio 2011

CRITICA
La poesia
secondo i critici
del "Corriere della sera"
e secondo Fiorella D'Errico
e Maurizio Soldini

 Nella logica di  ampliare il dibattito del Laboratorio MOLTINPOESIA a nuove voci, mi pare giusto dare ospitalità e maggiore evidenza a questi due interventi riferibili alla discussione dei "critici del Corriere" e pubblicati dai loro autori nello spazio commento al post di Giarmoleo (qui).  Entrambi curano un loro blog: Fiorella D'Errico qui e Maurizio Soldini qui [E.A.] 


Fiorella D'Errico ha detto...


Ho seguito con attenzione gli articoli apparsi su Corriere, Unità, Avvenire e Repubblica del mese di Luglio 2011. I critici che li hanno firmati sono tutti più o meno autorevoli, e l'istantanea della poesia che esce dalla lettura è. a dir poco, desolante: pare che di poeti "veri" ce ne siano pochi o nessuno del tutto. I critici si astengono dall'indicarne i nomi, se non in qualche caso, e si tratta sempre di poeti avanti con gli anni e pluridecorati. Le voci femminili, infine, ho notato che non vengono quasi mai menzionate, o menzionate in negativo: clamorosa l'affermazione del critico circa la "fortuna biografica" della Merini, la cui produzione sarebbe stata ben accolta solo perché la poetessa ha saputo vendere la sua malattia; mi chiedo perché non basti eventualmente stroncare sul profilo tecnico un poeta, e mi rispondo che ci si aggancia alla biografia probabilmente quando non si hanno altri argomenti, così come si è fatto per secoli di fronte al meccanicismo/pessimismo leopardiano. Concordo con le conclusioni dell'autore di questo post, e con gli intenti generali della testata Moltinpoesia: invece di continuare a sostenere che l'unica consacrazione risiede nella carta stampata, che sorgono in rete sedicenti poeti come funghi nel bosco; invece di arroccarsi su posizioni teoriche, di rispolverare il canone (quale, dopo le neoavanguardie, la poesia/prosa di Pavese, e tutte le sperimentazioni/contaminazioni degli ultimi trent'anni?), di considerare il web come una discarica, si dovrebbe correggere la visuale e togliere qualche paramento (laico, ecclesiastico, commerciale o semplicemente ottico) che ingombra la mente degli intellettuali attualmente accreditati nel panorama letterario. E' chiaro che la poesia richiede una sua tecnica nel comporre, una sua peculiarità che si è tramandata nei secoli, pur essendo stati operati dei profondi cambiamenti dagli stessi poeti. Tuttavia, è altrettanto chiaro - a mio defilato parere - che l'arte è soggetta al gusto, e che il gusto lo fanno le persone, la loro cultura, i mutamenti storico-sociali, e molte altre variabili. Infine, ma non ultimo per importanza, c'è il "sentire": potete darmi un libro di un poeta contemporaneo o passato, che è universalmente considerato eccelso, e io lettore ho la facoltà di dire che non mi trasmette niente a livello emotivo. Il discorso è lungo, magari lo continuo in calce a qualche vostro altro interessante post. Per ora, Vi auguro buon lavoro.
La Finestra sulla Letteratura ha detto...
Oggi ci sono motivi interni e motivi esterni a determinare la cattiva salute della poesia. Sicuramente, parlando dei problemi interni, molte patologie della poesia, che qualche tempo fa ho definito poesiosi, poesite e poesiopenia, dipendono da fattori intrinseci al fare poesia come il fatto che di poesia se ne scrive troppa e se ne legge poca, perdendo di vista riferimenti e canoni, al punto tale che per motivi giustappunto patologici il prodotto poesia è poco e povero. “Di tali patologie della letteratura, incapace di prendere le distanze critiche da una realtà strutturata del nostro Paese, si indebolisce la poesia, oramai per happy few” afferma Daniela Marcheschi. Questo non significa che oggi non abbiamo una buona schiera di poeti, come Cucchi, Conte, Mussapi, Rondoni, Maffia, lo stesso Oldani, Maria Pia Quintavalla, Gabriella Sica e tantissimi altri, tanto che concordo con Di Stefano quando afferma che “gli ottimi poeti oggi non mancano, ma hanno pochissimo seguito, a differenza dei tanti narratori mediocri”. I fattori esterni non sono da meno a creare problemi: le politiche editoriali, soprattutto delle maggiori case editrici, che oggi privilegiano quasi esclusivamente la narrativa; i librai, - per lo più, ma ci sono le eccezioni, - che se va bene, riservano alla poesia un piccolo cantuccio; la visibilità mediatica e la creazione del personaggio-poeta, come Alda Merini, e pertanto il ruolo dei mass-media e soprattutto della televisione; i giornali quotidiani e settimanali, che secondo Di Stefano, parlano poco e niente di poesia. Ma uno dei problemi più gravi che riguarda la poesia è quello della lingua. A tale proposito è necessario tenere presente che il pedale basso, a imitazione della prosa, alletta molti poeti collocabili in quello che viene definito il minimalismo. Ancora: dalla modernità in poi, fino ad arrivare alla recente post-modernità, è venuto meno e si è annichilito il concetto di oggettivo – e pertanto di una poesia oggettiva e condivisa – e si è ipertrofizzato l’io al punto che la soggettività è degenerata nel solipsismo, anche della poesia, dove sembrerebbe che non solo il canone non c’è, ma non sia necessario, in quanto ogni poeta avrebbe il suo canone. Andrea Cortellessa è molto acuto nella sua analisi e sostiene che una volta “le voci dei poeti facevano ancora parte d'una koinè, si riferivano a codici condivisi; in seguito hanno assomigliato sempre più a monadi non comunicanti”. Sempre Cortellessa afferma perentoriamente, e sono in pieno accordo con lui, che “più in generale dovremmo far sì che la separatezza sociale della poesia, il suo scisma dai dogmi del profitto, la sua nevrotica cura del linguaggio, da privilegi - e maledizioni - individuali, divengano strumenti di conoscenza per l'intera comunità. Come altre ricchezze che si è deciso di non lasciare alle industrie del cinismo anche la poesia, insomma, deve divenire un bene comune”. La comunanza di intenti è anche con Maria Grazia Calandrone, quando afferma la necessità di una con-vivenza di persone parlanti in una dimensione fisico-biologica e metafisica nella quale “il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro”. Perché fondamentalmente la poesia si manifesta attraverso la parola e la parola non sono i poeti a farla, ma è essa stessa che passa attraverso di loro e fuoriesce per rientrare nell’oggettività, per appartenere ad una comunità di persone che vivono insieme e condividono le gioie e i dolori della vita. Tutti noi pertanto dobbiamo interrogarci anche su quanto ci sia di soggettivo e di oggettivo nella poesia, quanto significhi comunanza di valori fisici e metafisici, ma soprattutto quanto ci sia nella poesia di ontico e di ontologico, ai fini di una poesia personalista che ricerchi nella realtà il bene comune. In questa dimensione il poeta troverebbe il suo ruolo. Maurizio Soldini

25 commenti:

  1. Ringrazio il Prof. Abate per aver dato rilievo a questi interventi. Circa il commento del Prof. Soldini, lo trovo interessante, ancorché bisognoso di ulteriori approfondimenti. E' certamente auspicabile una poesia come bene condiviso, ed è questa la caratteristica precipua di ogni produzione letteraria ed artistica, così come il prescindere da una visione soggettiva, tutta presa dall'io e in esso conclusa: tuttavia, l'indicazione della strada del personalismo come risoluzione dell'eterna dialettica tra ontico e ontologico, fra soggetto e oggetto, mi sembra - azzardo - comunque confermare la centralità dell'io poetico nel momento in cui si rapporta al mondo. E questo non determinerebbe una maggiore oggettività, un ritorno al realismo.
    Ad ogni modo, vorrei - insieme ai lettori - considerare che "il mondo" degli ultimi venti/trent'anni, con il ruolo sempre più centrale svolto da media e telecomunicazioni, è caratterizzato proprio da una pluralità quasi infinita di linguaggi: ciò rende molto difficile tornare alla koiné condivisa di cui parla Cortellessa, a un codice comune; di contro, è appunto questa la novità, che possono esistere molti tipi di poesia e di linguaggi, e che determinare quale sia da annoverare fra gli "universali" sembra difficilissimo e, forse, inutile (?).
    Mi riservo di proseguire, se ci saranno altri interventi.

    RispondiElimina
  2. Ennio Abate:

    @ Fiorella D’Errico

    Che i critici si astengano dall’indicare i nomi dei poeti “veri” è segno o di incertezza del loro giudizio o di diplomatismo (giustificato? ingiustificato?) o di opportunismo. Questo malcostume critico va smontato. Inutile aspettarsi che lo facciano i “critici del Corriere”. L’unico a mia conoscenza che parli chiaro, anche quando fa osservazioni discutibili, è Giorgio Linguaglossa, non a caso al di fuori dei vari giri “che contano” e per questo “castigato”.

    @ Maurizio Soldini

    Basta fare i nomi dei “veri poeti”? Tu fai la “tua” lista («Cucchi, Conte, Mussapi, Rondoni, Maffia, lo stesso Oldani, Maria Pia Quintavalla, Gabriella Sica») con la solita coda indefinita («e tantissimi altri»). Ciascuno di noi potrebbe farne altre. Ma si tratta di preferenze soggettive o di gruppo.
    Quando si avesse la possibilità di andare al sodo e si mettessero a confronto (dopo una seria inchiesta che tuttora manca) le varie liste, ci si accorgerebbe di un vuoto nei criteri di giudizio (della mancanza, se si vuole usare la parola screditata, di ‘canone’). È l’unica cosa vera, tra le molte ad effetto, che dice Berardinelli nel suo intervento sul Corriere:

    «In che consiste la qualità di un testo poetico? Chi può accertare questa qualità? La partita si gioca fra lettori che non ci sono, sono sconcertati o sprovveduti, e critici la cui «competenza testuale» è diventata assai dubbia e che generalmente non osano giudicare, si astengono, non tengono lezioni sulla poesia contemporanea».

    E questo vuoto però non si colmerà mai, secondo me, se nell’elencare i fattori interni o esterni non si va ben la di là delle «patologie della poesia» (variamente etichettabili) e della solita ricognizione, che oggi poeti e critici si concedono, dei mali su cui (inutilmente) già si batte il chiodo; e cioè «politiche editoriali, soprattutto delle maggiori case editrici, che oggi privilegiano quasi esclusivamente la narrativa; i librai, - per lo più, ma ci sono le eccezioni, - che se va bene, riservano alla poesia un piccolo cantuccio; la visibilità mediatica e la creazione del personaggio-poeta, come Alda Merini, e pertanto il ruolo dei mass-media e soprattutto della televisione; i giornali quotidiani e settimanali, che secondo Di Stefano, parlano poco e niente di poesia». Il vuoto è - scusate le parole scandalose per molti poeti - teorico e politico.
    Se «si è annichilito il concetto di oggettivo – e pertanto di una poesia oggettiva e condivisa – e si è ipertrofizzato l’io al punto che la soggettività è degenerata nel solipsismo» è per il rifiuto, la paura o il disprezzo verso quello che accade fuori, nella “realtà”.
    Ma cos’è oggi la “realtà”? In cosa consiste «la separatezza sociale della poesia» da essa? C'è qualcuno che lo dice bene? Si facciano i nomi anche qui...
    E cosa sarebbe «l’intera comunità» a cui secondo Cortellessa, la poesia ( o meglio i poeti) dovrebbe offrire «strumenti di conoscenza»?
    Come si fa a far diventare «anche la poesia […] un bene comune», se si ignora come stanno le cose al di là del nostro naso; e parlare di teoria e politica e società in una riunione di poeti o di critici fa venire l’orticaria a molti?
    Se, scusa la battuta finale, come dice la Caladrone, che tu citi, «il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro», stiamo freschi!
    Come si fa a identificarsi contemporaneamente «con il bene e il male dell’altro»? E si capisce la "realtà2 per identificazione?

    RispondiElimina
  3. Sottoscrivo senza "se" e "ma" le considerazioni del Prof. Abate, che mi sembra indichino il bisogno, non di rimpiangere (ancora) i canoni e le atmosfere passate, bensì di creare nuovi punti di riferimento e nuovi metri di giudizio.

    RispondiElimina
  4. Ennio Abate:
    Sarebbe meglio mantenere qualche 'se' e qualche 'ma'...
    E poi via quel 'Prof.'!
    Ciao

    RispondiElimina
  5. A presto, Ennio. E grazie della tua attenzione.

    RispondiElimina
  6. Dagli interventi di Fiorella D'Errico e Ennio Abate mi sento investito da numerose questioni a cui per onestà non potrei dare risposte ora se non per approssimazione e con scarse argomentazioni. D'accordo con Abate sul lavoro, encomiabile, di Giorgio Linguaglossa che soprattutto con l'ultima sua fatica appena uscita cerca di dipanare il filo della matassa delle apparenti aporie della poesia che fuoriescono da un dibattito appena accennato sui quotidiani e che è necessario implementare. Auspico che a settembre, dopo la lettura del saggio di Linguaglossa, si smuovano le acque e ci sia un dibattito vero e proprio a cui partecipino tutti, indistintamente tutti!
    C'è necessità di condivisione e di dibattito sul soggettivo e sull'oggettivo e (D'Errico mi conforta) c'è un gran bisogno di chiarire che cosa si intende per realtà. Il mio richiamo al personalismo (filosofico) del Novecento vuole proprio riabilitare una concrezione e sincrezione di oggettivo-soggettivo che in chiave ontologica (metafisica) e relazionale mandi in deroga gli individualismi i radicalismi e i solipsismi che relativizzano la poesia. La realtà non è solo quella empirica, c'è dell'altro. E se è vero come è vero che i fatti si cercano le parole (Manzoni), è pur vero che i fatti sono anche quelli metafisici. L'essere va diversificato sul piano ontico e sul piano ontologico. Il logos la parola (soprattutto quella poetica) si dovrebbe far carico della cura (pastorale) di questo essere (Heidegger). Gli sperimentalismi dell'anything goes non possono più andare nel nostro mondo.
    Ecco perchè è necessario riflettere su: soggetto, oggetto, realismo, fisica, metafisica, lingua o parola, concetto e forma. Per cercare di trovare un posto adeguato per il poeta nel mondo.
    Maurizio Soldini

    RispondiElimina
  7. Gli ultimi accenni di Soldini aprono a un grande dibattito, di cui si sente il bisogno. Tuttavia, vorrei esprimere la mia convinzione che i binari su cui l'arte viaggia vengono costruiti dagli stessi artisti - in base al momento storico e sociale, in base all'esperienza personale - e che sono loro gli unici a stabilire a priori quale sia lo scenario fisico o metafisico in cui muoversi: la critica non può far questo, ma solo decifrare a posteriori.
    Un saluto amichevole.

    RispondiElimina
  8. Mi permetto di inserirmi in questo dibattito che ho seguito parzialmente. Credo che da sempre il poeta passi gran parte del proprio tempo a interrogarsi sul ruolo e la funzione della poesia nella società. In realtà, mi piace molto la posizione di Fiorella D'Errico che, mi pare, pone nelle mani degli artisti il "destino" della poesia.
    L'epoca contemporanea ha visto, da un lato, la fine di scuole o movimento poetici, ossia di gruppi accomunati da un linguaggio comune e da tecniche stilistiche affini. Dall'altro, c'è stata una "democratizzazion" del fare poesia: la fine della scrittura in rima, del rispetto di una metrica, l'avvento del verso libero, ha dato l'illusione a molti di poter scrivere poesia, magari mettendo assieme metafore ardite, spezzando le frasi e così via. E l'appello alla metrica o alla rima appare come anacronistico.
    Io penso che il verso libero doni una grande libertà al poeta ma che, soprattutto, è il contenuto di quello che si scrive che nobilita o meno un messaggio. Quel che un poeta, secondo me, dovrebbe mostrare, è in primo luogo "la consapevolezza" di quel che intende comunicare, al di là delle forme poetiche assunte. Se Pasolini ripropone la terzina dantesca ne "Le ceneri di Gramsci", non si comporta da anti-moderno, ma mette in essere un'operazione meditata, che è essenziale a quel che lui intende dire.
    Non sono nemmeno d'accordo sulla critica a una poesia che si avvicini eccessivamente ai toni e ai sintagmi della prosa. O meglio, anche in questo caso dipende: credo che la poesia-narrazione sia stata una caratteristica della poesia americana (ma non sono un esperto) e in Italia mi pare che Pavese abbia ripercorso questo stile. Ma lo ha fatto con originalità e personalità, almeno secondo me.
    Un'ultima (disordinata) osservazione è legata al fenomeno poesia in Internet. La rete, senza dubbio, moltiplica le possibilità di esprimersi, di farsi leggere (e conoscere. Tuttavia, può anche accadere che questa facilità di diffusione impoverisca la parola, creando una massa enorme di testi variamente poetici, nei quali i (pochi) testi veramente meritevoli di attenzione si disperdono.
    Un saluto amichevole...

    RispondiElimina
  9. Ennio Abate:

    Evviva la discussione, ma tenete conto dei "moltinpoesia"! Non spaventateli con troppi paroloni...
    Come si può vedere da questo botta e risposta:

    Caro Ennio,
    un giorno mi chiesero: - Cosa sarebbero i poeti senza i critici?- Io risposi: -Poeti!- Ma vedi a molti non basta .... e sono molti. Ciao

    Car...,
    sbagliasti a rispondere ( e bisognerebbe capire le cause dell'errore...): i poeti senza i critici resterebbero bambini viziati... Non c'è più il paradiso terrestre; e non solo i poeti, ma anche gli uomini rischiano grosso...(Vedi il pazzoide norvegese, anche lui senza critici!)
    Ciao
    Ennio

    RispondiElimina
  10. Grazie a Giuseppe Barreca per questo intervento, del quale riporto il passo a mio avviso più interessante e del tutto condivisibile:

    "Io penso che il verso libero doni una grande libertà al poeta ma che, soprattutto, è il contenuto di quello che si scrive che nobilita o meno un messaggio. Quel che un poeta, secondo me, dovrebbe mostrare, è in primo luogo "la consapevolezza" di quel che intende comunicare, al di là delle forme poetiche assunte."

    Mettendo un attimo da parte la questione verso o prosa, sono convinta anch'io che il poeta debba avere ben chiaro cosa dire, a se stesso in primis e in secundis al lettore; la scelta della forma, poi, ne viene di conseguenza.

    RispondiElimina
  11. Giustissimo, Ennio: qualcuno che regolamenti ci vuole, non volevo sminuire il ruolo dei critici, solo...ricollocarlo ;-)

    RispondiElimina
  12. Per via indiretta Leonardo Terzo (un "ex-moltinpoesia" per chi non lo conoscesse sotto questi trascorsi...) ci fa sapere la sua sul dibattito dei "critici del Corriere" ricorrendo anche alla voce ( o alla maschera?) di Gabriel Pizzarro (voi sapete chi è?) e al ben più distinto sito http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2011/07/il-mestiere-la-funzione-e-la-posizione-sociale-dei-poeti-appunti-di-gabriel-pizarro.html.
    Amen!
    *
    In questi giorni d’estate, su alcuni giornali italiani, sembra sia d’obbligo un dibattito sulla poesia. Gabriel Pizarro ci ha mandato qualche appunto. (L.T.)

    Il mestiere non esiste, perché la poesia non è richiesta, non ha mercato e nessun poeta può vivere con la sua poesia.

    E non ha funzione. Almeno appena si esce da un'aula scolastica. E anche lì…

    Anche il Poeta Laureato, dove esiste come in Inghilterra e in America, è uno su centinaia di migliaia, quindi è come il vincitore di una lotteria. Questa fenomenologia che lo assimila ai baciati dalla fortuna, quindi immotivata e immeritata, a parte gli imbrogli e le pressioni editoriali, è svelata dalla pletora di premi, che arriva fino al culmine dei Nobel della letteratura. Sia i Poeti Laureati che i Nobel sono perciò già più o meno affermati, dopo una trafila selettiva tra poeti che si sono mantenuti fino allora con altri lavori.

    Perché il poeta lo fa allora? Per piacere personale, come mangiare il gelato o fare ginnastica. In che consiste il piacere della poesia? Nella formalizzazione propria di tutte le arti. Come tutte le arti la poesia fa due cose: manda dei messaggi e li confeziona con una perizia tecnica (come una ricamatrice) e linguistica vera o illusoria, per distinguersi dai messaggi della comunicazione ordinaria. Il poeta gode coi sensi e l’intelletto del compito svolto, ma di solito aspira anche al piacere della popolarità, perché la comunicazione implica e presuppone una comunità culturale e sentimentale.

    La poesia prevalente nel mondo moderno è tendenzialmente lirica (non epica, né satirica, né divulgativa di tipo religioso o politico, la cosiddetta poesia civile). Nella lirica il poeta parla in primo luogo a se stesso. Per convenzione gli altri origliano ciò che lui si dice. Questo è fonte di ambiguità perché in primo luogo il poeta lirico dovrebbe essere soddisfatto di sé, cioè di parlare a sé, come per esempio Emily Dickinson. E invece di solito è anche uno sfrenato narcisista che finge, o anche non finge, la soddisfazione personale, ma aspira ad essere origliato, apprezzato e celebrato per l’altezza del dire e del sentire.

    (Parlare a sé, a partire dal dolce stil novo a Petrarca, ai sonetti di Shakespeare, ma anche dai monologhi di Didone nell’Eneide è un prendere coscienza della propria individualità rispetto ai fatti del mondo. È il paradosso dell’io diviso. Fra sé e la fama/e.)

    [Continua 1]

    RispondiElimina
  13. [Continua 1]
    Il successo non succede, o meglio può succedere in cerchie ristrettissime di lettori, e quindi il poeta o si accontenta o si lamenta. La cosa comica, perché non è seria, è che le diatribe per la minuscola fama e simili sono guerre tra poveri, e ciò che fa ridere è la sproporzione tra l’impegno dei litiganti o lamentanti e il microscopico prestigio a cui in realtà possono aspirare.

    Gli editori che stampano poesia lo fanno o a pagamento, o per darsi, con un’aura da cultura alta, una compensazione di facciata alla pubblicazione della normale spazzatura narrativa. Quest’aura è peraltro mutuata da tempi passati per lo più leggendari e mai esistiti, perché la poesia non ha mai reso economicamente, né socialmente ha mai avuto importanza, se non appunto come ingannevole prosopopea per gli incolti e auto-inganno dei colti. Secondo Bourdieu tutta l’arte moderna viene utilizzata socialmente come segno di distinzione dei livelli di classe in termini di cultura dominante.

    Che significa il fatto che molti scrivono e pochissimi leggono? Potrebbe significare che le aspirazioni e il narcisismo sono grandi, mentre la qualità è scarsa e quindi anche gli amanti sinceri della poesia non si divertono a leggere le poesie brutte, che sono la stragrande maggioranza. Oppure che i gusti dei poeti sono pessimi come le poesie che scrivono, e quindi anche quando la poesia è bella non la riconoscono. Forse c’è una contraddizione intrinseca tra lo scrivere e il leggere.
    [Continua 2]

    RispondiElimina
  14. [Continua 2]

    C’è poi l’altrettanto intrinseca fatica della parola, non immediatamente comprensibile, perché la versificazione è per suo statuto una comunicazione insolita e non immediatamente gratificante, e il suo piacere sta anche nella difficoltà di decifrarla. Meglio le nobili parole crociate. A differenza delle arti visive, la poesia richiede concentrazione intellettuale per toccare la sensibilità. Perciò accoppiata alla musica la parola, poetica o meno, viene cantata, cioè ripetuta, anche se non la si capisce. Di qui il successo dei cantautori, che poi vendono i testi delle canzoni anche senza musica, perché il compratore la musica la sa già, e compra invece il libro, se è vero che lo compri, per cercare di capire anche le parole. Chissà!

    Se poi, come qualcuno dice, la poesia condivide i difetti dell’arte contemporanea, cioè noia e incomprensibilità, com’è che l’arte contemporanea ottiene successi ovunque di pubblico e di aste, pur essendo spesso l’equivalente della corazzata Kotiomkin per Fantozzi? Il paragone con l’arte è segno di presunzione grande e “perenne”, per echeggiare un altro squisito attributo dei sostenitori della versificazione. Non sono i critici a fare il prezzo dell’arte, ma gli speculatori, perché gli oggetti materiali si possiedono e si mostrano in eventi spettacolari.

    La letteratura invece si disperde nei libri, e tutti possono averne una copia, che è solo una copia, senza ritorni di incassi, né lustro alcuno per i possessori (se non quello “spirituale” di chi le poesie le sa a memoria). Anche la funzione distintiva individuata da Bourdieu ormai non regge più. La più o meno deprecata mancanza di canone a chi interessa? Canone di che? Ma quanti libri ha venduto Montale prima di ricevere il Nobel? Lo stesso Montale che, nel discorso d’investitura, “presentiva” la morte della poesia già avvenuta secoli prima. E Leopardi che successo ebbe da vivo? E Ungaretti non strillava che di poeti ne nasce uno ogni secolo, mentre attraversava la strada con una dozzina di colleghi riuniti ad un convegno letterario? E del resto l’ha ripetuto anche Eco ai funerali dell’ottuso Moravia. Sappiamo tutti che Ungaretti alludeva a sé stesso. Era davvero un grande poeta, ma come narcisista era come tutti, anzi di più.



    Dal dibattito: quasi un ready made

    di Leonardo Terzo



    Frasi di dubbio senso,

    Come: “la verità del proprio linguaggio”,

    “L’irriducibilità del linguaggio” (e dagli!),

    Che vorranno dire?

    La poesia c’è,

    Anche se il mondo la ignora.

    Come la forfora.

    I poeti sono un bene comune,

    Ognuno di sé, a nostra insaputa.

    E quelli che dicono: koiné,

    Pour épater, et pour cause!

    [Fine. E.A.]

    RispondiElimina
  15. L'articolo di Terzo gentilmente postato da Ennio offre numerosi spunti di discussione; dal canto mio, mentre raccolgo le idee per intervenire, auspico che qualcun altro eventualmente esprima il proprio parere.
    Grazie a tutti.

    RispondiElimina
  16. Allora pare che poeti si nasca e lo si diventi quando il narcisismo si fa avanti.
    Orsù dunque! E chi non è narciso?? forse i critici ? Non ci credo! E' bello sapere che qualcuno ti legge e ti apprezza che c'è di male?
    L'importante è non vendersi... ma questo è un altro discorso. Emilia Banfi

    RispondiElimina
  17. Samizdat [E.A.] a Gabriel Pizarro

    Caro Gabriel Pizarro
    Anch’io per brevi ( e numerate ) considerazioni in contrappunto alle sue:

    1. «La poesia non è richiesta, non ha mercato e nessun poeta può vivere con la sua poesia». Esatto. Forse a volte sono ancora le cose rare, non mercantili e che non ci danno da vivere ad attrarre, no?

    2. La poesia «non ha funzione» (sociale, riconosciuta, che dia profitto), ma a suo modo funziona, tanto è vero che molti la fanno, magari come fanno la pipì o come un esercizio spirituale al posto dei “fioretti” o delle “buone azioni” o delle “penitenze” suggerite dalle religioni; o corporeo (al posto della ginnastica); ne vengon fuori messaggi- lampo “alla baci Perugina” o imitazioni da antichi artigiani o flussi d’inconscio cervellotico-intellettualistici; e però tutti cercano un loro pubblico o il “popolo” o la comunità selezionata dei “pochi ma buoni”. Un caos non diverso da quello che si verifica nell’economia, nella politica, nella psiche collettiva o individuale. Che ne facciamo? Come lo pensiamo? Che valore o disvalore individuale/sociale si costruisce o si distrugge? Non sono mica problemi da niente. Perché non prenderli sul serio?

    3. I poeti laureati ( baciati dal Capitale più che dalla Fortuna) esistono solo nei paesi anglosassoni, che sono iper-post-moderni e un po’ sempre all’avanguardia, un po’ imbroglioni e immanicati con le case editrici han pensato a sfruttar persino la Lotteria dei Poeti! E con questo? Possiamo praticare la poesia anche senza laurearci, no?

    4. Il poeta lirico può essere narcisista quanto il poeta epico, satirico, religioso, politico, civile. Se è un narcisista sfrenato non è perché è poeta; se ci pensa bene i narcisisti abbondano in tutti i mestieri e anche in altre attività svolte per diletto; e poi la fatica che fa un narcisista per «essere origliato, apprezzato e celebrato per l’altezza del dire e del sentire » mica sempre è vana; lo provano certi capolavori, di cui in teoria un po’ tutti, se abbiamo la pancia piena, le informazioni giuste e la mente sgombra da cattivi pensieri, riusciamo a godere, dimenticando persino le loro origini non sempre pulite o nobili ( come del resto sono quelle delle nostre democratiche nazioni…).

    RispondiElimina
  18. [Continua]

    5. Pisciamo ( mi scusi l’espressione) sul «successo», lasciamo le guerre tra i poveri poeti e occupiamoci di cose serie, cioè della poesia fatta, da fare e da valutare (magari tenendo in debito conto le analisi di Bourdieu, che non mi pare invitino a smettere la ricerca per distinguersi - giustamente, visto che ci troviamo nella triste condizione dei dominati - dalla cultura dominante…).

    6. Che significa il fatto che molti scrivono e pochissimi leggono? A parte che una domanda simile la si potrebbe fare per i molti che troppo guadagnano e poco restituiscono alla società, che fanno le guerre e non vogliono che altri le facciano a loro che le iniziano, eccetera, forse è vero - come lei ed io sospettiamo - che sotto sotto in questo fenomeno c’è del marcio (eccesso narcisistico, bassa qualità o bruttezza dei risultati, gusti rozzi, e magari altro ancora..), ma non le semvra che ci sia o ci possa essere anche una domanda di senso e di libertà che non trova mai la via giusta e si spreca, per vari e complessi motivi su cui i poeti e i critici sorvolano? Ad esempio, perché non ci sono più guide vere in nessun campo, né norme condivisibili, né una politica decente o una società un po’ più civile di quella che si dice “società civile”; insomma che non ci sono le condizioni per svilupparla insieme questa domanda di senso e di libertà e siamo tutti individui ( o quasi individui) allo sbando costretti al fai da te , per cui spesso non ce la facciamo, ci arrendiamo, ciu rassegniamo alle catene visibili o invisibili che ci bloccano - appunto! - nel narcisismo, nella fretta, nella solitudine amorfa, nei gusti da barbari tecnologizzati, eccetera?

    7. Nobili le parole crociate? Suvvia! Anche quella è ginnastica, ma a comando! Vuol mettere il piacere di inventarsi un mondo sfuggendo alle regole del risaputo, di provare in piccolo, in poesia, un gesto di libertà che non è quella già concessa dal papà, dal prete, dal leader politico, dal professore autorevole?

    8. Non sono i critici a fare il prezzo dell’arte, ma gli speculatori. Vero. Ma non auspicherà mica che a dar man forte ai poeti o a salvarci dalle nostre miserie, al posto del Dio heideggeriano, arrivino gli speculatori (magari anglosassoni)? I poeti hanno bisogni di alleati non di padroni.

    9. Insomma decidiamoci. La grandezza del poeta non si misura dai libri venduti o dalla notorietà da Nobel. Ma allora da che si misura? Dal grado di narcisimo? E allora perché sputare tanto sul canone? Almeno una misura la dava e più verificabile del narcisismo..
    Cordiali saluti

    Samizdat (E.A.]

    [Fine]

    RispondiElimina
  19. L.T.

    Leggo ora le risposte alle osservazioni di Pizarro. Il povero Abate non sa che il poeta laureato è un'istituzione medievale. L'ignoranza della Storia è perdonabile, ma il ricorrente, penoso razzismo del ns Abate-Borghezio no:

    I poeti laureati ( baciati dal Capitale più che dalla Fortuna) esistono solo nei paesi anglosassoni, che sono iper-post-moderni e un po’ sempre all’avanguardia, un po’ imbroglioni e immanicati con le case editrici...

    L.T.

    RispondiElimina
  20. Ennio Abate:

    Immancabile replica del povero Abate a Sir Leonardo Terzo

    Oh, quale onor
    sapere che sua maestà
    Leonardo Terzo
    ancor legge le cosucce
    di un povero Abate
    e gli risponde
    (ahimè, nobil vizio!)
    al par di Borghezio
    a legnate!

    Maestà,
    mi conceda però
    breve postilla
    al Suo Rimprovero Sovrano:
    frequentiam il medesmo
    poetico pollaio
    e ben riconosco omai i polli
    laureati
    di razza medievale.

    Notte fa però un sogno feci
    che del futuro mi squarciò il velame
    e vidi folte schiere di polli
    grassi e laureati scorazzar
    ovunque e biechi assaltar
    i nostri, magri e tremebondi.
    Chiesi lumi a Madonna Poesia
    che luttuosa e profetica disse:

    "Ahi, serva Italia di dolore ostello
    tu né polli in latin o in volgar
    più alleverai, ma tui pollastrelli
    e idem tue rubiconde pollastre
    cresceran a becchim anglosasson
    e polli laureati diventeran
    solo se baciati da Sir Das Kapital
    e approvati da prof postmoderni
    solerti sui servitor". Così parlò
    ed io or con sommo dolor a voi
    Maestà umilmente il ridico.

    RispondiElimina
  21. Mi inserisco nella discussione fra Abate e Terzo, dopo aver raccolto le idee come promesso.

    Le dichiarazioni del Professor Terzo sono lapidarie e incontrovertibili: è vero, la poesia non ha un suo mercato, non è esornativa come un quadro o una scultura; non prevede quindi guadagni. E'un gioco linguistico fra consorterie di narcisisti che si biascicano addosso, e si consegnano a vicenda i premi.

    Sì, l'hanno ridotta così. Perché un tempo (intendo fino al XIV secolo, e poi di nuovo nel XVIII e XIX; e ancora, l'ultimo fuoco dopo la Seconda Guerra) ha avuto un suo ruolo ben definito, coincidente con altre stagioni storiche - politiche - sociali. Di contro, ogni volta che la società ha attraversato un momento più o meno lungo di stagnazione, la poesia si è chiusa nel suo mondo, ed ecco la vena lirica (deplorata da Terzo) che si allarga a dismisura, ecco la poesia civile perdere il suo perché, la sua ispirazione.
    Contro tale congiuntura non c'è nulla da fare, oggi, se non auspicare prima di tutto un cambiamento della società e della storia. E lavorare con quello che c'è, con le voci che comunque mantengono un aggancio con la realtà, che tentano a vario titolo di decifrarla.
    Perché c'è un passo dell'intervento di Terzo che lascia speranza, laddove il suo autore cita come "difetto" intrinseco, genetico, quella che è la peculiarità più bella e salvifica della poesia, il suo essere facilmente accessibile a tutti tramite un libro (ma anche un muro, anche tramite voce).
    Forse il poeta oggi parla a se stesso, forse è un narcisista; ma la poesia c'è, vive. Risponde ad un bisogno ineludibile degli uomini e delle donne, eterno credo. E andrebbe salvaguardata, non "picconata", pur di guadagnarsi una voce nel panorama critico (non parlo di nessuno in particolare, bensì di un'atmosfera diffusa) e operare così selezioni che seguono l'una o l'altra banderuola.
    Se la poesia lirica è divenuta un enorme monstruum, e quella civile un piccolo aborto (eppure, anche in questo campo si dovrebbe ben indagare), si riconosca che la critica ha ormai un intento solo distruttivo, senza nemmeno la scusante dell'ispirazione.

    Un saluto amichevole, e grazie a Ennio Abate per questo spazio.

    RispondiElimina
  22. Ciò che dice la gent.ma Fiorella D'Errico mi trova in gran parte d'accordo. I poeti scrivono per se stessi, anzi direi meglio a se stessi. I critici valutano, decidono le sorti dell'opera, ben vengano allora, ad ognuno il proprio mestiere.Sarebbe semplice: scegliamo un critico e facciamo solo ciò che a lui piace, come dire vivere la vita di un altro ,per poi dire che l'errore non l'hai fatto tu. Tutto questo riduce la poesia a toccare il fondo della meschinità. La poesia oggi più che mai è coraggio ed il coraggio lo deve avere prima di tutti il poeta. Emilia Banfi

    RispondiElimina
  23. Sottoscrivo l'intervento della Sig.ra Banfi, e saluto tutti cordialmente, ripromettendomi di partecipare alle prossime discussioni.

    RispondiElimina
  24. ...molti critici accademici che sono intervenuti sulle pagine del Corriere della sera e su altri Fogli hanno detto che ci sono pochissimi poeti in un secolo. Bene. Non discuto, è un ASSIOMA.
    Ma altrettanto si potrebbe dire che ci sono pochissimi critici in un secolo. È un altro assioma. Che non si discute. In realtà sono entrambi luoghi comuni.
    Altro luogo comune è quello secondo il quale ciascuno cita la propria lista della spesa: ciascuno tira giù le proprie preferenze poetiche, nello stile dei blog, così come in altri blog si fanno le classifiche dei libri... con una superficialità allarmante e desolante...
    In realtà ciascuno milita per se stesso. Secondo l'adagio: Nessuno per uno e Nessuno per tutti. E uno per nessuno. È, in sostanza, uno spettacolo non esaltante.
    Vediamo: leggiamo le prefazioni di libri di poesia firmate dai poeti e dai critici. È uno spettacolo desolante: spessissimo i prefatori si proiettano e si sperticano in lodi gratuite degli autori. È tutto un fiorire di banalità e di simil-critica. Direi che non è una cosa seria.
    Insomma, se la poesia è diventata una cosa non seria la responsabilità è dei poeti maggiori e più rigorosi i quali non debbono svendersi a coltivare ciascuno la propria corte dei miracoli di mediocri e di dilettanti... i assiste ad una generale corrida sempre più ripugnante e desolante...

    RispondiElimina
  25. Caro Giorgio....sempre un piacere leggerti...

    hai letto la prefazione che mi ha scritto Florian Mussgnug alla antologia da me semplicemente edita, Poesia del dissenso n. 1? Non ha esaltato nessuno, solo commentato tendenze. Te l amando? Sei interessato? erminia

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.