martedì 11 settembre 2012

Giorgio Linguaglossa
La tematica esotica di Hafid Gafaïti


 Hafid Gafaïti La tentazione del deserto  La Vita Felice, Milano, 2012 trad. V. Surliuga  

Questa raccolta di  Hafid Gafaïti  è il terzo volume della trilogia meutres et fraternités / omicidi e fratellanze, inaugurata nel 2006 con la gorge tranchée du soleil / la gola tagliata dal sole, seguita da le retour des damnés / il ritorno dei dannati (2007).

Scrivevo di recente a proposito della poesia di Tomaso Kemeny: «Ciò che, in Italia, originariamente, per i mitomodernisti, era il rapporto ontologico tra «mito» e «storia» che caratterizzava il tardo Moderno, oggi, nelle condizioni del Dopo il Moderno non è più la Sensucht  nostalgica quella che respira nei versi della poesia più evoluta ma una oggettività, un voler essere e voler apparire oggettivi o super partes in mezzo alla barbarie dei rapporti produttivi estranianti ed estraniati, talché il recentissimo è diventato, come apparenza e fantasmagoria, lo stesso antico, e l’antico (opportunamente modernizzato) è diventato il recentissimo (antichizzato), la merce segnaletica del cartellone mediatico».

Anche nella poesia di Hafid Gafaïti il linguaggio tende a stare dalla parte della «cosa»? O meglio, dell’astrazione della «cosa»? Direi che qui gli «oggetti» sono visti attraverso la lente (di ingrandimento) della macrometafora del «deserto», ciò che designa l’«essere» nella sua declinazione trans-politica, non più «dimora» del «soggetto» ma suo esilio nella impermanenza di ciò che non muta. Nella poesia di Gafaïti la «vita», si scopre irrimediabilmente lontana dalla «vita», i gesti del quotidiano hanno esistenza solo in quanto appartenenti alla geografia, e quest’ultima solo in quanto appartenente ad una «idea». Ma l’idea «deserto» è metafora di un’altra idea che si rivela essere l’idea dell’eterno ritorno. La Storia è diventata una carta geografica: lo Spirito della Storia è diventato lo Spirito della «geografia» e la dimensione mitica si è convertita in pre-istoria, preistoria del «presente» geografico. Il «presente» è nient’altro che l’estensione onnilaterale di una carta geografica.

Nella tradizione poetica italiana non abbiamo un equivalente analogo della poesia della tradizione francofona, non avendo avuto una politica coloniale (se escludiamo la parentesi fascista) non abbiamo, oggi in Italia, se non in esigua parte, una tradizione italofona da parte degli italofoni, e questo è il motivo che rende difficoltosa la ricezione, prima ancora che linguistica, della sensibilità, della imagery della «geografia» e dei metaforismi dell’autore algerino di lingua francese Hafid Gafaïti. Percorrendo la «rotta della sabbia» Gafaïti attraversa il «deserto» calpestando la trans-sahariana, il Maghreb verso l’Ahggar, la Mauritania fino ad arrivare al deserto di pietre dell’America del Nord, attraverso il Texas, il Nuovo Messico e il deserto Mohave, dagli oceani di neve del Canada ai deserti delle megalopoli del Moderno. Il viaggio, reale e/o immaginario, diventa una fantasmagoria, un viaggio all’interno della mongolfiera dei paesaggi esotici, dentro la scrittura, dentro la seducente bellezza di fonemi e luoghi esotici ed arcani. Il segreto della seducente bellezza del viaggio, sembra dirci Gafaïti, sta nel viaggio. Il poeta francofono cita Adonis: «Nel deserto della lingua, la scrittura è un’ombra dove ci si ripara». Un viaggio nell’immaginario della scrittura, dunque, un viaggio nell’immaginario di un’ombra. La scrittura come ombra di una immagine. Anche il tempo diventa immagine e immaginario, si de-sostanzializza, se così possiamo dire, e lo stile di Gafaïti diventa liquido, amniotico, placentare, azzarderei impersonale, così come impersonale appare anche il modo di descrivere le esperienze spirituali come esperienze de-culturalizzate, astratte, ri-naturate, quasi come se la cultura ritornasse «natura».

 *

Il y eut le temps de la guerre, puis celui de la guerre civile. Comme si Abraham n'avait pas entendu l'appel de l'ange. Il y eut le temps du départ et puis celui du retour. Devant le saccage, autres départs, autres voyages. Par le désert d'abord, lieu ultime de l'expérience humaine. Du désert des villes et des âmes arrimées à la matière et au pouvoir évanescent à celui de l'existence et du monde. Par le Sahara, en traversant le Maghreb vers l'Ahaggar, la Mauritanie, puis au-delà.

*

C’è stato il tempo della guerra, poi quello della guerra civile. Come se Abramo non avesse sentito il richiamo dell’angelo. C’è stato il tempo della partenza e poi il tempo del ritorno. Davanti, la devastazione, altre partenze, altri viaggi. Prima attraverso il deserto, luogo estremo dell’esperienza umana.

*

Lubbock, Texas

au déhancement des branches
le silente d’un été mort
contre la soif des feuilles
rare torrente t pierres

pou le chant insupportable du coq
l’absence de troupeaux caches

à la caresse suave de la brise
le déset masqué des hommes

survie presque douce
de gratitude et de doute

*

all’ondeggiare dei rami
il silenzio di un’estate morta

contro la sete delle foglie
raro torrente e pietre

per il canto insopportabile del gallo
l’assenza di greggi nascoste

alla carezza soave della brezza
il deserto mascherato degli uomini

sopravvivenza quasi dolce
di gratitudine e dubbio

*


désert indien
du Mexique
nouveau ou ancien
desert blanc
d’autoroutes
de scalps
et de grate-ciels

désert d’Afrique
berbère et noi
le mien
désert des déserts
nomade
de pénuries
de mirages
d’assassins

entre les scorpions et le granite
le sable de nos raciness
et notre peu d’eau
le chant pueblo
embrasse la litanie targuie

hommes rouges
hommes bleus
en feu sous le soleil
est-il trop tard
meme maintenant
que vous réinventez la marche
et l’éphémère

le seul lien qui navigue
sur la roche et la dune
ce pont entre le sahara de ma peau
et la brulure qui vous gouverne
à l’heure du calumet de ma guerre
l’esclavage de votre paix

hommes rouges
hommes bleus
en feu sous le soleil
de tous temps
nous avons été en proie
au sifflement des serpents
à la morsure des vipers

viendrez-vous vous asseoir
votre margarita à la main
à l’heure de mon troisième thé
l’invitation est faite
mais comme vous je sais
que la traverse est longue
et nous défaits par l’horizon

*

deserto indiano / del Messico / nuovo o vecchio / deserto bianco / di autostrade / scalpi / e grattacieli // deserto d’Africa / berbero e nero / mio / deserto dei deserti / nomade di penurie / miraggi /assassini // tra gli scorpioni e il granite / la sabbia delle nostre radici / e la nostra poca acqua / il canto pueblo / abbraccia la litania tuareg // uomini rossi / uomini blu / infuocati sotto al sole / è troppo tardi / anche adesso / perché vi reinventiate il cammino / e l’effimero // il solo legame che naviga / sulla roccia e la duna / questo ponte tra il Sahara della mia pelle / e la bruciatura che vi governa / nell’ora del calumet della mia guerra / la schiavitù della vostra pace // uomini rossi / uomini bleu / infuocati sotto al sole / sempre / siamo stati preda / del sibilo dei serpenti / del morso delle vipere // verrete a sedervi / con una margarita in mano / nell’ora del mio terzo tè / l’invito è stato fatto / ma come voi anch’io so / che la traversata è lunga / e noi sconfitti dall’orizzonte

Rio Grande

le baebelé perce le sable
comme cette flessure au fond
dans la plaine par l’homme desséchée
les rocs ont flueri

la rivière jadis porteuse de magie
regarde vers les buissons muets
les derniers Indiens les montagnes
pleurent un monde écrasé
                                   effacé
                                               oublié


*

il filo spinato buca la sabbia / come questa ferita al fondo // nelle pianure seccate dall’uomo / le rocce sono fiorite // il fiume che una volta portava magia / guarda verso I cespugli muti // gli ultimi Indiani le montagne / piangono per un mondo schiacciato / cancellato / dimenticato

8 commenti:

  1. - *meurtres* et *fraternité*

    - la gola tagliata *del* sole

    Ninì Tirabusciò

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  2. ..è difficilissimo fare un intervento che abbia senso nelle parole, perché dovrei saper trasferire la danza che Gafaïti fa emergere dalle sue ricchissime poetiche fotografiche nella mia mente. Preferisco quindi muovermi con un suggerimento, in punta di piedi ovviamente. A parte che sono grata a chi come editore, o critico, o traduttore si adopera per far uscire anche nell'ambito poetico dal solito provincialismo tutto italiano..credo fermamente che per le cose che stanno a cuore a Linguaglossa e non solo a lui, si potrebbe dare un altro "deserto" al " filo spinato" che guida i gusti dell'industria culturale italiana. Basterebbe partire, come queste raccolte su Gafaïti, sanno ben trasmettere da un'altra notte. Se dalla nostra notte, poco si produce sul nuovo esilio che tutti colpisce, ci sono paesi, configurazioni etniche o geografiche etc etc che non hanno mai smesso di attingere dalla capacità di canto e racconto, letterario o poetico,il cui fluido arriva da lontano fino a configurare le montagne come gli ultimi mohicani a guardiani dei luoghi. Mi viene anche in mente un altro tipo di poesia , solo per associazione mentale, non certo per paragone attinente alla poetica di Gafaïti, che farrebbe molto bene alle consapevolezze di una poetica italiana che è rimasta troppo soffocata da un petrarchismo accademico, baronale, produttivo. Cantori come Hafid Gafaïti sono come furono i vari Ghiannis Ritsos, e così altri ancora, che dall'esterno aiuterebbero senz'altro , con un allargamento di ritmo, visuale, panorama una creazione interna al nostro paese e al suo esilio, meno isolata rispetto alle attuali condizioni che gli stessi critici, fuori standard, giustamente lamentano.

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  3. L'ultima poesia, Rio Grande, mi fa ricordare un episodio traumatico di qualche anno fa. Con un paio di amici passavamo in auto su di un ponte sopra una grande distesa sabbiosa, e l'autista ci disse che quello era il letto, completamente secco, del Rio Bravo (così i messicani chiamano il Rio Grande). Rimanemmo sconcertati a vedere quella triste distesa di sabbia, e stentammo a credere che quel deserto potesse essere stato il leggendario Rio Bravo (leggendario, anche, per chi ha letto Tex Willer). Poi dovemmo arrenderci all'evidenza, e quando chiedemmo al nostro autista le ragioni di quella desolazione, ci disse che non era solo colpa della siccità che imperversava nella zona, ma che l'acqua se la pigliavano, per irrigare e per usi domestici,le popolazioni yanki che abitavano a monte del fiume. Direi che anche questo aneddoto fa parte del "pacchetto" Impero.

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